Intervista ad Andrea Ferrante, compositore di musica classica contemporanea

Cos’è oggi il comporre musicale nella tradizione della musica seria (termine ancora usato, e più o meno legittimamente, in contrapposizione a quello di musica leggera)? Si possono delineare più o meno specificamente tanto un’estetica quanto una deontologia, ossia un’etica professionale, dell’odierno compositore di musica d’arte? O, come lo stesso Andrea Ferrante ama definirsi – abbastanza legittimamente nell’estetica del post-moderno, del compositore di musica classica contemporanea?

a cura di Mario Musumeci

Caro Andrea, premettiamo innanzitutto che la reciproca confidenza è legata non solo ad un rapporto di stima reciproca ma anche all’essere noi colleghi nella stessa istituzione accademica da almeno una decina d’anni. Questa intervista “al compositore” non dovrebbe avere, almeno nelle mie intenzioni, il consueto fine celebrativo e promozionale per chi la rilascia, ossia di attirare (pur legittimamente, s’intende!) più ascoltatori o, come si preferirebbe affermare in un territorio presumibilmente più “di nicchia” come il nostro, più fans 🙂 . Né, per chi la richiede, il lustro di una copertina patinata da far pagar cara all’acquirente nel regno dei mass media odierni, dove troppo spesso si parla ad libitum  del nulla 😦 .

Insomma l’ambizione mia, cui spero tu offra il tuo consenso, è quello di problematizzare la figura del compositore cosiddetto “contemporaneo” o, come tu preferisci indicare, “classico contemporaneo” e ricollocarne la funzione sociale in un rinnovato contesto storico, da molti definito a torto o ragione come “post-moderno”. Dunque niente coperture o infingimenti intellettualistici ma neppure sentimentali. Chiamiamo le cose col loro nome, semplicemente cercando di andare nella nostra discussione più in profondità possibile, cercando di mettere a nudo la nostra stessa identità. In tal senso, se sei d’accordo, ti autorizzo se e quando ti dovessi sentire troppo provocato a rispondermi anche con delle domande altrettanto provocatorie, attinenti tanto al mio ruolo di intervistatore quanto a quello, diciamo: “soggiacente” alla mia stessa natura umana e professionale, di docente e studioso in ambito musicologico teorico-analitico.

Le domande successive indicano un canovaccio di partenza, nel senso che se tu dovessi pretendere, nella tua risposta ad una mia domanda, una continuazione potrai aggiungere il tuo interrogativo e lo spazio per la mia conseguente risposta. Ma potrebbe anche accadere che una tua risposta possa anche stimolare un’altra mia necessaria domanda. Tanto abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Ti trovo d’accordo, in tutto o in parte (nel caso mi spiegherai le tue obiezioni)?

Ferrante:

Perché no…

Musumeci:

Bene, ne prendo atto. E per cominciare una domanda a bruciapelo: hai mai immaginato in passato di poter vivere solo con i proventi della tua attività compositiva? E come la pensi oggi al proposito?

Ferrante:

No, oggi come in passato penso alla composizione come a una necessità espressiva, e già questo mi sembra un buon modo per sentirsi ripagati dalle fatiche che essa richiede. Non nego però che sarebbe anche giusto pensare in questi termini, avere commissioni sempre riconosciute sul piano economico e un riscontro sul diritto dʼautore più cospicuo di quanto lo sia adesso. Ma in Italia la musica viene intesa spesso come una specie di trastullo, di passatempo in cui chi la fa (compositore o esecutore) non viene chiaramente distinto da chi la fruisce; per la gente, ballare o suonare un valzer, ascoltare o cantare unʼaria, è pressoché la stessa cosa. La politica poi ignora il settore, anzi, quasi si sente infastidita da quattro povere anime che poco contano in termini elettorali; se poi consideriamo che la cultura sveglia le menti e accende la consapevolezza allora apriamo una discussione infinita (e oltremodo triste) sugli strumenti di gestione del potere che non è il caso di aprire qui… Comunque, se io non vivo con quella che è la mia attività di compositore, spero almeno che i miei figli domani possano trarne un qualche vantaggio… magari per una pizza il sabato sera, non tutti, chiederei troppo… uno al mese!

