Una modernizzante rivisitazione dello spirito popolare dell’opéra-comique per il Fra Diavolo di Auber (Teatro Massimo di Palermo)



di Santi Calabrò

Per attribuire alle innovative regie operistiche di Giorgio Barberio Corsetti il valore aggiunto che meritano, basterebbe paragonarle all’evoluzione dell’oggetto più diffuso al mondo: il telefonino, nato per parlare e divenuto sempre più una piccola “macchina da scrivere”. Oggi milioni di “utenti” – come se fossero invasi dallo spirito di Derrida – rinunciano alla voce e si affidano al messaggio scritto, che dissolve la soggettività comunicante hic et nunc mentre la eterna come decifrabile ad infinitum. Con una scelta altrettanto radicale e aggiornata al clima dei nostri tempi, gli allestimenti di Barberio Corsetti virano sempre più verso la “scrittura”, epicentro di una poetica creativa che ha la sua ragion d’essere nell’esplorare e mettere in relazione i confini fra diverse arti e linguaggi; proprio la scena, luogo fisso in cui le cose accadono, garante della “presenza” e di una stabilità spazio-temporale su cui innestare un flusso narrativo, diventa in questo modo l’elemento più plasmabile e, alla lettera, “scrivibile”.

©Franco Lannino IMG_8878

Sulle scene – realizzate con una stampante in 3D – del Fra Diavolo di Auber prodotto dal Teatro Massimo di Palermo le innovative tecnologie adottate interagiscono, più efficacemente che in altri pur pregevoli allestimenti dello stesso regista (per esempio la Cenerentola di Rossini vista a Palermo nel 2016), con le più intime ragioni formali della drammaturgia musicale. L’idea di base è tanto semplice quanto efficace: nella dualità drammaturgica di un’opéra-comique, divisa tra parti recitate dove avvengono o sono riportati dei fatti e parti cantate dedicate all’effusione dei sentimenti, questi ultimi sono intessuti di desideri e di pensieri, di pulsioni e di ricordi. Per illustrarli, la scena si riempie progressivamente di proiezioni, di pitture, di disegni, di grafica fumettistica e di testi che articolano e potenziano la rappresentazione dell’interiorità dei personaggi.

Siragusa ©Franco Lannino IMG_9280

Il fatto poi che in questa produzione Fra Diavolo sia stato proposto con le parti dialogate in forma di recitativo, risultando ugualmente efficace rispetto al dualismo della lettura di Barberio Corsetti, apre possibilità di lettura che non si limitano all’opera di Auber: chiaramente, consimili “scritture” in progress dell’inconscio potrebbero dare buoni esiti sia nella “solita forma”, il modello strutturale della tradizione italiana che contempera momenti cinetici e momenti statici, sia nella drammaturgia wagneriana, dove così spesso tutto il peso musicale dell’orchestra è votato a comunicarci cosa pensa il personaggio. E diamo per scontato che questi mezzi siano anche appropriati a proporre il teatro in musica delle epoche successive – del Novecento e dei nostri giorni. Naturalmente la tecnica da sola non basta: funziona a condizione che ci sia la misura giusta e una buona congruenza con l’opera. In questo senso, nel Fra Diavolo secondo Corsetti già l’ambientazione storica è felice. Se per Scribe e Auber la collocazione della vicenda a Terracina aveva un significato esotico, spostare la storia in una Terracina anni ’50 è una proiezione che incontra diverse armoniche dell’opera. I carabinieri in scena sono un po’ quelli di Pane, amore e fantasia, valorosi e affidabili: una milizia proprio da sposare, come è nei sogni di Zerline (interpretata da Desirée Rancatore) rispetto al suo brigadiere Lorenzo (Giorgio Misseri).

ph © rosellina garbo 2018

Ma l’Italia qui è ben più che il luogo in cui situare una location favolistica: la partitura appare per un verso colonizzata da Rossini, per altro verso aprente verso Donizetti – in particolare L’elisir d’amore, che debutta nel 1832, due anni dopo Fra Diavolo. Accanto alla stilizzazione elegante, alla facilità melodica, alla solida scuola compositiva francese, una certa aria di cultura italiana fa parte delle determinazioni più profonde dell’opera. Proprio per il particolare e così densamente sofisticato esotismo dell’opera, un’ambientazione così nazionale e così popolare (ma non nazionalpopolare!) riesce del tutto adatta a riportare al successo un’opera che ebbe un successo eclatante, e che ora suona familiare soprattutto perché ripresa in un celebre film di Stanlio e Ollio.

ph © rosellina garbo 2018

La trama è ben nota: Mathéo (Francesco Vultaggio), essendo un agiato proprietario di albergo, pensa a uno sposo facoltoso per la figlia Zerline. Ma la ricompensa che Lord Cockburn (Marco Filippo Romano) e Lady Pamela (Chiara Amarù) danno a Zerline e Lorenzo, intelligenti ed eroici nello scoprire l’identità del Marchese di San Marco, sarà sufficiente come dote adeguata per il matrimonio d’amore. Il marchese è infatti il temibile bandito Fra Diavolo (Antonino Siragusa), che ha rubato i gioielli di Lady Pamela. Determinanti risultano Giacomo (Paolo Orecchia) e Beppo (Giorgio Trucco), gli aiutanti del bandito: tanto maldestri da insospettire Zerline e incapaci di reagire alla ingiunzione di Lorenzo di attirare Fra Diavolo nella trappola fatale. In mezzo a questo trionfo dei buoni e dell’amore, c’è tanto spazio a sentimenti meno idealizzabili che virano nel mezzo carattere e nel comico (innanzitutto la seduzione che il marchese/bandito esercita su Lady Pamela).

ph © rosellina garbo 2018

L’agile libretto di Scribe e la musica scintillante di Auber danno modo al regista di approntare uno spettacolo molto godibile e non banale, con l’ausilio dei video di Igor Renzetti, Lorenzo Bruno e Alessandra Solimene, delle scene dello stesso Corsetti e di Massimo Troncanetti, dei costumi di Francesco Esposito, delle luci di Marco Giusti, delle coreografie di Roberto Zappalà, di una recitazione molto accurata da parte dei cantanti. Vocalmente si apprezzano i due tenori: Siragusa, con il suo timbro lirico che all’occorrenza si fa tagliente, Misseri, che interpreta il suo ruolo in modo caldo e appassionato. Sorprendenti nella prima parte dell’opera alcune défaillance di intonazione della Rancatore, che poi si riprende e nel complesso tratteggia un’agile Zerline. Nei ruoli dei due inglesi Marco Filippo Romano e Chiara Amarù sono molto efficaci, sia per come cantano che per come agiscono scenicamente. Bene anche gli altri cantanti e il coro diretto da Piero Monti.

ph © rosellina garbo 2018

La direzione di Jonathan Stockhammer sarebbe bastata da sola a differenziare questa produzione (diversa nel cast) da quella andata in scena pochi mesi fa con lo stesso allestimento all’Opera di Roma. A partire dal modo con cui imprime un ritmo di insieme all’Ouverture, passando per il brio della condotta musicale e la cura dei piani sonori, Stockhammer offre una prova veramente di alto livello. Meritati gli applausi, per lui come per gli altri interpreti.

(Messina, 28 marzo 2018)

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