A proposito del musicista esecutore che vorrebbe/dovrebbe anche comporre

di Mario Musumeci (e Vincenzo M.)

Riporto (pure nel rispetto della privacy) questa affettuosa corrispondenza con dei miei ex-studenti. Credo si tratti di piccole ma utili esperienze per affrontare questioni importanti per il futuro della professione musicale.

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A) Corrispondenza con Vincenzo M. (dicembre 2015)

V.M.:

“salve professore, sono Vincenzo M., suo ex allievo, ormai trasferito a (omissis). Ci tenevo a condividere con lei questa mia piccola composizione, composta per diletto più che per studio accademico. Se le piacerà, e sopratutto se non le piacerà, spero si senta libero di esprimere quante più critiche possibili. Cordialmente, Vincenzo M.”

M.M.:

“Caro Vincenzo, è un grande piacere sapere che così da lontano tu ancora mi pensi e non avrebbe molto senso, proprio per questo, esprimere alcunchè di valutativo su quanto tu produci se appunto proprio tu ne trai diletto. E proprio nello stesso spirito dilettevole con cui tu ti sei espresso nei miei confronti ti mando allora un regalino, per ricambiarti: una mia invenzione che ho alla buona abborracciato proprio a partire dal tuo soggetto (incipit del I flauto) e dallo spunto contrappuntistico imitativo con cui tu hai avviato il secondo flauto. Come vedrai non c’entra molto l’accademia, semmai si tratta di una questione “linguistica”: ho analizzato la trama continua della tua melodia con le legature di ordito, di disegno tematico e di specifica trama retorico-formale. Così cogliendone le potenzialità linguistico-espressive. E appresso mi sono comportato di conseguenza, effettuandone diverse trasposizioni ai toni vicini incluse un paio minorizzanti – in scambio di affetto, uno stretto finale, una centrale versione deformata di tensione sviluppativa (probatio/contraddittorio) …; il tutto è stato “condito” con controsoggetti di maggior tenuta cantabile rispetto lo scorrevole melos di primo piano.

INVENZIONE BAROCCA

di Mario M. (su tema di Vincenzo M.)

a Vincenzo M. - Invenzione barocca

N.B.: le diverse dinamiche hanno la sola funzione di mettere in rilievo, nella rigida esecuzione del pc, le parti contrappuntistiche secondo la loro gerarchia, di primo e secondo e terzo piano prospettico.

Spero che ti possa servire come spunto di approfondimento costruttivo per la tua dilettevole pratica creativa. Com’è servito a me anche come insegnante, tanto che lo invio come “strenna prenatalizia” ai tuoi colleghi dell’anno scorso, con i quali al momento sto proprio trattando la trama continua ed il fughismo barocchi. E cosa c’è di meglio che trattare gli argomenti “scolastico-accademici” divertendosi e magari producendo della buona musica? Peccato che non tutti abbiano la fortuna di accorgersene. Un caro saluto a te dalla Sicilia, sicuramente rinforzato da quello di tutti i tuoi colleghi. Il Prof/MM”

V.M.:

“Salve Professore, mi scuso per la risposta tardiva, in questi giorni sono stato senza internet e dal cellulare ho potuto leggere la sua risposta ma ovviamente non potevo ascoltare la correzione! Solo ora ho potuto ascoltarla e , oltre ad essermi piaciuta molto, le anticipo che la sto usando come punto di riferimento per scrivere un’altra invenzione a due voci (con un po’ di criterio in più).

E’ davvero bello vedere come da un idea sconclusionata si possa dedurre quella che potrebbe essere definita una composizione. La ringrazio enormemente per l’impegno dedicatoci, a maggior ragione perchè quest’anno non farò armonia II (qui a [omissis] si fa al terzo anno e io sono al secondo) quindi a parte certi scambi occasionali non ho l’opportunità di continuare il percorso di crescita e di studio dell’armonia e della composizione. Spero di farle avere, se vorrà, al più presto la nuova invenzione! a presto. e grazie ancora. Vincenzo M.”

