Una Ave Maria drammatica, anzi in Requiem

by Mario Musumeci

Gaetano, ragusano (di Pozzallo), era un mio allievo flautista di prima annualità di triennio (Armonia analitica) nell’A.A. 2019/2020. Allievo sempre attento e particolarmente partecipativo durante le lezioni, si disponeva al mio specifico insegnamento secondo una sua particolare vocazione auto-didattica creativo-compositiva. Lui è anche un cuoco diplomato e, anche per sostenere i suoi studi musicali, lavora a contratto d’estate presso importanti località turistiche del nord. Insomma, almeno in parte, uno studente-lavoratore già impegnato di suo nel dover comunque produrre reddito.

Gran bravo ragazzo e umanamente stimato dai suoi colleghi di studio per i motivi più diversi non riusciva ad inserirsi nei corsi principali di Composizione e mi sottoponeva costantemente le sue “creazioni”. Data l’evidenza qui e là di influssi storicizzati (barocchi e bachiano in particolare, classico-romantici …) pensai di mettere a frutto queste competenze nel senso graduale ma ben unificato tanto di una competenza teorico-analitica che compositiva di base. Non era facile perché aveva tanto e forse troppo da recuperare e questo suo impegno si disponeva pur sempre in contesti laboratoriali, dove il rischio concreto si poneva nel rallentare il lavoro comune indirizzandolo anticipatamente verso le problematiche di corsi più avanzati.

Per di più lui era, come di buona norma, un musicista istintivo ma pochissimo intellettuale e quindi il percorso di accelerazione degli apprendimenti compositivamente mirati che apprestavo per lui si mostrava quasi fallimentare. Pure restando, per certe sue pregresse capacità, tra i migliori se non il migliore del corso. Qualità che però dovevo troppo insegnargli a dirozzare, a comprendere bene e a trarne consapevolezze più che adeguate. Per i suoi molteplici impegni rischiava di perdersi e dovevo alternare con lui durezza a disponibilità affettiva e professionale – che lui per di più faticava a ben comprendere: il primo anno dei miei studenti migliori di norma comporta il “trauma” di doversi confrontare con inedite aperture riflessive ed interdisciplinari e assieme di adattarsi al tipo di autorevolezza del loro nuovo docente, anch’essa sui generis rispetto quanto sperimentato in precedenza.

Nel frattempo lui mi sottoponeva, tra le varie cosette, la bozza di una sua Ave Maria per canto e pianoforte: alcune idee interessanti qui e là, soprattutto nell’introduzione iniziale dove apprezzai molto il suo voler mettere a frutto la tecnica di scrittura armonica a tonalità allargata da me appena spiegatagli in lezione. Ma lui non conosceva granché della scrittura vocale né tanto meno di quella pianistica e l’insieme risultava fin troppo inconcludente, stracolmo di errori tecnici e incongruenze espressive – come qualsiasi coscienzioso docente di composizione avrebbe valutato a prima vista. Insomma una rogna didattica da doversi sobbarcare, data l’esigenza propedeutica di recuperare innanzitutto tanto e comunque ben prima di spingersi in quell’arduo impegno creativo e fors’anche nello stesso impegno di fargli (non io) da specifico docente di composizione … Insomma si dimostrò da subito un impegno superiore alle sue forze, pena una banalizzazione che già intravvedevo da certe sue osservazioni critiche.

Ma Gaetano aveva di fronte una personalità di straordinaria empatia, che da tempo aveva acquisito il dono di vedere “oltre”… Peraltro, come seppi appresso, aveva fatto un … fioretto (cosa che mi commosse quando me lo disse) e dunque sentiva anche come un dovere la composizione di “quella” Ave Maria. Decisi allora che questo sarebbe stato il suo corso monografico, culminante in una (seppure non dovuta per il programma) tesi disciplinare di I anno e glielo proposi, ma ad una precisa condizione: “tu dovrai essere “mio”, nel senso che dovrai pienamente fidarti in ogni momento di quello che io ti porterò ad acquisire nelle graduali tappe del compimento di questo lavoro!” Il metodo era semplice: “io ti spiego il senso costruttivo di un passaggio e in parte te lo riformulo in correttezza tecnica ma soprattutto in qualità estetica, tu poi lo completerai in coerenza“.

Quando Gaetano non riusciva oppure riusciva male (cosa, ahimè, abbastanza frequente) completavo io. Ma spiegandogliene il senso in modo da ricavarne una analitica relazione scritta e comunque di farne prima o poi proprio il migliore risultato, almeno per quanto possibile. E così fino alla compiuta redazione del pezzo che fruttò all’allievo, assieme a tutto il resto del non facile programma del corso, il trenta e lode e i complimenti della commissione. Nonché l’accresciuta stima dei suoi colleghi e soprattutto un bagaglio di esperienza utile per la miglior continuazione dei suoi studi, dato il mio oramai prossimo pensionamento.