Musumeci:

Pensi che oggi esistano molti artisti impegnati nell’attività compositiva “colta” che riescano a vivere economicamente – e ovviamente in assenza di proprie pregresse rendite finanziarie – svolgendo l’attività compositiva? E se la risposta è no perché allora bisognerebbe studiare la composizione se quello del compositore di “musica classica contemporanea” o, nel caso, “d’avanguardia” non è un mestiere?

Ferrante:

In qualche modo credo di aver anticipato prima la risposta a questa domanda. Sottolineo ancora  che il problema è tutto italiano, e politico, poiché la professione del musicista non è considerata tale: il pizzaiolo, il gommista, lʼelettricista o il medico o lʼavvocato quelli sì, devono essere retribuiti perché esercitano una professione… il musicista no perché suona, quindi nellʼaccezione comune si diverte… forse di recente da parte del Ministro per i Beni e le Attività Culturali non è arrivata la proposta di suonare gratuitamente e pur pagandosi gli oneri SIAE? Forse non è vero che i giovani suonano gratuitamente?

Tuttavia ho un amico, un certo Michael Giacchino che di professione fa il compositore e guadagna molto, ma molto bene e vince pure gli Oscar… però vive in California.

Musumeci:

Raddolciamo i toni: quando è nata la tua passione compositiva e in quante e quali fasi si è fin’ora evoluta, in corrispondenza a fasi autobiografiche che reputi particolarmente significative?

Ferrante:

Quando sono venuto in contatto diretto con i suoni, con il fare musica, a undici anni circa, a scuola.

Sulle mie ˮfasiˮ compositive rimando a un saggio su tale argomento scritto da Rosa Alba Gambino (Edizioni Il Palindromo) dal titolo Backstage dellʼatto creativo: rappresentazione mentale e condizionamento emotivo nella composizione musicale di Andrea Ferrante, reperibile in rete. Qui brevemente dico che dal 2000 al 2009 circa non ho scritto una sola nota, perché mi sentivo estraneo. Cioè estraneo rispetto a ciò che scrivevo (o meglio, che si scriveva), e questo è un segno di debolezza, o forse di decadenza;  di mancanza di rispetto di sé e della musica.  Quindi ho deciso di prendermi una pausa preferendo il silenzio alla falsità, cosa che generalmente come tu sai pochi hanno il coraggio e la forza di fare. Che poi tale silenzio coincida con la nascita dei miei figli e che vi sia una relazione, beh… non saprei dire. Ma voglio dire però che ritornando a scrivere dopo ˮil decennale mio silenzioˮ (bello, potrebbe essere il titolo di un libro, ma anche di un film!) ho scoperto con vera meraviglia e piacere che (ri)scrivevo esattamente come quando avevo iniziato a 11 anni… era saltato il mio substrato culturale dʼapparenza a favore dellʼessenza espressiva intima e profonda solo guidata, e non orientata, dal dato culturale. È stata una fortuna!

Musumeci:

I titoli dei tuoi brani sono a posteriori (alla Debussy dei Préludes, per intenderci) oppure consustanziali all’invenzione compositiva? Vorresti comunicare qualcosa, a chi ascolta la tua musica, tramite questi? Oppure ti piacerebbe farlo anche in altro modo, e quale?

Ferrante:

In linea di massima titolo e brano nascono insieme, ma non me ne faccio un ˮproblemaˮ. Certo, il titolo ˮaiutaˮ la comprensione, contestualizza unʼopera, le offre una dimensione, uno spazio, un tempo ma anche un luogo o una condizione emotiva. In generale però i miei titoli sono abbastanza ˮapertiˮ poiché la tecnica di scrittura si presta ad una sorta di ˮrigenerazione percettivaˮ, quindi ad una risposta sensoriale che può cambiare non solo fra ascoltatori diversi, ma anche nello stesso ascoltatore in relazione alla sua propria condizione psicologica ed emotiva del momento. Anzi, generalmente punto su questo e spesso mi riesce.

