Dilexisti Veritatem. Per una filosofia spirituale della Storia

a Marc Bloch

La verità tanto è più complessa tanto è più scomoda perché ci pone di fronte i nostri limiti, i nostri errori, le nostre mancanze, i nostri torti … Eppure quando la ricerchiamo proprio nella complessità della sua pluralità essa ci appare più degna di essere creduta, anche quando non rientra nella nostra personale esperienza. Perché ci aiuta a comprendere il senso delle contraddizioni che hanno funestato la “nostra” verità. Perché ci aiuta a capire il mondo e magari – grande e incommensurabile privilegio rispetto il prospettarsi dei suoi falsi onori, delle sue false celebrazioni … – a trovare ciascuno per sé il più dignitoso percorso di vita. I veri Eroi, troppo spesso, non conservano i loro nomi nei libri di storia. Ma la Storia nel suo senso più profondo di Ricerca di Verità non esisterebbe senza di loro. (M.M.)

Per una filosofia della storia

di Mario Musumeci

Hai amato incondizionatamente la Verità! Hai prediletto la ricerca della verità ad ogni costo, con tutto il tuo impegno. Con la percezione chiara della tua imperfezione, ma anche con la consapevolezza di una crescita costante grazie all’incessante tuo impegno speculativo di studio, di conoscenza, di riflessione critica, di reimpostazione e approfondimento, di altro studio, di altra riflessione critica, di nuova reimpostazione etc. … Poi se sei stato anche, e magari fondamentalmente, un educatore e maestro di vita e in quanto o padre o insegnante o studioso per te la conoscenza e l’ammaestramento non dovevano e potevano che ispirarsi sempre alla ricerca della verità. Con la chiara e bene affrontata consapevolezza della sua pluralità. Ossia di più verità costrette a coesistere. Ma certamente anche con la convinzione che dietro quella pluralità prima o poi si imponesse, si dovesse giocoforza imporre una superiore verità di sintesi. Una Verità che tutte quelle diverse verità, talora integrabili e talora contrapposte, assorbe inevitabilmente al suo interno.

Questo è o – meglio – dovrebbe essere il credo e assieme il compendio di una vita per chiunque. E molto probabilmente, ma in senso soggettivo, lo è pure o comunque lo potrebbe essere per chiunque. Perché ciascun essere umano ha quanto meno una sua verità. Una verità spesso profonda e oscura e non di rado perfino ignota al suo detentore. Mentre in altri casi la propria verità è chiaramente identificata e propugnata e perfino così tanto perseguita da costituire il cosciente movente stesso della propria intera vita. Eppure davanti ad attente analisi storiche di superiori verità collettive quella specifica verità individuale potrebbe risultare sì comprensibile alla luce delle sue specifiche motivazioni ma sbagliata alla luce della complessiva evoluzione dei fatti componenti quella compiuta vicenda storica. E questo a prescindere dalla convinzione con cui la si è propugnata oppure dal distacco con cui ci si è lasciati coinvolgere dalla stessa. Magari difficile a riconoscersi e qui sta già una radice di numerosi conflitti, fondati sulla precarietà delle verità storiche. Verità storiche che per fondarsi hanno bisogno di una solidale memoria collettiva, che convintamente le sostenga. Ma questo può accadere solo all’interno di consolidate comunità nazionali ed è un fatto che ogni nazione consolida le sue verità storiche assumendo come focus la propria stessa identità nazionale. Per questo lo studio storico oggi si arricchisce della pluralità dei punti di vista per ricostruire la più compiuta visione geopolitica di una importante vicenda in corso – come un atto di guerra, che sia difensivo oppure offensivo secondo i confliggenti punti di vista – e comprenderne così al meglio le differenti prospettive di valutazione per poterne mediare una valutazione condivisibile.

Però il dubbio relativistico è sempre dietro l’angolo quando attraverso la mediazione si esprime nella ricerca di una “verità contrattata”. Se ciascuno può esprimere, e in più casi perfino legittimamente, una propria verità allora nell’estrema pluralità anche conflittuale delle tante verità non lasciando sussistere spazio per una sola verità condivisibile e fondamentale, in qualsivoglia campo di pensiero e/o di azione, lo stesso relativismo delle tante verità servirà solo ad “assassinare lo stesso credibile concetto di verità”? O forse solo attribuirlo, in ultima istanza, a posizioni di maggiore forza impositiva? Per cui – tragica seppur banalizzante conclusione – la verità in senso oggettivo men che mai esisterebbe se non come verità di parte – quindi in guerra diventando propaganda di guerra e pertanto falsificante visione della realtà espressa come continuazione in altre forme della stessa mancanza di verità della specifica guerra. Ma ciò accade di per sé oppure solamente perché sussistono parametri troppo indefiniti e contrastanti per la sua stessa chiara ed univoca individuazione? Ed infatti cosa succede di effettivamente vero ed inconfutabile in tali casi di estremo divario; condizionante pesantemente le relazioni umane? Se non, all’occorrenza, il volere imporre con la forza e la violenza la propria verità a danno di quella che più le si contrappone?!

