Le distorsioni del Politically correct. Una rilettura fenomenologica delle due ben diversificate nozioni di reazione e di conservazione politico-culturali

Non si finisce veramente mai di imparare nel cercare di comprendere meglio le complessità del mondo e la loro rilettura nella costante evoluzione dei fenomeni umani e naturali!

Termini genericamente contrapposti quali “conservatore” e “progressista”, “tradizionalista” e “innovatore”, “reazionario” e “rivoluzionario”, di buona norma sono purtroppo soggetti a letture ed usi ideologici e di parte e dunque sottratti in quanto tali al civile confronto delle idee e al dibattito produttivo di nuove e più profonde idee sulle più variegate realtà del mondo umanamente interpretato.

Se poi si va esemplificando e banalizzando, le nozioni si bipolarizzano e allora “conservatore” e “reazionario” e “tradizionalista” si possono fare più o meno impropriamente equivalere.

Per di più, ammettendo – com’è nostra ferma e aprioristica convinzione ricavata dall’esperienza storica – che ogni -ismo possa costituire una iattura tanto per la proficuità del Dialogo quanto per la Storia del genere umano:

  1. perché al possibilista e tutto sommato positivizzante “innovatore” non si può far corrispondere un dogmatico e magari poco concludente “innovista”, ossia un “innovatore ad ogni costo e a prescindere da risultato”?
  2. E al rigido “tradizionalista” l’immagine tutto sommato positiva di un “tradizionatore”, ossia di colui che costruisce il futuro ben poggiandosi sulla maggior consapevolezza dell’importanza delle tradizioni?
  3. Certamente un “reattivo” può corrispondere meglio in positività ad un “reazionario”, ma siamo sicuri che qualsivoglia “reazionario” della Storia avrebbe accettato questa espressione che, di suo, odora già di un che di diabolicamente aggressivo? Forse, in tal caso meglio un “reazionista” per ristabilire le giuste distanze e riadattare in meglio il precedente?
  4. Poi andrebbero ben testate le potenzialità negative di un “conservista” e positive di un “progressore”, meglio sostituibile eufonicamente da un “progressivo” – per quanto sappia di scelta … possibilista.

Si dirà che si tratta di questioni solo nominalistiche. L’articolo appresso dimostra invece non solo il contrario ma anche che alla questione nominale si può far corrispondere ben altro rigore e profondità di significati. Tanto da prospettare di tali termini una qualificazione ben più oggettivizzante, piuttosto che tendenzialmente ideologica e di parte. Ossia ben più condivisibile sul piano argomentativo. Una qualificazione che del termine, scavando nel senso specifico e relazionale, ne offra una più ampia connotazione fenomenologica …

Ma questa riformulazione logico-concettuale e migliorativa anche sul piano eufonico può solo servire come esercizio dialettico, dacché il linguaggio e ciascuna lingua specifica evolve innanzitutto per l’uso pratico che se ne fa. Da questo esercizio semmai si potrebbero ricavare alcuni dati orientativi:

  1. il suffisso -ismo assolutizza e di conseguenza annulla il principio dialettico che “la verità, nel dialogo, sta sempre in medietas”;
  2. il suffisso -ore tende al situazionismo in una preponderante chiave stabilizzante;
  3. il suffisso -ivo tende invece ad un situazionismo in una preponderante chiave possibilista.

L’esercizio dialettico può servire allora a meglio attribuire i significati a termini utilizzati fondamentalmente in chiave ideologica, caratterizzandone proprietà altre se appunto modificate in detti (o perfino altri) suffissi. E, dato che questo non accade nell’uso che se ne fa, magari ipostatizzando nella personalizzata riflessione come la stessa parola possa avere uno dei tre significati almeno che dette varianti le attribuirebbero. Chissà che la rivoluzione del linguaggio in senso democraticamente più condiviso non si riveli connessa proprio a pratiche di critica riflessione sui concetti che troppo spesso in maniera fin troppo dogmatica e rigidamente orientata (al modo di “parole d’ordine”) utilizziamo nel nostro quotidiano?

