Una semiseria proposta all’attuale leadership USA e una domanda un po’ più seria al nostro Presidente della Repubblica

di Mario Musumeci

Provocazione per provocazione o divagazione per provocazione? Fate voi. Del resto davanti alla tragicità della guerra cosa c’è di peggio? 

Sul problema della comunicazione in guerra svolta assecondando logiche di guerra, e quindi di schieramento più o meno preconcetto, c’è ben poco da aggiungere. Tutti gli esperti concordano che si tratta semmai della continuazione della guerra tramite la schierata e vincolante propaganda di guerra: chi non si allinea da una parte e dall’altra perfino criticamente sta con il nemico e quindi va eliminato se non fisicamente quanto meno moralmente e magari professionalmente. Secondo il nostrano main-stream – tutto appiattito nella comunicazione più esposta sull’indirizzo politico degli ambienti neo-conservatori guerrafondai USA – l’indirizzo politico-culturale e dunque politico-economico-militare al momento prevalente sembrerebbe che o si è a favore di questa (secondo la loro propaganda di guerra) “evidente guerra di liberazione nazionale” o altrimenti si è, consapevolmente o meno, filo-putiniani e filo-russi.

Però questo vale nei contesti europei ed extra-europei dove evidentemente tale sudditanza si può imporre. Man mano che invece è la verità storica e cronachistica dei fatti a imporsi sui diversi versanti ci rendiamo però sempre più conto del fallimento planetario della politica interventista di pace statunitense: che tende a distruggere tutto ciò che tocca, predisponendo destabilizzazioni a catena e quindi approntando le basi fondative di successive precarie paci e conseguenti guerre. Così proprio come adesso accaduto durante la guerra civile ucraina in corso; provocando fino a letteralmente costringere l’intervento russo in una chiave perfino leggibile come difensiva. Sul piano certamente non etico ma geopolitico. Per poi ipocritamente, USA e NATO, condannarlo e immediatamente coglierne i frutti sia etici che geopolitici a proprio vantaggio. E certamente facendo al contempo enormi favori alle proprie industrie delle armi e delle economie nazionali connesse alla guerra e alle produzioni più o meno ad essa relazionabili. Con ulteriori embarghi di merci russe, magari per favorire le proprie: secondo la nuova logica del “libero mercato” sorretta dall’imposizione delle logiche divisive della guerra stessa. Un modo come un altro per far fuori la concorrenza.

Dopo quella estremista (quanto meno) verbale di Donald Trump erano in molti che speravano con l’avvento di un più moderato Joe Biden una politica più misurata nei toni e nelle azioni. Ma costui invece di ripulire il malessere civile e sociale del proprio paese lo sta già incrementando a dismisura e proprio a gravissimo e crescente danno delle relazioni internazionali. Scaricando su queste le tante irrisolvibili tensioni interne del proprio paese. Del resto la natura di tanti nazionalismi estremizzati è proprio questa: trovare un nemico esterno per attribuirgli le colpe della propria incapacità di gestire gli affari interni. Ma anche mostrando, in un singolare parallelismo alla cosiddetta democratura post-sovietica – ossia la democrazia guidata da una autoritaria nomenclatura -, ancor più il vero volto di un regime politico statunitense sempre asservito al potere irrefrenabile delle lobby industriali delle armi e della produzione energetica, nonché della finanza probabilmente più corrotta e criminale del mondo; ossia la “nomenclatura capitalistico-finanziaria occidentale”. Ma pure evidenziando – e questa è già la sua dannazione – come la sua esposizione internazionale sia fortemente condizionata dagli umori elettoralistici e caratteriali di governanti del tutto privi di cultura generale e specifica nonchè di politica lungimiranza. Statisti di breve comparsa nella Storia, ma – ahimè  – troppo spesso di tragica comparsa.

E allora, per sanare le contraddizioni logiche che i nostrani media “slinguazzoni” ribaltano ponendole a carico di coloro che si battono per logiche di pacifica mediazione, non sarebbe il caso di proporre che gli USA, così soddisfacendo il loro reputato primato di potenza mondiale, facciano entrare la Russia nella Nato? Attribuendo al contempo a strateghi come Vladimir Putin la gestione politico-militare e di intelligence di Pentagono e Cia? Dato che quello almeno è uno che le guerre – soprattutto quelle interne – riesce magari in un modo o nell’altro a vincerle, come fin’ora accaduto: Georgia, Cecenia, Kazakistan, Abkhazia, Tagikistan, Cecenia, Dagestan, Inguscezia … Mentre adesso si dà invece per scontato che prima o poi lui o la Russia, con lui o senza di lui, non possono che perdere: chi è che ha vinto la seconda guerra mondiale per il suo massimo apporto di vite umane sacrificate e di apparati bellici, se non quel “mostro internazionale” di Stalin? Ma quanto meno, dato che gli USA guerrafondai sostengono che la guerra la vincono sempre e comunque contro i guerrafondai russi, la semiseria proposta agli USA stessi sarebbe: perché non divenire fin d’ora anche in lunga prospettiva i dichiarati promotori degli USM ossia degli Stati Uniti del Mondo? Di conseguenza potrebbero evitare il loro inutile rito delle – finte e truccate – elezioni presidenziali, delegando in una visione universalistica il ruolo di presidente ad honorem, puramente rappresentativo, al Papa. Che di volta in volta potrebbe servirsi per le sue celebrazioni come concelebrante del riappacificato Patriarca di Mosca o di altre personalità religiose disponibili …