Musumeci:

In generale, oppure in più casi specifici, quali occasioni più significative indicheresti per la qualificazione comunicativa della tua musica, titoli o quant’altro ti sembri al momento utile? Altrimenti detto: come, più di frequente, ti sembra opportuno stimolare nell’ascoltatore la comprensione “linguistica” della tua musica? Oppure sei tra coloro che pensano che la musica sia solo un “oggetto ornamentale”, cui ci si può o meno affezionare nell’ascolto e nella frequenza, tanto da impadronirsene in maniera inconscia ed elusivamente irriflessa? Esiste per le tue abitudini un ascolto generalizzabile culturalizzato oppure analitico, e in che senso? Oppure ancora hai altre opinioni al proposito, circa la relazione tra attivismi poietici ed estesiche (estetiche) reazioni, come si usa dire in ambito semiologico?

Ferrante:

Mi sento fortunato: da più parti, giovani e meno giovani, musicisti e non, a ogni angolo del mondo, mi sento dire “si capisce che è un tuo pezzoˮ… Pertanto penso di essere sulla buona strada, nel senso che la musica che conta, secondo me, è quella che si lascia analizzare da sola, senza grandi sforzi, e che pur attraversando un ascolto esegetico non rinunci alla piacevolezza dello stimolo sensoriale. E al contrario, che sia bella da ascoltare ma densa di contenuti. Natura e cultura devono sempre stare insieme: magari in alcuni casi emerge un poʼ la prima, in altri la seconda… ma sempre presenti entrambe, il più possibile in equilibrio. Sì, natura e cultura.

Musumeci:

Secondo te oggi il compositore di musica colta o “classica contemporanea” svolge o potrebbe svolgere delle funzioni sociali di rilievo nella società consumistica dei mass media? E, nel caso, quali? E, personalmente, quali ti piacerebbe riuscire a fare tue?

Ferrante:

LʼArte non può, non deve entrare nelle logiche di mercato. Il principio dellʼusa e getta tipico di certe produzioni televisive crea meteore che durano una stagione o poco più. Non importa lo stile o il genere trattato, quanto il fatto di una notorietà acquisita troppo in fretta e costruita su basi pressoché nulle. Si creano così delle bolle di apparenza, fantasmi dʼarte che esprimono in pieno la decadenza culturale che stiamo attraversando. Il compositore colto (meglio, secondo me, che ˮdi musica coltaˮ) ha quindi il compito di esprimere lʼattualità del proprio pensiero, nella speranza che ciò assolva anche ad una qualche funzione didattica: educare al bello è già un grande obiettivo.

Musumeci:

Tenendo conto della tua musica (piacevole e per lo più sempre originale ed interessante, almeno a parer mio) e dell’ingiusta (sempre a parer mio) sua oramai trascorsa ghettizzazione ideologica nella qualifica del neo-romantico, come a dire del neo-banale, se incontri un compositore dell’altra parte, ossia di quelli che nello “scarabocchio sonoro e gestuale” hanno troppo spesso cercato il solipsismo avanguardistico dell’opera in prima ed unica (o quasi) esecuzione, cosa fai: lo commiseri, lo ringrazi per la lezione di arte e di vita che (anche indirettamente) ti ha proposto, lo eviti accuratamente, discuti con lui di punti di vista comuni (quali?), pensi che in fondo siete tutti e due nella stessa barca? O che altro?

