CRITICA DELLA RAGION VIRILE

La femminilità e la mascolinità come polarità energetiche di una integrata realtà vitalistica

di Mario (Antonino Salvatore Maria) Musumeci

L’alternativa di genere che si contrappone più frequentemente all’espressione “femminilità” è l’espressione “virilità”; piuttosto che l’espressione “mascolinità”; la quale peraltro alla precedente si rende come fosse sic et simpliciter un sinonimo.
Che questo sia un dato linguistico di provenienza culturale piuttosto che scientifica lo si evince già dalle più ampie origini latine di questa parola: il termine ‘virilità”, direttamente derivato da vir (“uomo”) e indirettamente ma più pregnatamente da vis (“forza” o, meglio, “energia”), assume per le sue tante possibili traduzioni, variabili in base al contesto lessicale, un più complessivo significato tanto sincretico quanto olistico (com’è regola in una lingua più antica ma carismatica per importanza epocale).
Significato sincretico in quanto indistinta sommatoria di traduzioni tra loro fin troppo diversificate e talora perfino contrastanti in altri contesti socioculturali, specie se di rilevo epocale. Significato olistico in quanto esplicativo unitariamente delle diverse sfaccettature che può assumere nei vari contesti. Vediamo un po’ di chiarire.

Il termine vis è traducibile innanzitutto con: forza, potenza, vigore, energia.
Ma anche con: prepotenza, azione violenta, forza distruttiva di elementi naturali.
Fino a specificarsi con: assalto militare, attacco, impeto, colpo di mano, colpo di stato.
Ed anche con: forze armate, truppe, milizie, soldati.
E, dulcis – o meglio … masculinusin fundo con: (al plurale) organi genitali maschili, testicoli, forza virile.
Non si ricava innanzitutto, e più che a sufficienza, l’aderenza del concetto di “virilità” ad una società a marcatissima coesione politico-militare e quindi ad una concezione prevalentemente maschilizzata di questa primaria funzione sociale? Che per di più è connessa direttamente al più tipico attivismo dell’energia sessuale maschile?

Però il lemma è traducibile anche con: efficacia di qualcosa. E pertanto con: potenza, capacità, forza, abilità, influenza, importanza… Insomma tutte qualità riferite non necessariamente ad un’energia fisica bensì anche intellettuale o spirituale!
Ed ancora con: quantità, gran numero, abbondanza, moltitudine, essenza, natura, sostanza, carattere, senso, valore di una parola. E poi (al plurale) con: possibilità, facoltà di, potere sugli altri, controllo, capacità di condizionare gli eventi, influenza.
Tutte qualità non necessariamente riferibili al genere maschile.
Per di più, anche astraendo da personalizzanti qualità, puranche con: (al plurale) risorse economiche, mezzi finanziari, finanze, diritto, validità legale.

Da questa ben più allargata visione lessicale si può ricavare ancora una prevalenza della concezione di una vis intesa come assolutizzante nel maschile? Seppure integrata con le precedenti sfumature di significato nella visione sociologica del bonus vir, ossia del modello idealizzato di cittadino dell’impero romano.
Ma stavolta di superiori qualità mentali ed intellettuali e più tipicamente politico-culturali: affidate semmai a doti di mediazione, persuasione e perfino, con termine più moderno, di resilienza. Dunque una vis pertinente al vir ma non certo da intendersi come forza bruta, volgarmente assolutizzante in negativo senso maschilistico e che proprio nella civiltà romana è riferita diminutivamente agli individui inferiori, ai non-cittadini e dunque ai barbari e agli schiavi. Per non dire agli animali da soma!

E la femminilità delle donne come vi si relaziona? Non sono rari i casi, proprio nella civiltà romana, di attribuzione a personalità femminili di queste doti “virili”: non direttamente caratterizzate pertanto in senso esclusivamente maschile. Ma, in definitiva, considerando l’antica società romana un modello culturale in cui la donna di norma svolge ruoli non frequentemente di primo piano, dovrebbe già stupire come l’espressione “forza” (così noi sbrigativamente traduciamo la “vis”) non sia traducibile solo come “forza maschile”, semmai come “energia positiva connessa al ruolo positivo del cittadino romano”…

