Il Crepuscolo degli Dei inaugura trionfalmente la stagione palermitana

di Santi Calabrò

Un successo travolgente per la Götterdämmerung di Richard Wagner, a inaugurazione della stagione 2016 del Teatro Massimo di Palermo: il regista Graham Vick firma uno spettacolo sontuoso, che suggella coerentemente le altre tre opere del Ring des Nibelungen allestite a Palermo – Das Rheingold e Die Walküre, messe in scena nel 2013, e il Siegfried del dicembre 2015. Con l’opera conclusiva della Tetralogia Vick tira le fila e le estreme conseguenze della “decadenza” (spesso declinata qui modernamente come “degrado”) e della “caduta” che costituiscono gli assi portanti dei quattro allestimenti, virando nel finale in modo deciso verso il nichilismo. Alla lettura in negativo della Tetralogia Vick ha associato l’ambizione di alludere ai mali della nostra contemporaneità con un segno registico rinnovato, che prende partito da un’attualizzazione esibita sino all’ostentazione e dall’esaltazione della componente di sfacelo tragico innegabilmente presente nel Ring. Trovate spettacolari già dal punto di vista meramente visuale hanno instaurato veri e propri Leitmotive scenici, disponibili – esattamente come quelli musicali – sia a fare da richiamo per la memoria che a mutare di significato.

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Cosa sia riuscito a proporre Vick con delle semplici sedie desta l’ammirazione riservata alla creatività pura: le sedie mosse dai figuranti sono ora il Reno, ora il cerchio di fuoco su cui tanti Loge, accendendo una sigaretta (nel memorabile finale di Die Walküre), appiccano il cerchio di fuoco attorno a Brünnhilde, ora il corredo indispensabile per gli uomini-cavalli che trasportano le valchirie. In altri momenti i figuranti (senza sedie) diventano essi stessi acqua, fuoco, masse umane, cavalli o altri animali, ruotando per terra, correndo, recitando, percuotendosi, vestendosi e svestendosi come un sol uomo. I gruppi di giovani mimi che solcano la scena e a volte agiscono in mezzo al pubblico sono il contrassegno virtuosistico della Tetralogia secondo Vick – fondamentale anche la collaborazione di Ron Howell
 per le azioni mimiche -, e il loro effetto è grandioso soprattutto nell’ultima opera, dove si rende più evidente e del tutto convincente il nesso che nel lavoro di Vick intercorre tra interpretazione registica e concezione drammaturgica.

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In questo senso è esemplare – e non a caso Vick guadagna applausi a scena aperta – la straordinaria scena del secondo atto con il ritorno di Gunther in compagnia della sposa Brünnhilde: Hagen chiama il popolo a raccolta per rendere pubblico lo scandalo di Siegfried reclamato come legittimo marito dalla stessa Brünnhilde, mentre Siegfried – drogato dal filtro malefico di Hagen – ha dimenticato di amare Brünnhilde e si è invaghito di Gutrune.

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Le reazioni dei raggirati hanno da essere note a tutti per compiere il piano omicida di Hagen, ma raramente la concezione di Wagner in questa scena appare cosi chiara: Vick aggiunge infatti al coro dei Ghibicunghi il suo esercito di figuranti che arrivano dalla platea muniti di macchine fotografiche, cineprese, immancabili smartphone e microfoni con cui cercano di intervistare gli sposi, come nelle occasioni in cui sfilano i divi di oggi o, il che è lo stesso, i signori del gossip; Hagen stesso va in sala a “dirigere” tutta la macchinazione grandiosa di cui è ideatore e “regista interno”.

