AMLETO, IL POTERE DELLA FOLLIA CONTRO LA FOLLIA DEL POTERE. Ovvero: il principe folle di Danimarca e l’eroica solitudine della verità

by Mario Musumeci

(all’amico ispiratore Pierpaolo Rosati)

Il “dubbio amletico” esprime, per antonomasia, tanto una verità umana estremamente profonda, se non scomoda da comprendere o da ricercare, quanto una verità rinunziabile proprio per la sua relativistica imprendibilità o addirittura per la sua scomodità politica, etica e insomma… umana. E pertanto anche da potersi o doversi intendere tutt’al più come volgarmente fittizia, secondo il proprio individuale posizionamento: una verità che, in tutte le sue sfaccettature, si incontra e si scontra con la molteplicità dei caratteri umani e quindi con altre concorrenziali verità, individuali o collettive. Verità plurali che se non apertamente la ostacolano quanto meno contribuiscono a celarla o ad allontanarla da altri ben più realistici e dunque oggettivizzabili convincimenti.

In tal senso, tre secoli prima di Pirandello – aedo di una verità espressionisticamente del tutto impedita nel suo oggettivarsi -, la parabola eroica di Amleto non si attua solo nella strenua ricerca di una oggettiva e dimostrabile verità dei fatti, ma anche nel suo preservarne ad ogni costo la ricerca attraverso l’aspro, irrisolvibile e addirittura distruttivo, confronto con le verità altrui.

La sua dolorosissima vicenda lo rende sì intellettuale ed attore di una superiore verità, assolutizzante perché prevalente per un suo ben più alto e riconoscibile movente morale, ma al contempo responsabile della distruzione di coloro che alla semplice verità non possono adattarsi per loro specifica posizione sociale e fattuale. Ovviamente non è tra costoro il re Claudio, suo zio, in quanto usurpatore e dunque condannato ab origine per questo suo ruolo illegittimamente acquisito e proiettato alla costante mistificazione di ogni verità che possa riguardarlo. Dunque impersonante alla perfezione la follia del potere. Invece lo sono appresso i cortigiani, “vil razza dannata”. Tra cui primeggia, per uno zelo del resto connesso al proprio alto ruolo, Polonio il primo consigliere del re. Assieme a lui varie figure cortigiane di secondario rilievo ma tutte al nuovo re legate non tanto dal giuramento di fedeltà (peraltro riferibile anche al precedente re) quanto dalla opportunistica e ben più conveniente lealtà al potere saldamente costituitosi al momento.

Però subito appresso a costoro, e stavolta per ben altri coinvolgimenti caratteriali ed affettivi, si dispongono i due figli di Polonio. La fragile ed ingenua Ofelia – di cui, pure, Amleto sarebbe innamorato – inconsapevolmente centrata dalle mire paterne all’interno del dramma, dove potere e follia giocano in pieno il loro ruolo. E questo accade nella misura più drammatica e fin troppo contraddittoria per l’equilibrio affettivo di lei, nonché per la sua psiche. Costituendo causa della sua follia e della sua, unicamente del tutto innocente, morte. E per conseguenza, assieme alla morte del padre, associando nel dramma il coinvolgimento dell’altrettanto innocente suo fratello Laerte; colpevole solo perché inizialmente coinvolto nelle trame ordite dal re usurpatore Claudio per distruggere Amleto. Trame dove in extremis il potere, perseguito ad ogni costo, rivela la sua folle logica corruttiva e distruttiva.

Ma soprattutto nella sua propria ambivalente posizione va inquadrata la regina Gertrude madre di Amleto: per salvaguardarsi il già rivestito ruolo regale (consorte del precedente re), ma certo in subordine anche per salvaguardare il ruolo di erede al trono del figlio – ossia di Amleto stesso! -, si lega al nuovo re, l’ex cognato. Certo ignorandone le attività delittuose e innanzitutto di omicida del fratello, suo primo marito.

