Il linguaggio rivelatore di caratterialità problematiche e connesse familiarità disfunzionali

a cura di Mario Musumeci

«Devi, che ti piaccia o no…!», «Per me va bene tutto», «Tutto è destinato a finire», «Guarda che poi ci perdi tu», «È tutta colpa mia» … Sembrano frasi normali e di uso comune, tuttavia rivelano qualcosa di psicologicamente profondo quando sono troppo spesso ripetute dalla stessa persona, tanto da apparire al suo più abituale interlocutore come precostituite nella psiche di chi le pronunzia, a maggiore ragione se sempre ne attui appresso in qualche modo le implicazioni comportamentali. Dietro il linguaggio può dunque rivelarsi un’attitudine comportamentale acquisita nell’ambiente familiare di provenienza, rivelandone aspetti disfunzionali: gli elementi fondativi di irrisolte patologie socio-familiari che specificano carattere e comportamento al modo di fattori ereditari irriflessi e quindi scarsamente controllabili da chi ne ha subito formativamente l’influenza ambientale e assieme (dis-)educativa. L’articolo divulgativo in merito di una brava psicologa può allora risultare di qualche aiuto sia in termini di riflessione che di auto-riflessione sui propri ed altrui tic comportamentali; che se ossessivamente reiterati durante il corso di un’intera esistenza possono sfociare in vere e proprie patologie comportamentali; seppur blandamente definibili e inoffensivamente definite come “disfunzioni”, al momento del loro generico seppur tendenzialmente stabile manifestarsi.

(tratto da: https://psicoadvisor.com/frasi-tipiche-di-chi-e-cresciuto-in-una-famiglia-disfunzionale-31741.html)

Frasi tipiche di chi è cresciuto in una famiglia disfunzionale

di Anna De Simone (psicologa)

Ogni nostro comportamento è il frutto di un apprendimento, un adattamento all’ambiente in cui ci siamo sviluppati. Il primo «ambiente sociale» entro cui siamo cresciuti è la nostra famiglia, ecco perché essa ha un forte impatto su chi siamo oggi, cosa vogliamo, dove siamo diretti e… come comunichiamo. Molte persone non riescono ad accettare questa realtà ma è così: il modo in cui trascorriamo l’infanzia, le relazioni affettive che intrecciamo e quindi le cure genitoriali ricevute, esercitano una forte influenza sulle scelte che compiamo in età adulta e sul nostro modo di vivere. Ad affermarlo sono gli ultimi decenni di ricerca scientifica! Uno dei tanti esempi è il «Minnesota longitudinal study of risk and adaptation», uno studio longitudinale iniziato a metà degli anni ’70 con l’osservazione di 267 donne al terzo trimestre di gravidanza.

I ricercatori hanno osservato il rapporto con i neonati alla nascita, e poi hanno esaminato i bambini durante la crescita: hanno studiato i loro comportamenti sociali, le loro interazioni familiari, l’andamento scolastico, le prime relazioni affettive, il debutto lavorativo (…). La ricerca è stata mastodontica e ancora oggi, a distanza di  48 anni, va avanti. I ricercatori hanno prelevato, con la prima e la seconda generazione di nascituri (quindi con i figli e i nipoti delle 267 donne iniziali!), dei campioni di DNA per indagare eventuali influenze genetiche ed epigenetiche.

La variabilità del campione è stata ideale da un punto di vista statistico: ha permesso di esaminare il ruolo delle esperienze precoci da due punti di vista, da un lato esaminando i livelli di competenza genitoriale e dall’altro esaminando la qualità delle cure ricevute e gli effetti sul campione. La ricerca citata annovera diverse peculiarità:

  • Le valutazioni dell’ambiente familiare sono iniziate prima della nascita del campione.
  • Le valutazioni sono state costanti dopo la nascita e durante la crescita.
  • Sono stati impiegati strumenti di misurazione in grado di valutare diversi domini di funzionamento sano e patologico.
  • È stata condotta una costante analisi dello sviluppo sano e disfunzionale.
  • È stata condotta una costante valutazione del contesto di sviluppo.
  • Sono state condotte valutazioni precoci sulle capacità relazionali del campione.
  • Lo studio ha osservato delle relazioni di continuità tra il comportamento genitoriale, il comportamento dei bambini e le risposte cognitive che mostravano durante la crescita.

