VIOLENZA DI RUOLO E NON “VIOLENZA DI GENERE”. Per un’emancipazione maschile analoga ed integrata a quella femminile

by Mario Musumeci

Un luogo comune ricorrente, ma non per questo immeritevole di argomentata critica, è che debbano essere le persone vittime di violenza di genere a doversi esprimere da protagoniste e nella maniera più chiarificatrice sui loro carnefici e sulle varie “tecniche” utilizzate dagli stessi per i loro scopi impositivi e amorevolmente illusionistici; scopi spesso connessi a personalità originariamente affette da narcisismo patologico o da altre forme malate di psichica dipendenza. E si tratta di tecniche riconoscibilissime in etologia per chi ne abbia esperienza: di aggancio iniziale (o di furbo adescamento), di illusorio coinvolgimento passionale, di possessivo e pretestuoso isolamento, di infida negazione di ogni possibilità di aiuto esterno, di plagiante e distruttiva sottomissione …
Ma già a prescindere dal genere o ruolo di soggetti coinvolti in una qualsivoglia violenza (sessuale, sociale, relazionale, lavorativa, familiare, perfino casuale…) proprio delle questioni poste in gioco dalla violenza subita sono plurali e varie le figure professionali preposte a doversene o potersene occupare: dal medico (di varia specializzazione più o meno inerente alle problematiche patologiche poste in gioco) al giurista (avvocato e giudice di specializzazione penale, ma anche amministrativa e civilista), dall’assistente sociale allo psicoterapeuta, dall’organo inquirente al criminologo … E così pure, assieme a questi, entrerebbero in gioco le differenti posizioni dei testimoni ai fatti rivelatori di violenza: testimoni influenzati dai fattori più differenziati di approccio alla vicenda e tutt’altro che ideologicamente neutrali.

Pertanto quando si attribuisce una qualsivoglia precisazione caratteriale e di sociologico interesse ai soggetti passivi ed attivi della violenza i detti fattori di influenza esterna nella valutazione dei fatti specifici, dell’accaduto e della sua interpretazione, prevalgono scoordinatamente. Si rileva da subito che i punti di vista si accavallano in maniera tutt’altro che omogenea ed univoca ai fini di una serena ed obiettiva e compiuta risoluzione. Da qui l’importanza, per un verso, della netta separazione, mirata ma appresso integrativa e collaborativa, delle competenze; e, per altro verso, della valutazione di ciascun caso specifico al di là di ogni forma, inevitabilmente inadeguata, di generalizzazione. Però sul piano informativo e dunque anche statistico è proprio l’esigenza di generalizzazione ad imporsi poi nelle varie prospettive di prevenzione normativa e amministrativa, di controllo socialmente diffuso, di cure mediche e sociali. E perfino nel come intendere la pena in quanto punizione rieducativa. Così, come di norma accade nelle vicende umane, la generalizzazione si afferma a ridosso delle tesi ideologicamente più prevalenti sul piano degli associazionismi, dei movimentismi e quindi di una politica – parlamentare, governativa, istituzionale ed extra-istituzionale – che si dimostri più o meno sensibile ai temi posti in gioco.

Ora è indubbio che ogni generalizzazione produca stereotipi, ossia categorizzazioni preventive che hanno il difetto di tradursi inesorabilmente in maschere sociali: maschere caratteriali attribuite ai soggetti coinvolti nella violenza, a vantaggio e a svantaggio degli uni e degli altri e quindi determinanti nel giudizio sociale più ricorrente. Giudizio sociale pure coinvolgente, e non di rado, le diverse valutazioni dei soggetti esprimenti le dette differenziate competenze. Sembra inutile osservare che per di più il giudizio sociale è fortemente condizionato dai mass media e dagli indirizzi ideologici confacenti ai poteri forti che non di rado (ad essere ottimisti) li esprimono e li governano? E dunque dalle ricorrenti, ma difficilmente diagnosticabili dalla medicina ufficiale, patologie del corpo sociale.

