Una famiglia italiana di nobili meridionali e risorgimentali

Francesco e Gaspare San Martino Ramondetto principi del Pardo

di Mario Musumeci (1)

I principi di San Martino Pardo (o Sanmartino o Sammartino) sono una famiglia della nobiltà siciliana, di origini risalenti al Basso Medioevo; prima baroni e poi principi del Pardo, ma anche altrimenti titolati nei diversi rami e nei singoli personaggi: duchi di San Martino di Ramondetto (o Ramondetta), duchi di (San Martino) Montalbo, baroni e duchi di Fabrica, duchi San Martino De Spucches di Santo Stefano di Briga, conti di San Martino, baroni di Santa Caterina, marchesi (di San Pasquale, eredi della casata Pastore), etc.. La famiglia San Martino Pardo è storicamente divisa in più rami, sparsi per lo più tra Sicilia orientale (Catania, Messina) e occidentale (Palermo).

Ai fini di una ricostruzione più aggiornata e approfondita della storia patria interessa sottolineare il ruolo politico-militare protagonista avuto in continuità dal primo al secondo risorgimento dei suoi ultimi e in tal senso più illustri rappresentanti: Francesco, figlio primogenito di Raimondo San Martino Principe del Pardo; Gaspare di lui unico figlio e degno continuatore, ultimo erede araldicamente riconosciuto della casata.

Fratello minore del detto Raimondo fu il matematico Agatino San Martino Pardo (Catania, 1773-1856), ritenuto dalle accademie delle scienze italiane e straniere – di cui era socio onorario – “uno dei più alti matematici del reame di Napoli”. Egli fu anche senatore di Catania ed uomo di singolare pietas: è ricordato tra i cittadini più illustri con un busto nel giardino Bellini. (2)

Nipote di Raimondo, figlio del secondogenito Antonino, fu un altro Francesco (Palermo 1859, Messina 1925) più noto come San Martino De Spucches o anche solo De Spucches. Questi, da esperto giurista, fu cultore di studi storico-nobiliari e soprattutto autore della monumentale Storia dei feudi e dei titoli nobiliari in Sicilia, in dieci imponenti volumi, e de L’archivio storico che illustra le norme di successione in Sicilia. Lo stesso è ricordato a Messina (sede privilegiata del casato dei De Spucches) tra i suoi uomini più illustri. (3)

Francesco San Martino De Spucches

Francesco San Martino De Spucches duca di Santo Stefano di Briga e noto storico documentarista  della Sicilia

(foto di pubblico dominio)

Le origini

Fonti antichissime – riportate da E.  Villabianca (4) e  da G. Galluppi (5), e richiamate da V. Spreti (6)

V. Spreti – Enciclopedia storico-nobiliare. San Martino Pardo

e da altri storici: F. Mugnos, V. Palizzolo Gravina, A. Mango, F. San Martino De Spucches  (testimonianze integrate da una settecentesca dichiarazione del Senato catanese successiva al terremoto del 1693) – attestano che questa famiglia naturalizzata siciliana fosse proveniente dalla nobilissima famiglia dei Sancto Martino della Catalogna, ma originaria della Guascogna, dalla famiglia di un duca Oddone di Guascogna (la famiglia San Martino “ab Eudone Vasconiae Duce nostris proaribus consanguineo originem traxit“). Essa ebbe come capostipite un Raimondo, signore di Miger e Tourpes, il quale dall’imperatore Federico II, con editto imperiale del 1235, in memoria degli atti di eroismo compiuti in Terrasanta, ottenne il privilegio di alzare nelle proprie armi l’aquila imperiale bicipite, che tiene lo stendardo con le armi gerosolimitane in ambo gli artigli. Lo stesso documento lo riconosce oriundo di sangue reale e, come tale, lo esenta da ogni gabella nel Regno delle Due Sicilie.