Sappiamo come, più funzionalmente all’interno di una qualche convenienza o “contratto sociale”, si propugna invece l’individuazione di una verità inter-soggettiva e quanto meno atta a mediare e superare le conflittualità sociali. Il diritto e la sua verità come Verità di Giustizia. Il citato “contratto sociale”, di più recente conio illuminista, non è che l’idealizzato affermarsi di una verità politico-sociale e quindi giuridica: utile a determinare i confini dello stato regolatore rispetto i diritti individuali di coloro che lo esprimono nella quotidiana effettività dei comportamenti; decidendone cosa sia lecito o illecito, vero ossia conforme a giustizia o meno. Il suo conio è però successivamente, e dunque storicamente, risultato più politico e ideologico che scientifico perché di provenienza borghese e tendenzialmente sviluppatosi in funzione anti-aristocratica: almeno per come l’aristocrazia allora lo esprimeva da classe istituzionalmente superiore ma economicamente parassitaria all’interno di un sempre più autoreferenziale assolutismo monarchico francese. Quello coevo di Rousseau (appunto autore de “Il contratto sociale”). Nei fatti già nella sua più avanzata attuazione ancora escludente successivamente i cittadini del quarto stato in quanto privi e di censo e di reddito. E d’altronde l’analogo principio dello ius come fondamento regolatore della vita sociale promanava già dalla civiltà imperiale romana. Ma riguardava i cives, i cittadini, e non i barbari e gli schiavi. Se non in maniera indiretta e gerarchizzata: i barbari sottomessi divenivano sudditi o schiavi e, solo in casi reputati particolarmente meritori, accedevano più o meno gradatamente al pieno rango di cives. Poi, certamente, i cives si ripartivano in ceti e classi più o meno agiate e privilegiate o più o meno povere e diseredate. Ma la coesione dell’assetto sociale era garantita da un sistema giuridico legittimato al suo esterno dal potere delle armi e degli eserciti e all’interno da un modello di relazioni comunque regolato dallo ius, dal diritto appunto e dalla comune percezione diffusa della verità di giustizia in esso implicata.

Nel diritto e per conseguenza diretta nella giustizia che lo esercita concretamente starebbe dunque la verità della coesistenza dei popoli? Certamente se si considera di questo più la sincera qualità dell’aspirazione alla giustizia come relazione equilibrativa della conflittualità sociale e inter-individuale e dunque come ricerca di verità, che il furbesco uso di utilizzarla, la verità, aggirandone le più nobili finalità solo per affermare opportunisticamente il proprio individuale egoismo. E così la verità assoluta si esprime attraverso il criterio oggettivo regolativo della giustizia. Quindi è vero solo ciò che è giusto? Mica tanto se gli stessi romani esprimevano con l’adagio “summum ius summa iniuria” l’esigenza di ricorrere al più “equo” contemperamento dell’applicazione elastica della più astratta norma giusta. Attraverso un’intelligenza del giudice atta a trovare il migliore convincimento e dunque la migliore strada argomentativa per applicarla alla concreta fattispecie da valutare. Insomma il più astratto principio normativo va ben riferito normalmente ad una casistica ampia e variegata. Pertanto la ricerca di verità non è facile, richiede un difficile contemperamento di interessi e va affidata a soggetti dotati di particolare competenza. Ma anche di particolare saggezza nel perseguire le soluzioni più eque.

Negli assetti tribali a appresso nei governi democratici di comunità statuali ridotte – come la polis ateniese – costoro erano i consigli degli anziani, ossia i consessi di chi avendo più esperienza poteva meglio indirizzare sul piano argomentativo, seppure non del tutto surrogando gli altri componenti. Se questo funzionava era la saggezza unita alla conoscenza a determinare il criterio di giustizia e quindi di verità. Ma anche qui il conflitto non mancava mai, semplicemente lo si relegava all’esterno della comunità, alla paura più o meno legittima del “nemico”. Il quale nemico in quanto tale è stato sempre visto come portatore assoluto di prevaricazione e di ingiustizia per la sua “intrinseca” non conformità ai propri assolutizzati criteri di giustizia e verità. Dunque il “nemico” è da sempre rappresentativo del contrario della verità: il nemico è intrinsecamente falsità, ingiustizia, incompetenza e quindi portatore insano di stoltezza, cretineria, stupidaggine, stupidità, ottusità, imprudenza, insipienza, avventatezza, dissennatezza, insensatezza, sventatezza etc.. Insomma di tutto ciò che si può contrapporre alla saggezza.

Ora siccome nei più vari contesti sociali, che siano civili (ossia intra-nazionali) o di più svariata relazione internazionale, il conflitto è latente quando non basta più né il diritto nazionale o quello sovranazionale (obbligatorio a dirimerlo) allora scoppia la guerra, civile o internazionale. E quindi si sospende la ricerca di verità se non nel caso della ricerca ad ogni costo della mediazione e di una pace che contemperi tutti gli interessi in gioco. Questa ricerca di mediazione sarebbe giusto che accada in via preventiva ad evitare le guerre ma spesso non è così perché quelle stesse dinamiche di esclusione osservate all’interno delle società “giuste” perché governate dallo ius e dall’equità ed “equilibrate” perché regolate dall’equilibrio degli interessi, sono portate prima o poi a trascurare la giustizia sociale. E la giustizia sociale è argomento politico soggetto ai più differenti ed opposti indirizzi di pensiero, tanto che qui il conflitto e la guerra sembrano prima che connessi a concrete fattualità consistere in vere e proprio realtà di pensiero tra loro incompatibili.

Quindi la conflittualità e la ricerca di verità condivisibili sono relativizzanti perché in ultima istanza risultano solo frutto di compromessi tra interessi individuali e collettivi: personali ed interpersonali, e collettivi tanto civili che internazionali? Ahimè: si! Però ogni società costruisce i suoi miti fondativi e più quella società si espande fino a comprendere il mondo intero più quel mito collettivo regolatore delle visioni di vita superiore (spirituale, religiosa o teologica, secondo i casi) acquista dimensione cosmica e ci porta, ci può portare, a credere ad una verità non nichilista, secondo cui il mondo è governato in ultima istanza dalla percezione del problema irrisolto della morte individuale e, per conseguenza, della morte della famiglia, della stirpe, della nazione. Della specie e della natura stessa che ne è assieme madre benevola e matrigna predisponente insidie e difficoltà non di rado insormontabili.

