Perché è utile pensare che “una risata prima o poi sommergerà il mondo”?

a cura di Mario Musumeci 

Può accadere che il tuo pensiero evolva più o meno spontaneamente in una riflessione pragmatica che per altri è motivo di studio? Certamente l’esperienza e l’amore per la conoscenza critica ed autocritica permettono questo. E proprio perché nel gioco delle competenze riservate gli specialisti, se già non lo fanno durante la loro speculazione scientifica, prima o poi arrivano ad utilizzare modalità di riflessione più aperte alla varia platea degli interessati. Più “divulgative” e magari perché, come acutamente osservava Pascal, nel frattempo nel chiarirsi le idee le sanno poi esprimere al meglio?

Così è bene fare esprimere innanzitutto loro stessi con la loro autorevolezza. Ma con l’avvertenza che qui si tratta solo di buon senso, comprensibile per tutti i volenterosi. Se altri, meno volenterosi seppur problematici, stanno bene altrimenti meglio per loro: il mondo è bello anche perché è vario con tutte le sue contraddizioni. Però se il comportamento individuale inclina alla patologia proprio per incapacità di auto-riflessione? Beh, facciamoci anche una risata e chi vuol capire capisca … D’altronde è proprio questo il senso migliore di quanto qui si vuole esprimere con compiuta convinzione, ma senza farsi troppo prendere sul serio.

Pure esprimendosi con la massima serietà. Una contraddizione? Provate un po’ a leggere il testo di questa psicologa, Marcella Danon, una brava specialista professionalmente e accademicamente affermata e conclamata. Poi, ciliegina sulla torta, leggete le osservazioni acute di Jacopo Fo, un non accademico ma tutt’altro che meno acuto: i suoi due straordinari genitori hanno prodotto e lasciato un bel frutto della loro complessa storia amorosa; sicuramente colma di ironia e di auto-ironia e appunto straordinariamente straripante di serietà di contenuti, di intenti e di conseguenti prassi attuative.

E, introducendo, forse ho detto già tutto … 

(25 novembre 2021)

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PRENDERSI TROPPO SUL SERIO FA MALE ALLA SALUTE

di Marcella Danon

L’umorismo apre gli orizzonti a infinite interpretazioni del reale, e allora la realtà non è più soltanto inesorabilmente quella che ci fa soffrire e questa rivelazione è già sufficiente ad alleviare il peso dell’esistenza. E’ un’arte quella di imparare a vivere dosando nelle giuste proporzioni serietà e umorismo. La vita è una cosa seria, certo chi lo negherebbe mai, eppure maestri di tutti i tempi e di tutte le tradizioni accennano spesso – con un sorriso che sembra celare molto più di quanto esprime – al fatto che la vita è un gioco. E anche il gioco è una cosa seria, provate a chiederlo ai bambini!

Solo un paradosso può spiegare in profondità la natura di un’esperienza così ricca come quella della vita, di cui siamo protagonisti e spettatori, per invitarci a trovare il giusto equilibrio. E maestri di vita si rivelano questa volta i bambini che vivono pienamente un loro gioco, che siano nel ruolo delle “guardie”, che siano nel ruolo dei “ladri”, che facciano il “medico” o il “paziente”, in cui l’importante non è essere da una parte o dall’altra, l’importante è giocare a fondo la propria parte, recitarla bene, immedesimandovisi con passione, senza però mai dimenticare che quello è solo il ruolo che si sta momentaneamente giocando, la propria vera identità e un’altra.

E’ lo stesso invito posto da grandi psicologi e filosofi. Il dottor Roberto Assagioli ha sempre posto una grande enfasi, nell’ambito del percorso di crescita personale, sul metodo della sdrammatizzazione e dell’umorismo. “Molte persone – ha scritto – sono solite prendere la vita, le situazioni, le persone, con eccessiva serietà; esse tendono a prendere tutto in tragico. Per liberarsi dovrebbero coltivare un atteggiamento, più sciolto, più sereno, più impersonale. Si tratta di apprendere a vedere dall’alto la commedia umana, senza troppo parteciparvi emotivamente; di considerare la vita del mondo come una rappresentazione teatrale in cui ognuno recita la propria parte. Questa va recitata nel miglior modo, ma senza identificarsi del tutto col personaggio che si impersona”.