Discendenti diretti di Raimondo si trasferirono in Sicilia al seguito dei re aragonesi, signori delle contee catalane. Così in un altro documento del 23 maggio 1434 (Regia Cancelleria di Palermo, 1453, fol. 499, a firma del viceré delle Due Sicilie l’Infante Pietro, per il re Alfonso il Magnanimo, suo fratello), che investe Nicolò Ramondetto della carica di presidente e di governatore della Calabria Citra, si dichiara ancora l’alta nobiltà della famiglia dei San Martino Ramondetto (“ex antiquissimis baronibus de Elzona in Vasconia originem traxit“).

Dal momento del trasferimento in Sicilia è cosa certa che la famiglia San Martino vi godette da sempre di una posizione nobile di rilievo, nelle città di Catania, Palermo, Messina; occupando cariche pubbliche di rilievo e possedendo titoli e feudi; tra i quali sono documentabili – in ordine anacronistico d’importanza – il principato di Pardo; i ducati di Fabrica, Montalbo, San Martino; le baronie di Campobello, Gimia, Gisira, Morbano, Priolo e Tuzia. L’albero genealogico della famiglia siciliana è ricostruibile a partire da un barone discendente di Raimondo, Raimondetto (XV secolo), il cui figlio Nicolò fu il primo ad aggiungere a quella del casato principale la denominazione di Raimondetto, successivamente trasformata in Ramondetto e spesso ritrovabile variata in (gens) Ramondetta; denominazione derivatagli direttamente dal padre e indirettamente dal celebrato capostipite catalano-guascone. Di generazione in generazione all’iniziale acquisto del feudo di Pardo, oltre ad importanti cariche legate tanto al rango quanto al merito di ciascun erede, si giunse appresso all’investitura del titolo di principi del Pardo (fine del XVII secolo). E nel successivo trapasso generazionale avvenne una separazione tra due rami appresso ben distinti: quello dei principi di Pardo con capostipite un Raimondo, investito nel 1684 del titolo specifico, con residenza principale a Catania; quello dei duchi di San Martino, dal quale sorse il ramo dei San Martino Montalbo, con residenza principale a Palermo (la cui dimora, Palazzo Montalbo-Boscogrande, venne utilizzata da Luchino Visconti per il suo Il Gattopardo).

sammartino

San Martino Pardo

Storia

Le fonti testimoniano come si trattasse già all’origine di personaggi dell’alta nobiltà, familiarmente legata ai primi re aragonesi di Sicilia. Fu un Guglielmo Sancto Martino (7), discendente del celebrato capostipite Raimondo, a trapiantarsi in Sicilia tra il XIII e il XIV secolo (1282 ca.) sotto le insegne del re Pietro III d’Aragona, poi noto poi come re Pietro I il Grande (1239-1285), di cui era Maggior Cameriere. Il figlio di lui, Raimondo San Martino Ramondetto, esercitò l’Officium Viciadmirantis del re Pietro IV (1352). E il primo Sancto Martino titolare di una baronia (1406) fu il figlio di questi, Raimondetto: familiare e commensale di Martino I il Giovane re di Sicilia (1374-1409) e per i servigi resi ai sovrani ottenne il governo della Camera reginale (il patrimonio privato della regina Maria) e molti beni e titoli tra cui l’investitura del feudo nobile del Pardo in Val Demone. Egli accompagnò in Sicilia la regina Bianca di Navarra, andata in sposa in seconde nozze per procura al suo re, rimasto vedovo.

