COME COSTRUIRE RELAZIONI INTELLIGENTI? A RELAZIONARSI SI IMPARA, MA NESSUNO LO INSEGNA…

Costruire relazioni intelligenti, questa l’ammiccante titolazione del nuovo libro di Maria Martello. Lasciamo che ne parli l’Autrice.

Maria Martello, Costruire relazioni intelligenti (A relazionarsi s’imparaMa nessuno lo insegna!), Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2021

Il tema certamente interessa tutti: le relazioni interpersonali di qualità e la gestione matura dei conflitti, ma chi è disponibile a parlare di ciò, di solito è “un palato fine”!
Questo è un tema che ci sta tanto a cuore e che vogliamo porre all’attenzione della società civile.
I conflitti non sono necessari, e soprattutto molti conflitti, troppi!, si trasformano in contenziosi legali. Questi fanno male a chi li vive e intasano i Tribunali.

Ora la riforma della Giustizia ce la chiede l’Europa che ad essa condiziona l’elargizione dei fondi del recovery fund. Ma il nostro cuore, che anela all’armonia, la auspica da tanto. Nel profondo di ogni litigante si annida sempre la speranza che ci sia il modo di far sparire i conflitti e che si eviti di farli diventare contenziosi da delegare ad avvocati e giudici.
Io ho contribuito, da oltre un ventennio, alla introduzione e alla diffusione del valore delle A.D.R (Alternative Dispute Resolution), e studio una forma, chiamata mediazione dei conflitti, di cui ho delineato i presupposti teorici e le linee operative secondo un mio modello filosofico-umanistico.

Certamente in questi anni non è stato facile lanciare una cultura nuova, inedita. Ma ci hanno confortato i significativi risultati, non solo in termini deflattivi ma anche relativamente alla qualità della risposta al cittadino.
Per questo, ora mi pare utile, fare ancora un passo oltre che coinvolga in questa opera di rinnovamento tutti, nessuno escluso. Consapevoli che la più vera riforma della giustizia passi, primariamente e in modo determinante, attraverso l’innalzamento delle competenze di ogni cittadino, che, consapevole dei danni delle controversie, si attrezza per risolverle al loro nascere e, ancor prima si prepara a costruire relazioni che prevengano le ostilità.

Licenziamo uno scritto non per specialisti del conflitto ma solo per normali vittime di conflitti, e affermiamo con sicurezza che non sempre è necessario per risolverlo rivolgersi ai professionisti: psicologi, avvocati, giudici. Molto può fare direttamente chi ne è coinvolto. Basta acquisire le competenze idonee. Queste pagine ne offrono un nutrito ventaglio e, tra le righe, sottolineano l’importanza della interdipendenza: più persone ne intraprendiamo la lettura e ci impegniamo ad appropriarci di pensieri nuovi e più vantaggiosi, prima, tutti, compreso il singolo, ce ne avvantaggiamo!

Ma chiediamoci: abbiamo mai seguito un training per imparare a gestire la complessità delle relazioni interpersonali? Sappiamo che più i rapporti sono intimi e significativi e più è dietro l’angolo la possibilità che si intoppino in conflitti intricati?
Forse no. Ma nessun problema, possiamo sempre rimediare. Costruire relazioni intelligenti, appena uscito con l’editore San Paolo è una opportunità per “giocare” in modo serio e diventare padroni di questi temi attraverso attività da sperimentare: un laboratorio infatti completa la presentazione del tema.

Un libro per le vacanze, alla moda delle abitudini scolastiche che, nella pausa estiva, sollecitano gli allievi al recupero degli apprendimenti.
O per il tempo libero perché non sia vuoto ma sia un tempo prezioso per apprendere più efficacemente questi principi da applicare nel nostro quotidiano. Infatti in tempi in cui si è ragionevolmente sereni e gratificati si è più ricettivi. Non lo si è invece quando si è angosciati dall’ emergenza di dipanare contrasti.

Io sono cresciuta in una famiglia il cui motto, implicito, era: «Non si deve litigare!»
Per questo ho imparato a subire, a tacere, a non reagire, a sentirmi in colpa, a implodere. Poi mi sono detta: «e se il conflitto invece fosse la cruna dell’ago attraverso la quale deve passare il cammello per imparare a so-stare in pienezza nelle relazioni?».
Se dunque fosse necessario oltrepassare una porta stretta per imparare a conoscere ed esprimere se stessi e nello stesso tempo consentirlo all’altro?
Se il conflitto fosse una danza, perfino armonica, per riconoscere i propri ed altrui confini?
Allora sarebbe necessario conoscerne i passi, altrimenti la danza sarebbe solo una calca, un ammasso disordinato e confuso di persone.