Così, dato che Papa Francesco si esprime incessantemente per la pace universale, non sarebbe tanto di guadagnato per tutti e soprattutto per quei militari USA costretti da tali politiche a versare inutilmente il proprio sangue? A non dire delle popolazioni civili, vittime sacrificali precostituite – ma di queste anche ai più civilizzati USA interessa ben poco come la storia dimostra ampiamente. [Vedi, ma solo come il caso più eclatante, i bombardamenti atomico-nucleari delle popolazioni civili di Hiroshima e Nagasaki: a quando una “Norimberga”, quanto meno storica e simbolica dopo oltre tre quarti di secolo, per i lì coinvolti criminali di guerra USA?!] E anche dato che a quel punto gli Stati Uniti d’America, magari allargati all’America meridionale più o meno sottomessa, con gli Stati Uniti d’Europa potrebbero finalmente unificarsi! Magari grazie alla mediazione dell’Inghilterra … Certo rimarrebbero l’incognita Cina e Asia intera, mentre l’Africa sembra qui e là già predisposta ad un’integrazione indiretta per il suo alto tasso di emigrazione. Ma chissà che col virtuoso esempio … ? E in ogni caso non potrebbe supplire il genio politico-militare dell’implementato Putin posto quanto meno a capo della Nato asiatica?

Immaginiamo già come i guerrafondai ribatteranno a queste proposte: “ma è proprio il caso di sparare cazzate?”. Fin troppo facile rispondere loro: “meglio che le cazzate spari, che proiettili, missili e testate nucleari!”. Però dietro l’ironia delle cazzate talvolta si può anche celare una verità nascosta … E certamente nella casistica sopraesposta una verità per chi vuole e sa coglierla. E infatti c’è dell’altro se invece vogliamo restare “più seri”. Soprattutto dopo le evidenze e i tanti accertamenti sui fatti che hanno provocato la guerra prima dell’invasione russa dell’Ucraina, con azioni direttamente preparatorie della stessa e soprattutto fomentando in quel paese la guerra civile in funzione anti-russa.

La COSTITUZIONE ITALIANA all’articolo 11 recita e impone alle più alte cariche dello Stato: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Pertanto cosa compie chi ci governa e ci rappresenta quando inneggia e ci vincola col suo conseguente attivismo istituzionale a partecipare alle guerre altrui? E così sottomettendoci alla politica internazionale di chi quelle guerre le provoca? Non si compiono forse in tal modo reati di attentato alla Costituzione e di alto tradimento della Patria? L’art. 90 recita: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune.

Quindi se il Parlamento tace o comunque si accoda la Costituzione può impunemente essere violata nella nostra democrazia e proprio dai suoi più alti rappresentanti!? Ma in che razza di paese e di democrazia viviamo allora se tutto questo può accadere impunemente? E pure manipolando i valori fondativi della Costituzione stessa a partire dalla Resistenza al Fascismo: nel confondere la guerra civile dei partigiani con la guerra, prima civile e poi di offesa anti-russa, condotta sui vari fronti anche da bande militari organizzate dagli oligarchi ucraini e ben sorrette dai loro interessati supporter internazionali, USA in primis. Bande militari perfino ispirate dai fondamenti razzisti e violenti del neo-nazismo e semmai forse appena paragonabili ai Repubblichini di Salò contro cui si battevano proprio i nostri partigiani! Proprio un gran bel modo divisivo di festeggiare nel 25 aprile l’Anniversario della liberazione! Complimenti Presidente, perchè – come avrà capito – la nostra domanda era retorica! Così come resta retorica puramente (ma gravemente per il Suo ruolo) la Sua sortita a favore della guerra di liberazione ucraina dai russi; che lei considera del tutto analoga a quella nostrana festeggiata il 25 aprile.