Raimondetto sposò Isabella figlia di Giacomo Sancto Martino, figlio a sua volta di un Antonio Sancto Martino anch’egli discendente dal capostipite catalano Raimondo e venuto in Sicilia come Maggior Cameriere di re Pietro II d’Aragona (1304-1342). Il matrimonio tra consanguinei (procugini) – e Giacomo era ultimo della linea – rafforzava di fatto la dinastia al suo stesso avviarsi. Così il figlio di Raimondetto, Nicolò barone Pardo (1453) fu cameriere dell’infante del re Pietro d’Aragona e presidente generale della Calabria Citeriore (1435). Nicolò ebbe figli: il barone del Pardo Raimondo (1466) che fu parecchie volte senatore di Catania e il barone di Fridani e Contorto Nicolò Lupo; Raimondo ebbe figlio il barone Antonio (1499), esimio giureconsulto e consultore del re di Spagna. Così pure furono alti rappresentanti del regno e reggenti del Supremo Consiglio d’Italia in Spagna: un Raimondo (1569-1573) sommo giurista dell’epoca e come tale soprannominato Apollo juris; il primo duca di San Martino, Giovanni (1682).

L’albero genealogico della famiglia siciliana è ricostruibile per intero precisando lo specifico titolo principale a partire dal discendente di Guglielmo, il primo barone del Pardo Raimondetto (XV secolo), il cui figlio Nicolò fu il primo ad aggiungere la denominazione gentilizia di Raimondetto, appresso trasformata in Ramondetto e spesso variata al femminile in Ramondetta (nome latinizzato della casata).

Ecco di seguito (8):

genealogia agnatizia San Martino Pardo

Fonte principale: F. San Martino De Spucches; Storia dei feudi e dei titoli nobiliari in Sicilia, alle voci: Principe di Pardo e Signori del Pardo (Quadri 689 e 690), Duca di Santo Stefano di Briga (Quadro 986), Principe di Galati e Signori di Galati (Quadri 401 e 402). Fonti collazionate: G. Galluppi, F. Mugnos, V. Palizzolo Gravina, V. Spreti, F.M.E. Villabianca (opere tutte citate in note e in bibliografia); settecentesca attestazione senatoria, del Senato catanese successivo al terremoto del 1693, sulla qualità e consistenza della provenienza storico-nobiliare della famiglia San Martino Ramondetto (o Ramondetta) principi e baroni del Pardo, acclusa al fondo San Martino Pardo, presso l’Archivio di Stato di Catania; Cenno genealogico della famiglia San Martino Ramondetto (opera citata in bibliografia)

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A Catania pertanto la famiglia dei San Martino Ramondetto principi del Pardo ricoprì di norma cariche pubbliche di vertice (furono capitani di giustizia, patrizi, senatori del regno … oggi diremmo: questori, sindaci, senatori della repubblica …), in corrispondenza imparentandosi con le locali più potenti famiglie aristocratiche. E tra loro si distinsero anche i mecenati: furono proprio dei San Martino nel 1819 ad avviare la carriera dell’ancor giovanissimo Vincenzo Bellini, procurandogli tra l’altro quella generosa borsa di studio che gli permise di studiare al San Sebastiano di Napoli: si trattava di Stefano San Martino duca di Montalbo e Notarbartolo, al momento Intendente di Catania, e della di lui consorte – affascinata dalle doti del precocissimo musicista – che riuscirono nell’intento in stretta sinergia al pro-cugino Raimondo San Martino, settimo principe del Pardo e al momento Patrizio di Catania, a capo dell’amministrazione della città [Fonti: lettera di richiesta e atto di concessione delle speciali provvidenze conservati ed esposti presso il Museo belliniano di Catania].

All’ottocentesco trapasso generazionale da un (ennesimo) Raimondo principe del Pardo e da Francesca Paola De Spucches duchessa di Santo Stefano vennero Francesco e Antonino. Futuri principe San Martino Ramondetto (De Spucches) del Pardo l’uno (per successione) e duca San Martino De Spucches di Santo Stefano di Briga l’altro (per titolo donato dal suocero alla moglie). Francesco San Martino principe del Pardo (nato Catania nel 1800 oppure, secondo lo Spreti, a Messina nel 1803?- morto a Catania 1880) è stato un riconosciuto eroe del primo risorgimento italiano (9): carbonaro fin dal 1820 si arruolò come volontario e fece parte della spedizione napoletana nel Veneto sotto il comando militare di Guglielmo Pepe. Distinguendosi tanto particolarmente da meritare il grado di colonnello e di aiutante in campo dello stesso generale Pepe, comandante in capo dell’esercito della repubblica veneziana: insomma un “Colonnello funzionante da Generale a Venezia”, nella pertinente definizione dell’Abate. (10)

