L’arte della Didassi, tra successi e insuccessi formativi. Ovverossia: complessità vs linearità, profondità vs superficialità, semplicità vs complicazione

by MM

Una volta una mia studentessa diciamo abbastanza stagionata per l’età, ma ancora piacente e molto simpatica – frequentava allora la terza annualità monografica del triennio dopo aver superato le precedenti con ottimi voti – mi disse più o meno e a solo con molta serietà ma anche premurosa nei miei confronti: “Maestro, ma lei non si accorge che spesso con le sue lezioni regala perle ai porci!
Lei, già laureata e collaboratrice nello studio del marito, frequentava il conservatorio per due lodevoli motivi: aveva una figlia studentessa che frequentava assieme a lei in altri corsi e voleva approfondire con uno studio molto più serio la sua esperienza di corista nel più importante coro della città di Messina.
Con me era veramente molto gentile e mi aveva anche invitato assieme a mia moglie a teatro nel suo palco ad un concerto tenuto dalla sua docente di canto, nella quale occasione eravamo entrati in una simpatica confidenza anche con il marito. Quindi c’era una indubbia stima reciproca. Rimasta tale se a tutt’oggi ancora lei si sente in dovere di inviarmi graditi auguri natalizi e quant’altro, pur sapendomi felicemente pensionato. Peraltro aveva svolto pure efficacemente le funzioni di componente della consulta degli studenti. Quindi la personalità della stessa aveva indubbiamente un suo spessore umano.

Quella frase mi fece molto male e non la capi proprio perché il gruppo di laboratorio nel quale lavorava al momento era composto di almeno sei studenti cantanti tutti abbastanza coinvolti e ciascuno secondo le proprie capacità nello studio; anche perché rivolto per ciascuno di loro ad un repertorio molto vario di almeno cinque arie di diversa epoca e stile tra Rinascimento, Barocco, Classicismo, Romanticismo e Modernismo. Insomma si cantava e suonava assieme piacevolmente, mentre io quasi initerrottamente stavo al pianoforte nel trattare questioni tanto tecnico-strutturali quanto storico-estetiche e dunque performativo-espressive.
Per di più agli esami successe una cosa piacevolissima: quasi tutti loro presentarono la propria tesi disciplinare ben costruita se non in maniera molto brillante, una che era la più brava anche come vocalità addirittura facendo commuovere un collega esaminatore (il quale, pur coltivandosi culturalmente, aveva tra i colleghi la fama di un carattere non propriamente facile per certi suoi modi burberi …). Insomma i 30 e i 30 e lode si sprecarono. Proprio lei invece fece un esame ben al di sotto delle aspettative, deludendomi alquanto, ma forse perché anche oberata da altri impegni, lavorativi e familiari…

A lungo cercai di capire il senso di tutto questo. Non perché ignorassi la complessità e la profondità con cui avevo dissodato i campi disciplinari di mia pertinenza. E del resto cosa rimproverare ad un docente più o meno generalmente conosciuto semmai come pioniere innovatore del proprio settore disciplinare, se non addirittura successore del proprio riconosciuto caposcuola?
E d’altra parte l’alta qualità dei risultati prodotti in una intera carriera, risultati perfino di livello nazionale stanno tutt’oggi lì a dimostrare che quelle “perle” presuntamente rivolte solo a “porci” in realtà avevano prodotti ampi “campi fioriti e profumati”.

Cosa ho tratto da esperienze come quelle – non certo l’unica?
Non solo come già a lungo ho sperimentato che ciascun insegnante ha gli studenti che si merita in base alla propria passione didattica e alla dimostrata deontologia professionale, ma anche e soprattutto che ciascun studente ha gli insegnanti che si merita in base alla propria ferrea volontà di saperli riconoscere ed eventualmente scegliere con la propria autonomia. Cosa in verità per nulla considerata in ambito professionale vuoi per connaturate posizioni demagogiche vuoi per inevitabili spinte corporative di necessità massificanti verso il basso. Ché questi sono tra i peggiori prodotti di una democrazia immatura.

E in definitiva che, data la nostra connaturata imperfezione di umani, ogni incidente di percorso va sì ponderato con attenzione e se possibile risolto ma che è soprattutto a causa della natura bipolare del rapporto docente-discente che si creano inevitabilmente le contraddizioni prodotte dall’humus culturale di provenienza di entrambi: problematiche anche irrisolvibili per la reciproca capacità di integrazione. E ciò con particolare riferimento alle finalità riconosciute del livello di studi in cui si opera. In tal caso un livello di alta specializzazione e non di formazione di base né tanto meno di formazione dell’obbligo. 

La coscienza di questi limiti già lontana nel tempo mi ha sempre preoccupato nel curare la qualità didascalica delle mie lezioni e dei miei materiali didattici: sempre più numerosi ma sempre più attenti al gioco dimostrativo dei contenuti.
Non esistono docenti capaci solo di successi formativi perché quando questo accade, di buona norma, é per l’appiattimento della qualità e della quantità di quella stessa attività didattica. Al contrario l’impegno speculativo e costante della ricerca e dell’approfondimento comporta sempre rischi e tra questi anche l’incomprensione di chi, studente o collega docente, vuole solo certezze con cui misurarsi. Chi invece privilegia la ragion critica e l’interrotta curiosità della conoscenza si espone, già solo per questo, ai rischi della imperfezione statisticamente rilevabile del proprio lavoro didattico. 

Però solo se questa viene misurata verso il basso dei livelli raggiunti e non verso l’alto.
E il vizio a livello comparativo sta proprio lì, nel misurare la piramide tra basso e alto …

E infatti basterebbe comparare la qualità didattica dei i docenti più impegnati con quelli più disimpegnati per scoprire che la piramide di questi ultimi, di buona norma appiattita verso il basso, è piuttosto un parallelepipedo miserabilmente schiacciato sul nulla. E dunque che le situazioni intermedie variano tra loro proprio nell’espansione verso l’alto di quella piramide e tanto meglio se quest’altezza produce una base sempre più ristretta.

Quando questo restringersi in una certa fase della carriera non accade più, non può allora ciò anche attribuirsi ad un intervenuto problema di sistema, ad un deteriorarsi del contesto formativo? Tanto da pretendere che la linearità dell’attività didattica si traduca solo in superficialità delle forme e dei contenuti?
Cui inevitabilmente seguirà una irrisolvibile complicazione nel riconoscere lo stesso senso, pedagogicamente finalizzato, dell’insegnamento, quanto meno in quello specifico settore disciplinare, ma anche in tutti gli altri che più o meno vicini gli risultano contigui od attigui?

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