Femminile e maschile nella logica di guerra (solo una virile femminilità potrà salvarci dalla disumanità della guerra)

di Mario Musumeci

Conflitto o guerra costantemente evocati sono conflitto o guerra provocati, voluti e magari lucidamente perseguiti come necessità da prima o poi affrontare? “Si vis pacem para bellum“: questo funesto ossimoro è stato considerato per millenni una massima di suprema saggezza, rivelandosi per un verso come matrice ideale per la creazione di imperi e al contempo come fondamento intrinseco della loro stessa dissoluzione. Perché ogni volontà di potenza si fonda sulla necessità vitale dello scontro fisico interpersonale e inter-comunitario. E dunque del conflitto e, in ultima istanza, della guerra tra nazioni. Non certo del conflitto inteso positivamente come gioco di relazione, di diversificazione, di dialettica e di mediazione e dunque di arricchimento reciproco. Così se è vero che l’impero romano è durato circa mezzo millennio è altrettanto vero che durante tutta la sua durata non ha mai smesso di produrre guerre al suo interno e al suo esterno; e dunque di che pace sta parlando il richiamato, ahimè ancora attualissimo adagio? E, rapportandoci al presente, quell’impero non doveva né fare i conti con le odierne armi di distruzione di massa né con altri imperi ad esso contrapposti. Il che dimostra a maggior ragione l’inanità odierna o meglio la follia di quella pur ancora celebrata massima. Una follia reputata del tutto ragionevole probabilmente solo da un gruppo ristretto di potenti della terra: che possono convincersene per mantenere inalterata se non in crescita la loro posizione di dominio. Sentendosi però disposti al sacrificio di alcune centinaia di milioni di esseri umani!

Ecco perché, a volere uscire dal bieco fatalismo di comodo – per questa genia di criminali che talvolta governa i destini del mondo e perfino camuffandosene nella veste di benefattori – l’eterna irrisolta questione del conflitto e della guerra andrebbe anche affrontata secondo un’alternativa prospettiva antropologica. Un’alternativa chiave di lettura, insomma, pertinente al ben diverso posizionamento che davanti alla guerra hanno generalmente (non in assoluto) il genere femminile ed il genere maschile e di cui il primo genere – guarda caso – risulta poi considerata vittima più inerme ed innocente. Davanti alla rappresentazione reale o fittizia del conflitto il maschio, perché abituato alla ludicità della  competizione e alle necessità dello scontro, si pone subito la questione del tifo – seppure non si tratti di un gioco – e appresso del posizionamento strategico – seppure lo scontro quanto più distruttivo si propone di essere tanto più travalica nella più miserevole disumanità. Altro è, sempre generalmente, l’atteggiamento femminile e soprattutto perché antropologicamente improntato al dolore non conflittuale del parto: dolore d’amore per eccellenza nei suoi esiti e dunque al maggiore atteggiamento protettivo nei confronti della prole. Davanti alla distruttività delle guerre infatti la femmina generalmente è più guardinga ed empatica, perché da subito è più in grado di percepirne la disumanità. Una sua più chiara percezione della disumanità che dal maschio viene percepita più generalmente come debolezza da celare, da preservare e tutt’al più da difendere – se non da offendere quando collegata all’odiato nemico con le più cruente vendette a carico del “sesso debole” quali stupri, carneficine, schiavitù economica e sociale …