Francesco Sammartino-San Martino Principe del Pardo

Francesco San Martino (Sammartino) Ramondetto principe del Pardo ed eroe riconosciuto del Risorgimento italiano

(foto di pubblico dominio)

Caduta Venezia, alla cui difesa aveva continuato a partecipare nonostante il voltafaccia del sovrano borbonico e il dietrofront delle stesse truppe napoletane di cui inizialmente era al comando, preferì la strada dell’esilio arrivando perfino a rifiutare i privilegi che il rango gli avrebbe potuto permettere (11) e a disperdere una parte importante dei beni di famiglia tra cui il catanese Palazzo Pardo di Piazza Duomo. Tornò in Italia solo dopo lo sbarco di Garibaldi e, reintegrato nel grado di colonnello, gli venne affidato il comando militare della provincia di Catania.

Il figlio di Francesco, Gaspare San Martino Ramondetto (1833-1908), fu l’ultimo della casata ad ottenere, con D.M. del 14/03/1906, l’investitura di Principe del Pardo e di Marchese di San Pasquale della casata Pastore, ereditato dalla madre Giuseppina.

Con due decreti del 1905 si portava a compimento una prima fase del riordino della normativa sui titoli nobiliari impiantato dalla subentrata monarchia sabauda nell’Italia unitaria. Fino ad allora sussisteva un regime provvisorio dalla stessa affidato ad elenchi curati da commissioni locali regionali.

Foto delle lettere patenti di regio assenso (riconoscimento) del 1906,

di proprietà prof. Mario Musumeci:

Investitura Principe Gaspare San Martino Pardo (1-2)

Investitura Principe Gaspare San Martino Pardo (2-2)

Investitura Marchese Gaspare San Martino Pardo (1-3)

Investitura Marchese Gaspare San Martino Pardo (2-3)

Investitura Marchese Gaspare San Martino Pardo (3-3)

Giovanissimo al seguito del padre aveva partecipato alla difesa della Repubblica di Venezia di Daniele Manin, meritandosi sul campo il titolo di alfiere. Ma la sua adesione al risorgimento italiano si estende fino all’impresa garibaldina, cui partecipò da capitano dell’armata dell’Italia meridionale. Venne successivamente confermato nell’esercito italiano, completandovi la sua carriera militare.

Le coraggiose vicende di Francesco e, in parte, di Gaspare sono narrate e con dovizia documentate in un volumetto celebrativo, dal titolo Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo, dello scrittore e politico italiano Antonino Abate, anch’egli carbonaro e antiborbonico e motivato ammiratore del principe Francesco: un nobile, secondo lui, votato anzitempo agli ideali mazziniani:

A. Abate – Gesta di F. San Martino Pardo (1861)

Gaspare principe di San Martino Pardo

Gaspare San Martino Ramondetto principe del Pardo e capitano dell’Armata meridionale di Giuseppe Garibaldi nonchè del Regio esercito

(foto di proprietà prof. Mario Musumeci)

Presso l’archivio storico di stato torinese, nel progetto di schedatura dei garibaldini denominato “Alla ricerca dei garibaldini scomparsi” –

http://archiviodistatotorino.beniculturali.it/Site/index.php/it/progetti/schedatura/garibaldini