Ferrante:

Ho vissuto il neoromanticismo italiano degli anni Ottanta. Alcuni compositori rileggevano forme e linguaggi del passato filtrandoli attraverso il proprio sentire (allora) contemporaneo. I primi lavori furono interessanti. Lo spirito originario della Neue Einfacheit, complice la solita squallida logica semplicistica italiota, venne però via via travisato. Il concetto di ˮsemplicitàˮ (semplice, elementare, quindi fondamentale a pensarci bene, è anche la struttura di un Tempio Greco…) scivolò ben presto, come tu ben dici, verso quello della banalità poiché accolse in sé anche i dettami minimalistici che pure arrivavano in quel periodo dʼoltreoceano. Si arrivò così a semplificare, in ambito tonale, ciò che già era semplice di per sé… Il risultato? davvero banale! Diciamo che il compositore neotonale offrì così il fianco alle critiche degli avanguardisti.

Di contro ho conosciuto anche sperimentalisti da cui ho imparato la necessità della ricerca del nuovo, dellʼinconsueto. Molto spesso però la sperimentazione di questi era fine a se stessa, e le procedure alchemiche di elaborazione del materiale musicale nascondevano quasi sempre una vera e propria incapacità di immaginare il bello, assenza di inventiva, scarsa predisposizione alla creatività. Anche questo davvero banale…

Tuttavia lʼinganno è sempre dietro lʼangolo: oggi ci sono troppi compositori. Complici gli strumenti informatici e i canali di diffusione digitale, chiunque abbia a che fare con delle note si diletta ad assemblarle. La cosa triste, il vero problema, è che la gente non sa distinguere lʼopera vera da un falso, e questo dipende dallʼassenza di educazione alla comprensione della musica già a partire dalle scuole dellʼobbligo. Ma questo, se pur assolutamente correlato è un altro discorso… In ogni caso però un dato è certo: qualunque sia il lato percorso, la musica che rimarrà sarà quella che si fonda e si nutre su/di un pensiero, quella nella quale si raggiunga una giusta sintesi fra la regola e la creatività, che esprima con coerenza e audacia il concetto di limite fra finito e infinito…

Musumeci:

Quali tuoi pezzi (da tre a sette …) faresti ascoltare per primi a tuoi possibili estimatori? E perché? Credi nel valore della comunicazione empatica in ambito musicale? E in che senso e a quali condizioni?

Ferrante:

Ho difficoltà a fare una selezione di miei pezzi, sono tutti ˮscarrafoniˮ miei… credo che uno valga lʼaltro, il linguaggio è quello, è il mio…

La musica si muove su un canale privilegiato che è quello degli stimoli percettivi e sensoriali. La sua impalpabilità materica le consente di penetrare nellʼintimo e di enfatizzare il messaggio in virtù della propria essenza vibrante. Essa diviene infatti strumento di coinvolgimento emotivo nei film e nelle pubblicità e può avvicinare o allontanare in relazione alle proprie caratteristiche testurali: certo, è necessario però che ci sia in chi ascolta una buona predisposizione a donarsi…

Musumeci:

In che modo si può insegnare oggi a comporre, tenendo conto della polarizzazione metodologica che si è prodotta, almeno a partire dagli oramai trascorsi corsi sperimentali di composizione degli anni settanta-ottanta-novanta, tra il comporre storicizzato – “à la maniere de …” per intenderci, tanto nel senso della maniera stilistico-epocale che stilistica dello specifico compositore – e il comporre odierno di adorniano conio critico-ideologico – nel senso deterministico del comporre seriale e post-seriale necessitato dalla “temperie contemporanea”? A te in che modo piacerebbe, oppure pensi di non essere adatto in tal senso? E, nel caso, perché? O altrimenti, trovi spazi in tal senso nel tuo insegnamento di composizione a fini didattici indirizzata alla formazione dei futuri insegnanti della scuola secondaria?