Ecco il prezioso articolo cui faccio riferimento; ma anche come introduzione per altri più avanzati approfondimenti.

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La dottrina dei conservatori

by Giuseppe Di Maio

Nel paese di Greci (centro irpino ai confini con la Puglia) un vecchio di stirpe arbëreshë mi raccontava che quando la gente del contado cattolico arrivava in paese dalla campagna per vendere i suoi prodotti, non potendo opporsi altrimenti alla supremazia degli Albanesi beneficiati con quelle terre da Alfonso d’Aragona, lanciava sassi contro la chiesa madre di rito ortodosso, che ancor oggi porta il segno di quelle offese.

Il razzismo è il tentativo di evitare le dure leggi della concorrenza con determinati soggetti sociali, bocciando o affievolendo i diritti del proprio competitor, e attribuendo loro disvalori con cui le maggioranze denigrano le minoranze. Autoctoni, bianchi, settentrionali, eterosessuali, cattolici, normoabili e normopeso etc. sono razzisti nei confronti di stranieri, colorati, meridionali, omosessuali, miscredenti, disabili e obesi etc. Le identità “de noialtri” diventano discriminatorie verso coloro che non possono vantare gli stessi segni distintivi. E allora l’ordine sociale, fantasiosamente attribuito al lavorio di sudati meriti personali, sarà invece il risultato di una precisa volontà politica che, prima di essere legge che divide e impera, è un’istintiva tutela dei più contro alcune minoranze pericolosamente attive.

Se la preferenza identitaria è l’ideologia dei reazionari, il politicamente corretto è quella dei conservatori. Chi ha già raggiunto una condizione di relativo benessere non teme l’arrembaggio dei “diversi”, il cui percorso sociale è ancora lontano per poter impensierire, ma teme l’aggressione di coloro che per avvantaggiarsi si giovano delle cosiddette identità. Il politically correct, sistema di disapprovazioni formali, si erge allora a protezione dei diritti e della ricchezza dei proprietari, che temono di dover rimettere in gioco il loro conquistato benessere. E’ così che i conservatori squalificano ed escludono razzisti, maschilisti, omofobi e integralisti… Insomma, non c’è che dire: sia i reazionari che i conservatori usano trucchi per escludere chi attenta ai loro interessi, pur millantando entrambi che il motore della disuguaglianza sia un’inverosimile meritocrazia.

Il sistema delle mistificazioni ha nascosto le convenienze dei moderati in un’area tradizionalmente appartenuta alla rivoluzione e al progresso, giovandosi dell’equivoco che quest’occupazione abusiva comporta. Questa è l’area buonista che aborrisce le parole di negro, terrone, puttana, frocio, beduino, storpio e ciccione, ma non metterebbe a repentaglio un acca dei propri privilegi per favorire i diritti di coloro a cui tali parole sono destinate. Ed è in quest’area perciò che fioriscono le leggi a difesa degli interessi di classe. Il ddl Zan, ad esempio, è il manifesto dei conservatori che sottrae alla destra i suoi tradizionali cavalli di battaglia: la possibilità cioè di sobillare l’animo reazionario attraverso il discredito di categorie nemiche. Da qui nasce l’avversione di Salvini e gli altri alla legge contro l’omotransfobia. E la cosa potrebbe anche farci piacere, se non fosse che il disegno di legge striscia per tutta la sua relazione lungo il confine della libertà di pensiero. Tant’è vero che lo stesso legislatore ha ritenuto opportuno all’art. 4 fare salvi il “pluralismo delle idee e libertà delle scelte”; insomma ha evitato di trasformare la tutela di una minoranza in reato di opinione.