L’insegnamento di questi passi non fa parte dell’educazione che tradizionalmente viene impartita, infatti, sono sempre prevalse due linee di pensiero: la prima, buonista, dice di soffocare il conflitto al suo nascere, generando però ipocrisia e superficialità nei rapporti, nonché il lievitare di rancori latenti e sotterranei con malesseri anche di tipo psicosomatico; la seconda, inutile e distruttiva, vorrebbe portare il conflitto su un piano volgare, vuoto e sterile. Magari esibito. Espressione libera degli istinti più bassi e aggressivi. Talvolta violenti.
La terza via, che qui viene proposta, vorremmo fosse inserita, attraverso corsi fondamentali, nel normale curriculum scolastico dei nostri figli, dalla scuole primarie agli studi universitari.
Fa conoscere e seguire nel proprio comportamento i principi su cui si regge la Mediazione per la risoluzione dei conflitti ed implica anche l’imparare a relazionarsi in modo “intelligente” e vantaggioso. Questo lo scopo del libro.

Il senso vero della Mediazione sta nel vedere il conflitto come qualcosa di connaturato alla natura umana, ma anche come lo strato più superficiale di qualcos’altro da scoprire. In questo senso, il conflitto è davvero una risorsa, una “grande occasione” di conoscenza di sé e dell’altro, un mezzo per dare un senso e una qualità alle nostre vicende personali e professionali. E “da qui” partire per trovare le risoluzioni. Occorre quindi imparare le regole per gestirlo.
Buona strategia è, prima di tutto, aprirsi alla riflessione e a pensieri nuovi sulle relazioni interpersonali. Questi aiutano a scongiurare il nascere delle liti e rendono pronti a saperle ricomporre quando arrivano comunque. Financo a trasformarle da limite in risorsa.

Ho sperimentato per un ventennio l’efficacia di questa formazione in molti ambiti, in particolare in quella dei top manager e dei professionisti del contenzioso: giudici, avvocati, psicologi.
Il libro Costruire relazioni intelligenti, porta la profonda cultura di questa modalità di al di fuori delle aule specialistiche e la mette a disposizione di chiunque desideri affinare le proprie competenze. Viene messa a disposizione di tutti perché diventi uno strumento da spendere autonomamente nell’ambito privato e professionale.

Le prime due parti del volume inquadrano la bellezza e la durezza della relazione interpersonale ma svelano anche i significati dei conflitti che incontriamo ogni giorno in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro. Illustrano cosa rappresentino per gli esseri umani e cosa significhi intraprendere la via della Mediazione.
La terza parte offre quindi un ricco e multidisciplinare laboratorio di attività (da seguire anche in gruppo) per acquisire e allenare modalità innaturali e più colte, necessarie a gestirli in modo costruttivo e risolutivo.

È quindi uno scritto che prospetta una cultura innovativa che certamente migliora la nostra qualità di vita. Può diventare anche da un lato una risposta alla necessità di una leadership che sappia valorizzare il capitale umano e, dall’altro, alleggerisce il sovraccarico di procedimenti giudiziari in numero sempre crescente, rilevato che i diverbi che non riescono a sciogliersi al loro nascere diventano liti interminabili indipendentemente dal valore di causa. E questo per una carenza vecchia e comune a tutti: la mancanza di una adeguata formazione di base alla educazione alla relazione interpersonale.

Eppure è acclarato che sia la via privilegiata per raggiungere la realizzazione in ambito personale, sociale e lavorativo. Diventare competenti nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo è fondamentale per il ben-essere di ciascuno: eppure è una via mai oggetto di percorsi specifici!
A tutto ciò guarda questo libro che vuole porsi come stimolo a sanare la carenza di formazione su un argomento determinante per la nostra felicità. Per la nostra vita. Abbiamo studiato di tutto, appreso tante informazioni e istruzioni per il nostro quotidiano. Troppo raramente, o mai, e comunque troppo poco abbiamo appreso come gestire bene le relazioni e ancora meno come risolvere i conflitti che prima o poi ci troviamo ad affrontare.

Il volume si rivolge quindi ad pubblico plurale, oltre le distinzioni di età, ruolo o professione.
Anzi, un libro da leggere insieme: tutti alla pari, tutti accomunati dallo stesso bisogno umano. Un libro semplice ma, speriamo efficace e mai banale. Una buona compagnia per valorizzare e capitalizzare anche il relax!
Traiamo insegnamento dalla colomba di Kant: convinta che, in mancanza della resistenza dell’aria, avrebbe potuto volare molto meglio. Di fatto è proprio la resistenza dell’aria che consente che si trasformi in volo il battere delle ali.
Analogamente per noi lo è la gestione costruttiva dei contrasti nelle relazioni.
Quindi, attraverso le pagine di questo libro possiamo scoprire che i conflitti sono eventi che possono farci “volare meglio” e condurci ad un rapporto più autentico con l’altro ed anche più rispettoso dei nostri bisogni.