M.M.:

“Quello che tu chiami “un’idea sconclusionata” è probabilmente qualcosa di molto più importante. Nella nostra memoria, anche precoce, vengono immagazzinate una gran quantità di cose che ci provengono dal mondo a noi circostante e col tempo può accadere che qualcuna di queste riemerga anche in personale rielaborazione, dunque come integrazione di più dati. Nel tuo elaborato infatti emergevano anche se in maniera abbastanza “sbiadita”, più tratti di un concertato barocco, anche se tra di loro un po’ disorganici – come ho cercato di farti percepire nel confronto col mio elaborato (unico scopo – pedagogico più che artistico-esibizionistico – che mi prefiggevo, in verità). E tu su questi dati ti sei voluto “gratuitamente” produrre con la tua attuale e personalizzante creatività. E’ proprio quella “gratuità” che va da te salvaguardata e mai frustrata. E’ quell’intrinseco diletto del proprio fare creativo che va considerato come qualcosa di prezioso da coltivare incessantemente. E credo che tu adesso l’abbia ancora meglio capito.

Difatti si tratta di uno “strano” processo che, non riconoscendone le remote cause, tentiamo magari inizialmente e ben giustificatamente a “mitizzare”. A me è capitato di viverlo all’inizio della mia prima consapevole alfabetizzazione musicale: tra i 12 e i 14 anni, i primi  insegnamenti di lettura musicale al pianoforte li ho tradotti da subito in autonome forme, anche di scrittura “compositiva” (scrivevo già poesie e volevo forse scrivere, senza tuttavia mai impegnarmi veramente, anche dei racconti …). Per tanto tempo non sono riuscito a capire da dove mi provenivano tutte quelle, anche per me allora, “strane” idee che mettevo per iscritto, ripromettendomi sempre appresso di trarne delle composizioni “importanti”. Solo molto dopo – quando ho cominciato a ragionare anche da compositore – sono riuscito a riconoscervi le tracce più o meno precise o più o meno vaghe di vari repertori ascoltati, dal barocco al primo modernismo musicale. Ma il processo di “demitizzazione” ha dovuto attendere molto più tempo. Mi spiego meglio.

Quelle circostanze in epoca molto più successiva, insomma a professione avviata ed avanzata, mi avevano quasi convinto che quella freschezza inventiva andava da subito coltivata con più criterio fin da quell’età, al modo di una precoce dote da sviluppare in maniera altrettanto precoce. Cosa invece accaduta molto più appresso nella mia esperienza di studente musicista per diletto (allora non pensavo minimamente che ne avrei fatto una professione). E diventava una cosa relativamente vera nelle mie prime esperienze di compositore “strutturato”, ossia che investiva il proprio tempo nello studio compositivo forgiandosi appunto una tecnica: quella che si insegnava nei Conservatori per acquisire, a maturazione avvenuta,  titoli di studio e diplomi compositivi. Ma, da strumentista formato sul repertorio corrente – quello classico-romantico in primis e solo subordinatamente modernista-primonovecentesco e antico rinascimentale e barocco – il linguaggio non poteva che vertere su quello che si amava. Di recente ho recuperato alcune delle mie più riuscite composizioni (anche eseguite in pubblico ed utili per la mia successiva carriera didattica) e le ho ripubblicate proprio per farne materia di analisi e di autoanalisi, inquadrando visioni del mio ego e del mio io profondo allora a me ignote o confusamente intuite e permettendomi via via una cresciuta e mirata attenzionalità alla fenomenologia dell’inconscio musicale in quanto applicata all’elaborazione sia creativa che performativa del repertorio d’ogni epoca. Di seguito un paio di queste mie giovanili opere (poco più che ventenne ma già professionalmente attivo) mostreranno le doti di un epigono che però non ripete quanto scritto da altri, ma grazie a quegli altri (i più grandi compositori di tutti i tempi) cita solo sé stesso. La prima, legata al sonatismo:

Mario Musumeci – Autoritratto (1981)

pro ascolto, scorrendo lo spartito: Mario Musumeci – Autoritratto (1981)

aggiungo appresso un piccolo refuso, che è corretto nel testo originario, pubblicato nel 1981, ma adesso accanto a più passaggi, soprattutto del III movimento, consistentemente aggiornati e migliorati. Il che potrebbe far meglio comprendere il senso stesso della problematicità di un Urtext; che va ricostruito su basi linguistiche applicate al testo musicale nella sua specificità e ai suoi intrinseci significati: ricavati da un’attenta e professionale ermeneutica e non da una filologia estranea alla specificità del linguaggio musicale – qual’è per lo più quella corrente, che confonde la questione semiografica della scrittura con la questione del linguaggio, appunto perché reputa per suo comodo che la musica non significhi niente, ossia che sia solo … un’oggettualità variamente decorativa.