Qui la consapevolezza della Verità assoluta o, che dir si voglia, di un Dio – non antropomorfizzato se non nella pienezza della sua consapevolezza simbolica – o meglio ancora di un’Essenza principio cosmico di regolazione sovra-individuale, ci insegna che la nostra debolezza davanti alla ricerca della verità corrisponde esattamente alla nostra forza di volere costantemente attuare quella ricerca. Ossia alla chiara percezione che non siamo soli a questo mondo e che la parte più intima di noi stessi – pensiero proiettato all’esterno del proprio ego, coscienza, spirito, anima … – è implicata nel riflesso di ogni alterità umana: la “compassione” buddista, il “prossimo” cristiano, la “misericordia” musulmana, il “karma” induista, l'”energia” atea o agnostica … L’energia individuale in cui si dissolve la materia che individualmente ci caratterizza e che pure perpetua altre aggregazioni di energia e appresso di materia vivente. E a cui noi possiamo attribuire valori spirituali o simbolici o mitopoietici o religiosi proprio per le radici del suo promanare … Dimostrando l’ovvietà più evidente eppure più difficile da dimostrare davanti al persistere egotico dell’individualità: siamo destinati ad essere alterità e quindi fusione perfino con ciò che ci è stato insegnato ad odiare. A considerarlo nemico, di inferiore natura, individualità inesistente o immeritevole di rispetto, a causa dei nostri più differenti ma inevitabilmente (?) egotici interessi. Che siano interessi perfino connaturati alle esigenze del vivere nessuno lo può contestare: l’egoismo è umano. Ma il riconoscimento dell’alterità è riconoscimento dell’Umanità e quindi della sua intrinseca marca divina, proprio per come ci è dato possibile conoscere.

E più per semplice, ovvia osservazione e intuizione nel rapporto tra egoismo estremo e alterità estrema. Ossia tra Vita e Morte per come innanzitutto indissolubilmente intrecciate dall’atto d’amore più spontaneo che produce vita: la maternità. Un atto primario ma generato dall’atto fecondativo che mima la costante rigenerazione della natura in cui siamo immersi. Con esso, atto primario della Vita, si connette l’atto secondario egoticamente più spontaneo e crudele che nega la vita altrui: l’assassinio del nemico, l’assassinio che compie Caino e che costituisce la sua stessa maledizione. Maledizione del genere umano che ci tocca costantemente riparare: dare Morte per affermare la propria Vita. Legge di Natura ferina e assieme maledizione del genere umano. Contraddizione estrema esplicabile proprio in nome di quella stessa alterità che pure risulta programmata per unitariamente riassorbirci. Contraddizione estrema dell’atto secondario distruttivo, eppure costantemente riassorbito nell’atto primario costruttivo. Ma l’atto negatore della vita distrugge l’umanità, mentre l’atto produttivo della vita promuove l’umanità. Tocca solo scegliere e capire dove sta la felicità nella nostra vita terrena, sempre senza dimenticare da dove veniamo e dove andiamo.

Dunque pure nelle sue difficoltà che trascendono spesso l’umano e lo rendono vicino al divino ci toccherebbe solo consacrare questa necessitata alterità come modello di vita pure nella nostra inevitabile individualità egoticamente costringente. Ricordando sempre quanto ci è stato dato per costantemente restituirlo. E se poco ci è stato dato trarne virtù di acquisizioni altre e perfino superiori, perché la mancanza grazie alla volontà è un vuoto più rapido da riempire. Ma sempre per potere poi restituire. Proprio come atto di riconoscenza e di riconoscimento. Magari in modo che continui a produrre i suoi frutti. Trattandosi del nostro destino umano non sarebbe meglio pensarci prima che sia troppo tardi? Quindi la verità ai livelli più alti di relazione inter-individuale esige conoscenza, studio, esperienza, gioiosa volontà di sacrificio per divenire e mantenersi individui costruttori del bene comune e della pace. Ricercatori della Verità. Verità che appunto è Ricerca e non Risultato. E che ciononostante in quanto Risultato fortifica la Ricerca e la spinge sempre più in alto, sempre più vicina a “Dio”: ossia alla piena consapevolezza e alla ben preventivata fusione nell’alterità.

I Grandi Costruttori Umani si sono sempre dovuti confrontare con i grandi distruttori dell’umanità. E spesso la distinzione non appare ben definita, ma bisogna avere il coraggio di operarla nel nome di una Umanità progressiva, che si emancipi dal suo stato ferino più latente ma solo in quanto accessorio e inutilmente contraddittorio. E difatti a chi non smette mai di dare ragione l’ininterrotto e costante susseguirsi delle stagioni umane – prima che naturali – se non alla programmata ricostruzione della specie attraverso ciò che di meglio Natura ci insegna? Forse sarebbe tutto più armonioso se i distruttori, il male intrinseco dell’umanità, non incombessero? Ma la loro azione dimostra che la loro conseguente disumanità serve solo a riconoscere l’altrui umanità e a renderla non come una opzione da cogliere casualmente o distrattamente. Piuttosto come un’esigenza preziosa che divenga sempre assolutizzante movente di vita.

Da quel momento e solo da quel momento comincia la Verità. Non quella individuale ed egotica ma l’altra, potente e sovrumana. Verità Umana. Quella che dà il senso più profondo alla vita e ci avvicina al Tutto: ciò che mai smetterà di sovrastarci. Almeno finché non avremo la capacità di riconoscerlo. Ma se Costui – come entità definibile in un Tutto contrapposta al Nulla – è già dentro di noi e noi siamo in Lui, se la nostra limitata entità ne costituisce anche un minimo pallido riflesso allora ci tocca solo “santificarlo”. Ossia perseguirlo, ricercandolo incessantemente in ogni verità umana. Per quanto imperfetta. Quella incessante, sofferta o gioiosa ricerca sarà la Verità, o meglio una sua pur minuscola componente però brillante della stessa luce. Quella ricerca incessante sarà così e comunque la Nostra più intima Verità: un riflesso pallido ma un riflesso della Grande Verità. Un’ombra di luce che riflette pur sempre la Luce. La Verità!

