PER UNA PRODUTTIVA CRITICA DEL PLURALISMO STORIOGRAFICO

by Mario Musumeci

alla memoria di Vincenzo Coppoletta, Maestro di passione didattica*

Il pluralismo storiografico evocato nella sua “purezza” argomentativa come naturale e legittimo non è e non può essere metodo di lavoro bensì pura fenomenologia argomentativa. Una storiografia che si appella più o meno esplicitamente ad aprioristiche prospettive ideologiche denunzia i propri limiti piuttosto che superarli, aumentando il potenziale di miope lettura delle proprie prospettive di ricostruzione storiografica.

Metodo di verifica dunque e non programma di lavoro, impiantabile al modo di una bandiera di partito o di una corrente artistica: in tali casi la creatività trasformatrice delle rispettive realtà esige un accomunante pragmatismo. E così potrebbe pure porsi ma in avvio per l’oggettivizzazione di innovativi strumenti storiografici. Come ad esempio le analisi socio-economiche a partire dal caratterizzarsi della storiografia marxista e, per reazione, dai successivi correttivi tecnicizzanti della storiografia post-liberale di stampo neocapitalistico. O delle analisi spiritualistico-valoriali implicate nella storiografia cattolica, oppure ancora delle approfondite analisi psicanalitiche dei protagonisti storici svolte soprattutto dalla storiografia revisionista del secondo novecento.

Ma al momento della stabilizzazione di tali canoni di rinnovata prospettiva scientifica il gioco argomentativo e comparativo non può ridursi alla segregata enunciazione di incomunicanti visioni storiche, semmai dalle comparazioni più o meno integrative si richiedono ulteriori e migliorate visioni di sintesi.

Le ragioni del successo del produttivo pluralismo storiografico italiano sono oramai chiaramente definibili e storicizzabili: l’antifascismo trovò ampio respiro pluralistico nelle asfissianti assolutizzazioni del regime dittatoriale – che pure al suo interno mostrava elementi sporadici di dialettica, utili magari nei momenti storici migliori di crescita della nazione ma subito compressi al momento delle decisioni estreme e di vertice, quelle appresso risultate le più esiziali.

La Resistenza antifascista dovette giocoforza esaltare questi valori in un accordo politico, ma anch’esso di vertice, che dal Comitato di liberazione nazionale sboccò nella elaborazione della Carta costituzionale. E il marcato conflitto all’interno della stessa gestione statuale paradossalmente attribuì tra gli anni cinquanta e sessanta una speciale linfa aggregativa ai partiti dell’allora Arco Costituzionale parlamentare. Ma la crisi degli anni settanta e ottanta avvenne proprio nello stabilizzarsi radicaleggiante ma anche fintamente conflittuale di quelle aggregazioni, finalizzato alla pura spartizione e conservazione del potere politico-governativo; nonché causa della sempre più irreversibile perdita dei pur differenti impianti valoriali che avevano fatto da cemento a quelle marcate diversità ideologiche, proprio a partire dalla lotta antifascista e dalla ricostruzione nazionale.

Insomma i mali del parlamentarismo post-unitario e pre-fascista si riproposero via via in queste due fasi, ma stavolta rinforzati dall’alibi pluralista, dapprima in quanto costituzionalizzato e appresso in quanto relativizzato con la soppressione ideologica dello stesso Arco Costituzionale parlamentare e della pregiudiziale antifascista: giuridicamente depotenziata se non annullata dagli anni novanta in avanti. Il pluralismo argomentativo diventa così relativismo argomentativo e l’originario patto costituzionale è via via vilipeso nei suoi giuridici vincoli di crescita civile e democratica. Il pluralismo storiografico che trovava linfa in quel patto si traduce allora in visioni ideologizzanti di fazione politica rese vieppiù incomunicanti tra loro.

Dalla prospettiva storiografica relativistica al cronachismo ideologizzante il passaggio repentino, altalenante ma costante, è cosa dei nostri giorni; “arricchito” dal sensazionalismo informativo di media allineati ed asserviti ai poteri forti del neo-capitalismo multinazionale e finanziario. Cosa rimane allora del pluralismo storiografico se non una positiva visione di metodo? Oltre alla celebrazione (nostalgica e ingenua) di una demitizzata realtà di valori e ideali; probabilmente tutti da ricostituire a cura delle nuove generazioni.


  • * È proprio l’incontro/scontro e il conseguente confronto empatico con i veri, appassionati Maestri che ti insegna cos’è veramente la cultura.

La cultura non sta nella quantità di informazioni che riusciamo a ritenere nel nostro cervello, semmai nella ricchezza di modalità relazionali che nel tempo quella quantità fruttuosamente agita e discriminata di informazioni ha ininterrottamente prodotto nella rete neuronale del cervello stesso.

Quindi la cultura non si stabilizza nelle fonti informative (a maggiore ragione quelle volgarizzanti del web, a partire da Wikipedia et similia), semmai nell’uso elastico e costantemente rinnovato che si riesce a fare di quelle come di ben altre fonti.

Insomma attraverso i contenuti informativi va costantemente arricchito il contenitore che quei contenuti veicola e relaziona.

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