Il festival di Sanremo è veramente la vetrina più importante della canzone italiana e della sua evoluzione artistica?

by Mario Musumeci

Beh, il più pertinente giudizio estetico, per quanto sommario, sul singolo festival sanremese lo si esprime oggi già a monte di ogni sua edizione, a cura della notevole moltitudine dei suoi critici. Quindi, al di là di qualche evento più di vivacità spettacolare e di costume che specificamente artistico-musicale, il Sanremo gara canora avviene oramai da tempo nella più trita e ritrita prevedibilità di generale piattezza artistica: un assemblaggio di improbabili mediocrità artistiche, di talenti in nuce, di professionisti in perenne affannosa corsa di sopravvivenza artistica e di qualche (rarissimo) grande professionista già stabilmente affermatosi ma altrimenti e sempre dopo lontane gavette sanremesi.

Il fatto principale è che probabilmente non funziona più l’opportuna ripartizione nelle due sezioni, l’una dei vip professionisti già ritenuti affermati (…) e l’altra delle nuove proposte, cui accedono i vincitori di concorsi canori minori. Questo sistema andrebbe riformato e bene incentivato nelle specifiche esigenze. Una calcistica serie A non può che appiattirsi se unificata in un campionato con le serie B e C: le squadre più preparate o migrebbero verso lidi più redditizi oppure diminuirebbero il loro impegno commensurandosi ai livelli più bassi. D’altra parte le tifoserie, di sostegno anche economico, quanto influenzerebbero le condotte di gara con una ulteriore tendenza all’appiattimento? Si dirà che lo spirito della gara e della connessa “sportività” risolverebbe tutto, ma sappiamo quante magagne si celano dietro questa ipocrisia di fondo. Dunque se è meglio tenere separate le diverse aree qualitative (ossia … le serie) di campionato, non sarebbe opportuno, una volta per tutte, istituirne di analoghe nella vetrina più importante della canzone popolare italiana? Ma fondandole su quali altri criteri, oltre la legittimità di non più mettere a confronto entità qualitative tra loro poco commensurabili? Anzi incommensurabili, se non attraverso il falsificante mezzo di una votazione associata in parte a metodo elitario, su base (pseudo-)competenziale, e in parte partecipativo, su base (pseudo-)statistica.

Alle origini l’inevitabile conflitto generazionale veniva via via sanato dal “pensionamento” delle vecchie proposte. E questo accadeva di buona norma e con rare eccezioni. Adesso assistiamo all’imporsi di una realtà molto più fluida però fin troppo disarticolata al suo interno. Una realtà determinata da più fattori di disomogeneità, vediamoli separatamente in maniera un pò critica ed ironica ma anche scherzosa ed auto-ironica.

1) I Super-Vip, di fin troppo lungo e maturato corso. La longevità professionale, in crescita di qualità, di tanti artisti che continuano a fare la loro storia nella canzone italiana. Ma anche di un loro riadattamento, più o meno marcato e più o meno apprezzabile, alle nuove tecnologie e mode nonché ai rinnovati indirizzi estetici della proposta compositiva e performativa. Chiamiamoli anche, ma solo molto convenzionalmente, i “mostri sacri” o, se si preferisce la metafora calcistica, i “mediani di spinta” e solo potenziali “attaccanti”, a seconda se la “riuscita del goal” (= la vincita della loro canzone) debba valutarla un target di ascoltatori più vicini o meno per affinità di gusto alla loro generazione: nella prima giornata di questo Sanremo 2022 lo straordinario Ranieri (70 anni) in una performance dove carisma attoriale e poeticità musicale primeggiano con evidenza sulla scena. Appresso il gran professionista Morandi (77 anni) in una scherzosa e gioiosa operazione di ringiovanimento con una canzone di Jovanotti. Ma si tratta di canzoni tutt’altro che spiccatamente nazional-popolari, difficile immaginarle sul podio … Ma, attenzione, c’è sempre la ben studiata disponibilità di un premio della critica o di un premio per il miglior testo o per il migliore arrangiamento … ! Ben diversamente, nella seconda giornata, dalla straripante verve canora di una pimpantissima Iva Zanicchi (82 anni) ma con una canzone che, insomma … no comment: premio Lady Festival “alla carriera”? Peraltro va affermato che, mestiere o bravura a parte, si tratta di performer e non di autori. Il che la dice già lunga su un festival della canzone che in realtà da sempre ha inteso premiare innanzitutto la performance sul palco, ossia la qualità della confezione prima della qualità della produzione. La qualità complessiva dello spettacolo piuttosto che la qualità poetico-musicale delle canzoni. Non si tratta propriamente della stessa cosa, come vedremo appresso.