Accade così che, in maniera ben più sotterranea ed invisibile perché penetrata e imposta a forza nei territori profondi dell’inconscio sociale, ogni stereotipo si riveli prima o poi come una socializzante violenza. Una violenza perpetrata da un diffuso pregiudizio sociale, affermatosi come legittima “lente” interpretativa per la lettura omogenea delle più diverse fattualità: magari ben diversificate ma nei fatti accomunate più o meno impropriamente e ristrettamente in troppo costrittive fattispecie giuridico-normative. La violenza maschile posta alla base del cosiddetto femminicidio è tra questi modelli di violenza sociale. Questo neologismo di più recente conio precisa nel maschio una violenza specifica meritevole di una tutela giuridica appropriata, senza però connetterne in maniera argomentativamente accettabile le sue fin troppo generalizzate caratteristiche ad altrettanto generalizzate caratteristiche delle vittime femminili; in quanto ben dimostrabili come omogenee e quindi specularmente attive al ruolo oppressivo dei carnefici.

Nel linguaggio più comune i “maschi carnefici” sarebbero come affetti caratterialmente e assieme patologicamente (ma non giustificatamente sul piano giuridico, altrimenti fioccherebbero le assoluzioni per “incapacità di intendere e di volere”) da una “maschilista violenza”; ossia da una più o meno naturale propensione a far tracimare la loro “naturale” aggressività virile da un ruolo puramente sessuale ad un ruolo sociale e ancor di più ad un ruolo oppressivo nei confronti delle rappresentanti del genere femminile; a loro più prossime e contigue per ruoli socialmente accomunanti, più frequentemente familiari e lavorativi.
Insomma se e quando, più o meno dimostratamente, si parli di violenza tra maschi e femmine si dà per scontato che la natura originaria di questa sia maschile. Anzi “maschilista”, espressione che perfino i maschi più ragionevoli si sentono costretti ad utilizzare dissociandosene, proprio per distinguersi dall’oramai vigente e pervasivo stereotipo negativo.

A questa impostazione punitiva dello specifico genere maschile – tendenzialmente, almeno fino a prova contraria, “maschilista” secondo vigente stereotipo sociale – fa da integrato contraltare un altro stereotipo. Ma in un’analogia inversamente valutata e pertanto inspiegabilmente contraddittoria. Lo stereotipo che vedrebbe sottoposto il genere femminile ad una (stavolta) positiva e ideale categorizzazione “femminista”: insomma una visione del femminile come generale attitudine comportamentale acriticamente bisognosa di protezione dalla detta “violenza maschilista”! Inutile chiedersi il perché della positiva qualificazione femminista rispetto quella negativa maschilista. Qui interviene subito il ricorso alla storicizzazione pacificamente accettata del femminismo (appunto: storico) otto-novecentesco: in quanto portatore di un concreto ed attuato riscatto di una trascorsa condizione femminile. Attuato, seppur tardivamente nella maniera più simbolica, a partire dal suffragio universale (1946 in Italia), ma dimenticando oggi che proprio questo riscatto “femminista” riguardava innanzitutto le classi sociali inferiori ed oppresse dal liberalismo del XIX secolo, con riferimento tanto a individui maschi che a individui femmine. A persone innanzitutto.

Il liberalismo classista difatti attribuiva ieri (come volentieri farebbe oggi) il diritto di voto solo al cittadino alfabetizzato e soprattutto adeguato contribuente. Certo si trattava di società anch’esse a loro modo funzionali e dunque con i loro inconvenienti positivamente accettati in quei trascorsi equilibri sociali. Soprattutto in quanto modellate su principi sociali paternalistici che trovavano il loro corrispettivo all’interno di famiglie saldamente fondate su principi patriarcali. E tanto salendo quanto scendendo nella scala sociale potevano emergere analoghi difetti di funzionamento, salvo le ben differenti problematiche di possibile risoluzione socio-economica. Insomma, in quella cultura la rivendicazione femminista era per lo più condotta da un’élite femminile abbiente colta; ma contraddetta molto frequentemente sia da tante donne di stessa estrazione sociale e ancor più da quelle di basso ceto; queste ultime occupate in quotidianità ben più gravose di quelle loro prospettate, di una per loro astratta culturalizzazione e di una connessa partecipazione attiva alla politica. Che solo appresso si affermerà con la crescente partecipazione femminile tanto ai moti politici di riscatto sociale quanto alle disastrose vicende umane dei due conflitti mondiali.