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Fanno seguito, in un imprevedibile ordine cronologico di personali acquisizioni, alcuni modelli di ricerca della verità storica che non trovano codifica adeguata nella storia ufficiale o, che per vari e più o meno legittimi o contestabili motivi di opportunità politica del momento, sono oggetto di revisionismo storico. Le osservazioni a margine circa la loro utilità personale possono sperabilmente trovare corrispondenze utili alla ricerca di verità, ossia alla ricerca storica:

La pietà di “Pedro”, vera resistenza

di Massimo Fini

Pier Luigi Bellini delle Stelle. Chi era costui? Credo che pochi degli italiani di oggi lo sappiano. Il Conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, in arte “Pedro”, è stato il comandante di quel manipolo di partigiani che con un’azione audacissima, in sette fermarono una colonna di 300 tedeschi, in ritirata, ma pur sempre armati di tutto punto, catturarono sulle montagne del lago di Como, a Dongo, Mussolini, che in quella colonna si era nascosto, e alcuni gerarchi in fuga. Pedro trattò Mussolini e gli altri con la pietà che sempre si deve ai vinti. Ma da Milano arrivò un altro gruppo di partigiani, con le divise nuove di zecca, comandato dal “colonnello Valerio”, alias il ragionier Walter Audisio, il quale massacrò, strappandoli ai laceri uomini di Pedro, Mussolini e i gerarchi, quelli responsabili e quelli meno responsabili, eppoi li fece appendere per i piedi a piazzale Loreto. A Dongo, al momento dell’arrivo degli uomini del colonnello Valerio, ci fu un momento di indecisione: Pedro e i suoi, che erano sulle montagne da due anni, non credettero sulle prime che gli uomini con le divise così bene in ordine fossero davvero dei partigiani. Poi Valerio esibì un ordine del CLN e il resto andò di seguito.

Ho conosciuto Pedro, era un amico di mio padre, lo ho avuto ospite a cena insieme alla moglie Miriana, la sorella del compositore Luciano Berio, e l’ho incontrato molte volte perché Bellini delle Stelle, pubblicista, faceva parte dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti. Non l’ho sentito mai una volta vantarsi di quell’azione di cui era stato protagonista. Bisognava proprio incalzarlo perché ne parlasse. Bellini delle Stelle non strumentalizzò mai ai fini di carriera la propria lotta partigiana e, ingegnere, fece i capelli grigi in un modesto impiego all’Eni. Mentre il ragionier Walter Audisio fu premiato, per un’azione che nulla aveva avuto di glorioso, ma somigliava piuttosto a quella del boia, con onori e cariche e morì parlamentare della Repubblica. Per me la lotta partigiana si identifica con Pedro, non con Valerio e tanto meno con la miriade di “staffette partigiane” che comparvero negli anni del dopoguerra. La mia adolescenza è stata funestata da ragazzi che, avendo qualche anno più di me, dicevano tutti di essere stati “staffette partigiane”. E io, nella mia ingenuità, mi chiedevo: ma quanti messaggi si scambiavano questi partigiani? Del resto si sa che gli italiani dopo il 25 aprile da tutti fascisti che erano stati, tranne alcune note e lodevoli eccezioni, divennero tutti antifascisti e di un’intolleranza tale che fece dire a Mino Maccari: “I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”.

La Resistenza dal punto di vista militare fu un fatto marginale all’interno di quella tragica epopea che è stata la Seconda guerra mondiale. Fu il riscatto morale di poche decine di migliaia di uomini e donne coraggiosi, non del popolo italiano. Ma con la retorica della Resistenza noi italiani abbiamo fatto finta di aver vinto una guerra che invece avevamo perso e nel modo più inglorioso. E come ogni retorica non è stata innocente e ha partorito guai seri per il nostro Paese, a cominciare, solo per fare un esempio, dalle Brigate Rosse che, nei suoi esponenti più seri e motivati, alla Resistenza si richiamavano. Io non ho aspettato Luciano Violante per affermare che i ragazzi che andarono a morire per Salò avevano pari dignità con i partigiani. Le due parti si battevano per valori diversi: per la libertà i partigiani, quelli veri, per l’onore e la lealtà i giovani fascisti. Lealtà nei confronti dell’alleato tedesco. Con quell’alleato non ci si doveva alleare, ma voltargli le spalle, in una lotta per la vita o per la morte, quando si fa palese la sconfitta, è stato un tradimento indegno e l’8 settembre, che oggi qualcuno vorrebbe far assurgere a festa nazionale, una delle pagine più ingloriose della storia italiana recente.

Gli occupanti in Italia non erano i tedeschi, ma gli Alleati. E l’esercito tedesco, a parte alcune azioni efferate, veri crimini di guerra a opera dei reparti speciali, le SS (Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in testa), in Italia si comportò con correttezza. Non c’è stato un solo caso di stupro addebitabile ai soldati tedeschi, mentre innumerevoli sono stati gli stupri perpetrati dai soldati americani che oggi noi, per pudicizia, chiamiamo “marocchinate”. Nel bene e nel male i tedeschi rimangono tedeschi. E anche la Götterdämmerung della classe dirigente nazista ha qualcosa di grandioso, bisogna essere almeno all’altezza delle proprie cattive azioni. Niente a che vedere con Mussolini che dopo tutta la retorica sulla “bella morte”, che spinse, come abbiamo detto, tanti giovani italiani a immolarsi per Salò, fugge come un coniglio travestito da soldato tedesco.