Insomma il potere e la sua implicata follia si impongono qui come totalizzante discriminante negativa del dramma: il potere ingiusto nelle sue forme di più o meno colpevole, ma anche innocente, subordinazione. Dal potere usurpatore che si afferma grazie al regicidio. Al potere che si preserva legandosi familiarmente al nuovo re. Dal potere subordinato dei cortigiani che si acquisisce grazie alla fedeltà al preminente potere regale. Al potere patriarcale e paterno, dunque anche affettivo e premuroso di un Polonio che si dispone nel confacente indirizzo educativo sui figli all’interno di un ambiente cortigiano.

Così, addirittura in un’ultima istanza dove la finzione tracima dal simbolico allo storicistico, si impone un potere statuale ricostituito nella sua realtà di fatto. Un potere della forza e assieme del destino e dunque percepito come necessitato e quindi positivamente legittimabile e perfino dallo stesso Amleto morente preconizzato come una sorta di nemesi storica: alla forza militare dell’intervento sulla scena del principe ereditario di Norvegia Fortebraccio si attribuiscono i destini della corona danese. Forse uno specchio dell’attualità storica che un paio di anni appresso alla stesura del dramma porrà il problema della successione alla morte di Elisabetta I Tudor? Impressionante sarebbe il così vaticinato parallelismo tra una regina Elisabetta, morta senza eredi legittimi, cui al trono succederà un discendente della cugina Maria regina di Scozia da lei fatta giustiziare. Così come, nella finzione del dramma, il Fortebraccio futuro re di Norvegia subentrerà ai re di Danimarca dopo che il padre omonimo di Amleto, Amleto senior, aveva sconfitto e ucciso in guerra il precedente re di Norvegia, Fortebraccio senior.

Però va considerato anche il potere dei puri. Il potere del socialmente fragile ma eticamente forte Orazio. Unico vero e grande amico, sodale intimamente prezioso ed eletto testimone del protagonista. E il nome attribuitogli di uno dei massimi poeti dell’antichità classica, il poeta dell’etica purezza, non pare scelto a casaccio nel sottolinearne il superiore e stoico coinvolgimento morale nelle vicende drammatiche della corte danese.
E soprattutto il potere dello stesso protagonista, il potere del principe Amleto: potere ereditario in atto, ma da subito rifiutato per esplicitato e crescente suo disconoscimento della propria fonte regale – dapprima umanamente percepita e immaginificamente rivelata e appresso razionalmente verificata come usurpatrice ed abusiva. Pertanto il ruolo drammatico di Amleto non può essere ridotto solo alla funzione di giustiziere del proprio padre assassinato. Amleto di quel padre è anche erede e, per la descrizione profondamente idealizzata che ne viene data, pure positivamente degno. Amleto si batte dunque per un altissimo ideale di giustizia, seppure imperfettamente umana, facendosene carico fino in fondo anche in quanto potenzialmente investito di quel potere regale. Dunque per responsabile immedesimazione in un ruolo riconosciutogli implicitamente dal diritto successorio.

Difatti con ben altra condotta ne poteva conseguire, in un eventuale suo opportunistico (e certo vile) adattamento al nuovo potere, una più forte legittimazione politico-familiare del carisma personale, più direttamente funzionale ad una successiva acquisizione ereditaria del potere regale. Ma non è quello che interessa il puro ed etico Amleto. E neppure detronizzare Claudio per sostituirlo. Così, se suo è anche il potere della spada che lo rende duellante temibile e vincitore, suo è ancor più il potere della parola e soprattutto della sua affabulante attorialità. Il giusto principe Amleto difatti è colto intellettuale e, secondo la shakespeariana visione meta-teatrale mutuata e rinvigorita da classica tradizione, la sua non è tanto cultura erudita quanto cultura in azione. Una cultura attoriale: cultura di presenza attiva e creativa, pienamente espressa tanto nella scena della vita quanto nella scena del teatro. Che non può che esserne realistico e dunque profondamente emozionale riflesso, come insegna magistralmente la scena del primo avvolgente incontro con la compagnia teatrale in visita al castello reale di Elsinore. Ma anche cultura della trasformazione del sé, nell’acquisito strategico ruolo del folle; che può, in quanto tale, permettersi di esprimere e testimoniare fino in fondo la propria superiore verità.
Il potere della follia di Amleto si rende così umanamente vincitore, per la sua intrinseca forza di giustizia fondata su intelletto e cultura, contro la follia del potere di Claudio, rozza e volgare seppure estremamente determinata nelle proprie strategie di corruzione e nella propria violenza di dominio.

