La mia prima automobile e l’eterno presente

La mia prima automobile è stata una Renault 4 bianca, a cambio (cloche) orizzontale alla francese e decapottabile nel tetto pressoché per intero, tanto che tutti i passeggeri, tranne purtroppo io stesso da guidatore, potevano affacciarsi postisi sfacciatamente all’inpiedi.
La ricordo ancora con tanta tenerezza: era l’auto dei miei vent’anni, anzi era la tenerezza dei miei stessi vent’anni.

Ricordo le corse estive nel messinese nebroideo tra i tornanti da Tortorici a Castell’Umberto e a Capo d’Orlando e a Galati e a Longi …, talvolta gareggiando con le auto degli altri amici della giovane comitiva locale di villeggianti provenienti dalle città di residenza (Catania, Messina, Palermo, Milano …) e lì domiciliati nelle case originarie dei genitori o dei nonni.
E ne ricordo l’instabilità traballante dentro le curve prese a velocità, con la percezione che l’auto potesse da un momento all’altro “cappottarsi”: non solo nell’effettiva … cappotta, normalmente già aperta, ma nell’intera macchina e con l’intero contenuto umano!

Era la macchina di seconda mano ma messa a nuovo, efficiente e per me strafiga, che mio padre mi aveva regalato dopo la patente. E fors’anche per i mai ufficialmente celebrati miei compiuti meriti di studio: il merito era posto naturalmente, per educazione ricevuta, già nel privilegio di potere studiare. Privilegio di meritarsi lo studio, insomma, e dunque di non contraddirne i suoi coerenti fini.

Era la macchina giovane che mi apriva ad un’autonomia giovanile, fino ad allora mancatami. Perché, per motivi vari e ben diversamente che dal mio fratello minore Guido (nomen omen?), non avevo avuto prima né una moto e neppure un motorino. Ma in compenso avevo però ricevuto il mio ben più importante e ancora attuale pianoforte a (mezza) coda, come dono e assieme pegno promessomi una volta felicemente completata la metà dei miei decennali studi pianistici curricolari, condotti assieme agli studi classici.
Pegno, e duraturo impegno conseguente, ricevuto da un grande padre che amava visceralmente e da coinvolto dilettante la musica e il bel canto e molto prima ancora che io e lui stesso avessimo sentore del legame indissolubile che avrei instaurato un giorno con essa.
E se il pianoforte sarebbe divenuto il principale idealizzato volante della mia esistenza professionale e umana, il volante della mia prima automobile era il realistico mezzo della mia prima, per quanto ancora ingenuamente velleitaria, autonomia familiare.

Ed io, come per rivalsa a quest’autonomia che mi sembrava fin troppo attesa.e decisiva, quell’auto la usavo a modo mio nel modo più avventuroso e rischioso; che poteva competere appunto e semmai ad un motorino usato alle velocità più sfrenate.
Per paterna saggezza non era certo un bolide e probabilmente nel caso sarebbe stato un guaio, proprio per la mia fin troppo eccessiva voglia di “gloriosa” emancipazione, non ben sorretta però da una corrispondente dotazione visiva.

(Solo dopo i cinquant’anni delle fortunate operazioni chirurgiche di cataratta mi avrebbero fatto riacquisire un visus tale da togliermi l’obbligo delle lenti per la guida. Interrompendo felicemente come per miracolo una mia precedente vita connessa ai dolori relazionali dell’handicap visivo, ma anche alle assoggettate gioie di acquisizioni interiori nella solitaria lettura e nella crescente ma funzionale introiezione culturale. Con una maturazione di ben altre più profonde crescite relazionali, attraverso i più complessi vissuti filtrati e registrati da capolavori prima della letteratura mondiale e appresso della saggistica professionalmente più motivata.)