2) I Vip più o meno effettivi, con l’esigenza di mantenersi bene a galla nelle acque perigliose del mondo dello spettacolo. Il permanere mediano, se non in più stabile postazione di difesa, di professionisti già affermati come Ferreri, Noemi, Emma … si affida più alla loro personalità che alla qualità di spicco della loro rispettiva canzone. Senza prospettare loro un futuro da “mostri sacri” paiono allora condannati anch’essi a fungere da riempitivo presente e futuro, seppur di discreta qualità, della manifestazione. Salvo prospettarne al momento per ciascuna un non prevedibile ma auspicabile ulteriore sboccio professionale … Assieme a costoro si dispongono i più naturalmente favoriti, gli “attaccanti”, vuoi per la miglior confezione del loro prodotto vuoi per una già maturata esperienza vincente che dal seguente punto 3) li ha fatti transitare al livello dei vip: da Mahmood (stavolta in duetto) a Moro a Elisa … Questa è la fascia più naturalmente prossima al podio, vuoi per maturata esperienza vuoi per più probabile scelta del pubblico, confacente al suo medio posizionamento generazionale.

3) Il passaggio alla categoria dei “professionisti” di artisti di più recente generazione è dettato dalla evidente loro maggiore adesione ai gusti del pubblico più giovanile: quello spesso educato dai vari format televisivi variamente promuoventi la formazione di giovani artisti o comunque la scoperta di nuove proposte, da Amici a X-FactorL’incremento quantitativo estremizzato delle proposte nell’ultimo ventennio è andato di pari passo con la commercializzazione crescente della televisione privata e pubblica, nonché degli altri media via via sempre più costretti a farle da contorno. E questo con il supporto sempre più sofisticato delle nuove tecnologie di “confezionamento del prodotto”. Non di rado promozionalmente ben supportato e anche direttamente sulla scena da presenze di show-men di indiscusso e meritato carisma popolare come adesso Fiorello, Zalone … Insomma tante di queste proposte sono destinate a vita effimera proprio per la mancanza di una vera personalità che le esprime, perché il buon confezionamento della loro performance già da adesso o prima o poi non ne riuscirà a nascondere i limiti. Altre confezioni al contrario trovano un ottimo trampolino di lancio, magari per la loro affermazione grazie ad una canzone particolarmente originale e ben riuscita, ma senza poi riuscire ad esprimere una gran continuità. Alcuni più bravi in avvio ed in tenuta invece transitano alla categoria 2), pertanto con qualche probabilità di inserimento futuro nella 1). Ma quello che poi in realtà accade molto più frequentemente è che coloro che grazie al loro precoce carisma hanno usato Sanremo come trampolino di lancio per una loro successiva carriera anche internazionale difficilmente torneranno a mettersi in discussione nello stesso festival. Semplicemente perché non conviene loro rimettersi in gioco lì, proprio per la natura dello stesso principio commerciale che come afferma in maniera più o meno effimera una carriera professionale così la sbatte altrettanto facilmente giù dal piedistallo, con qualche concreto rischio d’immagine per la carriera effettiva, se a quel punto svolta a prescindere dallo stesso festival sanremese.

