Felicità, purezza, conoscenza, eternità (in risposta alla domanda: cos’è la felicità)

Riflessioni a partire dal seguente motto, (liberamente tratto da “Il libro segreto di Dante”, un intrigante romanzo storico di Francesco Fioretti):

La felicità è il desiderio dell’altrui desiderio;

ossia essa si attua nel desiderare e attuare o veder attuato il desiderio di un’altra persona.

Così l’infelicità è, all’inverso, la solipsistica concentrazione sul proprio desiderio soprattutto in quanto escludente o prevaricante gli altrui desideri.

La felicità è uno stato innanzitutto soggettivo; ma, per tale precedente assunto, essa riassume al suo interno un fondamento inter-soggettivo: la piena consapevolezza della legittimità (“purezza”) del desiderio dell’altro che si rende proprio.

Tale purezza del desiderio altrui che si vuol rendere proprio in attuazione della nostra felicità non ci rende puri di riflesso, bensì attribuisce carisma e iconicità a quella idea imperfetta di purezza così individuata fino a renderla dell’esistenza nostra un fine necessario da conoscere e da perseguire costantemente, pur nella consapevolezza attiva – e non dell’accettazione passiva – dei nostri limiti umani.

Ma essa era già un inizio: tale è all’origine nell’atto della nostra genesi in quanto specie (creazione) e in quanto individui (maternità). Così il conoscere è anche un costantemente riconoscere nel nuovo l’impronta dell’eterno e nell’eterno il nuovo che costantemente si rinnova (idea che, forse a torto, si crede ancora in occidente come tipica prevalentemente dell’età medioevale).

Inizio e fine individuale così coincidono ponendosi nell’ottica dell’eternità. E l’eternità della felicità, pure “fotografata” in un fuggente attimo, è ciò che noi chiamiamo AmoreBene, nel senso enfatizzante e presuntamente compiuto del suo attuarsi. Unico fine immanente e assieme trascendente dell’esistenza individuale, imperfetto nel suo costante e rinnovato anelito di perfezione, ma in prospettiva: atto conoscitivo per la sua necessità di costante adattamento e riadattamento; atto puro per la sua originaria e necessaria implicazione altruistica; atto di felicità o, meglio, di perseguimento di felicità in quanto realizzante il desiderio nella sua più alta espressione conoscitiva di purezza.

Non abbiamo scelta pertanto nel perseguire la felicità e magari nel volerci specificare sempre su come dover fare e nell’eterna insoddisfazione che ne traiamo per l’inadeguatezza nostra e per la soddisfazione di un attimo che ce ne arrivi magari a dare consapevolezza; ma consapevolezza percepita poi come fuggevole.

Perché in definitiva

la consapevolezza della felicità è di per sé felicità quando se ne riesce a partecipare l’appartenenza.

Ma assieme incombono le altre dette condizioni e pertanto la felicità può realizzarsi in singoli momenti (“attimi”) della nostra esistenza ed è il loro rendersi al modo di modelli e di paradigmi, nel costantemente riviverli come necessari a suo tempo e in rinnovazione o da rinnovare nel tempo presente e futuro, che “rende eterno” quello stato soggettivo e d’implicato coinvolgimento inter-soggettivo. Lo rende insomma pur nella transeunte precarietà uno stimolo di eternità, di “sconfitta dell’idea negativa della morte”.

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