– sono rintracciabili gli stati di servizio militare di Francesco e Gaspare  –

http://archiviodistatotorino.beniculturali.it/work/garb_detl.php?garb_id=23437

foglio matricolare Francesco San Martino Pardo 1-2

foglio matricolare Francesco San Martino Pardo 2-2

http://archiviodistatotorino.beniculturali.it/work/garb_detl.php?garb_id=25955

foglio matricolare Gaspare San Martino Pardo

– che, oltre a confermare quanto riportato ben più minuziosamente dall’Abate, attestano la generosa partecipazione del principe Gaspare alle due diverse fasi del risorgimento italiano. A testimoniarne, seppure ancora indirettamente e nella prospettiva di più aggiornate ricerche, una notevole continuità storico-politica negli eventi dell’intero secolo e una (fin’ora poco valutata in ambito storiografico) unificante omogeneità socio-culturale: caratterizzazioni intercorrenti simultaneamente presso élites borghesi ed aristocratiche tanto del nord quanto del sud del paese, dunque preparatorie degli eventi che gradualmente portarono all’Unità d’Italia. (12)

Araldica e Genealogia

Stemma dei San Martino Pardo: d’oro, alla banda di rosso, accompagnata da due rose dello stesso, stelate e fogliate di verde, poste in banda, quella della punta riversata. Lo scudo sostenuto dall’aquila bicipite al volo abbassata di nero, linguata di rosso, membrata e imbeccata di oro, coronata all’antica del medesimo in ambo le teste, afferrante con l’artiglio destro lo stendardo gerosolimitano. (13)

Stemma gentilizio del Principe Gaspare San Martino Pardo

Stemma gentilizio nel riconoscimento della monarchia sabauda

(dalle carte patenti del 14 marzo 1906 di proprietà prof. Mario Musumeci)

Blasone San Martino

Blasone tradizionale

(dono del dott. Arturo Pagnano)

Di seguito l’albero genealogico agnatizio in un particolareggiato elenco, dalle origini medievali e dalla venuta in Sicilia al seguito dei re aragonesi ai giorni nostri: precisando lo specifico titolo principale a partire dal discendente di Guglielmo, il primo barone del Pardo Raimondetto (XV secolo), il cui figlio Nicolò fu il primo ad aggiungere la denominazione gentilizia di Raimondetto, appresso trasformata in Ramondetto e spesso variata al femminile in Ramondetta (nome latinizzato della casata).