E difatti di buona norma gli artisti affermati dal festival se la fanno per lo più alla larga. Proprio perché più o meno chiaramente o confusamente recepiscono la sua contraddizione: voler essere vetrina della migliore canzone popolare italiana e al contempo servire da trampolino di lancio per la carriera del bravo performer. Ma nel primo caso si vuole premiare una qualità autoriale, compositiva assieme poetica e musicale, nel secondo caso si intende premiare la qualità della performance! Non è che le due cose coincidano, tutt’altro! C’è il cantante puro che canta solo canzoni composte da altri professionisti e c’è il cantautore completo che canta ciò di cui ha composto sia poesia che musica. E tra questi due estremi sussistono varie situazioni intermedie. Però per il migliore risultato finale poi le case discografiche, e comunque coloro che si muovono attorno a questi già ben diversificati talenti, sovrappongono varie altre professionalità: dal maestro arrangiatore al sound-designer, dagli strumentisti e coristi al maestro concertatore … Insomma la singola canzone è il frutto di un lavoro di equipe, seppure variamente disposto anche quantitativamente sulla originaria e più o meno singolare produttività compositiva. Ecco perché lo scopo più impellente per l’artista già affermato, e a maggior ragione se cantautore, è di mettersi in proprio: diventando egli stesso produttore discografico, entrando nella categoria imprenditoriale di coloro che innanzitutto sfruttano l’altrui creatività avendone potenziale economico ma anche di competenze specifiche. Per un puro compositore di testi poetico-musicali confrontarsi con queste realtà di mercato precostituite significa difatti non di rado entrare solo in un mortificante ruolo di manovalanza a buon mercato.

Perché allora immettersi in questo macro-evento se non innanzitutto per lo scopo promozionale della commercializzazione del proprio prodotto, che sia quella iniziale del lancio di un nuovo prodotto o che sia quello che altrimenti vuol reiterare il successo di un prodotto già testato? Questo può attuarlo solo l’impianto organizzativo di una casa discografica. Con le sue irrinunciabili esigenze imprenditoriali di impianto sia industriale che di commercializzazione. Rispetto tutto questo cosa c’entra lo “spirito della gara”? E chi già ha variamente usufruito della gara stessa, vincendola o meno ma affermandosi comunque nel mercato artistico? Occorre o avere bisogno di ulteriori conferme oppure avere delle garanzie per agire altrimenti rispetto un preferibile distacco. E queste garanzie possono solo attribuirsi attraverso premi secondari, ospitate, occhi di riguardo, relazioni interpersonali che possano garantire più o meno legittimi “scambi amicali” nel futuro … E non conferma ulteriormente questi concetti la quarta giornata sanremese – peraltro ben riuscita dal punto di vista spettacolare con i suoi supporti a positivo sfondo edificante – con la previsione di canzoni evergreen reinterpretate o variamente aggiornate dai concorrenti e soprattutto sostenuti da ospiti fuori gara e per lo più di maggior carisma? Appunto facendo entrare dalla finestra dell’ospitata coloro non disponibili ad entrarci dalla porta della gara?

4) E i cantanti e soprattutto i cantautori che fanno, loro sì veramente, la Storia della canzone italiana? Ossia non quella innanzitutto performativa, di buon confezionamento, ma innanzitutto quella compositiva e di primaria creatività? Non è quello sanremese il festival della canzone italiana? E allora perché invece viene di buona norma realizzato come festival promozionale dei performer, per lo più “supporter di altrui testi poetico-musicali”? Non dovrebbe semmai essere, quanto meno innanzitutto, il festival del cantautorato? Ebbene ribadire adesso dei cantautori la loro tendenziale – totale o successiva, che sia rispetto la loro affermazione – estraneità ai meccanismi di sfruttamento commerciale dei macro-concorsi canori, Sanremo in testa, dimostra solo la natura intrinsecamente nazional-popolare e commerciale della kermesse sanremese. E d’altronde la commercializzazione del nazional-popolare non trova forse la sua piena affermazione anti-etica nel vacuo immaginario estetico di un intero pubblico posto all’inpiedi ad agitarsi (ballare?) al ritmo di una disco-music, ripetitiva e noiosa, spacciata come capolavoro di modernità musicale dal conduttore? Poverello però furbetto – simpatico ma spesso ignorante delle specifiche competenze, soprattutto molto ben pagato e pienamente confacente all’evento. Lo stesso suo porgersi familistico e co-protagonistico – sorta di cooptazione allargata all’interno dello spettacolo stesso – a datori di lavoro, politicanti o burocrati che siano, non è indice di un oramai pienamente accettato e diffusissimo (mal)costume? Certo, che probabilmente tende a coinvolgerci tutti. Ma tant’è: appresso l’ironia auto-ironica ma anche “ferocemente e/o cortesemente” sfottente degli ultra-simpatici Fiorello e degli Zalone fortunatamente ci assolve tutti! Dissacrando un po’ ovunque e quindi alcunché. Siamo pur sempre tutti sotto lo stesso cielo: governanti e sudditi; artisti, nani e ballerine …