Perché la nostra vera identità non va ricercata nell’”abito” che portiamo e neppure nell’intestazione del biglietto da visita o nell’entità del conto in banca, perché le cose veramente importanti della vita, della nostra vita personale, riguardano ben altro, riguardano affetti, emozioni, talenti più o meno sviluppati, valori e ideali, sogni e speranze.
Queste sono le cose reali, le cose veramente importanti nella vita, l’ascolto e il rispetto delle quali determinano anche il grado di salute fisica e psichica, e questo è quello che forse già sappiamo ma che molto spesso dimentichiamo, soffrendo in modo esagerato per cose che sono poi facilmente ridimensionabili di fronte alle grandi questioni dell’esistenza.

Ed è qui che l’umorismo si rivela a sua volta grande maestro perché aiuta a ridare giuste proporzioni ai diversi aspetti della realtà. Il filosofo Hermann Keyserling aveva affermato, a questo proposito: “Osservando e vivendo la vita in modo ampio ed elevato si vede che essa ha dei lati seri, duri, dolorosi, ma anche degli aspetti lieti, lievi, luminosi e anche degli aspetti comici, buffi. Questi costituiscono il giusto contrappeso ed equilibramento di quelli. L’arte di vivere consiste nell’alternare opportunamente i diversi elementi e atteggiamenti; e il farlo è in nostro potere più di quanto si creda”.

Troppa serietà denota anche troppa rigidità, incapacità di percepire il mondo nei suoi molteplici aspetti, nei diversi punti di vista, tra i quali ce ne sarà sempre uno che permetterà di sorridere. Per saper sorridere di se stessi occorre una grande apertura mentale e fiducia in se stessi, per non perdere la propria identità anche se per un momento si perde la propria dignità; per trovare la sfumatura umoristica anche nella tragedia occorre una grande fiducia nella vita che non è mai veramente “contro di noi” anche quando gli eventi sembrano dimostrare il contrario, c’è sempre una possibilità di vedere le cose anche in un altro modo, e a volte è anche l’assurdità di questo tentativo che fa sorridere, che fa ridere, e la realtà diventa allora più sopportabile, anche solo per il benefico effetto della risata. “”In una discussione con mia moglie ho sempre io l’ultima parola”, dice un uomo all’amico. “Ah, si? E come fai?”. “Le dico: Si cara!””.

L’umorismo apre gli orizzonti a infinite interpretazioni del reale, e allora la realtà non è più soltanto inesorabilmente quella che ci fa soffrire e questa rivelazione è già sufficiente ad alleviare il peso dell’esistenza. In un racconto di Isaac Asimov, il famoso scrittore di fantascienza, si arriva a ipotizzare che le barzellette abbiano origine extraterrestre, messe in circolazione per consentire agli uomini di “vivere meglio” e di sviluppare maggiori capacità adattive. Tra le qualità dell’uomo autorealizzato – senso del giusto, capacità di interconnessione, lealtà, vitalità, bellezza, bontà, unicità, verità, indipendenza – Avraham Maslow, il padre della psicologia umanistica, inserisce anche l’umorismo e la giocosità. Un messaggio per sottolineare la grande importanza di queste qualità in una persona che abbia ormai conquistato quella sufficiente dose di fiducia in se stessa e nella vita per non sentirsi più in contrapposizione e competizione con gli altri, per non sentirsi più “minacciata” dagli eventi, ma per riconoscere invece le molteplici possibilità di interazione e collaborazione che si presentano ogni momento per migliorare una realtà che condividiamo tutti.

Saper ridere può essere segno di grande maturità, ma bisogna fare una distinzione. Vi è una differenza radicale tra comicità – nel senso di derisione – e umorismo. La prima è antagonistica, aggressiva, spesso crudele; invece il secondo è pervaso di indulgenza, di bontà, di comprensione. Consiste nel veder dall’alto, nella loro vera luce e nelle loro giuste proporzioni le debolezze umane. E il vero umorista sorride soprattutto di sé stesso. 

