La “bigamia di fatto”. Un reato non previsto nel nostro ordinamento

by Mario Musumeci

Fatto ricorrente più di quanto non sembri. Lui e lei sono sposati felicemente, almeno nell’apparenza di una condivisione in comproprietà di una casa di abitazione se non anche di un comune e mai abbandonato luogo di interessi: un ufficio o un negozio o altra impresa o altra attività lavorativa o di diporto. Lei con una femminilità discreta e accettante ma sottilmente direttiva e di riequilibrio affettivo, a non dire … materna. Lui di carattere generalmente scostante o, se si preferisce, “versatile”; ma solo in una lettura positiva, ossia quando questa non risulti poi un alibi per quella stessa incostanza. E questo per il lui tanto negli interessi quanto nell’affettività coniugale, ma comunque sempre rimanendo legato profondamente a quella caratterialità della lei, accettante nella forma ma direttiva nella sostanza. Più o meno come una madre – in realtà moglie o ex-moglie convivente o semi-convivente di fatto, seppure legalmente separata – col figlio mammone – in realtà marito o ex-marito, però ancora convivente o semi-convivente.

Quando questo legame si sovrappone su una relazione terza i risultati si vedono in parte immediatamente ma più consistentemente col tempo e soprattutto con l’intervento di importanti fattori nuovi come una maternità della nuova compagna. Nei fatti lui rimane legato con la “ex-moglie”, pure instaurando con la nuova compagna un rapporto più o meno “intenso” – almeno in una certa apparenza del coinvolgimento passionale e perfino affettivo se non in qualche modo consolidato appunto dalla nascita di figli e a maggior ragione se in mancanza di essi nel rapporto precedente. Cosa dire? Solamente: “peggio per le donne che accettano relazioni con uomini sposati, ma legalmente separati seppure ancora più o meno conviventi”? Eppure il nostro ordinamento considera reato la bigamia, ossia il legame matrimoniale reiterato, senza precedente annullamento o divorzio, con due o più persone di un singolo soggetto. E ugualmente considera il coniuge separato ma non divorziato come facente parte dell’asse ereditario del coniuge defunto. Inoltre la separazione legale se interrotta da convivenza di fatto può comportare presunzioni circa la sussistenza o meno del permanere del legame coniugale …

Il problema si pone in maniera particolarmente rilevante con la sopravvenienza di un figlio nel secondo rapporto, figlio invece mancante nel primo. E nella conseguente volontà del coniuge separato di stabilizzare la duplice convivenza con duplici “ruoli materni”, anziché eliminarne una volta per tutte l’ambiguità di status affettivo e parentale, appunto recidendo con un divorzio il rapporto con la moglie da cui è ancora solo legalmente separato. Il tutto quasi a legittimarne presuntivamente una configurazione dolosa: “non potendo avere figli con te me lo cerco altrove, per poi comunque coinvolgerti felicemente in un ruolo più o meno surrogato”! Ovviamente questa ambivalenza di ruoli in quanto profonda e (non dichiarata ma almeno socialmente) patologica ambiguità affettiva costituirà danno per il nascituro e farà bene il giudice chiamato in causa a impedirlo; ad esempio con un affido condiviso ma molto ben limitato per il coniuge “bigamo di fatto” o comunque aspirante tale. Ma ciò appunto quando l’altro coniuge, nei fatti “genitore surrogato”, arrivi a comprendere meglio la grave situazione di patologica dipendenza in cui è incappato e voglia non solo uscirne ma anche proteggerne il figlio.

Si osservi peraltro che se il coniuge “bigamo di fatto” è donna (cosa forse più rara ma possibilissima), dapprima in coppia infertile con il marito ma appresso ingravidata nella seconda relazione, sarà difficile per il giudice penalizzarla come nel precedente caso e proprio per il preponderante ruolo materno nello svezzamento dell’infante. Configurando in tal caso (sporadico o frequente che risulti sul piano di ipotetiche e mai fatte rilevazioni statistiche) un danno al “genitore surrogato” e appresso pure “espropriato” della sua genitorialità. Un ulteriore vulnus per il nostro ordinamento costituzionale, dati i gravi inconvenienti che produce una pretesa parità dei sessi se tenuta astratta dalle loro naturali funzioni; proprio per gli ingiusti effetti che può produrre in tema di genitorialità – dove più che mai ruolo materno e ruolo paterno sono molto – e giustamente hanno da essere – ben differenziati tra loro nei fatti come diversamente protetti, ma molto ben riequilibratamente, nei diritti!

Magari, in una prospettiva di (fanta-?) ingegneria istituzionale, possono allora prospettarsi due condizioni di riequilibrio normativo ma alternative tra loro. O in considerazione della più recente sociologia della famiglia allargata si ammetta una volta per tutte il superamento del tabù socio-culturale della bigamia, pur’anche in forme molto limitate nella possibile conseguente casistica e minuziosamente disciplinate in ciascuna fattispecie normativa: un lavoro immane per qualsivoglia legislatore e peraltro soluzione improbabile soprattutto in una civiltà di cristiana tradizione. Oppure si inserisca il reato di “bigamia implicita”, configurabile in tutti i casi in cui un soggetto pretenda di costituire due diverse famiglie, di cui non necessariamente entrambe (come nella bigamia effettiva) ma anche solo una sia disciplinata da regolazioni normative e dell’altra se ne pretenda altrettanto nei fatti, come ad esempio la giuridica condivisione dell’affido da vivere assieme anche e proprio con il coniuge precedente, dunque solo fittiziamente abbandonato.

Si arriverà mai a questa seconda pur equa soluzione, il cui scopo appare una più adeguata e coattiva responsabilizzazione del “coniuge Peter Pan”? Coniuge “leggero” ed abile più a produrre scompensi familiari nella propria discendenza che a darsi una regolata nel pre-valutare la conseguenza dei danni che le proprie azioni possono produrre nella prole, come nella dovuta chiarezza e trasparenza di rapporti affettivi. Senza certo scadere nell’inverso e ancor più bieco moralismo, s’intende … Oppure la risposta potrà trovare ulteriore maturazione solo sul piano della giurisdizione? Nell’inquadramento ben più ampio e meditato di una realtà di fatto che da tempo nel diritto di famiglia avanza ben più rapidamente nei costumi sociali che nella loro adeguata considerazione da parte del legislatore. Sembra al momento questa la soluzione di prammatica: quella, più solita ed “inerziale” nel nostro ordinamento, del giudice che copre le mancanze del legislatore, appunto quando troppo politico e poco istituzionale.

(11 gennaio 2022) 

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