A partire da questo gargantuesco lavoro, sono nate numerose ricerche satellite. Non solo, studi più recenti hanno dimostrato che le cure genitoriali possono esercitare un influenza epigenetica, in particolare possono migliorare o peggiorare la tolleranza allo stress del figlio (e quindi influenzare l’attività secretoria di corticosteroidi). Tutta questa premessa per dirti che non dovrebbe meravigliarti sapere che il modo in cui comunichi e quindi le frasi che scegli, possa rivelare aspetti della tua storia familiare.

Il modo in cui comunichi svela la tua infanzia

È chiaro che se non riusciamo a comunicare in modo efficace, è perché non abbiamo mai imparato a farlo. Anche il modo in cui comunichiamo è frutto di un apprendimento/adattamento, abbiamo appreso le «strategie comunicative» che meglio funzionavano nella nostra famiglia di origine e questo non sempre è un bene. In parte, comunichiamo i nostri bisogni proprio come i nostri genitori comunicavano i loro con noi, quando eravamo piccoli, e in parte, abbiamo adattato le nostre modalità comunicative in base ai feedback ricevuti proprio dal nostro ambiente sociale di sviluppo.

Così, parola dopo parola, scambio dopo scambio, qualcuno di noi ha appreso una dinamica comunicativa severa, basata su rimproveri, punizioni, ricatti morali e intimidazioni che sottendono l’abbandono come minaccia. Ecco perché, nell’esprimere dei semplici bisogni, qualcuno di noi tende a essere più aggressivo, mentre altri si lasciano prevaricare e si pongono su un piano comunicativo acquiescente, quasi sottomesso (perché era questo lo stile comunicativo vincente in famiglia). Il fatto è che oggi siamo cresciuti, siamo adulti, e possiamo comunicare intenzioni e bisogni in modo calmo, razionale e costruttivo. Tuttavia, se questa modalità comunicativa «calma e propositiva» non è stata appresa durante la crescita, dovremmo impegnarci per adottarla!

Frasi tipiche di chi è cresciuto in una famiglia disfunzionale

Lo stile comunicativo può rivelare molto sulle nostre esperienze passate, prova ad analizzare il tuo stile per capire cosa ti racconta di te e dei tuoi rapporti familiari. Per farlo, ti aiuterò con delle frasi emblematiche, spiegando alcune delle dinamiche comunicative più comuni.

Nota Bene. Attenzione! L’essere cresciuti in una famiglia disfunzionale non è necessariamente un’esperienza drammatica: esistono livelli di disfunzionalità differenti. Molti genitori hanno ereditato modelli comunicativi (e relazionali) gerarchici, basati quindi sul presupposto che, in famiglia, esistono dei subordinati, componenti meno importanti. Questo genera spesso un senso di frustrazione e di forte ingiustizia soprattutto nelle famiglie in cui, un figlio, è trattato come l’ultima ruota del carro. In questo modo, quel bambino non apprenderà la reciprocità, imparerà invece che i bisogni di una persona sono più importanti di quelli di un’altra e sarà portato, in base ai suoi vissuti, a identificarsi come colui che è gerarchicamente superiore o inferiore; tratterà i suoi bisogni come più o meno importanti di quelli altrui. Anche quando un adulto apprende la reciprocità, potrebbe leggere nel suo interlocutore delle minacce (inesistenti) e assumere uno stile comunicativo difensivo.

Attenzione! Le frasi che seguono vanno sempre contestualizzate ed esaminate con l’intero stile comunicativo.

«Devi, che ti piaccia o no…!»

«Ciò che si deve fare è…»

«È così e basta!»

«Non pensare questo»

Se ci fai caso, queste frasi hanno una cosa in comune, non permettono alcuna scelta all’interlocutore. Sono imposizioni, sottendono un pizzico di prepotenza, tipica di chi ha dovuto sgomitare per affermare se stesso, tipica di chi non ha imparato a lasciare all’altro la libertà di scelta. Le persone che si esprimono in questo modo, sono molto dure, talvolta anche con se stesse. Vedono la realtà come una giungla in cui combattere.

«Non importa»

«Va bene così»

«Fai tu»

«Per me va bene tutto»

Anche frasi come queste hanno un tema portante: quello della persona che si fa piccola piccola per non dar fastidio. Nella sua famiglia d’origine, l’unica strategia che le ha consentito di «adattarsi», consisteva nell’essere invisibile, dare meno fastidio possibile. Probabilmente gli altri componenti della famiglia l’hanno spesso trattata come un peso, oppure, erano troppo presi da problemi per elargire attenzioni a quel bambino che, pian piano, ha finito col sentirsi invisibile.

«Sapevo che andava a finire così»

«Sei sempre il solito!»

