PER UN NUOVO RISORGIMENTO. Ossia: non si crea un popolo senza la coerenza aggregante e idealizzante di una comune memoria storica

by Mario Musumeci, dei San Martino Ramondetto principi del Pardo

C’è tanta micro-storia che contribuisce alla (macro-)Storia approfondendola e ulteriormente chiarendola o comprendendola meglio. E perfino con alternative visioni storiografiche. C’è anche una micro-storia utilizzata solo per contraddire e revisionare la Storia e per ideologicamente manipolarla e riformularla. A maggior ragione quando dei protagonisti, vincenti o perdenti, si sia persa al momento la traccia.

Certamente bisogna scandagliare le fonti a mente libera e disponibile al massimo. E se non si vuole estremizzare in senso relativistico bisogna anche muoversi con molta cautela e privilegiando fonti di prima mano: fortunato chi ne possiede e sa bene utilizzarle! Mentre è solo da compatire chi si accontenta delle vulgate cronachistiche e delle scorciatoie ideologiche di comodo…

Orbene, fino al 1948 il mio trisnonno Francesco San Martino Pardo combatté da comandante della fortezza di Malamocco alle strette dipendenze del generalissimo Guglielmo Pepe nella difesa della Repubblica veneta. E aveva al seguito il figlio ancora giovanissimo Gaspare – nonno materno di mio padre – che fu appresso capitano nell’armata garibaldina. Questa impresa la faceva dapprima alle dipendenze del re borbone, poi dopo il suo opportunistico voltafaccia a favore degli austriaci continuò addirittura contravvenendo agli ordini reali. Ma lo fece per un suo altissimo ed autonomo senso dell’onore e per un acquisito profondo spirito patriottico. Pepe in precedenza aveva combattuto anche nell’esercito napoleonico a favore della Repubblica Partenopea e il più giovane San Martino, imbevuto di romantico ed italiano ardore anti-coloniale dunque anti-austriaco al momento, scorgeva in queste scelte un corso ben più avanzato della storia e di questo voleva diventare ad ogni costo protagonista! E così sarebbe stato.

Caduta Venezia, dovette riparare a Smirne con tanti altri esuli, tra cui varie altre personalità risorgimentali … In volontario esilio – rifiutando espressamente e pubblicamente il perdono condizionato dell’ultimo re Borbone – rimase così in attesa per dodici anni. Ma anche disponendosi in preparazione dei nuovi rivolgimenti politici, civili e militari. Rientrò infatti tempestivamente in Sicilia con la venuta di Garibaldi e da lui, dittatore militare, ebbe da subito in comando la piazza militare di Catania. Evidentemente non se n’era stato con le mani in mano! Il suo nome oggi è comunque scritto tra gli eroi del Risorgimento italiano.

Però con l’avvento dei Savoia fu posto tra quelle personalità “calde”, forse sospette un po’ troppo di simpatie repubblicane, certamente non genuflesse incondizionatamente al nuovo corso politico e insomma non cooptate dal potere governativo piemontese. Anzi militarmente e politicamente emarginate, nonostante i meriti acquisiti e le capacità ampiamente dimostrate. Inutile dire che le sue scelte non contribuirono certo ad arricchirlo economicamente, anzi aveva già dovuto far vendere in precedenza dal fratello Antonino San Martino De Spuches, duca di Santo Stefano di Briga, l’originaria residenza di famiglia: lo storico e prestigioso Palazzo Pardo, sito a Catania proprio nella piazza del Duomo di fronte alla Cattedrale e lungo l’antica via Ferdinandea, oggi via Garibaldi.

Si tratta in definitiva di una importante micro-storia, bibliograficamente abbastanza ben testimoniata anche a livello di documenti di famiglia, da cui si ricava l’evidenza di una cronaca che attraversa ed unifica le due fasi storiche del Risorgimento. Una storia familiare che accomunò tanti, ma che la prima ragion di stato italiana provvide a mascherare secondo gli interessi non propriamente nazionali e pubblici del nuovo potere dominante!

Lo stesso Garibaldi non venne in ultima istanza “esiliato” a Caprera? Mentre l’attuale revisionismo pseudo-meridionalista non lo condanna inquadrandolo, del tutto falsamente, come un sordido avventuriero e un avido mercenario? Proprio lui amato in vita dalle folle, popolari e non, di mezza Europa come l’incarnazione del vero eroe romantico! Fino al paradosso di descriverlo come una longa manus del successivo malgoverno savoiardo. Addirittura accusandolo di aver agito a sfavore di un illuminato governo borbone, usurpato da lui stesso per conto dei piemontesi e contro ogni istanza popolare. Lui socialista e democratico-popolare, ben più che mazziniano! Così manipolando palesemente la storia del regno borbonico delle due Sicilie, certamente fiorente economicamente e culturalmente lungo il corso del Settecento, ma già, dopo la parentesi murattiana e con la Restaurazione messo in crisi dalle pessime politiche reazionarie dei suoi sovrani, particolarmente oppressive soprattutto in Sicilia…

Insomma l’intellighenzia più illuminata (illuminista) del sud della penisola si batteva nella prima metà dell’ottocento per il nord. Così come nel 1860 tanti patrioti del nord davano la loro vita nella cosiddetta “impresa dei mille”. E già questa definizione, “dei mille”, costituisce la base di un falso storico tendente a sminuire l’evento reale della grande rivoluzione avvenuta nel meridione d’Italia. I garibaldini, oggi lo sappiamo – dopo un segreto di stato racchiuso negli archivi piemontesi per un secolo e mezzo – , erano in realtà da trentamila a quarantamila! I cosiddetti “mille” erano quelli simbolici, gli altri attendevano un po’ dappertutto lungo l’intera penisola, dopo il fallimento dei, precedenti cosiddetti “moti risorgimentali”. Moti che dunque risultavano preparatori al 1860.

In questo “scambio di sangue” tra nord e sud troviamo, seppure un po’ alla lontana, il più autentico patto fraterno che ci unisce nella penisola e che solo una becera ignoranza storica o inconfessabili interessi di parte possono celare. Tutti costoro, combattenti per il Risorgimento Italiano, idealizzavano già una repubblica democratica o, più realisticamente per i tempi, una monarchia costituzionale. Insomma una società in qualche modo composta da cittadini prima che da sudditi. Dunque essi hanno vinto, seppure a distanza di molto tempo, e semmai sono i loro eredi che avrebbero dovuto e dovrebbero oggi porsi alla loro statura… Che non ci siano riusciti o che non ci riescano non può essere addebitato a loro. Semmai a coloro che, detenendo più o meno abusivamente il potere democratico, pretendono che gli italiani, o meglio: una buona parte degli italiani, rimangano ancora sudditi.

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