Dio e Umanità: un binomio indissolubile (il mio Credo)

by MM

A chi sostiene che il Creato, per la sua perfezione, imponga il rimando a Dio è ben possibile ribattere che è tanto possibile quanto irrilevante. Perché, immaginando in conseguenza una più o meno definibile perfezione di dio, allo stesso modo ci sarebbe da chiedere chi mai abbia creato dio. E così pure, all’infinito, chi ha creato il creatore di dio, etc. etc.. In realtà l’unica cosa certa che sappiamo è che dio, ossia la necessità di dio, l’ha creato, e dunque creata in quanto necessità, l’umanità stessa; nelle tante rappresentazioni culturali che a lei stessa umanità apparivano pertinenti e servivano per gli scopi più diversi – ma generalmente di costante, più o meno apprezzabile o disprezzabile, significato politico-culturale.

Dunque se umanità e dio si creano a vicenda tanto vale prendere come riferimento la prima nozione per dare un senso alla seconda. Appunto perché, attraverso la Storia, offre notevoli dati di conoscibilità, tramite l’apporto plurimo dei suoi studiosi; apporto pluralistico e dunque argomentabile sull’evidenza documentaria e testimoniale delle fonti. Mentre per la seconda dobbiamo servirci di mediatori specifici e storici sui generis – i sacerdoti – che esigono un’adesione fondata sulla Fede, tanto più credibile quanto resa più cieca e irrazionale; però ben fondata sulle paure dell’umanità circa il proprio individuale destino e davanti al timore della morte, anch’essa religiosamente rimarcata come individuale; timore, se non terrore, utilizzato pertanto come leva educativa per sottomettere i fedeli.

Al contrario la proiezione dell’uomo nella sua singolarità verso l’idea di una trascendente Umanità, tanto finita nell’avvicendarsi delle civiltà quanto infinita nel perpetuarsi delle generazioni, dovrebbe invece fare ben comprendere che l’idea di dio è tanto più alta quanto più coincide con la rappresentazione positiva dell’umanità stessa: protesa a riconoscere in sé medesima la tangibilità fisica e l’intangibilità metafisica non come un’antinomica contraddizione, bensì come mezzo nell’un caso e come fine nell’altro.
Muovendosi dalla positività della Storia, certamente, per rifondare sempre più adeguatamente l’Utopia.

Va ritenuto utile pertanto destrutturare il Cristianesimo per ricostruirlo in una visione tanto pre- che post-cristiana, ossia semplicemente umana, ma appunto in un senso cosmologico: Umana. Dove la spiritualità possa almeno idealmente riuscire a relativizzare la religiosità specifica di uno specifico culto e quindi la sua intrinseca valenza politica, inevitabilmente anti-spirituale perché espressa contro una parte di umanità. Così una sempre più crescente tolleranza si può tradurre in polivalenza, ossia nel desiderio se non nella capacità di aderire alle diverse forme storicamente determinate di espressione autentica dell’Umanità.
Soprattutto così è possibile ricodificare i simboli della teologia eviscerandone le sovrastrutture ideologiche a favore della “polpa” spiritualistica, ossia di quella materia che si sublima in spirito e di quello Spirito che si rende evidente grazie alla Materia, proprio per la loro comune appartenenza energetica.

Ogni religione positiva troppo spesso si è rivelata un’arma contro l’umanità, seppure essa agisca anche a favore dell’Umanità. Ma a favore solo quando essa arrivi ad esaltare i propri limiti nel ricercare di sé stessa la qualità indicibile. Così se riconosciamo l’indicibilità come immanente nell’Umanità stessa possiamo almeno intravvederne gli scopi e il fine ultimo che si condensa in essa stessa Umanità rendendola “divina”. Così teismo e ateismo parranno anch’essi meri ideologismi su ciò che non ci è dato conoscere se non attraverso la propria stessa evidenza: l’Uomo, per sua idealizzata perfezione cosmica, nell’uomo, imperfetto per individuale definizione; e pertanto l’uomo imperfetto nell’Uomo perfettibile e idealizzato, grazie al Divino che lo implementa come inconoscibile in quanto entità metafisica: seppure partecipabile in hora mortis, ossia nell’esiziale dimostrazione della sua eternità, in quanto alterità costantemente vissuta come fine – seppur negata come limite di propria egotica imperfezione.

Possiamo essere cristiani, ossia religiosi secondo il credo epocale in cui troviamo inserita la nostra vita, solo per il significato profondo dei simboli dell’esistenza che riconosciamo nella nostra esistenza individuale: per come ci riconnettono all’idea dell’infinito e della sua imperscrutabile evidenza.
Perché dunque non chiamarti Dio, Tu l’Inconoscibile, pur sapendo che per noi sei rinvenibile solo in un immaginario creativo che sempre si adatta al meglio che ogni epoca umana riesce ad esprimere nella storia, ma sempre ponendosi fuori dalla storia? Il modo migliore di riconoscere la propria finitudine non è forse riuscire a collocarla in un’ipotesi creativa di infinitudine?

Creiamo e testimoniano allora, per come riusciamo durante la nostra individuale esistenza, la nostra immagine di Dio se ci aiuta a dare il miglior senso alla nostra vita. E che questa sia armoniosa nella sua socializzazione per non risultare falsa e dunque falsificabile. Prima o poi ce ne sarà un’altra pronta e sicuramente migliore per sostituirla.

(26 marzo 2021)

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