MM – Autoritratto – errata corrige

La seconda, una libera fantasia:

Mario Musumeci – Le ali dell’usignolo (1982)

pro ascolto, scorrendo lo spartito: Mario Musumeci – Le ali dell’usignolo (1982)

Così solo appresso, perfettamente calato e a mio agio nelle problematiche metodologiche e contenutistiche degli insegnamenti teorico-analitici, ho capito che il vero grande problema da affrontare era invece un altro, piuttosto che l’acritico esercitarsi su un proprio unilaterale vissuto creativo e solo dopo procedere verso il suo più o meno lento arricchimento in termini di aggiuntive contaminazioni stilistico-linguistiche: trarne passo passo delle consapevolezze di “una precisa appartenenza linguistica”; insomma approfondire l’uso di quei repertori di provenienza per parteciparne il senso più profondo nella pratica esecutiva e di ascolto. Ma erano musiche del passato e la profondità del passato da riscoprire è da un lato un’illusione (se intesa come un’idea assolutizzante) e dall’altro una cosa solo in parte possibile ma alquanto ardua – come un lavoro quasi quarantennale di ricerca mi ha portato a comprendere. Noi possiamo suonare la musica del passato ma la comprendiamo secondo i punti di vista attuali. Quel passato è morto e ricostruirlo richiede attività specifiche che personalmente ho potuto solo riconoscere sul versante teorico-analitico della mia attività didattica, poiché tutti i trattati che spiegano le tecniche della composizione (!: non, appunto, i significati!) riferibili a quel passato sono stati prodotti in epoche successive e dunque ponendosi bene al di fuori di quella profonda consapevolezza linguistica.

Ecco perché comporre per diletto è, soprattutto oggi, di fondamentale importanza per qualunque musicista: si tratta di meglio risvegliare dentro di noi la memoria delle tracce di quel passato e di rafforzarne il bisogno di identificazione in esso ai fini della riscoperta più autentica possibile delle sue motivazioni produttive. Conservare più o meno labili tracce di quei repertori diventa sempre più importante quando arriviamo a studiarli per eseguirli. Ma trarne motivazioni di rielaborazione personale ha un duplice scopo. Da un lato ci potrebbe aiutare a demitizzare l’attività dei compositori, vivendola noi stessi dal di dentro e scoprendone gli specifici valori di umanità e di cultura. Dall’altro ci aiuterebbe a diventare musicisti a tutto tondo: soprattutto capaci di scandagliare le altrui e le nostre stesse motivazioni produttive, divenendo oltre che, magari, dei dotati performer musicali anche, soprattutto, degli abili animatori della conoscenza musicale: Musicisti performer colti e ben consapevoli dell’oggetto che vogliamo trasmettere, proprio nel suonare una specifica composizione musicale. In tal senso andava proprio intesa la riformulazione all’interno del Triennio accademico della disciplina di seconda annualità Fondamenti di composizione come luogo avanzato di esercizio della “composizione analitica”: appunto funzionale a quanto detto sopra, assieme alla concomitante prassi analitica orientata per stili epocali e per diversificate prospettive formali (di genere, di architettura, di forma tonale, di organica processualità, di sonoriale impianto, di qualificazione performativa e di più assorbente e compiuta significazione simbolico-retorica). Cui seguiva, in terza annualità, a coronamento la più tradizionale e monografica Analisi del repertorio riferita ad importanti opere del repertorio d’elezione e produttiva ai livelli più alti di vera e propria ricerca artistica e scientifica, con numerose pubblicazioni di tesine disciplinari e di tesi di laurea in estratto.

Ma impiantata a monte la prima annualità, Teorie e tecniche dell’armonia, più logico-formale nei contenuti analitici e nelle sue basi alfabetizzanti e cognitivamente formative (grammatica dell’armonia e della tonalità), dunque caratterizzante semmai di un ben più precoce apprendimento, questa non poteva bastare da sola ad assicurare il più produttivo svolgimento dell’intero curricolo accademico, senza un buon impianto propedeutico; quali il pregresso liceo musicale oppure un ben mirato e consistente corso di base, assieme all’impegno coinvolgente in team dell’intero gruppo-classe, del resto possibile  solo in presenza di un’almeno relativa omogeneità di prerequisiti al suo interno. A dimostrazione della qualità raggiungibile in presenza dei detti fattori positivi:

Mario Musumeci – La bottega di composizione analitica

La mancanza di un più che serio dibattito nazionale sulla delicatissima questione della culturalizzazione della performance rischia di divenire la causa del deteriorarsi, del resto sempre più visibile presso gli addetti (e tutt’al più celata dai falsi allori della cerimonialità esibitiva), della media qualità didattica e dell’apprendimento, proprio agli alti livelli culturalizzanti dell’Afam. Il che asseconda una miope visione formativa tutta spostata sull’asse della “manuale” realizzazione, della “tecnicistica” progettualità cinestetico-performativa; magari di buon livello ma assolutamente prive di un’autonoma visione creativa e del suo animatore innesto nell’interdisciplinarietà della grande cultura, artistica e non – senza i quali diventa illusoria e si disperde ancor più la presenza partecipe all’ascolto di una ampia e consapevolmente ben coinvolta platea di fruitori .

