CONOSCENZA E RELAZIONE COME FONDAMENTI DI VITA (E DI PROFESSIONALITÀ DIDATTICA)

by MM

Quando ero giovane pensavo di dover cambiare il mondo. Poi mi accorsi che probabilmente era molto più facile andare sulla Luna o su Marte e appresso anche riuscire a viverci (altrimenti perché andarci?). E quindi poco a poco mi resi conto che entrambi questi desideri impossibili erano solo fughe dalla realtà. Da una realtà evidentemente poco apprezzata, non certo proprio del tutto perché io ho sempre profondamente amato la vita. Ma fu così che mi resi conto della primaria importanza di cambiare innanzitutto se stessi, ossia di affidare alla propria crescita ogni valore ideale per sé e per gli altri. Semplicemente associando al mio proprio cambiamento in crescita anche i minuscoli cambiamenti che la stessa mia crescita poteva produrre nel mondo che mi circondava. E questo risaltava l’importanza di associare alla crescita anche l’attività di relazione interpersonale.

Però ciò comportava nel confronto talora molto aspro delle diversità anche situazioni gravi di regressione; che culminavano non di rado nello scontro tra prospettive inconciliabili di vita. Forse proprio per questo decisi di fare il mestiere che meno credevo mi interessasse, quello dell’insegnante.
Certo anche per l’occasione abbastanza precoce che mi si offriva di un lavoro immediato e remunerativo. Però ritrovavo nell’occasione l’obbligo di confrontarmi con i cattivi insegnanti, adesso colleghi. E troppi ne avevo già conosciuto da studente!

Tuttavia era il gioco complesso di relazioni interpersonali che mi si offriva ad attirarmi e il trascorso vissuto mi rendeva allora fortemente autocritico: cominciavo inconsciamente a valorizzare sempre più, nel ricordo e nell’empatia che in me avevano suscitato, i migliori docenti che avevo avuto dall’infanzia all’accademia e all’università. E questi poco a poco ingigantivano la loro presenza nella mia memoria, ciascuno per il particolare carisma che io riconoscevo di dovergli attribuire, secondo quanto da lui avevo ricavato. A questo aggiunsi anche la sempre più chiara visione dei difetti di alcuni di loro, tollerabili magari ma ben associati alle difettosità intollerabili di coloro che ricordavo solo come cattivi maestri per la mia esperienza.

Così appresi non solo cosa fosse meglio, ma anche cosa si dovesse assolutamente evitare. In questa costante ricerca adattativa e riadattativa mi resi quasi da subito conto che non dovevo mai dimenticare che la crescita dei miei studenti doveva sempre essere supportata dalla mia stessa ininterrotta crescita. E crescere significava e significa sempre non rinunciare mai a cambiare se stessi. Cosa che si rende sempre necessaria nel gioco di relazione.

Proprio per questo sono diventato un didatta ricercatore e non certo per pregresse ambizioni, già indirizzate in tal senso. Ho scritto tanto, veramente tanto, in merito alla crescita del mio settore disciplinare; di cui sono stato pioniere e decano; perfino involontariamente, proprio perché procedevo comunque nella mia crescita spesso percorrendo strade solitarie e mai battute fino ad allora.
Prova ne sia che personaggi ambiziosi ma mediocri, attraverso le più facili scorciatoie, poi me li trovassi davanti nelle posizioni di potere. E talvolta perfino a dovere in qualche modo giudicare il mio lavoro, senza averne minimamente gli strumenti concettuali, a non dire intellettuali!

Io non avevo scelta. Le ambizioni mie, se tali potevano definirsi, si muovevano sulla strada del serrato confronto dialettico e quindi dell’esposizione del mio lavoro nei luoghi dove questo confronto poteva effettivamente prodursi, che fosse un’associazione professionale, delle riviste scientifiche (musicologiche), dei luoghi di conferenze o di convegni nazionali ed internazionali, dei seminari di studio cui venivo invitato e più o meno distanti dalla mia sede lavorativa, degli impegnativi incarichi di formazione didattica o delle docenze universitarie altrimenti finalizzate, delle presentazioni dei frutti della mia attività di didatta e di ricercatore …
Nel frattempo accadeva che, via via che si rivelava un qualche personalistico vantaggio ricavabile dalla primazia nel mio campo di conoscenze, la strada, da deserta che l’avevo trovata all’inizio, diventava sempre più affollata e pertanto fin troppo confusa nelle sue stesse direzioni e motivazioni di percorso.

Certamente se mi fossi concentrato sul conseguimento di vantaggi personali e di posizioni di qualche… potere – cosa abbastanza contrastante con la mia natura – sarei magari potuto diventare un riconosciuto ed importante caposcuola con relativa posizione accademica. Ma avrei dovuto sicuramente spendere (e sprecare) energie in direzioni ben diverse dalla mia crescita personale.
Una posizione di potere sarebbe stata magari utile all’ampliamento dei miei spazi lavorativi, però esigeva attivismi suoi propri – cosa che mi fu ben chiara fin dall’avvio del mio attivismo lavorativo – e dunque compromessi che negavano gli assiomi cui affidavo la mia deontologia. Comunque io non ne ero capace o più semplicemente la mia strada di vita era già segnata. Solitaria nell’approccio di studio, perché sempre più indirizzata nei territori meno cogniti della musicalità: la teoria musicale generale e l’analisi stilisticamente orientata e adeguatamente differenziata e i territori intellettuali della più ampia e vasta interdisciplinarità epistemologica che le circondavano e ravvivavano. Però sempre in ottima compagnia nella prassi didattica dei miei tanti allievi particolarmente svegli e coinvolti, che appresso ne costituivano sempre il necessario corollario motivazionale e la più concreta finalizzazione etica. Specie durante le mie affabulanti esemplificazioni sul significato del linguaggio musicale di ogni epoca e repertorio ci toccasse studiare. Che fossero finalizzate alla prassi compositiva od esecutivo-interpretativa.