Un mondo capovolto, ma che i media, perfettamente allineati dalle evidenti parole d’ordine della propaganda di guerra, descrivono come governato da una unica verità su cui allinearsi. Più o meno esattamente come accadeva nel tanto deprecato regime guerrafondaio fascista! Poter criticare questo e dunque tutto ciò che contrasta con i valori fondativi della Patria italiana significa dunque fare propaganda al nemico dichiarato della Patria, ossia la Russia? Dunque sarebbe propaganda russa perfino quanto pubblicamente affermato da alti rappresentanti della politica militare nostrana e pure statunitense. Sic! Proprio del paese stesso che, nei suoi attuali posizionamenti governativi, quella guerra l’ha provocata, la sostiene apertamente e probabilmente la vuole allargare al più ampio raggio europeo! Piuttosto – e va detto chiaramente – se sussiste già questa conflittuale dialettica nell’establishment USA perché i nostri governanti preferiscono proprio la prospettiva guerrafondaia USA e non quella ad essa contrapposta di mediazione geopolitica, proprio in quanto apertamente contraria ai principi che ci governano e che loro per primi dovrebbero rispettare e tutelare? Ecco a chiudere un probatorio esempio, tra i tanti, che potrebbe costituire già un paradigma sperabilmente anticipatore di un futuro cambiamento di rotta della politica estera USA.

Così se i guerrafondai USA risultassero sconfitti dai fatti e dalla loro stessa politica interna i nostri guerrafondai loro asserviti e postisi militarmente al seguito diventerebbero o no traditori conclamati della Patria? Oppure la Costituzione italiana è soltanto una finzione giuridica, utile solo quando la politica corrente ne fa uso o piuttosto disuso per i propri interessi di parte? Ma ecco la domanda più drammatica, posta in una logica di guerra che non è certo la nostra: “dobbiamo sperare che sia la Russia a vincere perché si dimostri l’errore geopolitico ed etico di non cercare preventivamente alle guerre delle importanti mediazioni internazionali per la salvaguardia della sicurezza di tutti gli stati e non solo del proprio?” In quel caso i guerrafondai perdenti sosterranno certamente la loro rivincita e – come sempre accade quanto meno nelle lunghe distanze storiche – che la vittoria successiva sarà comunque la loro e che chi non è stato con loro era in combutta col nemico. Il che dimostra che, nella logica di guerra e qualunque sia l’evoluzione della guerra del momento, “i guerrafondai hanno sempre ragione” – ahimè! Finché la Storia non ne decreta la distruzione.

Provare per credere?

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La posizione dell’intellighenzia politico-militare USA appare dunque più fluida di quanto non risulti nel nostrano main-stream, fin troppo schierato ab initio nel costantemente proporre – per giustificare l’invio delle armi e una partecipazione al conflitto non certo nei limiti di quanto previsto dalla nostra Costituzione – la verità assoluta di una propaganda di guerra dell’una parte contro la falsità assoluta della propaganda di guerra dell’altra. In un gioco manicheo che altro non è che adesione alla guerra stessa e che certamente non esprime niente di positivo per la ricerca di una possibile mediazione delle nazioni in gioco: le potenze atomico-nucleari innanzitutto e appresso quelle aggregate dei paesi più o meno satelliti della NATO o della Federazione russa. Ne propongo, tra i tanti, uno intelligentemente critico, seppure non necessariamente condivisibile nelle principali conclusioni che lascia trasparire in conclusione.

Sul ruolo USA nella guerra in Ucraina

di Ugo Tramballi

Se sia tutta colpa degli Stati Uniti e Vladimir Putin sia una vittima della Nato, o, invece, se il Presidente russo sia in preda a incontrollabili ambizioni imperiali da XIX secolo – dibattito che in Italia ha assunto la forma di un derby calcistico – è un confronto che esiste da anni, da molto prima della guerra. L’aggressione russa e le distruzioni in Ucraina lo hanno solo accelerato: il comportamento Usa è stato una provocazione, forse una trappola, oppure Putin ha sbagliato tutto da solo? Nel tentativo di dare un contributo alla conversazione metto a confronto due testi opposti, entrambi interessanti, di due esperti americani molto autorevoli: John Mearsheimer, scienziato politico all’Università di Chicago, e Robert Kagan, storico della diplomazia ed esperto alla Brookings Institution di Washington.

Mearsheimer è sempre stato molto critico riguardo alla Nato; Kagan può invece essere considerato un atlantista. I due testi, che prendo in esame insieme perché credo siano di grande importanza per comprendere il ruolo dell’America, non sono uno la risposta all’altro: quello di Mearsheimer è apparso su The Economist il 19 marzo; il testo di Kagan uscirà invece sul numero di maggio di Foreign Affairs. “L’Occidente, e specialmente l’America, è principalmente responsabile della crisi incominciata nel febbraio 2014”, afferma il professore di Chicago, riferendosi alla rivoluzione di Maidan, a Kyiv, “sostenuta dall’America”. Crisi “diventata ora una guerra che non solo minaccia di distruggere l’Ucraina, ma ha il potenziale di degenerare in una guerra nucleare fra Russia e Nato”. Allora la strategia Usa era di “portare l’Ucraina più vicina alla Ue e farne una democrazia pro-americana”, ignorando le linee rosse di Mosca.