Quindi mascolinità e virilità non sono termini sovrapponibili e solo una miope, incolta e volgarizzante visione farebbe coincidere la “forza” in quanto “energia umana”, e dunque la vis e dunque la virilità, con la “mascolinità”.
Una donna può ben esprimere energia virile senza essere mascolina nei tratti e nei comportamenti; un uomo può ben essere poco dotato di energia virile, pure avendo conformazione e posa maschili. E perfino da… macho – come gergalmente si definisce il cosiddetto “maschio alfa”; che dovrebbe imporsi davanti al genere femminile appunto per una sua preponderante energia virile (vulgata da bassa cultura massmediologica).
Una petizione di principio, soggetta a facile critica in una società che costantemente si auto-impone stereotipi maschilisti? Oppure una realtà fisiologica tanto più dimostrabile scientificamente quanto meglio ravvisabile nella più sana realtà quotidiana – quella (per intenderci) non falsificante e non patinata presentataci costantemente dal potere massmediologico, di puro asservimento ad economicistici target?

Cos’è in assoluto la forza fisica, presunto prevalente appannaggio del genere maschile? La forza di impressione o la forza di resistenza, l’energia propulsiva o l’energia di contenimento?
Una lettura a senso unico si dimostra facilmente condizionata da fattori culturali socialmente, ma non scientificamente e antropologicamente, determinanti.
Un solo dato ma di primo piano: la forza vitale di una donna che mediamente sopravvive al marito a parità di età è così tanto poco rilevante da potersi sottovalutare?!

Dagli studi sulla fisiologia dell’esercizio fisico (Fonte: K. M. Haizlip, B. C. Harrison, and L. A. Leinwand “Sex-Based Differences in Skeletal Muscle Kinetics and Fiber-Type Composition” PHYSIOLOGY 30: 30–39, 2015) emerge una notevole differenza muscolare tra uomo e donna, ma non tracciabile in senso nettamente qualitativo e quantitativo e men che mai in senso discriminante a favore dell’uno o dell’altro genere.
Sul piano anatomico-fisiologico cominciamo con l’osservare che la donna ha una percentuale di fibre muscolari di tipo I, a contrazione lenta, leggermente superiore rispetto gli uomini; mentre negli uomini le fibre muscolari di tipo II, a contrazione rapida, sono leggermente maggiori rispetto le donne.
Ciò comporta una notevole maggior dotazione negli uomini in termini di contrattilità, espressa in velocità massima di conduzione nervosa che esprime la forza.
Ma la capacità di resistenza alla fatica di un muscolo è anche un indicatore della capacità di recupero e, in tal senso, i muscoli maschili sono soggetti maggiormente a fatica rispetto a quelli femminili.
Insomma, in seguito ad un affaticamento protratto nel tempo sui muscoli flessori del gomito e sugli estensori del ginocchio, è dimostrata una significativa perdita di attivazione dell’unità motoria nei maschi rispetto le femmine: la forza scende al 93% del massimo nelle donne contro l’80% negli uomini dopo un minuto di esercizio. Ciò significa che la donna ha una resistenza alla fatica di circa 15 minuti, mentre gli uomini di circa 8 minuti; dopo aver raggiunto l’esaurimento il recupero avviene più velocemente nelle donne!
Non solo. Come evidenziato da analisi sia sul bicipite femorale che sui muscoli estensori della zona lombare, la fatica sembra anche essere muscolo-specifica. Ossia è dimostrato che nelle donne la stanchezza è simile in entrambi i gruppi muscolari, mentre gli uomini subiscono un affaticamento maggiore nella zona lombare rispetto al bicipite femorale. Queste differenze pare siano dovute al maggiore numero di fibre di tipo I nelle donne; fibre che, caratterizzate dal metabolismo ossidativo lento, offrono maggiore resistenza.
La forza si manifesta invece come quantitativamente maggiore nell’uomo per la maggiore sezione trasversa del muscolo. Mentre nella donna si esprime un 40%-60% di forza in meno negli arti superiori e un 25%-30% di forza in meno negli arti inferiori.