Così riuscivo a realizzare, e non di rado con piena soddisfazione collettiva del gruppo-classe in cui interagivo, la mia esigenza di relazione interpersonale nel coinvolgimento didascalico, emozionale e razionale assieme, della didassi. Sempre curatissimo nell’insieme e nei particolari. Proprio come ci si aspetta da una performance ad alto tasso di creatività. Quindi anche intriso di vitalistica estemporaneitá. Ed il frutto creativo di questo coinvolgente attivismo è visibilissimo nella mia produzione scientifico-artistica, spesso attribuita solo ai nomi dei meritevoli allievi da me seguiti. Quei lavori erano anche frutto del mio consistente lavoro, però sentivo la necessità che la condivisione fattane dovesse innanzitutto premiare il loro impegno.

Certo avevo nell’avvio i percorsi già tracciati del mio Maestro di riflessione analitica – dal quale ricevetti e mai smisi di portare sempre in avanti il testimone ricevuto – e questo aveva già costituito un enorme vantaggio sul piano didattico ed intellettuale. Ma ero anche un battitore libero, sia perché mi ero confrontato con altri Maestri, sia per la mia inevitabile differenza di personalità, già precostituita al momento di dover affrontare un pionierato sempre più avanzato e cominciato abbastanza precocemente, appena trentenne.

Così la mia crescita si è protratta ininterrottamente fino al mio pensionamento lavorativo e ho fatto quello che mai avrei pensato prima di fare: chiudere la mia carriera lavorativa proprio in corrispondenza alla mia massima crescita mentale-intellettuale ed artistico-scientifica. Crescita ben dimostrata dalla notevole prolificità di pubblicazioni: saggistiche, spesso – come accennavo – a nome dei miei più bravi allievi, proprio ad esaltare il successo di quella comunicazione interpersonale di cui sono sempre andato fiero; ma soprattutto trattatistiche, che sembravano via via realizzarsi non solo per naturali esigenze sistematiche ma anche e soprattutto sotto la pressione di una sorta di crescente mia vocazione… testamentaria. Esigenza di chiarire e di chiarirmi.

Diverse le pur legittime motivazioni di questa volontà di “gettare la spugna”. Ma predominante era divenuta proprio quella difficoltà di comunicazione interpersonale, nel frattempo cresciuta a dismisura, con la quasi totalità dei miei colleghi di settore disciplinare (e non solo con quelli…), per lo più a tutt’altre faccende affaccendati e che interpretavano con fastidio perfino la mia generosità nel rendere loro disponibile a costo zero il mio lavoro. Questo fastidio variamente interagiva in maniera sempre meno indifferente col mio impegno quotidiano e sempre più disturbando la quiete interna al territorio d’azione in cui mi muovevo. Un territorio indipendente che avevo faticosamente costruito in tanti anni di protagonistico impegno professionale e che non avevo mai smesso di dover difendere dagli assalti incessanti della… malavita didattica: esiste certamente anche quella, pur se non derubricata civilmente e penalmente. (per i gravissimi danni individuali e collettivi che arreca) e molto poco studiata nella sua costituzione e nei suoi effetti perversi – anche formativi in negativo del carattere e della personalità e che probabilmente in tal senso si stanno già mostrando esiziali perfino per la tenuta del nostro sistema democratico.

Insomma – mettiamola più benevolmente così – come gli sportivi più ragionevoli ho preferito chiudere all’apice qualitativo della mia carriera professionale. E dedicarmi adesso alla mia crescita relazionale a tempo pieno, nei luoghi in cui questa mi è in qualche modo permessa. Anche se cresce la nostalgia del mio lavoro migliore, quello che coniugava al meglio le prassi della didattica e della ricerca nel campo musicale e musicologico teorico-analitico con la performance interpretativa e con l’impegno compositivo. Ma come continuare ad attuarlo, quel lavoro, senza poterlo corroborare nel gioco creativo della relazione interpersonale?

Eppure ho ben chiaro che una mia ulteriore possibile crescita di uomo attivo e curioso nella conoscenza, ma anche tanto esigente quanto generoso nel proprio esporsi didascalico a livello interpersonale, ha bisogno di nuove forme di autodisciplina. Sarà un’occasione di cambiamento in crescita ulteriore e più amplificata dei miei propri già maturati interessi oppure una diversione sempre più alternativa dagli stessi? Il Tempo e soprattutto il Destino (ovvero il Caso) diranno serenamente la loro.

A me tocca continuare ad essere il me stesso che sono divenuto e quindi a tentare nuovi percorsi di adattamento relazionale e di connessa trasformazione creativa. Almeno finché questo mi viene concesso.

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