GIUSEPPE OVVERO LA PARABOLA DELLA PUREZZA MASCHILE (a proposito di “Bar Giuseppe”, film di Giulio Base)

by MM

Giuseppe padre di un figlio non suo e marito di Maria madre e vergine – “che non ha toccato uomo”. Giuseppe, uomo laborioso e probo, capace di sostenere con i soli propri mezzi la difficile protezione della propria famiglia. Giuseppe povero di mezzi ma ricco della propria dignità umana e della propria capacità di amare.

Chi era e chi è ancora il Giuseppe relegato nei Vangeli a padre putativo del Figlio di Dio e presto – per la sua stessa età avanzata e presumibile conseguente morte – scomparso dalle vicende evangeliche del Cristo? Si trattava proprio di una semplice comparsa storico-mitologica e, per di più in un diffuso immaginario popolare, della figura che surroga da designata vittima consenziente un “padre divino”?
Magari solo per legittimare socialmente, su un piano storico più laicamente credibile, il ruolo di una ragazza madre? Certo un ruolo anche paradossale in quanto relegata dalla teologia nel dogma mistico della verginità corporea e ciò solo perché “il Figlio di Dio non può essere generato da un semplice, imperfetto essere umano”!

No, Giuseppe è men che mai vittima della storia umana e della sacralità mitica che ne costituisce il fondamento millenaristico prodotto dalla teologia. Giuseppe é il protagonista a pieno titolo del ruolo assegnatogli e non certo gregario di compagno attribuito a Maria, in quanto “Madre del Figlio dell’Uomo”.

Intendendo come sinonimi “Figlio dell’Uomo” e “Figlio di Dio” il dogma o mistero della verginità di Maria non è altro che il disvelamento di una purezza femminile incommensurabile rispetto alla culturalizzata ma diminutiva purezza della cosiddetta “verginità” anatomico-fisiologica, determinata da fattori prosaici come la rottura dell’imene dovuta a presumibile penetrazione fallica.

Perché “prosaici”? Perché nulla hanno a che fare con la vera purezza.
Perché il rendere in sinonimia la purezza femminile e la verginità fisiologica, per quanto possa intendersi non certamente come un disvalore in sé, si dimostra nei crudi fatti di una lunga storia di sopraffazioni sessuali solo il violento frutto di una logica di asservimento del corpo femminile a quello maschile.

La purezza è ben altra cosa. E non va confusa certo con la continenza sessuale più o meno assolutizzata: il gravissimo equivoco teologico che costituisce il fondamento, storicizzato ma solo in una fase avanzata del cristianesimo cattolico, della chiusura al sacerdozio del mondo reale tramite l’assurdo vincolo del celibato – maschile e anche femminile, seppure ulteriormente gerarchizzato secondo modello patriarcale. Ebbene, all’inverso, è proprio Giuseppe che, nella sua testimonianza piena (profonda e connaturata) ma muta (discreta nell’ovvietà della sua naturalezza), si rivela sacerdos: colui che, appunto da testimone, annunzia e predica fino in fondo l’intangibile sacralità del Bene come più naturale condotta di Vita!

Un semplice film, magnificamente sceneggiato e diretto e recitato, come “Bar Giuseppe” ne costituisce l’attualizzante resa metaforica. La sua parabola tratta da una ricca iconografia evangelica si rende al modo di una realissima esemplificazione di vita. Giuseppe ne è chiaramente il protagonista. Vedovo inconsolabile della ininterrottamente amata moglie e bravo appassionato di falegnameria (l’allusione all’evangelico uomo probo lavoratore manuale è evidente) gestisce il bar di famiglia , finanche dominandone l’equità delle relazioni sociali. Ma anche si occupa amorevolmente dei suoi due figli già adulti e indipendenti, di cui uno dedito alla droga e al malaffare – figli che richiamano in extremis la parabola del figliol prodigo. Giuseppe, bisognoso di sostegno lavorativo, arriverà ad adattarsi al protettivo ruolo di marito della giovanissima Bikira – e il nome è già una premonizione, traducibile com’è in “vergine”: una “Maria” certo di ispirazione evangelica, ma qui figlia idealizzata della reietta umanità ultima odierna, prodotta dalla violenta immigrazione africana.

Giuseppe si riadatta allora nel ruolo di compagno di vita, non inizialmente da lui desiderato ma richiestogli da lei “perché uomo buono” e predominante solo in quanto protettivo all’esterno. Un compagno di vita familiare e lavorativa che assomma in purezza di intendimenti la sua condotta a quella della giovane moglie. In un contesto dove dominano bruttezza interiore e brutalità comportamentale si afferma il loro cammino di santità terrena. E il loro figlio, quale che ne sia l’effettiva genitorialità (non è questo il punto e purtroppo non capirà niente chi se ne pone il problema), proprio in quanto “Figlio di quella potenziata purezza” si prospetta già a pieno titolo “Figlio dell’Uomo” e pertanto “Figlio di Dio”!

Quale la possibile conversione, quale il riadattamento per un cristiano, più o meno cattolico? La verginità di Maria, piuttosto che come estrema e fondativa purezza d’animo femminile, la potevi o dovevi intendere come una cruda faccenda anatomico-fisiologica!?
Adesso, grazie anche a questo delicatissimo film e perfino con miei sommo stupore ed estrema commozione (che cristiano sento d’essere sebbene in una prospettiva cattolica fin troppo critica), la intendo invece come ben compresa empaticamente attraverso gli occhi estremamente puri di un uomo tanto reale e semplice quanto mitizzabile.
Insomma mitico nella sua autentica e schietta semplicità.
Giuseppe: che quella purezza femminile, attraverso la propria simbiotica purezza maschile, riesce a ben vedere. E certo meglio di chiunque altro, contornato com’è da una umanità cieca e sorda, seppure estremamente bisognosa e in extremis desiderosa di riscatto e di illuminazione.

Questo film, come del resto la vita reale, è pieno di segni ma tocca a noi doverli cogliere. E pure meglio decifrare, perfino faticosamente, traendone la più preziosa esperienza perché risultino per noi come dei “miracoli”. Appunto come atti di conversione per la nostra esistenza. Il segno risulta allora l’occasionalità che ti vincola a leggere nei fatti perfino di superficie di una storia la verità più profonda e pure colma di simboli che compiutamente la sottendono e illustrano. Una verità che trascende la nuda e prosaica fattualità e la rende poesia di vita.

Cos’è insomma la purezza umana espressa attraverso l’autentica “verginità” femminile e l’autentica “protettività” maschile e come si realizza in simbiosi di cooperanti seppure diversificate energie?
La chiave di lettura che ne offre un racconto tanto semplice nei toni quanto profondissimo nei contenuti, come accade in “Bar Giuseppe”, è il miracolo cui mi è toccato di assistere: prima casualmente al di fuori della storia raccontata e poi volontariamente dentro di me come esperienza emozionalmente partecipata.

D’altronde l’epifania era già simbolicamente racchiusa nel titolo: “Bar Giuseppe” in ebraico significa “il Figlio di Giuseppe”…

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