  • Signore Raimondo de Sancto Martino, capostipite catalano-guascone – Raimondo, Signore di Miger e Tourpes, ebbe da Federico II nel 1235 il privilegio imperiale dell’alto blasone tradizionale dei San Martino: l’aquila imperiale conquistatrice di Gerusalemme
  • Signore Guglielmo de Sancto Martino – discendente del capostipite, giunto in Sicilia – di Guglielmo si ha notizia che fu nel 1282 tra i cento cavalieri della disfida tra i re Pietro il Grande e Carlo d’Angiò
  • Signore Raimondo de Sancto Martino – discendente figlio del precedente – di Raimondo San Martino Ramondetto si ha notizia che fu titolato nel 1352 dell’Officium Viciadmirantis Regis di re Pietro (IV) d’Aragona.
Da questo momento si procede normalmente di padre in figlio
  • 1° Barone Raimondetto San Martino Pardo (investitura: 1406) – Raimondetto, per i servigi resi ai re Martino I il Giovane – di cui era familiare – ottenne beni e titoli tra cui la baronia sul feudo Pardo e il Governatorato della Camera Virginale. La moglie Isabella (una pro-cugina) era figlia di Giacomo, a sua volta figlio di Antonio San Martino venuto in Sicilia come Maggior cameriere di re Pietro II. Tanto Raimondetto, attraverso il nonno Guglielmo, quanto Antonio erano discendenti dal capostipite catalano-guascone Raimondo
  • 2° Barone Nicolò (1453) – Nicolò fu Governatore della Calabria Citra dal 1435 e Maestro Razionale del Regio Patrimonio
  • 3° Barone Raimondo (1466) – Raimondo, col nome di Raimondo Ramondetta, fu Senatore di Catania (1480)
  • 4° Barone Antonio (1499) – Antonio fu esimio giureconsulto e Consultore del re di Spagna Ferdinando il Cattolico (1529)
  • 5° Barone Giovanni (1505 e 1517) – Giovanni detto Giovannello fu Senatore (1525) e Patrizio di Catania (1529-1533) e Capitano d’armi di Taormina (1551) e Vicario generale in Val di Noto (1544) per difenderlo contro i Turchi. Suo fratello Raimondo fu ambasciatore presso i re di Spagna (1529)
  • 6° Barone Raimondo (1552) – Raimondo, col nome di Raimondo Ramondetta, fu sommo giurista e ricoprì diverse, tra le massime, diverse, tra cariche amministrative dell’epoca. Fu Senatore di Catania (1548 e 1572) e Deputato del Regno (1570 e 1573) e Professore di Diritto Civile nell’Università di Catania e Sindacatore e Visitatore Generale del Regno (1564) e Giudice del Tribunale della Gran Corte (1561 e 1569) e Presidente del Tribunale del Concistoro (dal 1569 al 1573) e Compilatore delle Prammatiche del Regno e dei Capitoli del Regno (pubblicati a Venezia nel 1576 e nel 1573) e Reggente del Supremo Consiglio d’Italia in Ispagna (dal 1575 al 1582) e Presidente del Tribunale del Regio Patrimonio (1582). Soprannominato per la sua autorevolezza e dottrina Apollo juris, gli fu concesso il titolo di Don per sé e i suoi discendenti di sangue (1565). Morì a Genova e fu tumulato a Palermo in San Domenico (1584). Il fratello Giovanni fu abate di Nuovaluce
  • 7° Barone Ottavio (1585 e 1600) – Ottavio fu a Catania Capitano di Giustizia (1587-1588 e 1610-1611) e Senatore (1584-1585); Maestro magazziniere della Città di Sciacca in Persona (dal 1576) e per delega a suo fiduciario (dal 1584); Capitano di Fanteria spagnola e Commissario generale delle guardie marittime del Regno. Il fratello Baldassarre fu cappellano del re (1575). la sorella Agata Ramondetta (1591) divenne Abbadessa del Monastero Della Martorana a Palermo
