A proposito del tema dell’amore nel melodramma europeo, alcuni spunti di musicalizzazione: dalla Traviata alla Bohème

di Mario Musumeci (a supporto dell’allieva B. D.P.)

Il duetto amoroso nella Traviata, come macro-forma in ciascuna delle quattro Arie e come iper-forma nella visione unitaria dell’intero Atto I 

Una visione sintetica e iper-formale del I atto della Traviata, il melodramma da sempre più rappresentato al mondo, disvela tanti importanti elementi dell’arte creativa dell’Autore. Si tratta di accomunare le quattro arie del I atto. Innanzitutto isolandone il Preludio –  che è preludio all’opera intera e non certo al primo atto, in quanto richiama assieme i due temi fondamentali del dolore della Morte (avvio del III atto) e dell’autenticità profonda dell’Amore coniugato alla sofferenza della sua estrema incomprensione (“Amami Alfredo!” nel II Atto). Ma anche attribuendo alla prima aria (del Brindisi) una funzione introduttiva alle altre tre. E pure integrando alle stesse arie gli ariosi e i recitativi-ariosi che ininterrottamente le congiungono.

Difatti tutto è canto, perfino negli Ariosi contrappuntati nell’orchestra da melodie che plasticamente li configurano, e tanto nella caratterizzazione ambientale esteriore dei contesti scenico-drammaturgici che interiorizzante dei personaggi in gioco. In tal senso andrebbe bene approfondita la dialettica tra i due temi del convito e del corteggio nell’Introduzione che porta alla famosa Aria del Brindisi e la funzione drammaturgica dei tre motivi, o numeri di ballo,  che si alternano nella centrale scena dell’amore. Già i toni in cui si impiantano i relativi motivi ne marcano la generale relazione espressiva: 1) il Mib in cui si inserisce il valzer brillante, di sfondo ambientale della festa successiva al convito; 2) nel relativo do minore (sospeso modulativamente alla dominante), distaccante e solo a tratti, drammatizzante rispetto la scena; 3) nell’ammiccante (e plagale, secondo retorica tradizione) Lab, tono languido dell’abbandono amoroso, che sempre più coinvolge i due protagonisti pur nell’alterco amoroso che li distingue.

Tabella iperformale Traviata - I atto

L’intero I atto della Traviata (Preludio escluso) è allora interpretabile, dal punto di vista centralizzante del duetto amoroso, come una compiuta e compatta iperforma in cui l’Aria del Brindisi (duettante ma anche corale) rappresenta l’Introduzione e le altre Arie una complessa forma strofica gravitante attorno al refrain “Di quell’amor”: un semplice periodo regolare che funge da trait d’union per la restante parte dell’atto, perfino nella conclusiva “Scena ed Aria”, fase finale (così indicata in partitura) dove unica protagonista sulla scena è Violetta, ma dove aleggia in vario modo la presenza di Alfredo, strettamente connessa al detto refrain.

Ecco una significativa tabella formale che evidenzia in sintesi, ma anche con un apposito commento alla tabella stessa da redigere a cura dell’allieva, tale visione unitaria, poi da bene esplicitare nelle consequenziali argomentabili tre arie.

Interpretazione strofica - I atto Traviata

E difatti il refrain “Di quell’amor” è:

  1. introdotto dapprima in alternanza ABCB da Alfredo ad una Violetta che cerca di contrapporglisi nell’Aria (A) “Un dì felice, eterea” / (C) “Ah se ciò è ver fuggitemi”;
  2. poi evocato da Violetta in un ricordo personalizzato e fatto proprio, speranzoso al modo liricizzato di un’intima preghiera,  come centrale ritornello (B) dell’aria “Ah, fors’è lui”, appresso reiterata dopo la II Strofa;
  3. infine inserito in “Sempre libera degg’io” in un duettante alterco interiore ABAB+codaA/B ancor più marcatamente duettante e che chiude in una sorta di stretto tra le due idee contrastanti. Qui il refrain è richiamato nella scena da un immaginario Alfredo, assente ma stalvolta descritto come impegnato all’esterno della scena stessa; vuoi in una sorta di rafforzato e più preponderante ricordo del precedente, vuoi in una sorta di  serenata a festino concluso ed invitati congedati e prima di tutti proprio Alfredo stesso, a chiusura della prima Aria: finzione scenica appunto improbabile dato il suo allontanarsi anticipato, con la promessa del reincontro con l’amata l’indomani – magari solo per non doversi ancora fastidiosamente confrontare con il barone Douphol, l’amante attuale di Violetta e che dunque provvede al suo ricco mantenimento.

Si osservi che in ognuna delle (macro-)forme di ciascuna aria il refrain “Di quell’amor” non costituisce mai un episodio di avvio, bensì sempre il centro nevralgico delle stesse; cui in vario modo il canto di Violetta o si contrappone in vario modo (prima e terza) oppure speranzosa aderisce a suo modo (seconda Aria).

*****

In analogia si può procedere con la seconda parte del I Quadro della Bohème, stavolta più a cura dell’allieva interessata.

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