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NON PRENDERSI TROPPO SUL SERIO


di Jacopo Fo

Oggi ci sono moltissimi ragazzi e moltissimi adulti che non riescono più ad innamorarsi. E non riuscire ad innamorarsi è una grande lesione emotiva, ma non credo che questo fenomeno sia un fatto tipico dei nostri tempi. La verità è che forse oggi, a differenza del passato, abbiamo il coraggio di parlarne. Anzi si può dire che oggi le cose vanno meglio del passato perché almeno ci poniamo il problema dei sentimenti all’interno del rapporto di coppia e ne parliamo, cosa che prima non si faceva. Oggi c’è tanta gente che non trova una persona da amare e così decide di stare da sola, cent’anni fa era obbligata a stare in coppia, a sposarsi.

La paura d’amare può essere scomposta in varie voci: la paura di provare piacere, paura del dolore, della sofferenza. Spesso il piacere è visto come qualcosa che porta sfiga, come qualcosa che viene punito dall’universo. Ma si tratta solo di assurdità perché tutto l’universo funziona sul principio del piacere. C’è poi la paura del contatto fisico. Ci sono tante persone che non vogliono innamorarsi proprio perché temono il contatto fisico.

Esiste poi la paura di emozionarsi. Viviamo in una società, dove l’emozione è vista come una “perdita del controllo”, un pericolo. E’ invece l’emozione è una delle nostre risorse più importanti. In realtà, lo choc dell’innamoramento determina una sorta di aumento delle percezioni, una sorta di “piccola illuminazione”, perché porta a liberarci di tutte le gabbie che ci siamo costruiti a partire dai primi anni di vita. L’amore porta con sé un potente processo di decondizionamento.

Un altro grande nodo è la mancanza di piacere, la difficoltà di raggiungere un orgasmo completo. Viviamo in una società, dove si pratica una sessualità strettamente mentale, dove il corpo non è coinvolto nel piacere. Il piacere è nel vincere la scommessa, non nel raggiungere il completo abbandono. Spesso non si è consapevoli di questa paura d’amare e si dà la responsabilità del fallimento al partner o alla difficoltà di trovare la persona giusta.

Allora, come fare a riconoscere la paura d’amare? Non è facile, la cosa migliore è aprire la porta all’umorismo, perché è un efficace strumento di comunicazione. Se abbiamo una relazione gioiosa, se si ride, se c’è uno spirito di gioco è più facile vincere la paura e le difficoltà. Invece di solito i rapporti di coppia si basano sulla recriminazione continua del partner, sui giochi di potere, sui ricatti. La struttura stessa del rapporto monogamico è che “se vai con un altro, non mi hai più”.

La scoperta della spiritualità può aiutare a vincere la paura d’amore, ma a volte può trasformarsi in una nuova morale. Perché anche in questo campo ci sono tante persone che si prendono troppo sul serio. C’è addirittura chi sostiene che quando entriamo nella sacralità non si può ridere! Io invece credo che nell’insegnamento di tutti i maestri ci sia un grande senso d’umorismo, una grande disponibilità al gioco, perché il gioco è un potente strumento di crescita e di cambiamento.

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Per chiudere “seriamente” in … sintesi:

Quando hai amato hai sorriso alla vita
(prosa rimata)

quando hai continuato a volere amare
pure nel dolore del disamore
lo hai voluto affrontare con onore
senza fuggire o lasciarti piegare

quando poi hai imparato a meglio amare
con la gioia del sentirti veramente
amato/a nel corpo e nella tua mente
eri forte e deciso/a nel tuo fare

quando hai amato non hai mai sbagliato
perché hai sviluppato le tue energie
e in difficoltà e nelle traversie
il tuo destino l’hai così forgiato

così di sé stesso si nutre amore
che devi però guidare con acume,
nel buio dell’amare avrai sempre un lume
che sveli in sorriso il suo vero umore.

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