Questo è il momento per una sfida di civiltà! Più siamo a comprometterci in questa visione e prima riusciamo a vincerla.
Abbiamo una grande voglia di giorni migliori. Abbiamo navigato troppo a lungo in acque tempestose… Ecco, presentiamo un libro utile a porre le basi del futuro che agogniamo e, mentre siamo in situazioni di normale tranquillità, prepararci a saper restare sull’onda quando le acque nella nostra vita, noi malgrado, dovessero incresparsi. Come quando accade di restare coinvolti in un conflitto.

————

Maria Martello – Formatrice alla Mediazione per la risoluzione pacifica dei conflitti secondo il modello umanistico-filosofico di cui è ideatrice. Ha insegnato Psicologia dei rapporti interpersonali presso l’Università Cà Foscari di Venezia, dove ha ideato e realizzato un master per la formazione dei professionisti mediatori. Già Giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni e la Corte d’Appello di Milano, autrice di vari saggi.





Due riflessioni sullo spunto provocatorio, già posto nel titolo, di un’intervista-presentazione al nuovo libro di Maria Martello:


IL CONFLITTO CHE SI FA DANZA

di SARA BELFIORE

“E se il conflitto fosse una danza, perfino armonica, per riconoscere i propri confini e quelli dell’altro?”

Questa domanda nel suo solo incipit, che il tuo intervistatore ad un certo punto ha posto, mi è sembrata particolarmente appropriata – ancorché al di fuori di quelle normalmente riferibili ad un “conflitto” – perché in quell’attimo un flashback mi ha riportato ad una trascorsa esperienza ricavata da documentari e testi di studio sulle danze di corteggiamento degli uccelli.

Vi si evidenziava in generale come, attraverso mosse codificate e il grado di sicurezza con cui le stesse vengono eseguite, gli uccelli riescono non solo a distinguere l’appartenenza alla specie e a scegliere un partner geneticamente compatibile; ma, mostrando il maschio forza e intelligenza e desiderabilità a garanzia tutta di una prole in salute, invoglia la femmina a lasciarlo avvicinare.
In talune specie entrando addirittura in contatto fisico: attraverso quello che viene detto preening (pavoneggiarsi, lisciarsi le penne), il maschio tranquillizza la femmina, riducendone l’aggressività territoriale e ponendo le basi per la formazione di un legame di coppia.

Ma subito appresso l’intervistatore incalzava:
“In questo caso sarebbe necessario conoscere i passi, altrimenti la danza sarebbe solo una calca, un ammasso disordinato e confuso di persone.”
Va aggiunto pertanto che, se negli uccelli la danza è quasi esclusivamente di coppia, il discorso si complica negli umani e in particolar modo nelle società più civilizzate: dove per danza si intendono più articolatamente le danze popolari di ogni epoca, il ballo moderno di sala o da discoteca, il balletto classico, il ballo moderno ….
Ma per ritrovare il significato di danza quale elemento che può risolvere conflitti è magari interessante osservare i più arcaici costumi delle società tribali; dove la danza è ancor più coinvolgente espressione, insita nel vissuto come attività sociale e dalla grande valenza polisemica.

I passi vengono insegnati ai giovani prima dei riti di iniziazione e di passaggio e diventano mosse codificate da utilizzare in occasioni specifiche; dove per ciascuna danza sussistono gerarchie e separazione dei ruoli, un ritmo vincolante e spesso un leader che guida l’andamento.
Il tutto in un luogo preposto che diviene l’arena in cui il gruppo sociale afferma fisicamente l’armonia e l’ordine vigenti, partecipando al compiuto rituale attraverso il codificato movimento corporeo.

Trarre da questi esempi ancestrali, a preponderante valenza simbolica da etologica ad etnico-antropologica, degli spunti da connettere ad una visione del tutto moderna e attualizzante nonché più prettamente sociologica e giuridica, richiede certamente un salto di qualità e di più tecnica pertinenza.
Tanto più se una illuminata specialista come l’amica Maria Martello chiarisce i risvolti psicologici e filosofico-umanistici che ne stanno alla base.


………………..