Ci vorrà quasi un secolo, dai suoi primi più convinti avvii, per cominciare a disporre di una piena e funzionale consapevolezza culturale espressa in tal senso e dunque per aprire l’intera cittadinanza italiana all’emancipazione femminile. E convintamente anche per buona parte dei cittadini maschi. Fino ad attenuare proprio per questa compartecipazione la necessariamente forte valenza polemica originaria del femminismo storico. Adesso: “non è tanto il maschio che mi impedisce nella mia evoluzione emancipatrice quanto la mia partecipazione convinta e coerente a questo processo comunitario di evoluzione democratica.” Così si esprimerebbe col senno di allora una femminista di ieri nella ben più contorta odierna realtà. Dove si affermano valori materiali che la femminilità spesso umiliano profondamente mercificandola, eppure valori che proprio tante donne approvano e supportano con il loro attivissimo operato! Certo tutto questo trova le sue tante eccezioni, ma oramai paritariamente tanto in ambito maschile quanto in ambito femminile. Ed è anche questione ben connessa a mode e costumi; ché pur’essi mantengono una loro importanza, spesso fin troppo determinante in sede sociale.

Così nelle moderne società a famiglia nucleare – più o meno allargata ma in senso orizzontale (per intrecciati divorzi e nuove unioni e nuovi figli sopravvenuti …) tosto che verticale (per univoca più o meno legittimata discendenza) – le problematiche riferibili alle differenze tra i due sessi, oggi ancor più di ieri, vengono riferite ad un modello idealizzato non corrispondente a realtà. Il modello di un ceto economico-culturale, ieri superiore oggi medio/superiore. Da qui la definizione, ahimè appropriata, di una cultura radical-chic ben lontana sia dalle necessità dei ceti emergenti quanto più consuetamente dalle esigenze degli ultimi! Superati i condizionamenti storici della positiva visione riscattante del femminismo otto-novecentesco bisogna innanzitutto chiedersi se a questo superamento – per certi versi ancora in divenire nella graduale ma tuttavia avanzata emancipazione femminile e non senza contraddizioni ed incidenti di percorso – corrisponda ancora oggi e in che maniera una superiore e magari più onnicomprensiva visione del riscatto di classi sociali inferiori. Proprio da questi rilevamenti sociologici potrebbero provenire le problematiche di appartenenza a ceti socio-economico-culturalmente caratterizzati, che variamente ma incisivamente influiscono sulle condizioni determinanti di una violenza di genere.

Solo come presunzione nel nostro avvio argomentativo una violenza maschile, di cui vittima è la donna, è tipologicamente prevalente: quella le cui caratteristiche sarebbero le più ricorrenti e dunque magari le più prevedibili e prevenibili per la detta generalizzazione. Ma tale assunto si rivela giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno … come fallace. E poiché la soluzione onnicomprensiva del suffragio universale è avvenuta, dopo un lunghissimo percorso storico-evolutivo, tanto per cittadini maschi e femmine quanto contestualmente per cittadini appartenenti a qualsivoglia ceto sociale, non è che le problematiche di violenza personale e di genere vadano affrontate integratamente, anche relazionando i soggetti coinvolti alle loro effettive condizioni socio-culturali ed economiche? Ma, soprattutto, siamo veramente sicuri che la violenza di genere sia per sinonimia quella di un uomo su una donna e più frequentemente di un uomo sulla propria compagna di vita, o tale ritenuta? Le statistiche raccontano una ben altra storia: cfr. l’articolo allegato in appendice, peraltro scritto nel 2018 (oltre tre anni fa!), che documenta una ben altra e più credibile narrazione.

E allora bisogna chiedersi una volta per tutte il perché di questo costante ed ininterrotto accanimento mediatico così tanto generalizzato verso lo stereotipo del femminicidio ad opera maschile. Bisognerà chiedersi se a questa narrazione che si vorrebbe irrigidita in autonome determinazioni normative se ne debba prospettare come corrispondente e/o speculare e/o biunivoca un’altra: quella del maschicidio ad opera femminile. E se l’unica risposta a doversi prospettare sia ancora quella passatista, e a suo modo ottusamente conservatrice, di una “nobiltà di censo storicamente acquisita” dal femminismo storico a favore del moderno femminismo: il femminismo proveniente dal libertarismo sessantottesco poi esizialmente sfociato nel libertinismo berlusconiano; tutt’ora vigente e a suo modo soffocante. Anche se all’ombra di un grande fratello ben più pervasivo: il massificante capitalismo finanziario internazionale che tutto mercifica e che rende le persone – maschi e femmine e non solo loro … – come oggetti consumatori e consumabili all’interno di un mercato che tutto domina, finanche le coscienze individuali e collettive. Qui la violenza si rende innanzitutto come di sistema e perfino imposta nelle maniere più suadenti ma non di rado altrettanto distruttive. Fino a giustificare, nell’idealizzata ottica di massificazione del Mercato Unico Mondiale, anche certe condotte femminili (neo- o post-femministe!?) pesantemente ideologiche nella ricerca di forme astratte di uguaglianza di genere. Così producendo condotte altrettanto becere, imitative del becero maschilismo già negativamente stereotipato a suo tempo.