Spero di esserti stato utile in questa discussione che, comunque, sto approntando anche per quanti dei tuoi colleghi volessero porsi questo genere di problematiche; certo non da poco circa il proprio futuro e destino di musicisti. Auguri, nuovamente per te. M&M”

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B) Corrispondenza con Filippo L. (dicembre 2015)

F. L.:

“Buongiorno Maestro. Sono Filippo L. (omissis), un suo ex alunno del corso di Armonia di qualche anno fa. Le scrivo questa mail per ringraziarla ulteriormente e per farle sapere che è stata una di quelle persone che mi ha cambiato la vita.
Prima di aver frequentato il suo corso ero convinto che la mia passione per gli “accordi”, le armonizzazioni e le mie improvvisazioni dovessero restare fuori dalla porta del conservatorio. Le sue lezioni hanno riacceso in me la voglia di approfondire seriamente i miei studi e di volerne fare una professione. Se si ricorda quell’anno ero tra quelli che si era appassionato di più alla materia e le confesso che forse passavo più tempo su Finale o a spiegare le settime ai miei compagni che sul pianoforte. Quell’anno ho capito che dovevo fare una scelta, e così ho deciso di continuare i miei studi a (omissis).
Adesso sono iscritto al X anno di pianoforte, studio col Maestro (omissis) e tra qualche mese mi laureerò in lettere e filosofia. Il motivo principale per cui le scrivo è che proprio grazie a quell’anno lì oggi lavoro. Lavoro come docente (o almeno ci provo) in un’accademia di musica moderna e sono trascrittore digitale di una casa editrice musicale di Milano. Insomma, visto che molte soddisfazioni che mi arrivano in questi giorni sono anche frutto delle sue lezioni, volevo condividere con lei la mia felicità. Augurandole il meglio spero di risentirla presto. Filippo L. (omissis)”

M.M.:

“Buonasera a te caro Filippo. Certamente mi ricordo di te. E sono senz’altro felice, proprio per te, nel sapere che ti stai realizzando al modo che più ti è consono e che hai addirittura scoperto a partire dall’esperienza, evidentemente breve ma fruttuosa, nella mia classe.

E di conseguenza sono anche felice, per me, nel sapere che in tutto questo mi è toccato di avere una qualche, comunque utile, funzione. Sai, fare l’insegnante è cosa tanto facile solo quando lo si fa più o meno solo per trarne il vantaggio economico, ma cercare di essere un buon insegnante è invece cosa che col tempo si rivela abbastanza difficile se si decide di dedicarsi a questo nel modo migliore possibile. Proprio perché quel meglio non lo misura tanto, come i molti credono, la valutazione finale più o meno positiva, quanto l’utilità del tuo insegnamento per quello che in seguito accadrà nella vita dei tuoi studenti.

E qui si gioca, per te docente, pure se vocato e con impegno dedito all’arte della didassi,  una scommessa con la vita di ciascuno di loro: quanti avranno ancora relazioni utili con il senso del tuo impegno lavorativo? quanti sono stati colti da te al momento giusto e nel modo migliore per il loro stile cognitivo di apprendimento? perché con quello o con quell’altro non sei riuscito a ingranare verso un rapporto proficuo? etc. etc.. Leggendo qualche anno fa il bel libro Diario di scuola di Daniel Pennac (che, anche come cultore di studi umanistici e filosofici, ti consiglio senz’altro per la sua bella umanità) mi sono molto rasserenato rispetto certi momenti di angoscia esistenziale legati a quegli interrogativi.

Grazie pertanto del tuo affettuoso pensiero. E scrivimi certamente quando vuoi e la cosa può farti piacere o esserti utile. Auguri nel frattempo per la tua riuscita professionale. MM”

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N. B. : l’articolo è stato aggiornato il 25/02/2019 per attribuirgli un più approfondito utilizzo, tanto pedagogico-formativo quanto metodologico-didattico.

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