Ma voglio rievocare anch’io, come ha fatto Nando dalla Chiesa, un ricordo personale che vale un raffronto fra la Seconda guerra mondiale e quelle che sono venute dopo, aggressione all’Ucraina compresa. La mia famiglia era sfollata sulle montagne del lago di Como, come tante altre famiglie milanesi, per sfuggire ai bombardamenti a tappeto alleati (gli uomini rimanevano invece in città), il paesino in cui c’eravamo rifugiati si chiama Maggio (oggi un orrendo assembramento di villette a schiera). In un paese vicino c’era una piccola caserma, con due sentinelle di vent’anni, passa il piper inglese, aereo da ricognizione, e getta dei volantini in cui è scritto: “Attenzione! Fra mezzora bombardiamo” (oggi ci pare impossibile, ma queste forme di fair play militare allora esistevano, come, per fare un altro esempio, concedere “l’onore delle armi” quando il nemico si era battuto bene). Ovviamente tutta la popolazione fugge nei boschi. Ma i due ragazzi rimangono nella caserma, sono o non sono le sentinelle? Passa il bombardiere, colpisce nel segno e i due ragazzi, ventenni, muoiono. Ogni volta che ricordo questo episodio sono preso da una rabbia indicibile quanto impotente.

Per che cosa sono morti quei ragazzi? Per una borghesia che dopo Caporetto, quando i fanti-contadini si stufano di essere massacrati in nome della teoria omicida dell’“attacco frontale” del generale Cadorna, proprio quella borghesia che aveva voluto la guerra, si comporta come scrive Malaparte in La rivolta dei santi maledetti (“fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paure, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi, e di suppellettili, fuggivano tutti imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere, farsi ammazzare per loro”)? Per Mussolini che fugge come fugge? Per il Re e Badoglio che accompagnati sempre da un subbuglio di suppellettili lasciano Roma in balia dei tedeschi? Per Aldo Moro che, pur di salvare la pelle, dalla sua prigione scrive lettere umilianti nelle quali sconfessa Istituzioni, leggi, principi, cioè tutto ciò a cui aveva chiesto agli italiani di credere? Per Bettino Craxi che se la svigna in Tunisia da dove, al sicuro, getta fango sul proprio Paese e quindi anche su se stesso che di quel Paese era stato presidente del Consiglio? Il fatto è che al momento del dunque la gente semplice sa quali sono i suoi doveri, la classe dirigente italiana invece trova sempre qualche scappatoia. E questo non ha nulla a che vedere né con l’antifascismo, né col fascismo.

(massimofini.it in https://infosannio.com/2022/04/28/massimo-fini-la-pieta-di-pedro-vera-resistenza/)

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A margine. Riflessioni di micro-storia, ossia di personale e condivisa esperienza:

Una profonda rilettura degli irrisolvibili giovanili conflitti ideologici con mio padre: militare ed ufficiale nella seconda guerra mondiale nonché grande invalido di guerra, ma da dottore commercialista oscuro direttore di un ufficio della P.A.. Padre che non aveva conosciuto compiutamente l’amorevolezza della sua madre, rimastone orfano da bambino, eppure incondizionatamente amorevole con i suoi tre figli dall’inizio della mia esistenza sino alla fine della sua esistenza. Che durante il Fascismo mai aveva avuto in tasca la tessera del partito per trarne vantaggi personali. Che, nato nel 1921, ritrovava i valori ideali più genuini della propria gioventù, quelli patriottici, proprio in quell’epoca; di cui pure criticava pesantemente la ridicolaggine degli aspetti “folklorici” e soprattutto quelli “umani” moralmente più devianti (peraltro analoghi a quelli che riscontrava nell’Italia repubblicana). Che nei ricordi di ufficiale in guerra ci sosteneva continuatamente – quasi a volersi togliere un peso dalla coscienza – che la sua prima preoccupazione era di riportare i “suoi” soldati vivi al rientro dalle missioni. Ma pure di difenderli dalle vessazioni di certi “ignobili” sottufficiali e ufficiali anche superiori; che facevano perfino la cresta – a fini di arricchimento personale – sul cibo e sulle più varie condizioni di sussistenza loro economicamente destinate in quanto truppa.

E tutto ciò era perfettamente credibile, in piena assonanza – com’era – con l’impegno etico nel suo lavoro civile e nei suoi attivismi umanitari nel privato! Che da morto aveva voluto essere seppellito in divisa, seppure da cristiano praticante coerente sino alla fine nella sua religiosa spiritualità e che pure mi parlava dolorosamente in età avanzata della tragicità e dei mali della guerra. Che per me in maniera incomprensibile era profondamente critico della “resistenza” quando veniva fatta a danno delle popolazioni civili. Questo lo affermava con l’esperienza da ufficiale siciliano in fuga dai rastrellamenti tedeschi nel centro-nord Italia dopo l’armistizio e la contestuale ignobile fuga del re assieme ai maggiorenti del governo italiano. E me ne parlava nell’occasione di un suo rischiato coinvolgimento nell’attentato di via Rasella a Roma. Ecco, proprio al proposito lui sosteneva che le vittime delle conseguenti rappresaglie tedesche erano prima di tutto a carico dei partigiani e – cosa per me del tutto incomprensibile – che i “colpevoli” di quell’attentato dovevano consegnarsi alle autorità tedesche per salvare la vita dei civili innocenti! Perché? Perché – affermava lui nella sua logica di “giusta guerra” ossia di una guerra “fatta con onore” – le battaglie dovevano sostenerle gli eserciti regolari e non le popolazioni civili con la conseguente ambiguità di una partecipazione diretta di alcuni e della complicità indiretta, o quanto meno pronta a coglierne gli eventuali vantaggi, dei rimanenti. E per di più di una guerra contro quello che fino al giorno prima era stato l’alleato riconosciuto universalmente dalla popolazione italiana con l’entrata in guerra accanto alla Germania.

