COSA FARÒ DA PICCOLO? (proponimenti anticonformistici di un anziano per una de-crescita virtuosa)

by MM

“Cosa vuoi fare da grande?” Mi chiese mio padre, se non durante l’adolescenza sicuramente nella forma più definitiva alla maturità, una volta concluso il liceo classico. Indirizzo scelto solo per presunta inclinazione, perché amante della lettura e uscito dalle medie primo della classe e in latino addirittura primo della scuola.
Però, trovandomi anche in simultanea, continuata ed avanzata frequenza di conservatorio musicale, a me molto imbarazzava in quel momento l’effettiva domanda fattami: “a quale facoltà universitaria vuoi iscriverti?” Perché io sapevo che significava: “cosa pensi di voler fare da grande?”.

Prima risposta possibile, indotta dal mondo adulto:
“Farò il …”, segue il mestiere di papà.
Più raramente quello di mamma, anche perché più spesso casalinga. Seppure la mia fosse una valentissima insegnante di Educazione fisica all’istituto magistrale, l’unica siciliana proveniente dalla fascista Accademia femminile di Orvieto e dunque appresso, per bravura ed esperienza, tra le prime protagoniste delle attività ginniche femminili cittadine. Ma comunque, va detto: un maschietto si identifica più facilmente nel padre. Anche se appresso le prime più pratiche dritte professionali sulla scuola me le diede proprio mia madre …
Seconda risposta, indotta da un proprio immaginario altrimenti acquisito: “Farò il …”, segue il mestiere di un personaggio più o meno esterno all’ambiente familiare. Almeno una risposta più creativa tratta da una mediazione tra il mondo adulto e quello fantastico. Ma sempre una risposta … conformista, appunto mediata dal mondo adulto. Seppure da intendersi come una dovuta concessione alla propria incompiuta specificità.

Io non avevo peró buoni motivi che si precisassero nelle direzioni suesposte.
Il fatto curioso era che mio padre proveniva da un’intensissima vita militare (colonnello ruolo onore e grande invalido di guerra) e io ero un pacifista. Mentre da civile, lui dottore commercialista, era un funzionario della pubblica amministrazione. E io non provavo alcuna simpatia per il lavoro del burocrate. Però mio padre amava profondamente la musica. Da coinvolto dilettante cantava a memoria interi passi di opere liriche con una bella voce tenorile. E già da ragazzo mi portava con lui al Teatro Massimo Bellini ad assistere allo spettacolo lirico. Che poi arricchivo nell’esperienza con l’ascolto autonomo dei suoi preziosi dischi di lirica e di classica. Allo stesso modo con cui mi appropriavo con avida curiosità dei romanzi, per lo più ottocenteschi, della sua biblioteca. Una curiosità che diventava passione di vita.

Ma soprattutto, cosa che capii bene solo dopo tanto tempo, mio padre era un uomo puro. Amava visceralmente la musica e soprattutto il canto, che per lui era sentimento di libertà e di passione (era un romantico fino alle viscere). E neppure considerava minimamente, assieme a me, come se ne potesse effettivamente fare un mestiere. Così non voleva che smettessi quell’impegno di studi, anche se gli mostravo esplicitamente la mia acquisita consapevolezza circa le difficoltà di condurre in porto in maniera veramente produttiva le due scelte. Appunto aggiungendo quella universitaria.

Ci si accordò comunque per la facoltà di giurisprudenza e io stesso man mano che procedevo in quegli studi mi convincevo di potere e voler fare il giudice – mestiere moralmente difficilissimo e lo sapevo e lo desideravo proprio per questo. E così pure studiavo con qualche iniziale successo in quella direzione. Dimostrando insomma già da allora una discreta inclinazione verso quella opzione.

Oggi mi diverto tutt’al più a trovare anticipatamente, assieme a mia moglie, le motivazioni risolutive dei contenziosi di programmi come Forum, anticipando il giudice di turno. Ma, al contempo, devo avere ben sfruttato quelle competenze se ho scritto per un quindicennio in una nota rivista di legislazione scolastica e accademica. E pertanto non di rado impegnandomi in ardimentose questioni di ingegneria istituzionale riformistica dell’Alta formazione musicale ed artistica. Ma soprattutto mi sono sempre cimentato a ben supportare i miei avvocati per i miei – impegnativi seppur sporadici – contenziosi; dall’amministrativo al penale. Generalmente segnandone il successo anche grazie al mio ben più coinvolto impegno. Dulcis in fundo, la logica formale giuridica, come metodo euristico ed habitus mentale, mi è servita a meglio coltivare il campo musicale e musicologico di studi teorico-analitici. Grazie ad un’ininterrotta vita di studio, indubbiamente. Un campo artistico e scientifico di studi nei quali ho primeggiato a livello nazionale. E forse non solo nazionale …

Vorrei adesso, da adulto, confessare quello che fino al raggiungimento della maturità (scolare) pensavo io e che candidamente risposi a mio padre. Anche se qui esposto in una versione un po’ … aggiornata. Certamente più precisata ma ancora più incerta. Perché proprio adesso indirizzata verso un maggiorato perimetro di opzioni o comunque di interessi più o meno maturati nel frattempo:
“… papà, io non lo so e neppure ci stavo pensando. Perché dovrei se non ho neppure le idee del tutto chiare su quello che ho fatto fino ad ora e che sto continuando a fare adesso?”

Mio padre, persona sicuramente straordinaria, non solo non arrivò mai a contraddire le mie inclinazioni, ma addirittura evitò che le contraddicessi io stesso! E quando arrivato a circa metà materie universitarie tra quelle superate e quelle in studio, e con un discreto impegno seppure abbastanza allentato dai doppi studi, ma simultaneamente diplomato al conservatorio scoprii che la musica poteva diventare oltre l’intima passione che già era anche un buon lavoro per me, mi disse solo che ero io che dovevo scegliere. Uno dei più bei ricordi che si possa avere di un padre!

Strano che, raggiunta e superata la piena maturità nella realizzazione della mia propria vita e dopo avere dato tante risposte utili a tanti interrogativi anche difficili, strano, molto strano come quell’interrogativo adesso mi risuoni nella mente quasi fosse per me ancora attuale!

Solo addolcito dalla memoria di ciò che sono stato e sicuramente in parte voglio e devo continuare ad essere. Senza alcun rimpianto. Semmai con un ininterrotto desiderio di incertezze da chiarire. Ma da preventivamente gustare. Sì, da preventivamente assaporare e gustare.

Difatti le mie scelte furono forse un po’ casuali in avvio, ma poi col precisarsi delle mie inclinazioni diventarono sempre più personalizzate. Proprio perché nel decidere veramente cosa scegliere mi indirizzavo innanzitutto verso il più personalizzato anti-conformismo. Dunque sceglievo ciò che sempre più mi sembrava non solo piacevole ma anche e soprattutto utile, proprio in reazione alle disutilitá precedentemente vissute e da me subite.

Solo che allora io non ne sapevo niente!
Perché dunque dovrei saperlo adesso, se per di più la domanda stavolta me la faccio da solo?

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