Tecnocrazia e intelligenza, ossia “quant’è bello misurare le dotazioni cognitive altrui!”

by Mario Musumeci

Uno dei modi più ricorrenti negli ambiti socio-culturali della tecnocrazia, e soprattutto nei paesi di lingua anglosassone a netta prevalenza di mentalità pragmatica e dunque tecnologica, è servirsi degli studi delle scienze cognitive per precisare aspetti quantitativi utili alla lettura in chiave politica di fenomeni socio-culturali. Così, ad esempio, per dimostrare il basso tasso di doti cognitive per quei cittadini che si dichiarano contrari all’imposizione del vaccino pandemico. E questo senza alcun riguardo per la svariata natura delle posizioni critiche in merito e in tanti casi perfino supportate dal prestigio di autorevoli scienziati!

Premetto che chi sta argomentando lo afferma da “portatore sano” di super-greenpass (tre vaccinazioni), ma non è per nulla disposto a ideologizzare ed assolutizzare la questione vax/no-vax e proprio avendone vissuto in prima persona le contraddizioni a proposito del controverso vaccino Astrazeneca: un caro amico deceduto ancor giovane per evidente colpa di questa incontrollata inoculazione, da lui attuata come un obbligo da servitore dello Stato nella Polizia; ma non riconosciutagli dall’amministrazione statale come rischio professionale e dunque senza alcun supporto pensionistico per vedova e figlio! E questa è la grande vergogna del potere politico più ottuso; ma, ahimè, non misurabile nella sua propria ed evidente stupidità… cognitiva. In funzione di questa esperienza, nonché di situazioni di salute non appropriate eppure non riconosciute dai protocolli sanitari, chi scrive ha appresso evitato accuratamente l’Astrazeneca…

Nella realtà non camuffata dal potere mediatico, gestito dalle oligarchie economico-finanziarie (nel caso di sopra non è escluso lo zampino delle potenti lobby farmaceutiche), c’è una ben altra lettura della questione dell’intelligenza umana quantificata, utile a dimostrare la sua inappropriata scientificità: connessa a rilevazioni statistiche, tanto apprezzate negli USA e paesi connessi – luoghi, guarda caso, dominati da ristrette oligarchie economiche e di censo, stabilizzate in classi sociali a bassissimo tasso di cooptazione esterna.

Ogni principale teoria generale in ambito psicologico sviluppata proprio negli USA, in un secolo di speculazioni sulla quantificazione – e solo subordinatamente sulla qualificazione – dell’intelligenza umana, ha sempre prima o poi dimostrato la sua strumentalità rispetto scopi ideologici e d’importanza socio-politica.

Bisognava dimostrare che la razza nera era intellettivamente inferiore alla bianca? Ecco una gran massa di rilievi statistici di dimostrativo (pseudo-) rilievo scientifico, ovviamente prodotti da bianchi.

Bisognava misurare oggettivamente l’intelligenza individuale di ciascun cittadino a fini controllabili da superiori istituzioni politiche, militari, mediche…? Ecco dei test appositi, dotati di “sicura” validità (pseudo-) scientifica; ovviamente predisposti da chi poi deve applicarli su altri e non certo su sé stesso per ovvii motivi.

Bisogna specificare qualità e dunque appresso quantità delle doti cognitive relative alle differenti variamente teorizzate specifiche intelligenze: linguistico-verbale, logico-formale (implicante la logico-matematica), corporeo-cinestetica, artistico-musicale, visivo-spaziale, inter-personale o relazionale, introspettiva, naturalistica …? Ebbene ciascuna di queste specifiche intelligenze veniva spiegata dalle caratteristiche più generali, a non dire generiche, di chi “meglio” le esplica! Una tanto evidente quanto inconcludente tautologia! E siccome la difettosità della psicologia generale in questione, ossia una psicologia tuttologa, era già una scoperta tanto tarda quanto dimostrativa dell’infondatezza di tali questioni quantificative il focus veniva adesso spostato sui campi d’azione specifici.

Innanzitutto la tuttologia intellettiva è per intrinseca definizione un posizionamento cognitivo estremamente vario e sempre molto relativamente misurabile. Proprio come la cosiddetta “intelligenza generale”, che anzi essa stessa disambigua: chi misura cosa, in termini di specifica intelligenza cognitiva e di sue specifiche strutturazioni, se neppure ne conosce adeguatamente i prodotti? E difatti i dati statistici assunti pedestremente ed abusivamente come scientifici in realtà erano sempre auto-referenziali e riferiti per lo più alle star di eccellenza mediatica – guarda caso – esaltate dal sistema stesso!