Chi l’ha composta dunque quell’Ave Maria: il Maestro o l’Allievo? Se si confrontasse la bozza originaria di Gaetano con lo spartito definitivo chiunque propenderebbe per l’insegnante. Ma le fasi del lavoro a pannelli, prima, e in assemblaggio, appresso, non avrebbe avuto quel risultato senza una partecipazione comunque attiva e per me coinvolgente dell’allievo. L’idea originaria era sua e senza quell’idea il pezzo non sarebbe neppure esistito. Cosa importava poi una rigorosa precisazione del genere? Nella bottega artistica per secoli, dal Medioevo al Barocco almeno, le opere dell’artista portavano la sua firma, pure se molto supportate dai suoi apprendisti, talvolta anch’essi artisti già formati e perfino di gran qualità. Il pezzo io però l’ho voluto innanzitutto intendere come appartenente a Gaetano e a lui ho voluto riferire almeno in tal senso ogni successivo eventuale diritto di esecuzione. Se mai dovesse un giorno iscriverlo alla Siae facendo il compositore professionista, avendone acquisito doti e mestiere. A me toccava però supportarne il valore con la mia posizione professionale e con la mia già ben acquisita autorevolezza produttiva. Oltre che con la mia ininterrotta empatica affettività nella relazione didattica. Per questo ne ho curato la pubblicazione e a nome di entrambi:

Ave Maria in Requiem (2020-2021)

Ma pure ne ho promosso una performance di qualità: che soprattutto si traducesse attraverso la sua maturazione in una personalizzata interpretazione e non nella solita abborracciata esecuzione, com’è d’uso per le opere di prima esecuzione senza alcun supporto economico e senza incentivi – che non siano quelli ideali (e per questo più pregiati) della buona deontologia artistico-professionale. Ora questo responsabile compito è toccato a due dei miei più bravi allievi messinesi dei corsi conservatoriali più avanzati. Innanzitutto la soprano Livia Micale, terza annualità compiuta del mio triennio con il suo terzo trenta e lode (Analisi del repertorio musicale – cantanti) – riferito soprattutto ad una sezione rielaborativa ed aggiornata di un’Aria di Stradella, un’aria fin troppo nota e banalizzata nelle sue ricorrenti stereotipe esecuzioni e che nella revisione di Livia meriterebbe, per certa sua riscrittura melo-armonica e formale, anch’essa la pubblicazione oltre che apposite esecuzioni e interpretazioni. Con lei il pianista Emanuele Cannone – seconda annualità compiuta del mio biennio di laurea specialistica (Metodologia dell’analisi e fenomenologia dell’interpretazione II) – che da solo prima e in collaborazione a tre con lo scrivente poi (anzi quattro, alla presenza dell’estasiato Gaetano) ha elaborato anche una sua autonoma e coerente visione interpretativa. Il che non può che comportare ulteriore legittimo orgoglio per il suo docente di discipline teorico-analitico-compositive. Livia ha messo in gioco non solo la sua bella e potente voce di soprano drammatico, ma l’ha resa duttile via via al perseguimento di una ulteriore maturazione interpretativa. Da degna allieva della sua brava didatta di canto: la soprano Alessandra Mantovani – a sua volta proveniente dalla Scuola della Iris Adami Corradetti, la più grande didatta italiana di canto del dopoguerra dopo essere stata la primaria preferita dal grande Toscanini nel repertorio pucciniano: significative continuità di Scuola che fanno ben sperare per il futuro dell’allieva adesso più recente.

Un soprano drammatico per una drammatica Ave Maria. Il crescente carattere drammatico di questa Ave Maria infatti ne costituisce la sua stessa più marcata originalità. E non è un caso che, composta nel suddescritto tandem in DAD (didattica a distanza per il primo lock-down), essa sia stata dedicata alle vittime della pandemia e meglio specificata come Ave Maria in Requiem. L’invocazione alla Madonna non è quella edulcorata e posta in secondo piano della patriarcale vulgata cattolica, bensì riferita alla figura paradigmatica della Madre Generatrice in gioia e appresso sofferente per l’ingiusta morte del Figlio. Dove si intravede più che altrove la dimensione cosmica della necessitata parabola storica del Cristianesimo: il Sacrificio dell’Uomo portatore di pace, superiore alle miserie e meschinità dell’antropologica sua condizione; che in tal modo definisce in Puro Spirito una condizione superiore di Umanità.

La preghiera quindi non può essere indulgente, bensì in crescente acme drammatica proprio nel “Sancta Maria” in quanto sospinta fin davanti alla “… ora della nostra morte. Amen.“! E così i precedenti acumina su “Dominus” e “Jesus” sono in continuità e gradualità drammatizzante: crescente dal timore reverenziale alla implicata immagine di morte sottesa al Cristo, l’Agnello Sacrificale. E qui la maternità disvela nel registro espressivo accanto alla gioia della nascita anche la consapevolezza del dolore della prematura morte del figlio. Paradigmi simbolici universali seppure eminentemente cristiani, ma che anticipano e prosieguono quella che è la migliore e ancor più universalizzabile dimensione cosmica della spiritualità umana. Forse addirittura di una Spiritualità che possa fare a meno della religiosità, se e quando coinvolta nelle più deteriori e materialistiche finalità del puro dominio delle coscienze individuali. Così già nel “… benedictum fructum ventris tui …” la duplicità conflittuale tra gioia (accettante) e dolore (rifiutante) costituisce il trampolino di lancio verso la sezione drammatica del “Sancta Maria …“. E il climax su “Jesus” è già colmo del destino duplice del Cristo, destino di morte e di santificazione. Una Grande Madre innanzitutto per il suo autonomizzato e umanamente primigenio ruolo di Genitrice: Maria, appresso coinvolta nella gioia e nel dolore della sua costretta condizione umana. E che già solo per questo la santifica, prima ancora della teologica Assunzione in cielo. 

L’impeccabile interpretazione del Duo Micale-Cannone è preziosa proprio perché afferma abbastanza bene questa particolarissima visione rappresentativa del testo sacro musicato:

(5 gennaio 2022)

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