Anche se è dal 2008, vertice di Bucarest, che l’Occidente non parla di ammissione nell’Alleanza Atlantica, Mearsheimer sostiene che l’“Ucraina stava diventando di fatto un membro della Nato”. E, quando l’amministrazione Trump vendette “armi difensive” a Kyiv a fine 2017, quella decisione “sembrò certamente offensiva per Mosca e i suoi alleati nel Donbas”. Dopo avere inutilmente richiesto una garanzia scritta che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato, “Putin ha lanciato un’invasione per eliminare la minaccia che vedeva”. Perché “la questione non è cosa dicono i leader occidentali sui propositi o le intenzioni della Nato: è come Mosca vede le azioni della Nato”. La conclusione di Mearsheimer è che “la politica occidentale stia esacerbando” i rischi di un conflitto allargato. Per i russi, l’Ucraina non è tanto importante perché ostacola le loro ambizioni imperiali, ma perché un suo distacco dalla sfera d’influenza di Mosca è “una minaccia diretta al futuro della Russia”.

Neanche Robert Kagan nega le responsabilità americane: “Per quanto sia osceno incolpare gli Stati Uniti per il disumano attacco di Putin, insistere che l’invasione non fosse del tutto provocata, è ingannevole”. La ragione è che gli eventi di oggi “stanno accadendo in un contesto storico e geopolitico nel quale gli Usa hanno giocato e continuano a giocare il ruolo principale”. Come l’attacco giapponese a Pearl Harbour del 1941 e l’11 Settembre: non ci sarebbero stati se l’America non fosse stata la potenza dominante allora in Asia e poi in Medio Oriente. Dopo la fine della Guerra Fredda, sostiene Kagan, Washington non aspirava ad essere potenza dominante nell’Europa ex sovietica. George H.W. Bush aveva denunciato come “nazionalismi suicidi” lo smembramento dell’Urss; successivamente Bill Clinton creò una “Partnership for Peace” come alternativa all’allargamento della Nato. Tuttavia “gli europei dell’Est cercavano di fuggire da decenni – secoli, in qualche caso – d’imperialismo russo e sovietico, e di avvicinarsi a Washington in un momento di debolezza russa”. Negli anni ’90 credevamo che anche la Russia e la Cina stessero marciando verso la democrazia e che la Nato non avesse più ragion d’essere. Ma i paesi dell’Est “vedevano la fine della Guerra Fredda semplicemente come l’ultima fase della loro lotta centenaria. Per loro la Nato non era obsoleta”.

Il punto centrale della tesi di Kagan riguarda però le strutture del potere internazionale e il loro futuro. Molti, sostiene, “tendono a equiparare egemonia e imperialismo”. In realtà imperialismo è una nazione che ne forza altre a entrare nella sua sfera, mentre “egemonia è più una condizione che un proposito”. Il problema di Putin e di coloro che sostengono l’esistenza di sfere d’influenza russa e cinese è che “tali sfere non sono ereditate, né sono create dalla geografia, dalla storia o dalla “tradizione”. Sono acquisite dal potere economico, politico e militare” che gli Stati Uniti possiedono più della Cina e che la Russia non ha. Anche se avessero sbarrato le porte della Nato, “i polacchi e gli altri avrebbero continuato a bussare”. Perché, diversamente dall’offerta americana, la Russia è debole “in tutte le forme rilevanti del potere, compreso il potere di attrazione”. In conclusione, la sfida che la Russia sta ponendo a sé stessa e al mondo “non è inusuale né irrazionale. L’ascesa e la caduta delle nazioni sono l’ordito e la trama delle relazioni internazionali”.

Personalmente, non mi sento completamente d’accordo con il professor Mearsheimer: ignora il libero arbitrio degli stati minori che invece vede come pedine del confronto fra grandi potenze. Come, per esempio, avallare in nome della pace nel mondo la pretesa russa di ottenere dall’America la garanzia che un terzo paese, l’Ucraina, non entrerà mai nella Nato. Decidere in questo modo del futuro degli altri è una logica da XIX secolo. Detto questo, non mi passa per l’anticamera del cervello che un’autorità come il professor Mearsheimer sia al soldo di Putin. Il clima sui cosiddetti “social” invece è molto diverso. Infine, vale la pena sottolineare che un confronto d’idee come questo nella Mosca di Vladimir Putin non sarebbe consentito. Qualcuno finirebbe in galera. Non è una differenza di poco conto.

(https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/sul-ruolo-usa-nella-guerra-ucraina-34554)

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A complemento documentario e probatorio del post:

Sull’argomento più generale della guerra:

Sull’argomento specifico della guerra in Ucraina:

(24 aprile – 1 maggio 2022)

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