In assenza di appropriate riflessioni bisognerà giocoforza prima o poi fondare un (post-)maschilismo di riscatto analogo a quello dello storicizzato femminismo? Semplicemente posto a tutela della legittimità di un “essere comunque maschi” e dunque a favore di una positiva identità da non rendere comunque inferiore a quella femminile. Identità femminile che per le dette contraddizioni pare continui ad affermarsi nell’attualità, e non di rado anche (soprattutto?) nelle maniere sempre più deteriori. Da dove partire allora per una migliore ricerca di nuovi equilibri conoscitivi e riconoscitivi delle specificità e delle integrazioni di genere, al fine del migliore studio della violenza inter-personale?
Innanzitutto dallo studio storico attento della specificità della violenza femminile, in quanto tale e in quanto speculare a quella maschile: in oltre due millenni di storia ben sappiamo come anche dalla sua generica posizione d’inferiorità la femmina si sia trovata nelle condizioni di gestire potere; potere anche di coercizione violenta nei confronti di uomini ad essa sottoposti. Con quali modalità socio-politico-culturali e fisico-caratteriali questa violenza si è espressa e con quali modalità specificamente femminili è riuscita ad attuarsi? Appresso occorrerà studiare bene anche il livello statistico-comportamentale in quanto analogo oppure speculare a quello maschile. Non è minimamente comparabile la letteratura di studio, e perfino di romanzata stereotipizzazione, delle casistiche di violenza maschile su vittime femminili rispetto la violenza femminile su vittime maschili.

A tal proposito bisognerà pure porsi seriamente altri innovativi interrogativi. Se il maschio è violento per natura sessuale allora il maschio che in qualche modo dalla femmina subisce violenza (fisica e/o morale poco importa, l’una è tendenzialmente succedanea all’altra) in che posizione di credibilità si pone davanti ai suoi interlocutori e alla società tutta? Dell’uomo che subisce violenze fisiche da una donna forse non ci si dispone in una commiserazione più prossima alla ridicolizzazione, specie se fisiognomicamente credibile? Ad esempio: un uomo piccoletto rispetto un “donnone” di moglie – e la qualificazione al maschile di una femmina la dice lunga sul pregiudizio già linguistico … E se ci si trova di fronte un “marcantonio” la sua posizione di maschio fisicamente e/o moralmente violentato non produrrà totale incredulità se non, in una pur positiva alternativa morale, una ancor più messa in ridicolo: “che uomo è questo, incapace di governare o almeno contenere la sua donna?!” Questo non spiega a sufficienza il silenzio degli uomini violentati in una società generalizzante il canone “maschilista”, ma che in realtà opprime parimenti maschi e femmine? E non potrebbe anche spiegare almeno parzialmente – a fini diagnostici e terapeutici – le loro reazioni estreme fino ad imporsi una loro anche più marcata e definitiva violenza?

Eppure proprio al contrario è spesso una superiore forza morale, oltre la stessa consapevolezza della propria forza fisica, a frenare un maschio a non reagire all’aggressività di una femmina. Alla faccia del “maschilismo naturale” teorizzato nei fatti o nelle intenzioni! Ma anche nelle tendenzialità e dunque negli stessi oneri probatori almeno socialmente qui pressoché invertiti: “… se lo dice lei femmina da vittima non può non essere vero che lui maschio non l’abbia violentata …”. Un altro canone teorizzato da certo odierno patologico femminismo, sufficientemente analogo in biunivocità al becero maschilismo. Di tale becero femminismo l’unico scopo sembra consistere nell’ufficialità ideologica la castrazione virile del maschio, ma nelle ufficiosità di un personale vissuto – magari subìto ma rimasto inesplicato, magari onirico ma consciamente represso – l’esaltazione simbolicamente implicata di tanti orpelli tipici del becero maschilismo sessuale, tanto nella crudezza violenta del linguaggio quanto nella rappresentazione necessariamente violenta della conflittualità inter-sessuale. Tante, troppe donne rimangono marchiate da esperienze di violenza maschile proprio perchè all’origine sono state attratte da stereotipi di virilità più o meno collegabili alla simbolica maschile/”maschilista”. E senza alcuna successiva profonda autocritica per i loro più profondi e inconsci errori di scelta o ricadono nell’errore all’infinito oppure all’inverso arrivano a scegliere compagni percepiti come fragili o comunque meno forti di loro stesse; salvo appresso disprezzarne le più o meno presunte “carenze virili”! Una trappola che porta all’inevitabile conclusione di chi ha deciso di sempre soffrire. Il “tanto gli uomini sono comunque fatti così!” speculare all’altrettanto frequente “tanto le donne sono comunque fatte così!”. Frasi che dimostrano solo di non conoscere cosa siano veramente la femminilità e la mascolinità. Ma quelle autentiche, non quelle gabellate dalla falsificante società dei consumi.