E del resto su quel palco raramente c’è alcunché di veramente moderno, al di là – secondo moda corrente – dell’esibizione di corpi più o meno efebici variamente abbigliati. Se non malvestiti: fa solo tendenza “anti-conformistica”, se non paradossale “richiamo chic”, il vestiario variamente trasandato sul palco. O anche i corpi a vestiario semi-denudato con varie allusioni simboliche e “dissacratorie”, atte soprattutto “a far parlare”: una volta si sarebbe detto “a produrre scandalo”, ma oramai questa è materia solo per parrucconi moralisti! Con la contraddicente differenza però che se si offendono alcuni specifici simboli, ben codificati dal vigente codice del politically correct la reazione pubblica e appresso magari privata può essere violenta. Mentre per altri simboli ci si appella solo alla dovuta, “obbligata” tolleranza. Con buona pace di sacerdoti e vescovi, magari offesi a buona ragione da qualche intemperanza sul palco … Ma, sai, il religioso esprime il suo legittimo e comprensibile punto di vista sull’atto dissacratore. Che, come ogni atto dissacratore, indebolisce i valori simbolici della rappresentazione spirituale del suo credo. E, di conseguenza, quelli educativi di ammaestramento dei futuri fedeli. Giusto? Sbagliato? Nella società consumistica e nella cultura anch’essa consumistica dell’immaginario (del potere delle immagini che la sostiene) tutto ciò perde senso e a breve scadenza. O nel compromesso di un “chiarimento” del dissacratore (presunto o reale che sia) o nel silenzio attutente dei media o nella polemichetta addirittura utile e cercata a scopi promozionali. (*Nota/Appendice)

Cambiano i costumi e il potere si adegua … Al modello “democristiano” ossia centrista inclusivo dell’arco costituzionale della Prima Repubblica che avrebbe interposto una più o meno giusta oppure odiosa censura, si sostituisce adesso quello “economicista-commerciale” tout court, ossia “simil-berlusconiano a fasi alternate di nomenclatura post-centrista”, stavolta di stomaco ben più largo. Ma dietro entrambi si può intravvedere sempre la celebrazione ininterrotta dei riti di una società da appiattirsi sugli pseudo-valori della ipocrisia e della finzione etica. Ieri la censura poteva ignorare i mercati della pornografia e viceversa infierire sul capolavoro artistico per certe sue particolarità male interpretate, se non in maniera autenticamente bigotta. Oggi l’intolleranza viene diretta contro ogni attivismo che risulti “perturbatore” di interessi economici forti. Qui non ce ne sono. Dunque ancor più trasformismo e riadattamento ad ogni livello! Socio-culturale e di costume, politico-economico e di potere, artistico-spettacolare e di elevazione estetica. Cosa sia più trainante? Indovinate un po’?

In definitiva è il supremo e generalizzato affermarsi del cattivo gusto quello cui assistiamo: bilanciamento e assieme riequilibrio contenitivo dell’esibizionismo di un medio e medio-alto ceto economico rampante di arricchiti, solo abbisognoso di ulteriormente alimentare il proprio status diportistico di corrispondenze para- o pseudo-culturali. La poesia musicale abita altrove e – oramai è cosa certa – quando esibita concorsualmente bisogna sempre innanzitutto diffidarne. Valutando caso per caso e con lenti di ingrandimento culturalmente ben dotate sul piano di valutazioni estetiche non propriamente volgari: quelle del tautologico giudizio “è bello ciò che piace”, buono per i gonzi e per i detentori economici del potere artistico-culturale. E perfino si tratti di contesti al proposito molto più meritori come il Premio Tenco (anch’esso sanremese) ….