Ecco perché, davanti al conflitto cruento che si fa guerra, la femmina vera – ossia ben dotata d’istinto materno, protettivo e perfino fortemente empatico nei confronti della femmina posizionata come nemica nell’agone del conflitto – si pone come maggiormente dotata di una sua superiore forza morale. Una forza morale che potrebbe certo ben coinvolgere del tutto il maschio per diretta ed altrettanto attiva partecipazione alla gestione protettiva della famiglia propria ed altrui, inclusa quella del “nemico”, se non intervenissero quei fattori sociali d’impedimento proprio a lui rivolti che costituiscono gli alibi giustificativi della necessità di ogni guerra: la difesa del territorio e dunque della patria e dunque della famiglia, delle alleanze politiche ed economiche etc.. Insomma il maschio da impegnare nella guerra è innanzitutto educato alla perdita totale di empatia per il nemico, all’odio estremo nei suoi confronti proprio perché è questo considerato il miglior viatico per la vittoria. Eppure qualcuno deve pure perdere quella specifica guerra in corso e tra le tante perdite si potranno e dovranno contare anche quegli stessi maschi contrapposti alla difesa ciascuno della propria famiglia e anche la distruzione della propria famiglia stessa – che nella logica di guerra s’intendeva difendere. Questa contraddizione avviene perché la guerra coinvolge non propriamente tutti, ma sempre più frequentemente escludendo proprio coloro che la determinano tenendosene lontani. Invece coinvolge anche le popolazioni civili, com’è regola di condotta generalizzabile per quanto dalla propaganda venga definita in tal caso “guerra criminale” e punita dai vincitori al momento della vittoria: ovviamente quella del nemico e non la propria guerra criminale! Perché la guerra, qualsiasi guerra è un atto criminale contro l’umanità e chi la propugna a qualsiasi titolo, perfino difensivo, andrebbe qualificato per quello che è: un criminale che si esprime contro l’intera umanità. Questo sarebbe possibile solo se venissero meno tutti quei mascheramenti ad uso dei governanti di turno e della loro volontà di potenza impressa sui loro stessi sudditi attraverso ogni mezzo; a partire da quello della persuasione occulta attuata dai media. Mezzi che in tali casi divengono ancor più di sostegno del conflitto, ossia di assolutizzante e antidemocratica propaganda: proiettata innanzitutto alla cancellazione di ogni verità, perfino di vitale importanza, se si pone come contrastante con i fini da perseguire. E il caso di Julian Assange è sintomatico e da prendere come paradigma contemporaneo della violenza manipolatoria delle coscienze proiettata alla volontà di potenza economico-militare. E non importa “a favore o a sfavore di chi …”, dato che proprio questo è il tipico e principale argomento dell’attività manipolatoria delle coscienze: “se non sei con me sei contro di me”!

Quindi il femminile, potenzialmente intrinseco in ogni individuo umano, è sistematicamente violentato dalla logica di guerra. Perfino le donne vengono addestrate alla guerra e in maniera vincolata proprio presso le nazioni considerate più civili ma più esposte; perché queste nazioni appunto esprimono una loro volontà di potenza, poco importa se improntata oggettivamente più a criteri offensivi o difensivi: in guerra il difensivo di oggi è l’offensivo di domani e viceversa. In una visione spirituale, sia che si propenda per il teologico sia per il mitologico (fattori fondativi di qualsivoglia antropologia culturale), non è forse il Cristo evangelico, in una superiore visione morale, l’evocazione di un sacrificio personale necessario per generare (ossia “partorire” con l’estremo dolore) una umanità migliore? Dunque un Cristo che esalta con virile energia la forza prorompente del suo femminile in pura empatia per l’altrui femminile? Una forza morale tale che se gli uomini, nella loro generalità, veramente ne capissero i fondamenti comprenderebbero che il conflitto deve sempre e ad ogni irrinunziabile costo divenire mediazione. Fino alla più efficace emarginazione sociale di coloro che non riescono ad adattarvisi, maschi o femmine che siano, tra cui primeggiano i governanti criminali cui troppo spesso deleghiamo i nostri destini! L’uomo che vuole salvarsi e salvare l’umanità deve giocoforza riscoprire il femminile ideale che si porta dentro e dargli il miglior senso possibile nella mediazione con il suo maschile più degradato. Per ricavarne un maschile virile ideale, dove forza ed empatia siano un tutt’uno. Il quesito da porsi brutalmente è: questa è e resta solo l’utopia per le “anime belle” oppure dobbiamo puntare alla distruzione della nostra civiltà perpetrata a proprio presunto vantaggio dalla follia delle “intelligenze realistiche”? Cos’è insomma utopia e cosa diventa invece distopia in questa visione distruttiva sul piano planetario, assolutamente contemporanea, della guerra? Per approfondimenti sulla questione:

Rientrando nella brutalità del quotidiano, ma avendo ben capito i termini della questione ed il senso di quella (cosiddetta) “utopia”, va allora semplicemente affermata una evidente verità contro la bontà ipocrita di tanto interventismo anti-russo o anti-cinese o anti-americano … Ossia la migliore strada per una risolutiva ed effettiva “guerra mondiale”, attualmente preparata e proprio in Europa dai “buoni”, seppure in maniera surrettizia. Nei fatti da quando è caduta la vecchia URSS perché la NATO – ossia il Nord-America in primis ma certamente non solo perché la volontà di potenza è guidata da poteri economici internazionalizzati prima che militari e di inedita influenza nel mondo odierno – invece di propugnare un incremento delle relazioni pacifiche con le nazioni non allineate ne ha semplicemente approfittato per incrementare guerre locali di occupazione o di imposizione della propria influenza economica e militare? E questo un po’ ovunque e sempre con arroganza, presupponenza e pretestuosità perfino poi con ogni evidenza rivelatasi infondata. E quindi già a suo tempo qualificabile come politicamente criminale. Adesso l’espansione della politica nord-atlantica, avvenuta sia con le buone che con le cattive – proprio come in reazione ad essa l’interventismo russo prima in Crimea e adesso in Ucraina – è arrivata ai confini estremi con la stessa Russia:

https://www.limesonline.com/lespansione-verso-est-della-nato-2/115632

Dovremmo vedere pertanto la Russia e la Cina umiliate economicamente o militarmente perché da sempre interpretate come alternative all’imperio occidentale e in primis nord-americano? E, in prospettiva futuribile, addirittura occupate militarmente dagli USA anche tramite la longa manus della NATO, per poter credere che la pace diventi cosa stabile nel mondo? Chi è il folle che può credere questo se non quei poteri criminali che, almeno in parte, riescono a governare i destini del mondo? La Russia e la Cina sono paesi sterminati, chi è il pazzo criminale che può pensare ad un loro anche parziale dominio? Per di più la sottomissione del Terzo Mondo lascia indifferenti tali questioni? Ossia chi ha distrutto gli Stati Nazionali in Iraq, in Libia, in Siria … provocando gli esodi in massa verso l’Europa è moralmente da ritenere così tanto credibile da continuare ad affidargli ancora l’egemonia offensivo-difensiva del pianeta terra? A non dire dei colpi di stato nell’America latina foraggiati sempre per assoggettare popoli e nazioni? Ecco perché è impossibile parlare di “buoni” e “cattivi” in questa prassi disumana delle relazioni internazionali, dove anche gli altri Grandi del Mondo hanno i loro profumati giardini stracolmi della m. da loro stessi prodotta per renderli lussureggianti a tutto danno dei dominati, dei più deboli a loro soggetti. Poi se, con la dovuta consapevolezza, si assiste agli inchini davanti a questa prepotenza diventata unilaterale negli ultimi trent’anni da parte dei nostri coraggiosissimi politici e senza alcuna riserva c’è da rimanerne solo nauseati! Se scoppierà una “terza guerra mondiale”, ossia una guerra nucleare che coinvolga anche l’Europa, potremo dire che stanno e stiamo facendo di tutto per meritarcela! Ma probabilmente niente accadrà di tutto questo finché a pagare saranno nazioni e popoli più deboli e soprattutto più esposti nello scacchiere internazionale.