Tanto la femmina quanto il maschio che hanno subito violenza di genere dovrebbero porsi entrambi la domanda sul perché l’hanno voluto permettere. Su quali fondamenti simbiotici hanno fondato la loro relazione; fondamenti di probabile implicazione psico-patologico-sessuale di tendenziale sbocco sado-masochista. Sul perché non riescano a liberarsene e su quanto di patologico ci possa essere nel proprio comportamento vittimistico – ossia di vittime prolungatamente consenzienti – rispetto il ruolo del/i loro carnefice/i. Ma anche, in eventuale sana predisposizione costruttiva ed autocritica, di quanto il loro proprio ruolo possa a sua volta essere risultato invertito in certe fasi: trasformandosi esse stesse da vittime dei loro carnefici a carnefici delle loro vittime.

Proprio il mettersi costantemente in discussione e nei panni dell’altro aiuta a capire i propri errori e magari anche a far capire all’altro i suoi propri errori. Utopia? Forse per troppe persone scarsamente abituate all’introspezione, ma non sono proprio queste le generali impostazioni di ogni mediazione familiare?
Semmai tali condotte risolutive andrebbero reimpostate al più ampio raggio possibile di indirizzo – educativo e formativo, medico e giuridico, assistenziale e volontaristico … – e con il supporto preventivo più ampio possibile di disponibilità e di competenze specifiche in ogni ambito, pubblico istituzionale e non, di reale e funzionale relazione di sostegno alle vittime di violenza e ai loro carnefici. Carnefici dimostrati, magari sì, ma anche in qualche modo, e qui sta il punto più delicato, a loro volta vittime.
Insomma soprattutto alla precedente fase comparata, al riequilibrio conoscitivo ed efficacemente descrittivo di queste ben differenziate condizioni di reciprocità, bisognerà fare appresso più diretto riferimento alle condizioni di intercambiabilità degli attori di questa violenza. Così come accade nel più patologico sado-masochismo, nella violenza intersessuale sono biunivoche le relazioni tra carnefice e vittima. E spesso si diventa carnefici proprio per non risultare vittime. E se – quando più comunemente accade all’omicida che conclude il suo operato con il suicidio – il carnefice poi diventa vittima di sé stesso non si realizza forse la più prevedibile “chiusura del cerchio”? Perché allora non prevederla a monte di una questione correttamente problematizzata piuttosto che a valle del suo esito più nefasto?

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APPENDICE

Allarme maschicidi. Gli uomini vittime quanto le donne. Ma nessuno ne parla

di Barbara Benedettelli

Non solo femminicidi. Gli uomini uccisi in coppia, tra amici, vicini di casa e colleghi sono stati 120 l’anno scorso. Una cifra identica agli omicidi ai danni di mogli e compagne. Centoventi donne. Centoventi uomini. Sono le vittime di omicidi in famiglia, in coppia, tra amici, vicini di casa, colleghi di lavoro. Tante, troppe. Donne e uomini italiani uccisi in egual misura. All’interno delle Relazioni interpersonali significative (Ris), dove dovrebbero esserci amore, affetto, protezione e solidarietà, si muore di morte violenta più che in ambito criminale. Secondo gli ultimi dati del Viminale nell’Italia del 2017 sono state uccise volontariamente 355 persone: di queste ben 236 nelle Ris. Le donne sono 120, gli uomini 116 più 4 ammazzati all’estero dalle loro partner che non avevano accettato la fine della relazione o per soldi.