Ogni altro personaggio di primo piano gioca il proprio ruolo attorno a questi due poli contrapposti, il negativo Claudio e il positivo Amleto, perfino pagando il proprio coinvolgimento con la vita secondo modalità simboliche relazionate alla maggiore o minor vicinanza all’uno o all’altro dei poli opposti di verità e dunque di connessa specifica follia. La folle verità del potere fondato su violenza e menzogna vs il potere di una follia simulata nell’azione ma in funzione affermativa di una più profonda e più umanamente etica verità.

Così la più ingenua vittima sacrificale è l’Ofelia innamorata del principe, il quale non sa più come corrisponderla per il suo forte legame familiare con la corte reale di Claudio: in corrispondenza all’equidistanza ingenua tra affetto (rispetto) filiale e affetto (innamoramento) per Amleto la vera patologicamente riconosciuta follia è quella che si impadronisce della giovine donna alla morte del padre Polonio; ucciso proprio da colui che si esprimeva a lei in coinvolte e coinvolgenti profferte amorose!
Polonio a sua volta vittima incauta ma non del tutto incolpevole del proprio eccessivo zelo cortigiano: ucciso improvvidamente, durante il gioco sempre più feroce della follia simulata, da Amleto – che però lo crede Claudio, celato a spiare dietro la tenda del talamo materno. Proprio la madre Gertrude, che rappresenta un’equidistanza tra i due poli altrimenti bilanciata e più forte, è l’altra vittima sacrificale: uccisa inavvertitamente dal veleno preparato da Claudio per assassinare Amleto. Così analogamente con più diretto contrappasso muore Laerte, però redimendosi e redimendo in reciprocità Amleto per il suo brutale ma non propriamente voluto coinvolgimento nelle morti di padre e sorella.

In realtà si tratta, tutte, di vittime dirette e indirette della preminente follia del potere di Claudio. Una follia sociale non patologicamente riconosciuta, verso la quale il potere della follia di Amleto, in tal caso simulata ma pressoché da tutti creduta tale, si rivela essere solo un terapeutico argine nell’attivismo da lui coerentemente condotto fino all’estremo personale sacrificio. Il sacrificio tragico dell’eroe, che in modi sublimi rappresenta, lungo l’intero corso del dramma, l’affermarsi del potere della follia sulla follia del potere!

Amleto, il principe folle che giganteggia sulla scena già dall’inizio sino al suo finale rivelarsi quale unica fonte di etica verità. Però dell’unica per quanto imperfetta verità possibile, quella inerente alla condotta etica nelle vicende umane. Verità che tutte le altre umane verità sovrasta. Essendogli preclusa ogni altra risposta a superiori interrogativi di verità – già vanamente postisi in precedenza! Amleto, eroe umanista di opposti ed antinomici equilibri che apre l’età barocca. Amleto, eroe di illuminista razionalità nel Settecento. Amleto, eroe prometeico e mito romantico per personalizzante eccellenza rappresentativa. Amleto, eroe decadente ed espressionista nelle sue domande prive di (univoca) risposta.
Ogni epoca, nei quattro secoli successivi alla composizione del dramma, ha reinterpretato il folle principe di Danimarca secondo le proprie estetiche e secondo i propri dettami culturali e modelli di azione retorica.