La grande qualità artistica non è che abiti più stabilmente, e da tempo secolare, nei palazzi dei grandissimi e coltissimi mecenati del passato. Con le loro magagne per carità … Adesso semmai è sempre più soggetta ai deliri massificanti delle moderne democrazie, ben governati dall’industria dello spettacolo. Definibili anche in senso socio-politico-economico-culturale come democrazie nazional-popolari. E pare che non ci si possa immaginare alcunché di meglio, esattamente come accade in economia e in politica … Del resto l’interessantissima modernità dei Maneskin, il cui cantante però nell’esibizione dal vivo non fa capire un’acca del testo della sua nuova, pur musicale e molto poetica canzone “Coraline” biascicandolo per lo più con le labbra incollate al microfono, non è già rivelatoria in questo delle pecche di un confezionamento da spettacolo multimediale: dove la finzione della sonorità digitale e l’autenticità della sonorità analogica non sempre le si può riuscire a ben amalgamare tra loro? Solo un difetto correggibile? Forse, sul piano tecnico. Però loro stessi, già consacrati vip effettivi come vincitori dello scorso festival 2021 e appresso felicemente anche internazionalizzati, e ancora il Lauro campione di travestimento e spogliarello culturista prim’ancora che cantante, non pappagalleggiano quanto ad aplomb artistico, seppur molto italianamente, gli uni i Rolling Stones e l’altro il David Bowie: entrambi artisti ultra-datati, di mezzo secolo fa? Canzone italiana oppure attardata canzone anglo-italiana, in tali casi? In definitiva quanto sono transeunte fenomeno di mercato, passeggeri fenomeni artistici di spettacolo piuttosto che poetico-musicali in evoluzione di personalizzante crescita?

Verranno queste evoluzioni in crescita? Sortiranno dei rinnovati e sempre italianissimi Renato Zero o Pooh? Difficilmente sarà proprio il festival sanremese a rivelarcelo per sua intrinseca incapacità. Tutti costoro nel frattempo continueranno a fare una pura commercializzazione del loro talento estetico … E certo sarà un peccato se non troveranno tempo e occasioni per maturare. Insomma, saremmo anzianotti, ma arridatece le “scuole” del sempreverde cantautorato genovese, siciliano, napoletano, emiliano, laziale … e le loro più odierne – ma secondo il “vangelo massificante” dei media – nascostissime se non inesistenti rappresentanze! Niente paura, tra trenta, quaranta o cinquant’anni magari verranno riprese tra i nuovi evergreen in quarta giornata: però un tantino ipocritamente  definite solamente … cover, ossia solo “reinterpretazioni” anche quando si tratta di canzoni a suo tempo tenutesi ben lontane dal Festival! Perché Sanremo, come la società reale del consenso nazional-popolare, deve alla fin fine dimostrare di essere magnanimamente anche il contrario di sé stessa, assorbendo e piegando alle sue esigenze anche ciò che a suo tempo le è nato “contro”: le “mine vaganti” Tenco, Battisti, Daniele, gli anarchici De André, Bertoli, Guccini … Tutto si perdona e tutto si fa perdonare.

E pertanto lunga vita a Sanremo, primo ed unico grande Festival italiano dello spettacolo canoro nazional-popolare! In tal senso se la merita proprio.

(2-3-4 febbraio 2022)

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* Nota / quasi un’Appendice

Cosa ben nota è che la relazione amorosa e sessuale tra due donne può ben essere camuffata nel rapporto di delicatezza e tenerezza che comunque lega anche due “normali” amiche, senza che tra le stesse minimamente intercorra un legame lesbico. Ciò che appunto dimostra la superiore vocazione all’affettività del genere femminile. Ma anche – e va detto, perfino liberatoriamente – una certa costrizione dell’uomo a celare una sua anche naturale vocazione a questi sentimenti (non verrebbero infatti definiti “il suo femminile”?). Sia per un positivo bilanciamento della figura paterna con la materna, sia per la più socializzante maschera della rudezza se non di una brutalità di ruolo, finanche scherzosa ma sempre ben distaccata pubblicamente da quei sentimenti “femminili”; del tutto a prescindere da una sua stessa, straripante o meno, virilità sessuale. Non ha più spesso proprio la mascolinità anche la funzione naturale, più frequentemente etologica, protettiva della prole e della famiglia e dell’appartenenza comunitaria? Ecco perché appare più che provocatoria semmai disorientante e, a tratti, perfino fastidiosa una certa netta prevalenza all’esibizionismo del corpo nudo maschile: talora esposto in quanto orgogliosamente palestrato e di più o meno sicuro richiamo per il genere femminile; tal’altra, e in più casi, anche femminilizzato sia rudemente sia delicatamente nell’ambiguo o ambivalente richiamo ad una sessualità gay o comunque promiscua. E qui il termine tecnico, se non “politicamente corretto” sarebbe bisessuale, seppure non sia detto che sia un ruolo esibito in tal specifico senso se non per personali esigenze di far spettacolo.