Sono i drammatici dati che emergono dall’indagine «Violenza domestica e di prossimità: i numeri oltre il genere nel 2017», realizzata attraverso la ricerca dei fatti sulle testate web locali e nazionali. In occasione della stesura del pamphlet Il maschicidio silenzioso (Collana Fuori dal Coro, Il Giornale), e di 50 Sfumature di violenza (Cairo), mi sono posta semplici domande: perché, nonostante tutto quello che si fa per contrastare la violenza di genere, le donne muoiono in media nello stesso numero? Perché se alla base del fenomeno c’è una relazione, lo si guarda da un solo lato e con uno schema fisso e semplicistico che non tiene conto della complessità e della natura di ciò che si osserva? È nata così l’indagine di cui pubblichiamo parte dello sconcertante risultato. La raccolta dei dati, poi divisi con criteri in grado di dare a ogni omicidio la corretta collocazione, si è avvalsa dello stesso gioco di prestigio che i teorici del femminicidio fanno nel rilevare le vittime femminili: non tener conto del fondamentale rapporto vittima/carnefice e del movente, fondamentali invece per determinare le cause e intraprendere le giuste azioni preventive. E se facciamo lo stesso esercizio mistificatorio e la stessa deviazione culturale potremmo dire che nel 2017, escludendo i delitti in ambito criminale, i «maschicidi» sono stati più dei «femminicidi»: 133 contro 128. Dati che emergono dai fatti e i fatti, per dirla con Hannah Arendt, sono ostinati. Ma si possono davvero chiamare così?

Il numero emerge dalla somma tra gli omicidi avvenuti nelle Ris e quelli il cui autore è uno sconosciuto che ha ucciso persone innocenti: è la stessa somma fatta da chi sostiene a spada tratta il femminicidio, e che, per esempio, conta anche le donne massacrate in casa o in strada da chi voleva rapinarle. Ma non sono state uccise in quanto donne, semmai in quanto vulnerabili. In questo ambito muoiono soprattutto anziani e ragazzi, e in particolare sono i maschi a essere uccisi in modo sproporzionato: 17, contro 8 donne, nel 2017. Sproporzione che rimane anche negli omicidi di prossimità, quelli tra vicini di casa, conoscenti, amici, colleghi: le vittime maschili qui sono 39, 14 quelle femminili. La parità si raggiunge dove c’è un legame di sangue: 40 e 40. Però solo l’ingiusta morte delle donne suscita scandalo, orrore, impegno civile e politico. Per gli uomini assassinati all’interno delle stesse relazioni e per gli stessi motivi, niente pietas né pathos, niente liste tragiche con nomi e cognomi. Li abbiamo contati noi, per farli contare. Lo chiede la Convenzione di Istanbul, che riconosce anche le vittime maschili. Ottanta persone massacrate in famiglia: tra i carnefici anche 15 donne, che hanno ucciso più femmine (8) che maschi (7). Di queste, 8 sono madri (due suicidate), contro 3 padri (tutti suicidati); questi undici assassini hanno ucciso 16 minori: 8 maschi e 8 femmine, 3 delle quali, più un bambino, morti per mano di un solo papà. La moglie che maltrattava il suo compagno e i quattro figli era in cura, lui doveva occuparsi di loro e aveva smesso di lavorare, aveva problemi economici ed è entrato in una devastante depressione. Dov’erano le istituzioni? Proprio qui c’è un’inquietante parità di genere per le vittime e un’inquietante disparità: le madri uccidono di più e più dei padri sanno sopravvivere al senso di colpa e all’orrore che hanno commesso.

Anche in ambito cosiddetto passionale le donne, quando ammazzano o sono lasciate, difficilmente si tolgono la vita. Gli omicidi-suicidi in ambito familiare e di coppia sono 30: 28 uomini e 2 donne; i suicidi noti, dove la causa è legata alla fine di una relazione, sono 39: 32 uomini, almeno 8 dei quali disperati per il distacco forzato dai figli, e 7 donne, tra cui due bambine di 12 e 14 anni che soffrivano la separazione dei genitori. Ancora in ambito cosiddetto passionale, su 66 omicidi con vittime femminili quelli che tecnicamente si potrebbero definire femminicidi sono 42 (esclusi 4 casi non risolti), di cui 14 commessi da stranieri provenienti soprattutto dai Paesi dell’Est e dal Nordafrica. Gli altri 20, in cui il movente non ha a che fare col genere, sono coniunxcidi (da coniunx = coniuge), neologismo adottato nell’indagine che vale sia per gli uomini che per le donne a differenza di uxoricidio (da uxor = moglie). Gli italiani che hanno perso la vita per mano di una donna che avrebbe dovuto amarli sono 19.