Evidentemente il modello shakespeariano lo consentiva per una sua implicata multiformità. Ma nell’interpretarlo come modello estremo di verità la Storia ha dato piena conferma dell’esito voluto dall’Autore. Esito posto come ultimo monito e assieme testamentaria preghiera esclamata da Amleto, rivolgendosi agli astanti ma in special modo al fedele ed inseparabile amico Orazio – già pronto stoicamente a seguirne il destino di morte. Un esito posto tanto dentro quanto fuori la rappresentazione del dramma: “Racconta la verità di me e della mia storia!”. Affinché, davanti alla barbarie degli avvenimenti accaduti si affermi innanzitutto la memoria della sua propria ed effettiva affermazione di giustizia. Affinché il suo operato non sia falsato e dimenticato nella sua propria affermazione di verità.

Così chi potrà mai dimenticare Amleto? Chi potrà mai dimenticare il folle e puro, gentile ed arguto, modesto e superbo, principe di Danimarca? Reso nella sua drammatica perfezione il più imperfetto ma realisticamente umanissimo eroe di verità e di giustizia.

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Questa assoluta centralità di carattere, variamente esaltata dalle performance dei grandi attori shakespeariani, può comportare profondi coinvolgimenti emozionali e perfino una profonda immedesimazione etica. Che da un verso impegni alla più attenta introspezione del contesto d’azione e degli altri personaggi – anche minori – e questo, se ben fatto nel gioco della più produttiva alterità, magari aiuterà anche a leggersi meglio dentro. Ma può comportare pure, prima o poi, la necessità di ricercare Amleto nell’attualità di più odierni contesti d’azione. All’interno, insomma, di una modernità ben più corrosiva di verità individuali ed eroiche e di conseguenti più o meno irrinunciabili principi di vita.

Cos’è o cosa può essere la “follia” della verità di Amleto nella Società del “Grande Fratello”? E non certo quello del becero e diseducativo format televisivo, bensì il Grande Fratello  preconizzato da George Orwell (nel romanzo fantascientifico “1984”, pubblicato nel 1949): dove non sussiste alcuna verità che non sia quella manipolata e resa funzionale ai folli scopi di dominio del potere costituito e ben rappresentata dagli enormi ed interattivi schermi televisivi della sua sempre ininterrotta veicolazione e del suo incombente controllo. Impressionante, agli albori della riproduzione televisiva, la descrizione sì caricaturale ma fedelmente metaforica di certa realtà televisiva odierna e perfino in progress! Una condizione sociale quindi ben più realisticamente ma altrettanto ben nascostamente e quindi più pervasivamente attuata dagli odierni mass media e dall’impositivo mainstream che, seppur con variabilissima incidenza, tende fortemente a direzionarli e a governarli. Tramite una frequente disinformazione o comunque un’informazione ideologicamente orientata da sistemi di potere costituitisi talvolta perfino al di sopra del supremo patto di legalità costituzionale, fondativo della nostra società democratica.

Già le dittature della prima metà del novecento avevano colto ed ampiamente sostenuto l’importanza vitale, per la loro stessa stabilità, del condizionamento delle masse. Proprio di questo seppur molto variamente ne cogliamo, ahimè, una discreta continuità nelle democrazie pluralistiche elettorali e tanto più si esprime questa continuità quanto più si rende fittizio od inconsistente il pluralismo stesso. Per di più il pluralismo si rende via via sempre più problematico quanto più ci si addentra all’interno degli interessi dei poteri veri e più definitivi in senso monopolistico (dittatoriale), i cosiddetti “poteri forti”; quelli che in particolar modo, seppure a varia incidenza, interagiscono con la struttura economico-finanziaria dello Stato; di suo sostegno, certamente, ma assieme di più pervasivo dominio sociale e politico.