DAL DUELLO AL DUETTO


di MARIO MUSUMECI

Prendo l’abbrivio proprio dall’evidente e stretto rapporto tra le sopra citate danze di corteggiamento in etologia (non solo ornitologica…) e nello studio antropologico delle danze di coppia.

Adesso uno studio però posto nell’evolversi della società occidentale: dai sei-settecenteschi Sarabanda, tanto individuale di maschile esibizione che di coppia e di ben regolate coppie, e Minuetto, assurto a modello di elegante corteggiamento curtense ma posto sempre all’interno celebrativo e dunque collettivo-elitario della “camera” aristocratica; all’otto-novecentesco, e sempre più individualizzante, compassato e borghese Valzer, ricchissimo di figurazioni. E ai novecenteschi, passionali ed articolati fino ad esaurire le dinamiche di compiuti racconti gestuali e mimico-corporei, Flamenchi gitani e Tanghi argentini… Nonché a tantissime altre danze di più generale o più specifica influenza territoriale, dove il rapporto interpersonale – tra gruppi e gruppo, tra coppia e individualità … – sempre rappresenta simbolicamente i modelli socio-culturali di riferimento.

Ma come si pone qui il nesso con il riequilibrio dei conflitti latenti, già intravvisto nell’ambito della coreutica tribale?
Le danze di gruppo come strumento di socializzazione anche solo maschile paiono più arcaiche proprio in tal senso. Perché richiamano la ben più importante unità del corpo tribale, sentita soprattutto come necessaria davanti alle ostilità circostanti: della natura avversa o della minacciosa tribù avversaria… Danze di propiziazione, dunque, dove ci si compatta ludicamente per meglio confrontarsi e/o affrontare il conflitto esterno.
Dunque la realtà del conflitto pare rimanere sempre incombente a giustificare etica ed estetica nella positività dei modelli sociali: posta all’interno o all’esterno del gruppo sociale costituirebbe il movente delle azioni intraprese tanto a difesa dei singoli che del gruppo stesso.

Però nelle società complesse, quelle in cui viviamo, le relazioni di legame anti-conflittuale coinvolgono tanto i gruppi nucleari (coppie, famiglie più o meno allargate, comitive di amici …) che sociali (partiti, sindacati, corporazioni professionali, società commerciali …) e qui stabilità e instabilità costituiscono fattori notevoli di mobilità interna ed esterna, tanto da doversi confrontare poi col paradosso estremizzato dell’estrema solitudine individuale proprio all’interno delle folle incomunicanti – se non in un senso superficialmente aggregativo –  ed etero-dirette delle società di massa.

Qui danza e musica svolgono appunto una funzione aggregativa di potenziale controllo della conflittualità sociale, comunque ben più delle attività sportive dove il principio della competizione risulta di fatto ambivalente quando non apertamente ambiguo e contraddittorio!Perfino nella canzone di protesta sociale, ponendosi il conflitto all’esterno del gruppo e rafforzandone i legami interni, si ricalca il modello tribale: la guerra mimata contro un nemico esterno bene individuato può tanto essere preparata quanto esorcizzata, secondo gli strumenti messi in atto di volta in atto.

E allora se la Guerra, estremo conflitto tra società differenti e concorrenziali, può diventare Danza collettiva e musicalmente Sinfonia proprio per essere esorcizzata anche il Duello, conflitto inter-individuale, può diventare Danza di coppia e musicalmente Duetto.
La coreutico-musicale sinergia “armonica” (in senso lato) posta in atto nei due casi abilita comunque alla relazione positiva ed è la piena responsabilizzazione dei gruppi o delle individualità coinvolte a produrre la qualità del risultato e pertanto a non produrre cacofonie; ossia disarmonie non giustificate dall’equilibrio ricercato e prodotto nel contesto d’insieme.

Che poi il mediatore sia il coreografo o il maestro concertatore in ogni caso è proprio la sua qualità arbitrale a dovere ben formalizzare il complessivo contesto d’azione; così ricavandone proprio una composizione o meglio, nel gergo giuridico, una ricomposizione (delle opposte istanze): un attivismo che, mai sfociando in puro arbitrio, arrivi a costituire il quid etico e professionale attribuente il suo stesso appropriato carisma.

Così, guidando e corresponsabilizzando tanto il “coreutico passo a due” quanto il “vocalistico duetto”, il mediatore civile si rende garante del superamento del conflitto; tanto mimato e simbolico quanto reale e crudamente effettivo. Addirittura deviando il conflitto stesso dalle motivazioni contraddittorie della sua genesi al riequilibrio dell’incontro di opposte ma armonizzabili virtualità.

(24 agosto 2021)

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