Eppure la Russia è stata a lungo nei trascorsi secoli considerata anche una nazione europea e, scartando la fase instabile della rivoluzione bolscevica, solo dopo la seconda guerra mondiale la contrapposizione politico-economica l’ha isolata nella logica dei due blocchi della “guerra fredda”. Ora la caduta di quel regime dittatoriale avrebbe potuto e dovuto permettere un riavvicinamento e proprio perché nella seconda guerra mondiale il maggior tributo di sangue contro il nazi-fascismo è stato pagato a casa loro proprio dal popolo russo! Mentre al contrario una discreta quota di capitalisti europei e nord-americani finanziava il nazi-fascismo in funzione anti-sovietica – o meglio “anti-comunista”: la giustificazione per ogni autotutela da parte di chi ha in dispregio ogni valore di umanità se questo intacca anche minimamente la propria volontà di potenza. Insomma chi intende costruire un’Europa sempre più atlantica da sempre tratta una parte dell’Europa stessa, la Russia, come il nemico numero uno da abbattere: non è che questa sia la concreta dimostrazione del timore di perdere la leadership nel caso si formasse una grande Europa alternativa al Nord-America? L’indebolimento se non l’inconcludenza della Nazione europea sono veramente legati solo a fattori politici endogeni? L’Inghilterra che se ne distacca – mantenendo noi europei l’inglese come principale lingua di comunicazione tra noi (!) – costituisce solamente una peculiarità nazionale? Non c’entra niente proprio quell’imperio economico internazionalizzante, di cui pure ci lamentiamo costantemente quando parliamo di Europa incompiuta e quando ne percepiamo l’estrema debolezza sul piano della nostra stessa rappresentanza democratica? Non siamo forse un paese a sovranità militare gravemente limitata da tre quarti di secolo? E il livello sempre più mediocre della nostra classe politica non è sempre più invasivamente determinato dall’influenza economica dei cd. poteri forti che a quella forza militare si rifanno? Ossia il capitalismo finanziario che trova i suoi principali capisaldi nella collocazione nord-atlantica e nei paesi vassalli a vario titolo postisi sotto la sua influenza. Tutti gli altri o sono paesi umiliati in quanto arretrati ed economicamente sottomessi (classi dirigenti a parte se colluse o meno) o sono “cattivi” più o meno grandi da mettere all’angolo! Questa è la “visione di realtà” che ci viene propinata come necessaria e in tutte le salse giorno per giorno.

Ma torniamo all’attualità. Se la Russia “sbaglia” perché nel difendere il suo futuro di potenza nucleare adesso si pone, dopo inutili mediazioni internazionali, in attacco noi cosa possiamo affermare? Quanto sono “cattivi” i russi e quanto “buoni” siamo noi? Noi che, nella Nato, abbiamo appoggiato invasioni, che hanno letteralmente demolito istituzioni statuali, nella oramai ex-Jugoslavia, nell’Iraq, nella Libia, nella Siria, nell’Afghanistan … E gli amici yankee, che ci hanno indicato la strada violenta della loro giustizia internazionale, vincolandocene e svincolandosene loro? Ascoltando con attenzione Putin, nelle funzioni di comandante in capo della sua Nazione, si può scoprire un leader che mostra le sue “buone” motivazioni al popolo che lo ascolta e che lo ha comunque democraticamente eletto, ma nell’Occidente chi è stato veramente capace di ascoltarlo se non per svillaneggiarne l’orgoglio e la dignità politica? E noi saremmo quelli che stanno sempre dalla parte di chi ha ragione o non piuttosto dalla parte di chi a noi sembra da sempre essere il più forte? Per adesso c’è solo da sperare che la Russia senza spargere troppo sangue riconquisti il suo spazio vitale, utile ad essere ancora con la Cina, un deterrente per la potenza e la prepotenza coloniale degli USA? Oppure, sempre nella logica della guerra, contrapporglisi all’infinito come pretenderebbero i nostri alleati, “difensori nostri” e aggressori altrui allo stesso tempo?

Pur nondimeno non si tratta di doversi pensare minimamente come anti-americani nella propugnata logica di guerra. Si dovrebbe semmai essere tanto filo-americani quanto filo-russi e quanto filo-cinesi perché bisogna convincersi che si tratti innanzitutto di grandi paesi e quindi di grandi popoli. Ma se costoro si affidano ai peggiori dei loro rappresentanti, e per riflesso neo-coloniale affidando pure noi a costoro, se danno fiducia alla politica aggressiva dei loro governanti o meglio dei loro poteri forti che dire e soprattutto che fare? Non è una gara più o meno sportiva – come talvolta sembrerebbe per l’ingenuità dei più e come veniva descritta nell’ottica della “corretta” guerra – ma una costante aggressione all’umanità la loro, sebbene qualsiasi reazione individuale per quanto eroica risulterebbe solo testimonianza, come ci insegna la Storia. Dobbiamo sperare allora solo di non finire nel baratro, pure restando passivi e indifferenti a tutto questo?

