Spiritualità e religiosità, un binomio imperfetto. Ossia: l’Ars moriendi come sublimazione dell’Ars vivendi

Il Cristianesimo è innanzitutto una realtà multi-epocale, un’era in cui e con cui dobbiamo confrontare e confrontarci perché in essa abbiamo vissuto e continuiamo a vivere in una maniera o nell’altra. Le sue credenze in realtà sono molteplici e tra loro perfino irrimediabilmente antinomiche e forse è possibile affermare che proprio questo suo enorme difetto sta alla base della sua vocazione universalizzante. 

Diversamente dalle altre religioni monoteiste come l’Ebraismo e l’Islam, a forte vocazione identitaria e pertanto a sbocco inevitabilmente nazionalista esso si dispone evolutivamente in una visione più o meno allargata dal popolo e dal territorio originari proiettandosi verso una dimensione cosmica. Pur tuttavia è proprio questa dimensione cosmica che andrebbe coltivata in ogni credo: è da essa che si diparte o comunque si può dipartire verso la più grandiosa prospettiva di una Coscienza Universale.

Il Cristo evangelico, pure sorto dalla coscienza identitaria del popolo ebraico nella continuità tra Antico e Nuovo Testamento, esprime chiaramente ab initio questa vocazione cosmica, in quanto proiezione dell’umano verso il divino, verso la tensione del riequilibrio tra anima/energia/spazio e corpo/materia/tempo, verso un ricongiungimento al Padre attraverso la Morte del Giusto. E il Giusto è colui che conosce e anticipa l’Illuminazione nella Morte; Morte percepita ed affrontata come evento di Trasformazione e di ricollocazione dell’ego nel Tutto universale che lo determina.

Dunque è paradossale regressione la ricollocazione medievale di un cattolicesimo all’interno di un materialismo che vede nella resurrezione degli individuali corpi umani alla “fine dei tempi” e terroristicamente posti nello stacco definitivo tra dannazione infernale e paradisiaca sublimazione. Vero è che la nozione, psicologizzante prima che spiritualizzante, di “corpi astrali” tende a raddrizzare tale volgare visione di realtà, ma nei fatti questa distorsione della religiosità cristiana ha l’evidente fine terreno del più incisivo potere materiale sui corpi fisici, sulle prepotenti ma transeunti individualità degli ego personalistici. Attraverso l’imposizione orrorifica della morte, dalle violenze effettive esercitate dalla Santa Inquisizione (maiuscolo ironico) alla riduzione del tutto negativizzante dell’Eutanasia (maiuscolo concettuale): ancor più paradossale quest’ultima se solo si riflettesse sul significato dell’espressione, “ricerca di una buona morte” e dunque ricerca del riequilibrio di continuità e non certo di insanabile conflitto tra Vita e Morte.

In tal senso il Cristianesimo viene volgarizzato con violenza secolarizzante nella direzione di un materialismo di gran lunga peggiore di quello marxista-leninista (suo nemico “mortale”). Divenendo sì l'”oppio dei popoli” preconizzato dallo stesso Marx. Ma qui peraltro nell’annullare ad ogni costo la dimensione spirituale insita in ogni vocazione religiosa ci si spinge verso una religione politica che esalta come divinità i leader più carismatici se non l’astratta idealizzazione del Partito.

Scavando nei simboli del Cristianesimo alla ricerca di una dimensione cosmica però questa è già individuabile nella assolutizzazione universalizzante della Legge dell’Amore e in una Morte del Giusto che diventa Resurrezione mistica del suo Corpo: assunto a rappresentazione di un Tutto comunitario di cui simbolicamente cibarsi nella cerimonia del pane-ostia/carne e del vino/sangue. Ma anche in tutte quelle parabole e in quei segni (“miracoli” per il volgo) che, pure nei limiti di letture ambivalenti tra fede e superstizione, disvelano esperienze concrete di quell’Amore e di quel Tutto. 

Del resto ogni simbolo religioso se materialisticamente riletto si rivela negazione di quella spiritualità. Che pure ne determinava all’origine il significato più profondo, ma se adeguatamente vissuta, rivissuta e maturata nella riflessione e nella meditazione fino all’Esperienza mistica dell’illuminazione. Privilegio spirituale e sbocco vitale da meritarsi pure nei limiti di quanto ci è materialmente concesso.

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