Le assassine hanno agito tutte per difesa o perché maltrattate, come retorica femminista comanda? No. Lo hanno sostenuto in 6, così come hanno fatto 5 uomini, in linea con i risultati di una meta-analisi che prende in considerazione le indagini fatte in diversi paesi: la media di questo movente varia in base alla nazionalità dal 5% al 35% quando a colpire sono le donne e dallo 0 al 20% quando sono gli uomini. In ambito omosessuale le vittime sono 2, mentre sono 20 (tra cui 2 minorenni) gli uomini massacrati dai rivali o dagli ex delle loro compagne: maschicidi che hanno a che fare con il senso di possesso e l’onore; dunque anche, ma non solo, con la cultura patriarcale. E anche qui gli autori stranieri sono tanti (12). Insomma, siamo di fronte a un’enorme costellazione d’orrore e di disperazione, che deve essere colta nel suo tremendo e allarmante insieme. In totale i morti sono 309 se contiamo anche i suicidi: 129 femmine e 180 maschi.

Non riconoscere la psicopatologia, l’isolamento di coppie e persone sole di fronte alle difficoltà e ai drammi della vita, valutare solo le ragioni antropologiche e culturali, concentrarsi solo sulle vittime senza mai guardare, con rispetto, se hanno qualche responsabilità, tutto questo non permette di attuare azioni capaci di impedire scelte folli; che non vanno mai giustificate, ma devono essere studiate e comprese per quello che sono. Senza mistificazioni inique, né teoremi ideologici politicamente e scientificamente scorretti.


OSSERVAZIONI A MARGINE

Purtroppo, almeno sotto il profilo conoscitivo, viviamo in una “democrazia di carta”, dove ogni libera e individuale opinione viene immediatamente generalizzata. Un altro post, di ufficializzata partitica provenienza, riporta la questione in termini altrettanto corretti. Però, e qui sta il punto, all’interno della “protettiva” e in realtà strumentalizzante prospettiva politico-culturale ancora, ma altrimenti, sfacciatamente di parte. E così il fatto di riportare la gravità della questione politico-culturale in gioco all’interno di una marcatissima contrapposizione politico-ideologica, e dunque partitocratica, la dice lunga sulla natura del costringente sistema di comunicazione: innanzitutto proteso alla ideologizzazione delle questioni e subito appresso alla loro imposizione all’interno di un precostituito gioco delle parti. Un gioco delle parti indubbiamente dialettico – specie se effettivamente portato a buon fine – ma purtroppo viziato a monte dalla propria natura fin troppo contraddittoriamente ideologica. Il risultato? “Se devo esporre la mia compiuta opinione sulla questione devo giocoforza farlo all’interno di contenitori politicizzati (e, in ultima istanza, partitici), già ben caratterizzati da più compiute visioni socio-culturali, seppure a me estranee e dunque solo strumentalizzanti.” Da qui emerge il compiuto gioco di sistema pseudo-democratico. Gioco, del “divide et impera”, che ti costringe a generalizzanti posizionamenti perfino contraddittori, ad ulteriori maschere, pur di esprimere la tua libera e, peraltro, fortemente trasversale opinione. E dietro la teatralità crescente a dismisura del dibattito sulla violenza di genere si cela, ben mascherato, quello ben più pressante e onnicomprensivo della violenza di ruolo!


Chi si occupa di violenza al femminile tende solo di recente a precisarne i connotati attraverso le rilevazioni statistiche, ma con difficoltà di gran lunga superiori della violenza al maschile. Mentre di questa lo stereotipo tende a diventare prevalente fino a cristallizzarsi in un modello assolutizzante; secondo cui sarebbe legittimo alla fin fine parlare solo di femminicidio e non di maschicidio. Secondo un’impostazione ideologica di fondo che, se ben riflettuta è aberrante e controproducente perché non si preoccupa minimamente di affrontare la problematica se non in chiave divisiva e conflittuale.