Pure, da ufficiale in congedo, aveva conservato il suo senso di appartenenza patriottica anche nel rinnovato regime politico; dove i militari Nato, statunitensi in primis ma non solo, celebravano anche simbolicamente le loro unità d’intenti con varie simboliche attività di accoglienza perfino diportista (congressi internazionali riservati agli ufficiali in congedo). Erano tempi di pace e di connesse prospettive europeistiche, che fosse pace relativa e quanto meno non coinvolgente per il centro-europa, e questo allora sembrava la realizzazione di un futuro più luminoso per chi avesse vissuto direttamente e indirettamente la prima metà del XX secolo funestata dalle due guerre mondiali. Chi sbagliava cosa negli azzardati (allora non certo solo per me) giudizi sulla guerra civile italiana: che solo appresso venne qualificata eroica “Resistenza” per motivi dapprima ideologici e solo di parte e appresso ideali e meglio finalizzati alla ricostituzione di un’identità nazionale italiana?

(M.M.)

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Risorgimento e Resistenza: miti o realtà della Storia Italiana?

Sul Risorgimento:

Sulla Resistenza:

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A margine. Riflessioni di micro-storia, ossia di personale e condivisa esperienza:

Ora si da il caso che il nonno materno di mio padre Alfredo Gaspare fosse un capitano dell’Armata meridionale garibaldina. Un’armata organizzata e composta da ben più di trentamila uomini armati e che – oggi si scopre, dopo l’apertura abbastanza recente degli archivi storici torinesi – era già in buona parte predisposta sul territorio in appoggio alla cosiddetta “impresa dei mille”: Gaspare San Martino (o Sammartino) Ramondetto (o Ramondetta) Principe del Pardo. Discendente ultimo di una dinastia risalente alla venuta spagnola (aragonese) in Italia e il cui capostipite guascone-catalano era un barone consanguineo di Federico II, lo “stupor mundi” imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia:

Militare di mestiere era figlio del suo stesso maestro d’armi Francesco, celebrato eroe risorgimentale nella Storia Patria e nominato comandante della piazza militare catanese dallo stesso dittatore Garibaldi all’atto dell’immediata sua venuta in Sicilia da Smirne. Lì si trovava in esilio volontario dopo la caduta nel 1948 della Repubblica Veneta ad opera degli austro-ungarici, e ne aveva partecipato da protagonista alla difesa, appunto in nome dell’ideale risorgimentale. Quindi ben altro che un “garibaldino”, semmai un precursore dell'”eroe dei due mondi”. A Venezia era arrivato come maggiore alla guida di un battaglione napoletano inviato dal re borbone. E appresso vi era rimasto – contravvenendo agli ordini con la defezione dello stesso re Ferdinando II per meschini calcoli politici – fino a diventare collaboratore tra i più fidati del generalissimo Guglielmo Pepe. Nel saggio celebrativo di uno dei più famosi giornalisti e letterati siciliani dell’epoca, nonché maestro di Giovanni Verga, più che l’enfatico tono encomiastico usato dovrebbe colpire la documentazione allegata e riscontrabile nei relativi archivi:

Mio padre conosceva le gesta dei suoi avi risorgimentali e ne andava oltremodo fiero; conservando peraltro gelosamente, lui repubblicano convinto come del resto me stesso aprioristicamente e ancor più di lui, il suo pesante giudizio sulla monarchia sabauda assieme ai titoli aristocratici ereditati dal nonno. Titoli araldici mai esibiti pubblicamente né direttamente né indirettamente. Quindi per lui la guerra garibaldina era una guerra patriottica e non una “guerra civile”, come poteva legittimamente venir letta a suo tempo nell’ottica borbonica. Oppure, a cose fatte, fors’anche una “guerra di annessione al regno sabaudo”; come ancor più venne riletta in seguito al totale venir meno del prestigio della casata piemontese. Fino ai più recenti vari revisionismi storici anti-risorgimentali, svolti perfino in chiave meridionalistica. Revisionismi ideologicamente non di rado espressi in maniera sciocca e pretestuosa e che fino ad oggi ci condizionano, pure vivendo oramai nell’Italia repubblicana agognata da un Garibaldi e da lui realizzata anche assieme ai San Martino Pardo: finalmente unita dalle Alpi alla Sicilia. Al proposito risulta illuminante la lettura storica svolta in parallelo dall’ammirevole Alessandro Barbero tra le due “guerre civili”, quella risorgimentale e quella di liberazione dal nazifascismo: entrambe trovano piena legittimazione nella piena coscienza degli eventi storici tutti, assemblati ed integrati perfino nelle loro tante contraddizioni fino a poterne leggere una compiuta verità storica finalizzata non alla “storia dei vincitori”, bensì alla necessità ideale di una Storia positiva che meglio indirizzi un popolo verso il suo proprio futuro. Ma pur sempre con la consapevolezza delle sue contraddizioni.

Perché da quelle consapevolezze – sempre da aggiornare e da approfondire – prima o poi ne potranno certo sortire con maggior evidenza delle altre. In quel caso la Storia, se bene reinterpretata in riequilibrio plurale alle rinnovate esigenze ideali del più coinvolgente momento storico, potrebbe servire a non ricommettere errori analoghi a quelli del passato. E magari, in un’ottica internazionalistica ben più allargata e positivamente partecipata, a predisporre un futuro migliore nel contemperamento degli interessi di nazioni e di popoli.

Forse un giorno idealmente nell’interesse dell’umanità tutta! D’altra parte non si trattò di utopie, idealizzate ben prima ancora del loro attuarsi, la visione di un’Italia unita in epoca pre-risorgimentale e la visione di un’Europa non dilaniata da guerre costanti ed ininterrotte nei trascorsi tre quarti di secolo, anche grazie al riconoscimento reciproco? Perché accontentarsi dunque? E per chiudere: probabilmente se mio padre avesse ben considerato la faccenda storica in quest’ottica l’avrebbe forse fatta sua. Ma anche la storia delle singole individualità umane non si fa con i “se” e con i “ma”. E neppure con i “forse”.

(M.M.)

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Armamenti alla resistenza ucraina ossia guerra contro la Russia?