  • 8° Barone Vincenzo (1606 e 1622) -Vincenzo Ramondetta fu Senatore di Catania nel 1631-1632 e nel 1634-1635-1636 e nel 1640 e nel 1647 e nel 1653-1654. Fu anche Giurato a Piazza nel 1626-1627
  • 1° Principe Raimondo San Martino Pardo (Barone 1652 e Principe 1684) – Raimondo fu a Catania: Senatore (1659-1660, 1662-1663), Patrizio (1672-1673, 1675-1679, 1681-1682, 1683-1684); Capitano di Giustizia (1680), Maestro regionale del R. Patrimonio
  • 2° Principe Giovanni (1693) – Giovanni fu a Catania: Senatore (1674-1675, 1682-1683), Patrizio (1680-1681), Commissario straordinario viceregio per la repressione dei ladri, dei banditi e scorridori (dal 1688), Capitano di Giustizia (1688-1689). Morì a Catania nel 1695 e fu inumato a San Domenico
  • 3° Principe Raimondo (1697) – Di Raimondo non si hanno notizie di titoli
  • 4° Principessa Angelica (1708) – Angelica, sorella non maritata del precedente Raimondo (vergine in capillo), fu investita secondo diritto siciliano e andò in sposa a(l procugino) Francesco San Martino Ramondetta Trigona, del ramo dei duchi di San Martino, che non prese investitura e fu Cavaliere di devozione di Malta.
  • 5° Principe Raimondo Domenico – Raimondo Domenico fu a Catania: Capitano di Giustizia (1767), Sopraintendente delle RR. Poste, Pastore dell’Accademia Etnea. Morì a Catania nel 1775 e fu sepolto in San Domenico
  • 6° Principe Francesco (1783) – Francesco fu in Catania: Capitano di Giustizia (1769), Patrizio (1771), Senatore (1798)
  • 7° Principe Raimondo – Raimondo fu a Catania: Senatore (1798-1799), Console nobile dell’arte della seta (1812-1813), Patrizio (1819-1821 e 1824), Presidente del Consiglio Generale del Valle di Catania (eletto il 1823 e il 1836), Deputato del Molo (1882-1883)
  • 8° Principe Francesco – Francesco fu Maggiore nell’esercito borbonico e Colonnello e Aiutante di campo del Generale Guglielmo Pepe Comandante in capo nella Difesa della Repubblica di Venezia (1848). Dopo un lungo esilio a Smirne tornò in Sicilia dove ebbe il comando della piazza di Catania
  • 9° Principe Gaspare (1906): riconoscimento della monarchia sabauda) – Gaspare fu Capitano dell’armata meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi e, appresso, nella Fanteria dell’Esercito Italiano
  • Discendenti dirette – Concetta San Martino (1880-1917) in Musumeci, figlia naturale e adottiva di Gaspare (9° Principe) e sua erede [fonti anagrafiche e notarili]; Gaetanina (1829-?) in D’Ambrosio e Filomena (1834-?) in d’Amico (vedova) e poi in Giarre: sorelle di Gaspare, vissute a Napoli con la madre Giuseppina Pastore Marchesa di San Pasquale, figlia unica di Gaetano maresciallo di campo dell’esercito borbonico [fonti storiche e d’archivio]
  • Discendenti collaterali altrimenti titolate – Vittoria San Martino De Spucches (1890-1971) principessa Alliata, ottenne la speciale attribuzione per aut. regia del 20/01/1933 di Principessa sul cognome ad personam.[1]; le sorelle della stessa: contessa Ninetta San Martino in Mangoni e marchesa Giovanna San Martino in De Gregorio. Tutte e tre furono registrate come Nobili dei principi di Pardo nel Libro d’oro della nobiltà italiana