Ma il dubbio resta. Che cosa faranno i giudici con una legge del genere? Giacché, pur con l’intento di condannare la violenza discriminatrice, la nuova legge intimorisce le reazioni veraci e spontanee. E una zoccola, maschio o femmina che sia, può sempre minacciare di adire le vie legali a seconda della soggettiva percezione. Purtroppo la tolleranza è la conquista di una civiltà superiore, che ama concentrarsi nella lotta contro la natura, e non nello scontro tra uomini.

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A margine. Conservatore, conservativo o conservazionista? E sempre a prescindere da un a priori ideologico, da valutare semmai appresso in una specifica lettura politica.

Ma ritornando alla questione più generale, per come epistemologicamente impostata:

Nomina sunt omina: “il destino è nel nome”. Nomina sunt consequentia rerum: “i nomi sono consequenziali alla sostanza delle cose nominate”. Res nomina sunt: “i nomi precisano alla soggettività umana l’oggettività dell’esistenza delle cose”.

E pertanto è la scientificità/verificabilità che si impianta a ridosso dei nomi e della loro complessa integrabilità operativa a costituire l’oggettività umana.
Insomma è il linguaggio ad attivare il pensiero formale,  ossia ad attribuire al pensiero astratto consistenza ed elaborazione formale, mentre il pensiero astratto converge verso il linguaggio solo attraverso la relazione interpersonale; che si esplichi in maniera più o meno interiorizzata, attraverso il dialogo tra soggetti e il feedback che ne ricava la sua successiva interiorizzazione.

Difatti sappiamo come dato certo, di provenienza fono-simbolica, che le rappresentazioni della realtà si traducono in nomi, ossia in definizioni denotative innanzitutto e magari all’origine perfino esaltandone sonorialmente il potenziale simbolico-rappresentativo; e sempre più connotative via via che il loro dominio conoscitivo si approfondisca nell’esperienza.
Senza i nomi pertanto non si può dare adeguata e vieppiù approfondita conoscenza della realtà composita che ci circonda, ossia delle singole cose che ci circondano e delle loro relazioni!

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Mi si consenta una divagazione connessa al settore di studi, che mi ha trovato protagonista quanto meno nel mio Paese, pure per spaziare da esso su questioni linguistico-comunicative del più ampio respiro conoscitivo.

Chiamare ancora riduttivamente “analisi musicale” una semplicistica e più o meno acritica attribuzione di nomi – semmai propedeutica all’attivismo conoscitivo, per sua intrinseca definizione a crescente loop vitalistico: dall’approccio sincretico, all’analitico, al sintetico e poi nuovamente ad un ridefinito sincretico-analitico-sintetico etc. etc. – denota solo certa persistente pessima abitudine a non volere attribuire valore conoscitivo a determinate realtà profonde della relazionalità umana, che pure partecipiamo attivamente attraverso i canali sensoriali.

Ciò eserciterà tutt’al più apprendimenti intuitivi ma di basso conio intellettivo: che si accontentano di ben poco a fronte dei corrispondenti esercizi d’intelligenza performativo-esecutiva; talora perfino “sovrumani” – di alto virtuosismo, come si direbbe in musica – ma in cui una qualsivoglia presa di contatto non consapevole “fino al midollo” della realtà studiata, si dimostri fuorviante, decorativa e non discorsivo-rappresentativa, rispetto l’in sé dominato.

Uno dei molteplici casi in cui la musica, la musicalità, l’intelligenza e la più profonda cultura musicale si disvelano come assi portanti della cognitività relazionale (del linguaggio in quanto produzione costantemente integrata al pensiero produttivo); nel significato più vasto immaginabile e dunque costantemente riflesso nelle prassi anche più minute della quotidianità.

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(esercitazione di verifica)
Assodato il conservazionismo dell’ancien regime prerivoluzionario francese o della nomenklatura sovietica stalinista, come si pongono in avvio e come appresso via via si definiscono le figure storiche di un Napoleone Bonaparte e di un Michail Gorbaciov; e tanto nelle diverse prospettive dell’epoca quanto successive e odierne e perfino comparativamente tra loro?

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