Riguardo oggi l’ingenuità di quella emancipazione come il ricordo di una ingenuità di fondo, assolutamente pertinente alla fase evolutiva post-adolescenziale. Oggi forse, in un a posteriori flashback, riconoscibile come disarmante e disarmata davanti a certi patologici contesti con cui allora mi toccava sporadicamente confrontarmi. Dove accadeva invece che lo status symbol dell’auto sportiva e costosa trapassasse dal padre al figlio senza alcuna mediazione etica ed educativa, figuriamoci poi se meritocratica!
Percepivo anzi i rappresentanti di quella casistica un po’ come giovani invecchiati troppo presto. E col senno di poi probabilmente avevo pure una qualche ottima ragione…

Così come hanno indubbiamente ragione coloro che ricordano ancora con piacere attuale il sano piacere trascorso dei loro vissuti giochi infantili. E ciò senza minimamente doversene o volersene vergognare. Piuttosto che  tragicamente individuare solo nell’età di centro, la cosiddetta età adulta, l’unica motivazione di una più rapida crescita possibile prima e appresso di un più lento possibile allontanamento verso i presunti orrori dell’età anziana e soprattutto della vecchiaia e della conseguente (!) morte.

Oggi, nella carriera lavorativa felicemente giubilato (?), riconosco quella stessa gioia di vita in una Peugeot 207 di un bel blu-grigio metallizzato e soprattutto decappottabile. Perfettamente efficiente sebbene anch’essa comprata nel mercato dell’usato. E non ne producono più di queste, evidentemente per loro poco convenienti strategie di rendimento economico, le sempre più rapaci industrie automobilistiche.

Questa mini-cabrio l’abbiamo acquistata, io e Sara – mia moglie, l’intestataria – anche nella prospettiva già in corso del prolungarsi indeterminato della pandemia.
Per utilizzare al massimo spazi aperti nel più libero movimento, proprio in terapeutica contrapposizione ai vincoli talora soffocanti delle clausure domestiche.
E quella ingenuità di allora si ripete adesso con una analoga volontà vitalistica e con una rinnovata ingenuità di fondo: pertinente all’età più matura e al vivacizzarsi di desideri nuovi, seppure disvelantisi anche come già noti. Quei desideri delle incognite di un futuro da riprogettare, eppure già un po’ formulato in certi suoi tratti elettivi trasmessi dal passato.

Con la Peugeot, stavolta spalancata en plein air, amo correre da solo ascoltando musica a volume pieno e, nel caso, pure cantando a squarciagola. Da solo perché è difficile per un ultrasessantenne trovare coetanei desiderosi di esprimersi così tanto vitalisticamente (o meglio: giovanilmente? o peggio: rimbambinitamente?). Proprio perché sono fin troppo condizionanti gli stereotipi socio-culturali dell’adulto “serio e composto”, “senza né più desideri né più voglie”,  proiettato verso un’età in cui giovanilismo e rimbambimemto diventano “naturalmente” sinonimi. 

Ma perché un imprevedibile vitalismo debba giocoforza corrispondere ad un prevedibile giovanilismo nessuno saprebbe rispondere.
Nessuno riesce a spiegare perché si può felicemente regredire da nonni e zii a compagni di gioco dei nipotini e non poter continuare altrettanto felicemente senza la loro presenza.
Sottovalutando che il ludus infantile è  stabilizzata strutturazione della natura umana.

Sarà ulteriore crescita o felice decrescita da programmare o almeno immaginare da adesso?
Ma è stata solo crescita quella precedente ai miei vent’anni o sono in quella fase di vita individuabili anche degli elementi di decrescita, di involuzione rispetto la “più felice” fase dell’infanzia?

In questo teatro di nostra intima appartenenza – così è la vita nei suoi cicli e ricicli evolutivi e involutivi – ciò che perdiamo e acquistiamo è così nettamente definibile, fino a prospettare anzianità e vecchiaia come fasi di stasi se non di decrescita tout court? Oppure a indirizzare verso una fase unica di crescita più “ottimistica” (virgolette a marcarne la problematicità) felicemente ininterrotta fino al “fatale” inevitabile stacco?

E perché non interpretare semmai crescita e decrescita come due convenzioni definitorie e costantemente interscambiabili di un unico processo vitalistico, semmai scandito da orologi e calendari socialmente e culturalmente etero-imposti?
E dunque profittare delle acquisite consapevolezze per ricercare in esse il costante piacere dell’imponderabile; un imponderabile che stavolta si imponga come principale e liberatoria unica certezza del futuro.
Insomma preventivando un futuro olistico, che sia colmo di passato e dunque rivelatorio di un eterno presente.

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