Davanti alla violenza dell’invasione russa dell’Ucraina in corso, c’è da rilevare preliminarmente come la politica aggressiva degli Stati Uniti si sia già fin troppo gravemente spinta fino a compromettere gli alleati europei direttamente a casa loro. Ossia a casa nostra. Basta osservare come l’espansione della Nato (non dell’Europa, della Nato!) stia letteralmente soffocando le postazioni difensive-offensive russe. Ed è ipocrisia bella e buona parlare dei deterrenti offensivi tacendo di quelli difensivi perché si compenetrano in un unico concetto: essere padroni o meno del proprio futuro. E se noi italiani abbiamo oramai il riflesso condizionato del popolo (morbidamente?) colonizzato non è detto che questo debba valere per chiunque altro! Quindi se la Russia, a suo modo – già pesantemente compromessa nei suoi trascorsi oppressivi di ex-URSS – “sbaglia” perché nel difendere il suo futuro di potenza nucleare adesso si pone, dopo inutili mediazioni internazionali, in attacco diventando nazione oppressiva, noi cosa possiamo fare se non tentare ad ogni costo forme di mediazione tra le parti in campo? Così nel frattempo è stato evocato da più parti il nome di una donna di grande carisma proprio per tentare una mediazione politica tra i belligeranti russi ed ucraini. Si tratta forse della statista più capace che sia stata espressa a livello mondiale in ogni tempo: Angela Merkel, tedesca sì ma proveniente dalla ex-Germania democratica, in passato sotto influenza sovietica. Questa donna non solo parla russo ma ha una credibilità presso entrambe quelle nazioni che probabilmente non ha nessun governante europeo. Soprattutto è una vera femmina. E così ritorniamo al nostro incipit: dieci, cento, mille … Angele Merkel, probabilmente è questa la nostra unica salvezza. Auguri Angela per te ma soprattutto per noi anche se forse, in quanto maschi troppo spesso privi di empatia, non ce lo meritiamo! Ma fortunatamente qualche barlume di verità comincia ad emergere nei posizionamenti più responsabili e condivisibili. Ad esempio:

Ovviamente a chi si espone con analisi più responsabili, e però strategicamente compromettenti per le più dominanti visioni militariste, c’è sempre almeno un furbone che si contrappone posizionandosi rigorosamente nella più facile logica di guerra: certamente più comodo il posizionamento ipocrita e conformista, perfino verbalmente violento per l’interlocutore, perfettamente allineato con i poteri politico-militari di proprio riferimento territoriale. Ma sono proprio questi comportamenti di personale comodo che sostengono fino in fondo le necessità “inevitabili” della conflittualità, che sempre più fortificano le logiche di guerra rendendole necessarie – anche per chi ne trae i propri suoi profitti economici e politici … Assieme a tanta e troppa umanità ingenuamente irresponsabile che li asseconda e ben li supporta, per poi piangerne per prima le conseguenze … Insomma, il “si vis pacem para bellum” per costoro vale solo per il fronte di cui si fanno portavoce, per cui c’è solo un nemico da distruggere. Andrebbero solo sputtanati, ma – ahimè – stanno dalla parte del più forte … !

E si potrebbe continuare e anche nella maniera più sconcertante nel dimostrare le menzogne del militarismo:

https://www.iltempo.it/esteri/2022/03/09/news/joe-biden-nato-espansione-paesi-baltici-russia-guerra-risposta-ostile-vigorosa-ucraina-video-1997-30765320/