Con lo stesso gesto dell’attualizzazione Vick ci consegna qui un “Wagner al quadrato”, in un’amplificazione coerente della drammaturgia. Non meno riuscito, poetico ancorché spettacolare, era stato il proliferare di coppie che si scambiano effusioni sulla scena e in platea mentre Siegmund e Sieglinde, in Die Walküre, prendevano coscienza del reciproco amore. Come in Die Walküre, che finora era stata la rappresentazione più convincente dal punto di vista della regia, anche in questa Götterdämmerung le parti con pochi personaggi e senza mimi sostengono il confronto con tanto splendore d’insieme; sia le tre Norne nel prologo sia le tre figlie del Reno verso la fine esibiscono modernità e congruenza, e le occasioni “private” dei protagonisti sono calibrate con grande senso della messinscena: il duetto amoroso di Brünnhilde e Siegfried,

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l’episodio cruciale di Siegfried alla corte dei Ghibicunghi, la scena delle due valchirie.

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Il finale è poi talmente intenso da non far sentire la durata dell’opera: la recitazione di Irene Theorin (Brünnhilde) è già di suo emozionante,

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ma anche qui non mancano i colpi d’ala registici riservati ai figuranti, diventati nell’ultima mutazione jihadisti perfetti con tanto di giubbotti esplosivi per far esplodere il Valhalla.

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In questa corsa verso l’abisso sembrano giustificarsi retrospettivamente anche certi eccessi della seconda giornata: quel Wotan che nel Siegfried mimava amplessi violenti sul nano Mime, o su Erda, è un segno del degrado del divino che fa parte del Ring ma che Vick vuole estremizzare, e il tema prosegue nell’ultima opera, dove Vick ci mostra la parata degli dei incarnati in figuranti bambini che la folla sbeffeggia. Del resto, guardando oltre il recinto grandioso della Tetralogia, la stessa deminutio vickiana dell’eroe anticipata già nel Siegfried si giova acutamente di motivi wagneriani, alludendo allo scavo prefreudiano che Wagner espliciterà con l’eroe Parsifal.

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Fin qui la lettura di Vick: coerente ma, ovviamente, parziale. Che il Ring  non possa essere solo questo – annientamento, negatività, dissacrazione, distruzione – non lo dice soltanto lo sbocco successivo e nel complesso redentivo del Parsifal; lo dice la sua stessa musica. In questo senso, se diverse soluzioni di Vick sembrano calzare come un guanto all’intenzione wagneriana, quando il peso drammaturgico passa in modo esclusivo alla musica i significanti scenici scappano di mano a Vick: la pompa di oggetti di scarto che vanno costituendo la pira alle spalle di Siegfried ormai cadavere esalta per contrasto l’elemento eroico e celebrativo della musica sublime – funebre e grandiosa – di questo immortale momento wagneriano,  e a questo punto – per dirla alla Benjamin – la desolazione trapassa in redenzione. Neppure i jihadisti del finale possono poi tacitare l’effetto catartico e ancora una volta redentivo, oltre che distruttivo, che la musica associa ora alle onde del Reno ora al fuoco.

Detto questo, il nichilismo di Vick consegna nell’insieme una versione della Tetralogia da ricordare, e la particolare cura della realizzazione musicale nell’ultima giornata arricchisce ulteriormente questo Ring: la direzione di Stefan Anton Reck è di alto livello, con momenti di grande intensità nelle parti sinfoniche, il coro preparato da Piero Monti fa benissimo la sua parte, e fra i cantanti emerge la prova vocale superba di Irene Theorin (Brünnhilde), che esplora contrasti espressionistici tra accensioni violente e pianissimi mormorati. All’altezza anche gli altri protagonisti, Eric Greene (Gunther), Elizabeth Blancke-Bigg (Gutrune), Mats Almgren (Hagen), Viktoria Vizin (Waltraute), Sergei Leiferkus (Alberich), Annette Jahns, Christine Knorren, Stephanie Corley, Renée Tatum, impegnate come Norne e figlie del Reno (Knorren e Corley rivestono entrambi i ruoli). Christian Voigt come Siegfried è l’unico che raccoglie qualche dissenso, ma a parte qualche limite negli acuti Voigt è complessivamente lodevole per la conduzione media del registro e per l’eleganza del fraseggio. In scena fino al 4 febbraio.

(Messina 31-febbraio-2016)

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