Una verità a monte: la Costituzione italiana è pacifista

Lorenza Carlassare, professore emerito di Diritto costituzionale a Padova, risponde al telefono con una certezza a fare da premessa: “La Costituzione italiana è pacifista”. E poi: “La retorica bellicista, a giornali e reti unificati, è insopportabile. Quando non si parla della guerra ‘santa’, c’è il telefilm che santifica Zelensky”.

Professoressa, partiamo dall’articolo 11, così bistrattato in queste settimane.

L’Italia ripudia la guerra: il verbo ‘ripudia’, che nella prima bozza era ‘rinuncia’, è stato voluto dai Costituenti perché esprime un rifiuto assoluto della guerra, anche con un valore morale, non solo politico. C’è stata, nella votazione, quasi l’unanimità. L’ispirazione pacifista della Costituzione dunque è nettissima, anche per come è formulata la seconda parte dell’art. 11 quando afferma che l’Italia ‘consente, in condizione di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni’. In definitiva: la guerra difensiva è l’unica consentita, le controversie internazionali vanno risolte per via negoziale, una via in questo momento completamente assente; non esistono ragioni diverse dalla necessità di rispondere a un attacco armato sul proprio territorio che possano legittimare la guerra.

A proposito dell’aumento delle spese militari, cosa pensa?

Che in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di famiglie in povertà assoluta. E che prima di spendere soldi in armi dovremmo assicurarci di non venire meno agli obblighi di solidarietà sociale che impone la Costituzione.

La vendita di armi a un Paese in guerra è consentita?

Assolutamente no. In passato, i giuristi “giustificazionisti” hanno tentato di salvare la partecipazione ai vari interventi armati travestiti da missioni di pace (per non dire della guerra nei Balcani in cui siamo intervenuti direttamente) come adempimento di obblighi derivanti dalla adesione a “organizzazioni internazionali” con le “limitazioni” conseguenti, usando la seconda parte dell’art. 11 contro la prima. Ma non ci sono due parti divise: l’art. 11 è una disposizione unitaria che va letta nella sua unità. Aggiungo che i trattati sono subordinati all’art. 11, non viceversa. La Corte costituzionale (sent. 300/1984) ha chiarito che le “finalità” cui sono subordinate le limitazioni di sovranità sono quelle stabilite nell’art. 11, non le finalità proprie di un trattato che, anzi, “quando porta limitazioni alla sovranità, non può ricevere esecuzione nel paese se non corrisponde alle condizioni e alle finalità dettate dall’art.11”. Il discorso è importante anche perché il ripudio della guerra non vieta solo la partecipazione a conflitti armati ma pure l’aiuto ai paesi in guerra: il commercio di armi con tali paesi è illegittimo. Ora tra l’altro non si tratta nemmeno più di armi per difendersi, ma armi, come ha detto Boris Johnson, “anche per colpire in territorio russo”.

Il Parlamento ha convertito due decreti Ucraina e approvato una risoluzione che autorizza l’invio di armamenti in Ucraina con un decreto interministeriale fino al 31 dicembre, senza nuovi passaggi in aula. La partecipazione alla guerra non è materia di stretta competenza parlamentare?

Certamente. Ora, dopo la riunione di Ramstein, si parla di un salto di qualità degli armamenti da inviare in Ucraina. La lista delle armi non è pubblica per ragioni di sicurezza, ma non ci sarà nemmeno una discussione sulle scelte del governo, sull’opportunità di partecipare all’escalation bellica. Gli italiani non sono favorevoli a una partecipazione dell’Italia alla guerra, e questo ce lo dicono i sondaggi. Non solo la posizione pacifista e costituzionale non ha spazio nel dibattito pubblico, ma il popolo non può nemmeno esprimersi attraverso i suoi rappresentanti. L’opacità delle scelte su un tema così importante è preoccupante, perché non è trasparente la linea del governo. In questa fase rispetto alle decisioni non è irrilevante nemmeno l’interesse dell’industria bellica, che fa soldi e trionfa in Borsa vendendo morte.

(Intervista di Silvia Truzzi – Il Fatto Quotidiano, 29/04/2022)

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A margine. Riflessioni di micro-storia, ossia di personale e condivisa esperienza:

In una società crudamente partitocratica dove le oligarchie politico-economiche sovranazionali cancellano in maniera crescente nei momenti più cruciali, con il ricorrente alibi dell’emergenza, gli spazi di libertà di espressione democratica. Dove perfino le carriere interne alla magistratura – in barba al principio della separazione di potere giudiziario e di potere politico – possono avvenire anche, se non soprattutto, in base alla collocazione politico-partitica più conveniente per i propri personali interessi. In questa società fin troppo politicizzata – detto in senso deteriore ossia in contrapposizione all’esigenza semmai di più funzionali e ben più diffuse sensibilità istituzionali – si troveranno certamente costituzionalisti disposti da pseudo-giuristi azzeccagarbugli a produrre i più astrusi ghirigori logici per giustificare il contrario. Come dire: dato che in determinati casi più o meno ordinari o straordinari una posizione difensiva può giustificare il ricorso alle armi allora è giustificato l’intervento a favore di un paese estraneo che si reputa politicamente in posizione difensiva. Questo apertamente sostenuto, e in maniera accorata da un Presidente della Repubblica proprio durante la Festa della Liberazione dal nazifascismo davanti all’uditorio attonito della maggioranza del popolo italiano contraria alla guerra! Insomma tutto ciò significa che un giudizio meramente politico del momento rispetto un conflitto estraneo all’Italia esprimendo adesione alle ragioni di una parte, invece di imporre la regola assoluta del “rifiuto al ricorso della guerra come metodo di risoluzione di una qualsivoglia controversia internazionale”, come inequivocabilmente imposto dal detto articolo 11 della Costituzione, al contrario dovrebbe invece giustificarlo! Un ragionamento logico di per sé gravemente contraddittorio che giustifica il crimine più grave verso l’umanità – la guerra, che la nostra Costituzione letteralmente “ripudia” – esattamente, proprio quel crimine, contribuendo a produrlo!?