Basta mettere a confronto un articolo contro la definizione di maschicidio:

https://news.robadadonne.it/maschicidio-violenza-sugli-uomini-numeri/?amp#aoh=16383002192004&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&amp_tf=Da%20%251%24s

e uno a favore:

per rendersene conto. Una contrapposizione ideologica tra le tante dei difficili tempi in cui viviamo e magari utile alla gestione di un potere superiore alle parti: dispostosi in una posizione divisiva delle stesse all’insegna del sopra richiamato principio del “divide et impera” e del contestuale obiettivo di celare le vere ragioni del disagio sociale e della conflittualità che a vario titolo ne discende.

La questione dirimente si porrebbe da un verso come l’appropriazione assolutizzante del femminicidio in quanto “violenza di genere” (ossia violenza connessa alla qualificazione sessuale), strettamente riferita al ruolo sociale presuntamente sempre inferiore della donna rispetto a quello sempre superiore dell’uomo. “Generalmente” ma anche genericamente, non tenendo conto della differenza di relazioni sociali tra classi e ceti dominanti e subalterni che durante il corso della storia si è abbastanza variamente espressa. Ma anche tra effettivi ruoli agiti nello specifico momento storico tra le parti in gioco!

Da un altro verso considerando la violenza femminile come una variabile certamente possibile, quando non realmente sussistente, ma molto meno studiata o addirittura studiabile tanto in sé quanto soprattutto con le sue dirette e indirette interazioni con la violenza maschile. E pertanto trascurabile al punto da negarle la dignità di una autonoma definizione, quella appunto di maschicidio. Lo scopo evidente è l’attribuzione di una tutela tanto specifica e mirata alla prima, quanto generica e distraente alla seconda.

Ma qui non si tratta di attribuire primazie di vittimismi! Semmai di studiare a fondo due questioni tra loro ben connesse. Le “violenze di genere” sono in realtà violenze di ruolo, ossia primariamente connesse al ruolo sociale rivestito concretamente (e non genericamente!) nella società; intesa questa come comunità ben diversificata secondo modelli familiari, economici, politici, culturali. E il ruolo da problematizzare per comprenderla al meglio non è solo quello femminile, ossia del “sesso debole” subordinato in ogni casistica e in ogni prospettiva possibile al “sesso forte”, il maschile appunto. Capire la violenza di ruolo nelle sue diversità ed interazioni è l’argomento che sempre più si pone all’ordine del giorno. Ed è triste, molto triste oltre che deprimente, che di questa problematica si continui ancora a fare strumentalizzazione ideologica e quindi appresso ad essa appartenenza politica e partitica.

Non si tratta di fare classifiche fra i ben differenti tipi di violenza di ruolo o addirittura di astrattamente equipararli bensì di sottrarre alla segregazione del femminicidio, con l’intenzione di strumentalizzarne a fini di riequilibri o piuttosto squilibri giuridici la specifica categorizzazione, per associarla invece alla categorizzazione del maschicidio. Fino a comprenderne le concause dell’uno e dell’altro, nel gioco di ogni possibile interazione. Con la conseguente consapevolezza che è semmai il ruolo sociale ad avere di buona norma funzioni condizionanti se non direttive tanto per il cittadino maschio quanto per il cittadino femmina. Il che ovviamente mette in discussione certi consolidati – e, probabilmente, oramai in situazione impossibile da poterne discutere – equilibri di potere economico, sociale e politico, seppure essi stessi siano le effettive cause di quel condizionamento!

Ma soprattutto occorre sottolineare – quanto meno in positiva e ottimistica istanza – che i ruoli connessi, e comunque non limitati, all’identità sessuale non possono innovarsi e migliorarsi tramite norme civili e penali, punitive e discriminatorie rispetto il sesso di appartenenza. Perché produrre precise conflittualità discriminatorie tra i sessi (come d’altronde tra altre categorie di esseri umani) al fine pur nobile di risolvere discriminazioni effettive tra i sessi, ma tutte da verificare nella loro pretesa assolutezza, non è risolvere in maniera seria ed efficace i problemi in gioco. Semmai approntarne altri che risulteranno ben più invasivi: un sommerso iceberg di cui la precedente questione femminile (o femminista, se e quando estremizzata) costituisce solo la classica e ingannevole punta! Una società di massa resa sempre più divisiva e conflittuale non è il futuro migliore che possiamo approntare per le generazioni a venire.

(28 ottobre – 1 dicembre 2021)

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