Ora qui sta il primo punto: come dovrebbe reagire lo spettatore non smaliziato o comunque non consenziente a quella che percepisce vuoi come una caduta del buon gusto vuoi, a tratti, come  una festa tra l’esibitivo e il liberatorio dell’ambivalenza sessuale? Un po’ come accade, ma ben più programmaticamente ed estesamente e fin troppo unilateralmente, nei gay pride. Non potrebbe allora più facilmente esprimere una sua legittima difesa della sua “normale” mascolinità, rilevando piuttosto una sorta di inversione in negativo dei costumi sociali; che adesso sembrano richiedere la prevalenza di un uomo-oggetto per il desiderio femminile e al contempo per quello omosessuale? Per di più davanti all’infittirsi della proposta culturale di tali ambivalenze, tra presentatori e opinioni-leader travestiti, vari e diffusi coming out dei beniamini dello spettacolo e lo stesso spettacolarismo più o meno transessuale. Spettacolarismo – non si dimentichi mai: di prevalente commerciale scopo – oramai presentato nei media come una legittima opzione: perfino, direttamente o indirettamente, educativa per il pubblico infantile e adolescenziale!? Insomma, detto quanto meno con piena e legittima auto-difesa – mandando una tantum al diavolo il politically correct: la legittima percezione di un’imposta e netta prevalenza tanto nel costume sociale che nella conseguente commercializzazione dell’uomo-oggetto per uomini e donne o alternativamente o integrativamente tout court dell’uomo infrociato?

Ossia: il vituperato “maschilismo” deve essere giocoforza bilanciato da una “femminista” oppure “omosessuale” destrutturazione dei valori della virilità nella post-moderna affermazione delle pari opportunità? Domanda che, oramai si è convinti, nel gioco della volgarizzante polemica ideologica e politica, non troverà mai equilibrata e adeguata risposta. Nel frattempo però ho scoperto che Mahmood, il vincitore sanremese dai tratti delicati e teneri ma non necessariamente femminilizzati, è figlio di una madre italiana (sarda) e di un padre egiziano, il quale poi li ha abbandonati. E questo l’ho immediatamente connesso a varie storie analoghe, a me abbastanza note, di fallite relazioni amorose miste per nazionalità e provenienza culturale e religiosa. Dove si rivela spesso la costante di una estrema intolleranza, per lo più di provenienza mussulmana o induista, verso un più moderno ruolo della donna nella società. E, ahimè, di norma supportato dal tradizionalismo anch’esso mussulmano o induista di tante altre donne. E talora perfino in mirata polemica nei confronti di certa occidentale “decadenza dei costumi”!

Una netta e irrisolvibile contrapposizione di valori? Mah, difficile a dirsi quanto meno in prospettiva futura o futuribile! Comunque proprio in quel Mahmood, vittima innocente di una relazione genitoriale non equilibrata, mi è sembrato a torto o ragione – non saprei e forse mai saprò con certezza – di vedere anche l’innalzamento di una bandiera con la sua peraltro quasi scontata vittoria sanremese. Avevo già notato una certa sua vocazione ad una tenerezza quasi infantile e forse pure artisticamente programmatica. E infatti particolarmente accentuata in questa associazione duettante molto carica di affettività e sensualità (una protettività a lui negata del ruolo paterno?) con un giovanissimo collega stavolta molto femminile, a non dire efebico. Ora, qualunque sia la vocazione di genere che la sostiene, io ho sempre sostenuto che uomini e donne che non conoscono l’importanza empatica di questi sentimenti non sono e non possono essere degli esseri umani equilibrati. Poi, se farne bandiera poetico-musicale produce buoni risultati per le nuove generazioni la reputo cosa molto, veramente molto interessante. Tutto però dipenderà dai nuovi equilibri che si produrranno, tanto per armonia che per forza di attrazioni sociali, nazionali ed internazionali …