La differenza di distribuzione di massa è però dettata sempre da fattori ormonali: la quantità di recettori degli ormoni nella donna sono maggiori negli arti inferiori mentre nell’uomo, sono maggiori nella parte superiore.
Così un punto effettivamente discriminante risulta ancora che le donne resistono maggiormente alla fatica rispetto agli uomini. Questo dipende: dalla minore massa muscolare, che richiede ovviamente un minor fabbisogno di ossigeno; dalla minore compressione vascolare durante la contrazione muscolare, per cui l’irrorazione non viene bloccata; dalla diversità dei processi metabolici connessi a funzioni ormonali, in quanto la donna predilige il metabolismo lipidico per opera degli estrogeni; dalla detta percentuale di fibre muscolari di tipo I a lenta contrazione, maggiore nella donna, che dà un suo non indifferente contributo; dalla migliore efficienza nel reclutare unità motorie connessa a specifici fattori nervosi.
Le differenziazioni possono ulteriormente rimarcarsi nell’apparato cardiovascolare: dove le minori dimensioni del cuore e dei vasi nella donna, la minore attività simpatica e la maggiore attività parasimpatica data dagli ormoni femminili che agiscono sui recettori adrenergici riducendone l’espressione; dove il maggiore aumento della FC nelle condizioni di stress, che aumenta maggiormente la risposta centrale piuttosto che quella periferica. Costituiscono fattori che producono, tutti, minore predisposizione all’ipertensione e una minore incidenza di insufficienza cardiaca. Quindi, in definitiva, se ne ricava una minore debolezza rispetto gli analoghi attivismi maschili. (1)

La de-ideologizzazione della nozione di virilità e la sua ricollocazione in una più ampia visione culturale, sia originaria al lessico di provenienza sia attualizzante in quanto meglio fondata su consapevolezze scientifiche anatomico-fisiologiche, apre ad una migliore valutazione dei rapporti di forza virile diversamente espressa secondo generalizzabili conformazioni di genere.
Se quindi bisogna valutare la differenza tra i due generi femminile e maschile piuttosto che ricorrere all’ambigua discriminante della “forza” fisica non sarebbe più corretto e produttivo mettere a confronto le due ben differenti maniere di produrre energia: l’energia maschile in termini propulsivi e di marcata impressività, l’energia femminile in termini adattativi e di marcata resilienza?
E non è nella migliore interazione di queste due forme concorrenti di energia che si concretizza tanto il mistero dell’equilibrio nella vita di coppia quanto il compiuto percorso della felicità coniugale?
E allora perché non partire dalla inoppugnabilità di questi caratterizzanti dati per impiantare i migliori percorsi integrativi di queste due polarità energetiche, esprimenti assieme la compiutezza di ogni integrata realtà vitalistica?

————–

NOTE

(1} Se nella composizione del sangue nella donna troviamo ematocrito del 37-48%, contro il 40-52% dell’uomo, maggior livello ematico di HDL e minore di LDL e trigliceridi e minore protidemia e pressione oncotica, per cui nel processo di filtrazione che avviene nei capillari arteriosa si disperderebbe più plasma portando ad una ipovolemia ematica, tutto questo viene però compensato nell’avere una minore pressione arteriosa. Con minore rischio cardiovascolare soprattutto prima della menopausa. Con un effetto anti-ateromatoso degli estrogeni, in quanto limitano l’accumulo di tessuto adiposo nelle pareti arteriose e minori resistenze vascolari, dovute a fattori genetici: il cromosoma Y nell’uomo ha un gene che è coinvolto nella risposta vasomotoria, responsabile quindi della maggiore resistenza periferica. Quindi stessi geni nell’uomo e nella donna, esprimendosi in modi differenti, portano a differenze funzionali.
L’interazione degli ormoni con le “proteine cardio-protettive” fa in modo che queste stesse proteine si oppongano allo stress ossidativo/termico e poiché nella donna vi è maggior presenza di queste proteine essa tollera di più la fatica e lo stress.


DEDICA

Queste riflessioni sono dedicate alle tante donne da me conosciute che con la loro femminile e assieme virile energia hanno sostenuto uomini forti – compagni di vita, figli o nipoti, amici o anche solo conoscenti – proprio nel momento della loro massima maschile fragilità. Dimostrando concretamente come la loro sussidiarietà protagonistica, accanto a quegli uomini, esprimesse relazione scambievole innanzitutto per diversificazioni qualitative e men che mai per imposte relazioni gerarchiche. L’uomo ragionevole ben conosce la superiorità femminile e la donna ragionevole ben sa esprimerla con discrezione adattandola ai diversi contorni caratteriali dell’uomo: che essa stessa protegge con la sua amorevole presenza, pur nel sentirsene amorevolmente protetta.

(7 agosto 2021)

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