Ferrante:

Scrivere “à la maniere de …” è senza dubbio una buona palestra per conoscere più da vicino autori del passato. Scrivere secondo la ˮtemperie contemporaneaˮ, in fondo, è anchʼessa una palestra come la precedente. E, una volta entrati dentro le diverse logiche di scrittura, non è che ci sia tutta questa differenza. Sviluppare i muscoli, però, non è sufficiente… da qui a diventare campioni di sollevamento pesi la strada è lunga. Ma come ho detto prima la cultura non basta. Occorre la natura, cioè che ci si una innata predisposizione alla creatività, allʼinvenzione, che si sappia naturalmente e spontaneamente vedere, immaginando, ciò che altri non sanno o non riescono a vedere. Al contrario, chi è dotato per natura ma non affina tale dote attraverso, appunto, una opportuna palestra è destinato al silenzio o, peggio, allʼincomprensione. Tecnica e fantasia non possono prescindere lʼuna dallʼaltra: questo io insegno ai miei studenti e non importa la ˮdestinazione dʼusoˮ di un pezzo. Che sia il Blue Cello Concert (concerto per violoncello e orchestra che ho scritto per Luca Fiorentini) o che sia lʼAesopʼs Trilogy (fiaba musicale per pianoforte a 4 mani e voce recitante che ho scritto per Massimiliano Damerini), che il  primo si suoni nelle grandi sale da concerto e che la seconda si suoni negli auditorium delle scuole, beh, non cʼè alcuna differenza: entrambi i pezzi sono stati scritti secondo i medesimi principi compositivi e nutriti da identica carica espressiva.

Musumeci:

Quali relazioni sei riuscito a costruire o ancora vorresti riuscire a costruire tra questi due aspetti della tua quotidianità professionale: la composizione e la didattica compositiva?

Ferrante:

Ho fatto mia lʼidea di un grande compositore e didatta, John Paynter: ˮLa composizione per didattica non ha nulla da invidiare alla composizione coltaˮ. Tecniche logiche e processi sono gli stessi. In didattica devono però essere modellati secondo i diversi livelli di competenza degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, diversi anche allʼinterno della stessa fascia scolastica. Inoltre vanno visti i contesti e le priorità performative della classe e/o della scuola di destinazione e i brani devono avere sempre una valenza didattica più o meno evidente, cioè devono applicare determinate tecniche specifiche dello strumento e/o caratteristiche musicali generali (tempi, intonazione, espressione, etc) propri della musica dʼinsieme. Il tutto per organici di solito grandi e inconsueti in cui ogni studente deve avere un ruolo nel gruppo… non è facile.

Musumeci:

Se non ti dedicassi come tua passione, presumo,  preferita alla composizione pensi che faresti dell’altro con analoga passione che sia sempre di ambito musicale? E, se si, che cosa? E che ne faresti dell’abbondante attività compositiva fin’ora svolta? Speri che ti sopravviva 🙂 ? E cosa saresti disposto a fare perché questo accada? Altrimenti detto: un compositore che sente veramente e fino in fondo la propria musica può sopravvivere in un contesto sociale che non lo corrisponde adeguatamente, almeno da vivo? E tale frustrazione può essere oggi la causa principale di quella che Hegel altrimenti affermava come “la morte dell’arte” e che noi potremmo oggi meglio definire forse come la crisi del suo riconoscimento sociale in quanto arte colta e d’élite, e dunque una volta per tutte sostituibile dalle musiche di più facile e immediata comunicazione, proposte dai mass media e dalle loro primarie esigenze commerciali e, comunque, di massima diffusione? E, secondo te, al proposito che ruolo ha avuto e continua ad avere il minimalismo di americana provenienza nella cultura europea?

Ferrante:

Cosa farei altrimenti? Sai che non me lo sono mai chiesto? Ci penso un poʼ e ti faccio sapere…

Nemo propheta in patria… è proprio vero. Ho quotidiane esecuzioni in tutto il mondo, dalla Russia al Brasile, dalla Germania al Venezuela, in Texas, California, New York fino in Macedonia, Romania, Serbia… più rare in Italia, scarse in Sicilia, quasi nulle a Palermo. No, non la vivo come una frustrazione, penso che non ho alcuna responsabilità in questo, se non il non essermi legato mai a ˮcircuitiˮ di natura associativa o politica o religiosa. Ho fatto male? Non credo; né io, né i miei figli, siamo debitori ad alcuno, siamo davvero liberi… Penso, forse con un poʼ di presunzione, che la mia musica mi sopravviverà. Quando sarò morto la suoneranno anche a Palermo, vedrai…

