LA CONDIVISIONE COME COMUNICAZIONE DI GRUPPO A DISTANZA

Dovremmo prima o poi farci seriamente delle domande su cosa sia veramente la condivisione scaturente dalla comunicazione a distanza, per come variamente favorita dai social: una messa in comune solo di informazioni pratiche o anche, anzi soprattutto, un accomunare pensieri o comunque concetti espressi tramite parole, immagini, suoni …?

Se la comunicazione avesse solo fini pratici ossia funzionali a successivi, più o meno precisi e predeterminati attivismi la risposta sarebbe senz’altro positiva. La comunicazione telefonica è stata, fin dalle sue lontane origini, e ad oggi rimane un passo fondamentale al proposito: ma proprio questa, nella caratterizzante comunicazione duale, favorisce anche al meglio lo scambio riflessivo e dunque l’aspetto pratico della stessa può notevolmente ampliarsi nella disponibilità di entrambi i recettori. Certo all’interno della comunicazione duale ci si deve pur chiedere qualcosa circa l’efficacia di un monologo, ossia di un riverbero del proprio ego più o meno rafforzato collaborativamente dall’altrui ego – vuoi per codificata cortesia formale, vuoi per puro gioco di scambio. Meglio certamente un dialogo, dove il riverbero dell’ego si confronta magari con l’alterità ed è ben disposto a porsi in discussione costruttiva. Un dialogo è pertanto efficacemente duale, prima che plurale, solo se avviene tra individui sì magari in cerca di qualche affinità ma più o meno disposti a mettersi in discussione per una comune crescita.

Invece un confronto plurale va fatto con la piena consapevolezza che in tal caso di collettiva condivisione – ed è quella promossa dai social – esso trova una comune crescita innanzitutto impedita dalle leggi antropologiche (ed in fondo etologiche) del gruppo – che sia più o meno organizzato o tendente all’organizzazione; le quali leggi nell’esigere positiva coesione tendono però ad appiattire verso il basso più istintuale e dunque più “politico” dell’aggregazione stessa: dunque, anche nel più deteriore significato ideologizzante, ossia affermando una comunicazione tendente ai più ricorrenti e vieti stereotipi e luoghi comuni. Questi poi, rivelandosi pure conflittuali o chiaramente individuabili come di parte, tenderanno a minare l’aggregazione stessa; con la conseguente positiva necessità di evitarli o, meglio ancora per una migliore crescita aggregativa, di sublimarli in una simbolica drammatizzazione (del conflitto stesso) resa teatralmente e ludicamente solo come un gioco delle parti.

Proprio le aggregazioni tribali nella forma di predeterminati riti simbolici ne costituisce inconfutabile prova, ma ciò appunto avviene per consolidare una già prospettata positiva coesione politica (meglio: politico-istituzionale) del gruppo sociale e andrebbe adattato alla preponderante occasionalità del gruppo social. In definitiva va allora ricercata una pur generale ma efficace risposta al come può durare a lungo una condivisione fondata sulla leggerezza, ma tendenzialmente resa priva di profondità dalle leggi del gruppo? E assieme: fino a che punto una, più o meno accomunante, ricerca di profondità può reggersi senza mettere a dura prova quella leggerezza?

Un sistema di regole puramente quantitativo condanna ad una condivisione superficiale, per quanto leggera ed accettabile. Forse, invece, il silenzio alternato alla profondità può servire almeno alla riflessione dei singoli più volenterosi – una riflessione che esige dialogo con sé stessi – almeno per chi ne è o ne vuol diventare capace? Insomma andrebbe affermata l’importanza del silenzio riflessivo da alternare alla comunicazione: tanto più ampio il primo quanto più impegnativa la seconda?

Magari occorrerebbe non solo provarci individualmente (e velleitariamente) ma farne appropriata scuola per le nuove generazioni. E ciò esige uno sforzo di (auto-)rieducazione delle generazioni precedenti. La migliore, più sicura alternativa resta il sano mantenimento della comunicazione duale, tendenzialmente molto più disponibile e priva dei vincoli politico-relazionali del gruppo. Meglio allora non dimenticarla mai nelle sue peculiarità relazionali e favorirla in alternanza positiva alla comunicazione social (plurale). Oppure utilizzarla all’interno della comunicazione plurale come fattore trainante, ma sempre in maniera discreta, scambievole e circolare, in modo da non produrre eccessi troppo invasivi di privilegiate dualità – probabilmente esiziali alla lunga per l’equilibrio aggregativo della condivisione social.

Resta sullo sfondo la questione dei social come frutto di funzionale auto-determinazione oppure da assoggettare a condivisibili meccanismi regolativi. È l’eterna questione del potere e della sua umana corruttibilità. E dunque della sua controllabilità dal basso di una democrazia sostanziale che non degeneri in squallida demagogia e dall’alto di una aristocratica ed illuminata meritocrazia che non degeneri in ottusa e soffocante oligarchia.

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