Alla visione di una realtà opportunistica e “cortigiana” ma anche disinformata e condizionata dal potere del monarca usurpatore si sovrappone qui il ben più sistematico plagio della monopolistica concentrazione politico-economica di uno spregiudicato neo-capitalismo finanziario: mirata e finalizzata al dominio incondizionato di poteri multinazionali, tramite lo stesso predisporsi fortemente condizionato della pubblica opinione. C’è spazio qui per un eroismo individuale che si imponga, pur drammaticamente, come portatore di verità moralmente superiori a quelle veicolate da un potere corrotto?

Ma stavolta il potere corrompente e folle nella propria azione è così talmente produttivo di follia sociale, in un gioco intricatamente scambievole di responsabilità, da rendersi come ben più fortemente dominante delle coscienze e opportunisticamente ben motivante delle conseguenti azioni dei suoi sudditi. Soprattutto nelle sue promesse di collettivi (seppure non adeguatamente socializzati) benessere e ricchezza a livello nazionale o addirittura … planetario. Per di più detto potere, per quanto mobile e non univoco, si confronta e non di rado si scontra nel più grande, stavolta sì planetario e ben più macroscopico, gioco relazionale con poteri anche analoghi; poteri alternativi ma che nel contraddirlo lo fortificano con gli alibi delle diverse, contrapposte e ideologiche, ragioni di stato.

Così se il potere tende a disporre la sua influenza a livelli di incidenza planetaria la solitudine di chi vi si contrappone individualmente appare così immensa da potere già intravvedere come del tutto irrilevante la sua connessa azione risolutiva in direzione di un considerevole bene alternativo. L’eroe emerge semmai in quanto diviene rappresentativamente attivo, pur nella sua propria individuale responsabilità, di condotte socializzanti plurali e solidali. Insomma, se Amleto nella finzione narrativa paga anche con la vita la sua pregressa eroica solitudine, in tali odierne condizioni l’eroe non sembra più contrapponibile in solitudine alla globalizzante e tendenzialmente mistificatoria realtà dei mass media: appunto, massificante. Se non casualmente e quindi altrettanto precariamente fino all’inconsistenza di un’impossibilità di riconoscimento e quindi di un’effettiva esistenza. Una distopia che soffoca il potere vitale del l’utopia?

No! L’eroe solitario odierno deve vivere nel segreto cuore di coloro che, trovandosi in grado di riconoscerlo, sanno uniformare la propria vita alla sua strenua condotta di ricercatore di verità. Eroe didascalico dunque: fiaba e mitologia utile in una prospettiva formativa ed educativa per le nuove generazioni. Affinché il bene prevalga sempre sul male l’eroe che agisce dovrà sempre essere consapevole della propria conseguente e ineliminabile solitudine. Tanto nelle opzioni di scelta quanto nelle condotte di miglior salvaguardia e di coerente testimonianza e di decisiva affermazione dei valori etici cui si è affidata l’intera propria esistenza.

Una positivizzante educazione all’introspezione e alla solitudine, allora. E se, nell’attuarsi del nostro futuro, il destino ce la manderà meno buona o più cattiva il nostro merito sarà proporzionalmente inverso alla nostra minore o maggiore capacità di “eroicamente” interagire.
Perciò non dovrebbe certo essere importante che qualcuno se ne accorga: sarà già un grande privilegio se, a ridosso del nostro ben fare risolutivo, un buon Orazio magari se ne renda attento e addirittura partecipe testimone! E sempre al fine educativo delle generazioni a venire.

Diventeremo effettivamente – ben al di là del sessantottesco slogan politico – il potere dell'”immaginazione al potere” e dunque il potere della fantasia e, per la maggiore o minor ferocia del potere ingiustamente costituito e a noi contrapposto, il “potere della follia” che si contrappone alle follie del potere! Ma appunto in tal caso si tratterà della follia del giusto Amleto. Tanto difficile da far comprendere e fare propria quanto più immersa nella solitudine della propria profonda ricerca di autenticità e di verità!

Sarà una lezione tanto più indimenticabile quanto meglio e bene scavata nel nostro intimo.

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