Sul minimalismo ho accennato già qualcosa sopra… un musicista a proposito mi diceva: massimo rendimento con il minimo sforzo… in fondo è una metafora (ma anche unʼistantanea) della società contemporanea nella quale si vuole tutto subito senza fare grandi sforzi. Vero che Hegel ha già intonato  la trenodia dellʼarte e che un grande contemporaneo come Jean Clair ne ha iscritto lʼepitaffio sul sepolcro; ma io voglio essere ottimista. La grande e vera Arte non morirà mai, e anche quando questo mondo si scioglierà definitivamente nel torbido liquido baumaniano lʼultimo uomo rimasto intonerà di Mozart il Requiem.

Musumeci:

Spero di non averti troppo stancato. D’altra parte avresti potuto anche rispondermi … a monosillabi o non rispondermi affatto 🙂 . Ti ringrazio, con l’avvertenza che “se il gioco regge la candela” non è impossibile che io non mi faccia risentire, dopo le tue risposte, per delle altre domande.

Nel frattempo ti chiedo l’autorizzazione alla pubblicazione, di tutto quanto arriveremo qui a colloquiare e a sproloquiare, nel mio sito http://www.musicaemusicologia. org .

Grazie. Un caro abbraccio, che ti valga come mio ufficializzato attestato di stima.

Ferrante:

Certo che puoi pubblicarlo, mica stiamo qui a pettinar le bambole! Ricambio la stima e ti saluto affettuosamente…

Musumeci:

E a me piace adesso chiudere il nostro dialogo (definitivamente? provvisoriamente?) confessandoti pubblicamente che ho imparato oggi ad accettare proprio quella definizione di compositore classico contemporaneo che ti attribuivi e che proprio io ti avevo abbastanza criticato in quanto la percepivo a suo tempo come anacronistica: quella di “classico” è un’etichetta che mi sembrava riferibile più normalmente a modelli storici del passato e dunque a personaggi non più viventi …

La accetto, quanto meno in assenza di un’altra migliore definizione che la sostituisca.

Palermo/Catania, 26 agosto/1 settembre 2015

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3 risposte a Intervista ad Andrea Ferrante, compositore di musica classica contemporanea

  1. Alfredo Ettore ha detto:

    Proff. Musumeci e Ferrante,
    vi scrive una persona che ha finalmente trovato in Voi una guida per capire meglio la musica; per ora, mi riferisco alla classica. Difatti suonare il pianoforte al solo fine strumentale non mi interessa, cerco di avvertire le emozioni che essa può provocare in me.
    E’ un punto di partenza. Non sono compositore, non sono insegnante, non sono affatto giovane, non vado ai concerti perché devo io capire prima la musica nel suo significato.
    Qualcosa ne ricaverò nel seguire i vostri dialoghi.
    Grazie per la pubblicazione
    Petrone Alfredo

    • Andrea Ferrante ha detto:

      Caro Alfredo,
      vada pure ai concerti e compri dischi, se può. La musica è bella, comunque, ovunque…
      Se mi lascia un suo recapito con vero piacere le invierò alcuni miei dischi. Mi scriva a: andreaferrantecomposer@gmail.com
      Saluti.
      Andrea Ferrante

      • Alfredo Ettore ha detto:

        nel risponderle mi verrebbe il desiderio di chiamarla Professore,ma è un termine che indirizzato a Lei ,compositore in un significato altamente creativo e culturale del Suo sentire non configura la Sua autorevolezza ,La chiamo quindi Maestro ,termine usato in un signicato ,direi ,travolgente.L’intervista da Lei rilasciata mi farò da guida non solo nello studio,ma innanzitutto nella comprensione del sentire musicale che in alcuni periodi è in pausa,mentre in altri è attivo.aal suo indirizzo invierò il mio recapito.grazie petrone alfredo.

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