«Tutto è destinato a finire»

«Non esistono coppie felici»

Queste sono le classiche frasi del disilluso, di colui che non crede più a nulla e che non ha mai imparato a fidarsi e af-fidarsi all’altro. E così fa vincere i suoi pregiudizi, cioè le idee che ha sviluppato o appreso in passato. In queste persone, l’idea che hanno della realtà vince sulla realtà stessa! La percezione personale supera il concreto dando vita a innumerevoli bias cognitivi. Già, è questo l’effetto che hanno i pregiudizi ed ecco perché sono così pericolosi. Tracciano per te il tuo destino, sottraendo il preziosissimo libero arbitrio.

«Questa è l’ultima volta che te lo ripeto…»

«Se tu non fai questo, io allora…»

«Guarda che poi ci perdi tu»

«Con tutto quello che ho fatto per te, sarebbe il minimo…»

Nella comunicazione, sarebbe saggio non confondere una richiesta con una pretesa. Quando fai una richiesta, è necessario che tu sia disposto ad accettare un «no» come risposta. Chi non riesce a tollerare un «no» come risposta, ricorre alle intimidazioni, ai ricatti morali, alle minacce subdole. La comunicazione, in questi casi, può diventare un vero e proprio campo minato.

«È tutta colpa mia»

«Devo migliorare»

«Mi devo fare più furbo»

«È possibile che sia l’unico a capire come stanno davvero le cose?»

Una storia familiare difficile può innescare forti vissuti di colpa. Talvolta la colpa si trasforma in indegnità, ed è rivolta verso l’interno di sé. Altre volte la colpa si trasforma in rancore, perché rivolta all’esterno di sé, c’è sempre un colpevole, un responsabile da condannare.

Quando la colpa è collocata dentro di sé, emergono frasi e vissuti in stile: «gli altri mi trattano male perché non valgo nulla, è tutta colpa mia», «non sono abbastanza», «devo fare di più», «devo essere migliore…». Quando la colpa è rivolta all’esterno, con forti vissuti di rancore, emergono frasi e vissuti come: «mi trattano tutti male perché sono degli ingrati», oppure «nessuno mi capisce, sono degli insensibili» (…). In questo caso, quando possibile, la persona identifica un capro espiatorio che tenderà a trattare male e sul quale riversare ogni responsabilità, in genere si tratta di un coniuge o di un figlio.

E chi è cresciuto in una famiglia funzionale? Come comunica?

Si chiama comunicazione non-violenta linguaggio giraffa. Lo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, noto per la sua teoria dei contesti comunicativi win-win (comunicazione non-violenta) ha parlato del linguaggio giraffa per fare riferimento a un modello comunicativo particolarmente assertivo. Prima caratteristica utile: i due interlocutori sono posti sullo stesso piano, non vi è un prevaricatore o un sottomesso, ma due individui che pesano uguale sulle braccia di una bilancia in perfetto equilibrio. Ciò significa che, nelle interazioni, i bisogni dell’altro sono importanti quanto i propri, ne’ più, ne’ meno.

La persona non sente il bisogno di sopraffare l’altro, di avere l’ultima parola, di innescare sensi di colpa o sentirsi superiore in qualche modo. Ecco perché usa un linguaggio che non giudica, che si basa sulla comprensione, che permette di esprimere ciò che è vivo dentro di sé e di fare richieste in modo costruttivo. Le parole che scegliamo e il modo in cui esponiamo i fatti, giocano un ruolo estremamente importante. La cattiva comunicazione è la principale causa di disfatta nelle relazioni affettive e non: pensiamo che i problemi siano il «cosa» (cosa accade, cosa ha detto, cosa ha fatto…) ma in realtà sono il «come» (come si affrontano le questioni, come si esprime un concetto, come si affronta una determinata questione…).

Se ci rifletti un attimo, ciò che ho appena scritto non solo è intuibile ma l’avrai sperimentato sulla tua pelle un mucchio di volte: tutto è mediato dalla comunicazione! Un conto è se qualcuno ti dice «questo piatto fa schifo! A cosa pensavi mentre cucinavi?». Ben diverso è se afferma: «in genere sei più bravo in cucina, cosa è successo?». Il «cosa» è lo stesso, un piatto riuscito male, mentre il «come» è diverso e cambia tutto. Certo, nella vita ci ritroviamo ad affrontare questioni meno banali di una ricetta venuta male, ma il senso non cambia. Il «come» conta tantissimo!

(pubblicato in questo sito il 14 giugno 2022 e soggetto ad ogni eventuale approfondimento critico)

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