Brevemente solo un esempio relativo alle competenze cognitive di chi scrive. Sussistono ovvie differenziazioni tra:
1. un musicista performer, ossia dal più puro esecutore al più raffinato interprete peraltro con differenziazioni non da poco secondo la specialità strumentale,
2. un cantante lirico,
3. un cantautore pop,
4. un compositore di musica assoluta
5. piuttosto che lirica,
6. uno storico della musica
7. piuttosto che un colto critico musicale,
8. un docente di discipline musicali strutturato nei più vari livelli formativi,
9. un organizzatore di eventi musicali
10. piuttosto che un discografico,
11. o ancora un sound engineer,
12. e perfino un coreografo
13. piuttosto che un ballerino…

Ma anche: 14. un ascoltatore coinvolto e partecipe 15. e magari anche ben dotato di cultura musicale, etc. etc. Preventivato un quid accomunante specificamente “musicale” e da doversi ben chiarire ai livelli più complessi – ossia epistemologici, teorico-generali, tecnico-esplicativi, musicologico-sistematici … – dovrebbe o no risultare evidente come a quel quid già si associno di necessità fattori cognitivi combinatori della più varia provenienza e più o meno tra loro integrabili se non anche prevalenti? Insomma (componenti caratteristiche di) intelligenze altre e più o meno tendenzialmente esclusivizzanti, ma non certo uniche, in associazione al detto prevalente quid.

Fattori performativi e dunque a prevalenza corporeo-cinestetica (1., 2., 3., 12., 13.), fattori linguistico-verbali più o meno sofisticati (2., 3., 5., 6., 7., 8.), fattori logico-formali (4., 5., 11.), fattori visivo-spaziali (5., 11.), fattori relazionali (7., 8., 9., 10.). Insomma fattori fortemente caratterizzanti delle più differenti intersezioni cognitive e non propriamente musicali, ma fortemente integrati con le basi della stessa musicalità (o intelligenza musicale) … Dunque una questione estremamente specialistica e di altissimo rilievo epistemologico, che attende conoscenze ad oggi inesperite già solo nel suddetto campo d’azione musicale. In definitiva una fin troppo enorme questione, tutt’altro che da affrontare a cuor leggero da dilettanti tuttologi di psicologia cognitiva generale …

A dirla breve, coloro che detengono il “potere della competenza” rientrano prima o poi, quando non si pongono ab origine, in un sistema atto a discriminare.
Una prova tanto banale quanto concreta?
La qualità intellettiva scadente del politico medio italiano: magari capace di convincere e sottomettere con la sua furbizia demagogica masse di cittadini; coinvolte per i motivi pratici più diversi ma in quanto variamente connessi ad interessi personali o, al meglio, di rilievo sociale più o meno generalizzabile… La furbizia è dote mediocre di adattamento alla realtà sociale e se risulta vincente è perché la platea di cittadini che sostiene quel politicante si rende compartecipe di quella mediocrità.

Così in analogia estremamente potenziata si consideri la qualità di uomo affettivamente disfunzionale, ma estremamente attento (competente?!) alla gestione documentata dei propri interessi personali e familiari, del presidente USA Joe Biden – per di più definito confidenzialmente e chissà perché “pedo-Joe” (sic!); ed è tutto un programma di sconvolgente analisi psico-patologica scoprirne proprio il perché … Ora non dovrebbe destare enorme preoccupazione che i destini dell’umanità siano gestiti da personaggi così ributtanti?! Probabilmente posizionati lì da poteri ben più forti proprio per il potenziale ricattatorio che comunque questi manterrebbero nei loro confronti.

Sarebbero questi “alti” modelli di istituzionale vertice a dovere e poter stabilire chi sono i detentori scientifici della “competenzialità”, ossia dell’eccellenza nell’attribuzione di ogni specifica competenza: a chi, individui od organismi tecnici, deve poi deciderne le sorti in campo sociale? Ponendosi al di sopra anche di colleghi altrettanto se non più qualificati per curriculum e posizione professionale? Prova ulteriore sia di tale assurdità che in ogni comunità scientifica esistono da sempre le Scuole. E che tra diverse Scuole, specialmente al momento dell’attribuzione di poteri gestionali e magari economici, si arrivano ad affermare perfino con violenza visioni e posizioni addirittura opposte sullo stesso problema. Figurarsi per i singoli più o meno carismatici studiosi!

La questione è molto, troppo più complessa da doversi affrontare con risposte pre-confezionate. Ma l’unica evidente e incontrovertibile verità alla prova dei fatti è la meravigliosa specificità di ciascuna individuale intelligenza umana. Quando messa alla prova secondo i fondamenti regolativi di propria pertinenza, meglio se assecondando le modalità ad essa più congeniali.

La quantificazione dell’intelligenza specifica sviluppata su basi statistiche, proprio per sua intrinseca definizione, scarta la sua estrema e più risaltante specificità: la genialità e con essa il pensiero divergente ed anti-conformistico di più alto livello produttivo; seppure prima o poi dimostrato, perfino molte generazioni appreso alla morte del suo detentore.
Tutto il resto si dimostra più o meno bieca gestione di potere.

(18 settembre 2022)

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