Se non si tratta di un gravissimo attentato alla Costituzione democratica italiana, assimilabile forse ad un colpo di stato, ad una forma di alto tradimento della Patria a favore di una altrui gestione extra-nazionale criminogena della politica internazionale, come diversamente andrebbe denominata una simile condotta politica? E può giustificare tale gravissimo atto di sovversione il fatto che a compierlo siano i vertici rappresentativi ed esecutivi della politica nazionale? Sembrerebbe di si se il Parlamento tace e si accoda! E sarà facile parlare di un inconsulto primato della politica perfino sul diritto e quindi sui principi fondamentali della convivenza civile cui la stessa politica dovrebbe uniformarsi! Dato che rimane un’evidenza: se un’interpretazione normativa riferita a principi così generali arriva a contraddire in toto un principio fondamentale specifico dato che con la stessa logica giuridica si potrà affermare sempre e comunque quella propugnata eccezione allora cosa rimarrà di quel principio se non il suo anti-giuridico e surrettizio annullamento di fatto oppure la sua opportunistica interpretazione a favore delle oligarchie dirigenti, ossia della tanto – e a ragione – vituperata “casta”?

Ma dal punto di vista della verità storica chi avrà ragione? Come in una partita di poker gli Usa combattono, vuoi per partecipazione diretta vuoi per procura all’Ucraina allargata in maniera crescente ad altri paesi europei, la Federazione russa in quanto paese invasore. Il governo russo, appoggiato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, denuncia da anni che la guerra civile ucraina viene utilizzata per creare alle porte del loro paese una intollerabile situazione di crescente instabilità, finalizzata ad impoverire economicamente il loro paese e in prospettiva ad asservirlo alla Nato, a sua volta governata dai nord-americani. E pertanto che quella che per loro è un atto di polizia internazionale di autodifesa – per di più del tutto analogo a quelli sistematicamente attuati dal competitore statunitense un po’ dappertutto nel mondo e neppure, come in questo caso, agli stessi propri confini nazionali. Chi ha ragione e chi ha torto tra i due principali contendenti? Ed è proprio vero che la dirigenza ucraina – non il popolo ucraino impegnato già da anni in una guerra civile – ossia gli oligarchi che si sono impadroniti delle risorse del paese dopo la caduta dell’URSS siano degli innocenti “agnellini” di fronte ai “lupo” russo? Già questi gravi interrogativi non dovevano suggerire la massima cautela nel posizionamento davanti alle ragioni contrastanti delle parti in conflitto? E proprio questo non era esattamente quanto previsto dal principio costituzionale fondamentale del “ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controverse internazionali”? Inutile dire che quando a perdere così gravemente è il buon senso poi perdono tutti.

Perderà prima di tutto l’Ucraina, già paese martoriato dalla guerra civile perché incapace di esprimere il diritto all’autogoverno delle autonomie locali, e adesso in corso di distruzione dalla guerra propugnata “fino all’ultimo ucraino” dai suoi stessi governanti – ovviamente pronti al momento opportuno a riparare in qualche paradiso fiscale dove hanno pensato bene di spostare i loro beni personali, al riparo dalla guerra stessa in cui stanno costringendo tutti i loro cittadini.

Perderà la Russia in termini di credibilità internazionale, rispetto il credito viceversa acquisito dopo la caduta dell’impero sovietico, con Gorbacioff prima prima e appresso con l’importante rinascita economica operata dal suo presidente attuale, il sempre vituperato (dagli USA) Vladimir Putin.

Perderà l’Europa, unita magari una tantum sulle posizioni anti-russe ma neppure tanto chiaramente sul da farsi, proprio perchè corrosivamente invischiata nella politica di espansione economico-militare del suo alleato statunitense – almeno in parte neo-colonizzatore e proprio nei confronti dell’Italia.

Perderanno soprattutto gli stessi USA per la crescente quota di anti-americanismo accumulata via via già a partire dal dopoguerra in tutti i continenti. Gli USA che scaricano a livello internazionale la loro pesante irrisolta conflittualità sociale ed economica interna, con il costante ricorso all’esasperazione nazionalistica guerrafondaia in politica estera. Ma soprattutto perderanno proprio in Europa. il continente più tradizionalmente loro legato culturalmente ed economicamente: un paese internazionalmente leader che porta la guerra nei territori stessi dove prima vantava di aver portato la pace non potrà essere più dotato della stessa credibilità. A meno che non vinca – si dirà. Certamente: vincendo la Russia e tutto il suo arsenale bellico atomico-nucleare!!! Giornalisti di prestigio hanno sostenuto in passato che, per raggiungere questo scopo, i poteri forti statunitensi – di cui i personaggi alla Nixon, alla Bush, alla Trump e alla Biden (giusto per citare i peggiori) sono solo cointeressati burattini – si dicevano pronti a scatenare in Europa una guerra atomica, in quanto ben lontana dai loro territori nazionali. Ma sono proprio sicuri gli amici USA – come nazione, come popolo – che tra Russia, Cina, Corea del Nord, e fors’anche il Pakistan, soprattutto le potenze non allineate qualche bombardamento atomico-nucleare non arrivino a farlo anche nel loro patrio territorio? Sono proprio certi che un ennesimo bagno di sangue, dopo quelli delle prime due guerre mondiali, non risulti stavolta letale per il mondo intero e dunque anche per loro e nel loro stesso territorio? O sono per lo più da dichiararsi, assieme ai loro governanti, semplicemente folli nei loro deliri di onnipotenza, in maniera più o meno analoga ai presunti – a suo tempo – cittadini tedeschi auto-dichiaratisi dominatori del mondo con l’hitleriano Terzo Reich nel 1939?

(M.M.)

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(CONTINUA)

(26-30 aprile 2022)

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