A margine. Credo che sia soprattutto l’occidente e i popoli vittime del momento a parlare di guerra, mentre nella visione imperialista di turno si tratta solo di un “dovuto” intervento di polizia internazionale e più realisticamente di una legittima invasione, per quanto sanguinosa e violenta. Solo che se la fanno i “nostri” in Vietnam, in Corea, in Jugoslavia, in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Siria etc. viene più o meno letta all’inverso dalle nazioni non allineate e soprattutto dai popoli vittime del momento. Nel caso dell’Ucraina bisognava porre rimedio ai dichiarati mali – falsi o veri che siano – prodotti o in avvio di produzione dai nemici loro invasori: nel caso evocato da Putin il genocidio in atto della popolazione di etnia russa da parte degli ucraini. Verità o propaganda non importa, se è verità adesso diventerà propaganda appresso perché la guerra si nutre sempre della propaganda contro il nemico “cattivo”. Se è pura falsità bisognerà capire allora qual’è la verità e questo è opera delle attività di mediazione internazionale. Costituisce la consueta ipocrisia dei politicanti di mestiere tutto il resto: i posizionamenti politici più o meno diversificati e sempre (sempre!) opportunistici, le dichiarazioni “unanimi” di condanna a destra e manca in fedeltà all’alleanza atlantica, la dialettica parolaia dei vari “distinguo”, il ricorso “scientifico” alle “evidenti motivazioni” proprio per spiegare, ma a fatti avvenuti, l’insanabile conflitto – con riferimento innanzitutto ai punti di vista strettamente connessi agli interessi geopolitici e socio-economici. E infine il ricorso “salvifico” alle cosiddette immancabili “sanzioni”, quando già precedenti sanzioni a più riprese ne hanno dimostrato sia l’inutilità sia la pretestuosità. L’ipocrisia di sempre atta stavolta non solo ad imbrigliare i punti di vista del proprio elettorato, effettivo o potenziale che sia, ma anche ad avviare una vera e propria propaganda ante-guerra.

Purtroppo solo la consueta melma, perfino quando si invoca una pace, attualmente con dichiarazioni a buon mercato ma del tutto prive di efficacia. Non c’è pace per i più deboli se non allineati dove conviene al momento. Soluzioni alternative altre? Forse, come per gli altri paesi dell’est oggi facenti parte della Nato, l’Ucraina è solo un altro futuro tassello da aggiungere prima o poi, mentre il governo russo ritiene che proprio con la forza gli tocchi evitare questo. Si vedrà tra qualche decina d’anni chi avrà avuto ragione anche se pare indubbio che una anche minima ricostituzione dell’ex-URSS sia velleitaria e controproducente nell’attuale evoluzione geopolitica; che per di più vede in crescita esponenziale paesi asiatici, a partire dalla Cina. Ergo Putin e la sua politica, almeno in tal senso, sono forse un residuo del passato destinato a risultare perdente già solo per forze endogene che prima o poi si esprimeranno? Contrapponiamo allora una costruttiva provocazione, tanto visionaria e avveniristica quanto ironica ed auto-ironica: non sarebbe più pratico che tutti gli stati aderenti alla Nato si integrassero fin d’ora in qualche modo come parte degli Stati Uniti d’America? Magari seriamente puntando all’attuazione graduale degli Stati Uniti del Mondo? Contribuiremmo – che meraviglia! – all’elezione di un comune presidente e il nostro (Presidente della Repubblica e unitariamente del Consiglio dei Ministri) diventerebbe un governatore magari un po’ più influente sul piano internazionale. Diciamo che in quel caso evitare conflitti significherebbe evitare interne guerre civili. Mentre tutte le altre guerre sarebbero … interventi di … polizia internazionale. E magari col tempo aderirebbero a questi Stati Uniti del Mondo anche i paesi non allineati e magari le altre grandi potenze diventando finalmente “buoni” anche loro! Come noi, del resto, sicuramente siamo o, meglio, siamo costretti ad essere …

Soprattutto continueremmo ad ascoltare le meraviglie della pubblicità, felicemente alternate alle truculente visioni dei restanti mali del mondo. Ahimè, spesso inevitabili ma davanti ai quali bisogna pure indignarsi per alternare in maniera equilibrata umanità a disumanità.

Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.

Per una visione più poetica dell’argomento:

(5 Marzo 2022, aggiornato il 13 marzo 2022)

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