O patri miu (Preghiera notturna di un credente non credente)

di Mario Musumeci

Si può (si deve) essere “non credenti”, davanti a credenti che vanno a messa tutte le domeniche e poi, ad esempio, per ignoranza e malanimo si permettono di negare diritti universali a categorie minoritarie di cittadini (esseri umani), in nome di “principi non negoziabili” e secondo qualificazioni di principio che non di rado richiamano i processi della santa inquisizione: un fenomeno, tra i tanti, caratterizzanti la religiosità degli ultimi due millenni e per i quali gli ultimi papi hanno (giustamente) sentito il dovere di chiedere scusa non solo ai loro fedeli ma al mondo intero; salvo poi trovarsi a riproporre in altre rinnovate forme i loro steccati alla comprensione reale ed empatica dei drammi umani.

Si può (si deve) essere “non credenti”, davanti a credenti che fanno uso politico di comodo della loro qualifica per asservirsi e servirsi del potere nei suoi aspetti più malvagi. Si può (si deve) essere “non credenti”, davanti agli infiniti, costanti (e forse perpetui) scandali di prelati credenti che insultano con il loro comportamento l’abito che simbolicamente vestono e che per decenni (secoli? millenni?) vengono coperti dai loro stessi confratelli.

Si può (si deve) essere “non credenti”, davanti al costante (perpetuo) mantenersi del costume “farisaico” (nel Vangelo, Gesù Cristo parla più specificamente di “ipocrisia”) di subordinare troppo spesso la sostanza alla forma; pratica fin troppo vigente nell’ambito dei cosiddetti “credenti”.

E, davanti a chi gli richiama con spirito d’indulgenza la natura imperfetta dell’uomo, un non credente potrebbe assentire semplicemente ricordando che dietro il dogma dell’infallibilità papale si sono compiuti anche i più efferati crimini che hanno sconvolto l’umanità dei trascorsi millenni. E che pertanto se umanità generica e umanità “credente” coincidono in queste pratiche di umana efferatezza si dovrebbe allora dare pienamente ragione ad un noto personaggio che, davanti al recente funerale pubblico di un grand’uomo non credente, ha più o meno sostenuto (e io lo penso assieme a lui) che “il buon Dio in tanti, fin troppi, casi sopporta i credenti ma predilige i non credenti”.

D’altra parte ci si può non definire cristiani, in senso lato, nell’appartenenza ad una cultura bimillenaria che almeno in parte ha proceduto dall’evoluzione in costante ricerca di un’idea migliorativa dell’uomo e di tutta l’umanità intera? E se da “cristiani”, in tal senso, alcuni si riconoscono positivamente (per empatia, certo) in coloro che, anche dentro la chiesa, amano incondizionatamente l’umanità intera a prescindere dai loro stessi riconosciuti limiti e dagli steccati che da altri loro confratelli, laici o in abito talare, vengono posti; costoro possono allora dirsi “credenti”? Seppure in altri tempi sarebbero stati bollati come eretici (pericolosi sovversivi)?

Insomma quella di “credente” è condizione anagrafica (di pertinenza esclusiva degli ambiti canonici) o innanzitutto primaria condizione di scelta individuale?

Mi tocca osservare che finché risposte certe e definitive a questa domanda non verranno date la distinzione tra “credente” e “non credente” sarà puramente formale, dunque di farisaica pertinenza; proprio nel senso evangelico, dei custodi del tempio, a prescindere dalla loro accettabile dignità umana. E che il dramma di Cristo, raccontato e mitizzato nelle sacre scritture, sarà ripercorso nella cronaca d’ogni giorno senza mai trovare risposte definitive e adeguate. La saggezza (eventuale) dei singoli sarà sempre compressa dalla violenza (ineluttabile) che ogni potere impiega quando deve difendere sé stesso.

Fortunatamente viviamo in una società in cui è ancora possibile esprimere apertamente le proprie opinioni e allora definirsi “credenti non credenti” acquista nell’ossimoro una sua pregnanza simbolica, che quanto meno obbliga a riflettere sul chi siamo oggi e verso dove ci portiamo: forse un mondo talmente pregno di spiritualità da poter fare a meno della (delle) religione (religioni)? Certo chi ne ha fatto un “culto” politico ha fin’ora nella storia prodotto altre religioni del potere, che in più casi hanno appresso prodotto solo nostalgie e recuperi di spiritualità religiose in parte obliterate, ma evidentemente non del tutto: perchè proprio quella spiritualità parrebbe una condizione umana irrinunciabile …

Dunque l’uomo non può fare a meno della religione per potersi porre nelle maniere più compiute i grandi interrogativi dell’esistenza? Coloro che amano definirsi atei pare abbiano trovato una loro personale risposta, che certo non può che essere rispettata. Ma per coloro che “credono” nella forza propulsiva della spiritualità, davanti alle contraddizioni richiamate del credo religioso? E quello cristiano per tanti versi parrebbe addirittura in più casi il più evoluto ed emancipabile dall’oscurantismo integralista …

Forse la domanda reale è un’altra: esisterà sempre il potere, la supremazia di uomini su altri uomini, che della religione troppo spesso si serve come forza di costante auto-legittimazione?

Nel frattempo continuiamo, noi esseri individuali, a vivere, crescere, invecchiare e morire. E in questa precarietà della nostra esistenza possiamo scoprire forse il conforto della preghiera, laica o religiosa che sia. Eccone un piccolo esempio personale, che chi vuole potrà anche far suo. Non sono nè un pastore nè un difensore strenuo di copyright personali, quindi la cosa è gratuita: un dono. Come un dono è pur sempre la vita, che cerchiamo di vivere nella maniera più piena che ci possa essere consentito.

Da “credente non credente”, spettatore coinvolto ma ideologicamente intimistico davanti alle (ineluttabili?) feroci contraddizioni del nostro mondo, rinnovato e di sempre.

O Patri miu 

(Preghiera notturna)

O Patri nostru caru stai misu ‘nt’ogni locu

E si ‘u mè jornu è amaru mi ‘mpresti acqua e focu

P’astutari i duluri e addumari ‘a passioni,

Poi duni a mia i tò curi e tuttu mi pirdoni.

Voi ca ni li jorna mei ju mi facissi santu

No comu i farisei ppi farimi nu vantu

Ma p’essiri tò pari ju ca nun sugnu nenti!

C’avissi mai a fari n’to menzu a l’autri genti

Si non dunari chiddu ca tu dunasti a mia

E viviri di spirdu, filici e così sia?

 

Di carni mi facisti: si ‘u corpu voli ciatu

Pirchì tu mi criasti sbagghiatu e ‘nto piccatu?

O fussi n’autra cosa ca tu di mia vulisti

Rialannumi ‘na sposa ‘n cuntrastu a jorna tristi?

O patri miu circannu a ttia ‘ncessantimenti

T’attrovu unni vannu i megghiu tra li genti

E a chisti a tia vardannu cercu d’assumigghiari.

E senza fari dannu putiri arricriari

A vita mia e di chiddi ca cchiù mi stannu ‘ntornu,

Ca ‘a notti semu spirdi murennu appressu ‘o jornu.

(Catania, 28 febbraio 2016)

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