Però, e qui sta il secondo punto, io non credo che tocchi alla nostra generazione decidere quali debbano essere e come vadano indirizzati esattamente il senso e le finalità di queste complesse scelte di vita e di costume. Semmai – proprio come accade al padre del meraviglioso “Indovina chi viene a cena“, Spencer Tracy davanti al neo-genero di colore Sidney Poitier e alla figlia innamorati – ci tocca solo acconsentire davanti ad ogni autenticità di sentimenti ed affetti. Però sempre mostrando e richiamando con la dovuta energia gli aspetti più contraddittori del presente: perché sappiano a cosa vanno incontro e meglio costruirsi in più forte autonomia il senso delle loro scelte. Qualcuno conoscerà quel piccolo capolavoro di tenerezza e delicatezza che è stato il film “Mary per sempre“? La scena più emblematica  per me – insegnante pienamente coinvolto professionalmente e umanamente nel ruolo – fu quella in cui il Maestro (Michele Placido) bacia la Mary protagonista (effettiva e non solo nominale del film). E la bacia proprio con estrema delicatezza e tenerezza sulla bocca e proprio al modo in cui un vero uomo potrebbe baciare una vera donna, di cui semplicemente riconosce la sua risplendente femminilità (una volta si usava il baciamano proprio in tal senso). Così mostrando il suo profondo rispetto e – perchè no? – sottomissione per quella stessa femminilità.

E questo il Maestro lo faceva non certo per una – fuori-luogo e deontologicamente accusabile – spinta erotico-sessuale del momento. Bensì per una irrefrenabile percezione di complicità affettiva, in spontaneo slancio educativo davanti al dolore del diverso: solo per la forte e irresistibile empatia provata per la tenerissima femminilità dolorosamente espressa dallo studente effeminato e più o meno in transizione di genere. Gay, omosessuale, transessuale o come diavolo si voglia o si debba per forza chiamare un normalissimo essere umano, che solo afferma la più profonda autenticità dei propri sentimenti! Facile e in realtà difficilissimo da sostenere: “avrei fatto lo stesso”. Sicuramente giusto affermare: “avrei voluto fare lo stesso”. Ebbene si può pensare che questa empatia mia o di chiunque altro sia stata a suo tempo cosa facile da capire per chicchessia senza incorrere in tutte le ambiguità e ambivalenze possibili di interpretazione? Oggi potrebbe essere altrimenti? Oppure ho forse solamente dato la percezione a qualche idiota anafettivo (maschio o femmina che sia) di aver fatto una sorta di coming out? Dettogli allora rudemente e da vero maschio: “vada a farsi fottere”!

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RIFLESSIONE CATARTICA

La musica popolare costituisce comunque, dal più arcaico livello tribale alla contemporanea società dei consumi, la colonna sonora delle nostre infanzia e adolescenza. Poi, crescendo, evolvono i gusti ma sul piano poetico-musicale senza il sostegno di un’adeguata formazione culturale, si rimane ancorati a quella originaria dimensione poetica. Niente di male se la conserviamo nel nostro cuore con l’adesione e perfino la gelosia dell’appartenenza. Ancora meglio se nell’aggiornamento culturale della nostra sensibilità poetico-musicale vi ci accosteremo con altra consapevolezza durante la più avanzata maturità. Così pure alle colonne sonore dei nostri figli e dei nostri nipoti.

Anche facendo, queste ultime, nostre in una qualche misura e perfino nel desiderio di mimetizzarci con le successive generazioni che si sovrappongono alla nostra. Ma non dimentichiamoci dei cicli della vita e delle connesse mutazioni generazionali! Soprattutto non ci convinciamo di poterne illusoriamente ricavare una rinnovata infanzia e adolescenza attraverso le loro rinnovate ambizioni. Pure quando espresse in pieno coinvolgimento. E magari per noi ancora illusoriamente ma orgogliosamente, ancora passionalmente e adesivamente. Le colonne sonore che ri-descrivono le suggestioni di un mondo migliore appartengono solo a loro. Solo loro potranno dare loro un senso, sempre che ci credano così fortemente da potere in qualche modo realizzarle pur’anche nel minuscolo ma riccamente colmo loro spazio di vita. Da cui voi (noi) verrete comunque esclusi!

Come chiarisce il poeta:

Khalil Gibran (1883-1931)

(7 febbraio 2022)

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