Dimore:

Catania, Palermo, Messina, Napoli.

Note

  1. Questa trattazione è allo stato attuale in aggiornamento e revisione costanti e notevoli, grazie ad un apporto molto consistente di notizie e di approfondimenti che la sua pubblicazione ha permesso. In tal senso mi tocca qui ringraziare pubblicamente, in ordine di “apparizione” nel mio percorso di studio e ricerca:
    • il dott. Francesco Alliata principe di Villafranca, pro-pro-cugino di mio padre per parte entrambi di madre, che mi ha messo a conoscenza anche documentaria di importanti fatti storici riguardanti la di lui madre donna Vittoria San Martino De Spucches in Alliata e il nonno materno, lo storico don Francesco San Martino De Spucches – cugino, in quanto figli di fratelli, di don Gaspare San Martino Pardo, nonno materno di mio padre;
    • il dott. Giuseppe Natoli Rivas di San Leone, proprietario di un archivio di famiglia contenente anche un epistolario di rilievo tanto familiare quanto storico, in parte con me condiviso, riguardante la famiglia dei principi di San Martino Pardo nelle relazioni col collaterale ramo dei duchi di San Martino De Spucches (o De Spuches);
    • il dott. Arturo Pagnano, lontano discendente anch’egli di quella nobile famiglia ed esperto di araldica e di storia nobiliare; che ha affettuosamente deciso di coadiuvarmi nelle ulteriori ricerche in corso;
    • il prof. Placido Andriolo, fine letterato e storico appassionato del comune e del territorio di Santo Stefano di Briga, nonché testimone di vicende riguardanti gli ultimi duchi di S. Stefano, appartenenti per lo più alla famiglia San Martino;
    • il dott. Elio Miccichè, direttore editoriale e animatore della bella rivista Incontri. La Sicilia e l’altrove, che mi ha fornito tante interessanti notizie, ricavate dallo studio attento di fonti storiche tratte dagli archivi notarili catanesi
    • il sig. Vincenzo Molè D’Ambrosio, giovane discendente del più recente ramo napoletano (da Gaetanina principessa di San Martino maritata con il prof. Aniello D’Ambrosio, medico chirurgo celebrato come un caposcuola della chirurgia ortopedica napoletana); il quale si è rivelato attento conservatore di lasciti familiari, indirettamente preziosi per ulteriori approfondimenti anche della ricostruzione storica post-risorgimentale.
  2. AA. VV., Enciclopedia di Catania, 1987, vol. II, p. 651.
  3. Era nipote del suddetto Raimondo, in quanto figlio del suo secondogenito Antonino San Martino, e dunque nobile dei principi del Pardo. Ma è oggi più conosciuto come Francesco De Spucches (o De Spuches) per il titolo di duca di Santo Stefano di Briga, ereditato alla morte dei fratelli proprio dal padre Antonino. Al quale era stato attribuito, in quanto figlio ultrogenito (dunque altrimenti destinato ad un ramo cadetto), grazie ad un matrimonio combinato dal padre Raimondo San Martino principe del Pardo con Vittoria De Spucches, duchessa di Santo Stefano – titolo donatole dal padre Antonino De Spucches e Brancoli principe di Galati e duca di Caccamo. Raimondo in effetti era già imparentato tramite la moglie Paola Francesca De Spucches, unica figlia di un precedente duca di Santo Stefano di Briga, un altro Antonino zio del precedente omonimo il quale divenne principe di Galati e duca di Caccamo per successiva investitura. Così Raimondo, chiamando il suo secondogenito con il nome sia del suocero sia del cugino materno nonchè suocero del figlio e combinandogli il matrimonio con Vittoria De Spucches, procugina (sempre per via materna e figlia di quel cugino ulteriormente titolato nel frattempo), per un verso gli aveva garantito una posizione sociale, per un altro verso aveva garantito ai De Spucches una continuità nominativa nella loro stessa discendenza in quanto duchi di Santo Stefano; così seguendo peraltro una consuetudine tipica delle successioni aristocratico-nobiliari: estintasi la linea dei San Martino De Spucches, il ducato di Santo Stefano rientrò con decreto del capo del governo del 9 settembre 1928 nel ramo principale dei principi di Galati e duchi di Caccamo, nella persona di un altro Antonino De Spucches, figlio di Giuseppe e nipote di Antonino De Spucches Brancoli, l’originario donatario del titolo. La figlia dello storico Francesco San Martino De Spucches – quartogenito di Antonino San Martino De Spucches e ultimo duca di Santo Stefano della linea dei San Martino – Vittoria San Martino De Spucches (Messina 1890-Palermo 1971), primogenita di altre due sorelle, in quanto sposata al principe Gabriele Alliata Bazzan e precocemente rimasta vedova, nelle more della crescita del suo primogenito si impose come capofamiglia degli Alliata di Villafranca, tra le più titolate delle famiglie aristocratiche siciliane, tanto per la sua personalità generosa e culturalmente aperta quanto per il suo energico piglio decisionale. Al pari del padre e del figlio secondogenito Francesco era laureata in giurisprudenza e, definita in ambito cittadino per le sue notevoli doti umane “la principessona”, come amante delle arti e della musica in particolare fece del prestigioso palazzo Alliata di Villafranca in Palermo uno dei più attivi salotti culturali del primo novecento. Perduto, alla morte del padre, il titolo di duca di Santo Stefano, per non rimaner di meno alla famiglia acquisita, chiese ed ottenne il titolo di “principessa [San Martino] sul cognome ad personam” con aut. regia del 20/01/1933; proprio in virtù dell’appartenenza ad un ramo cadetto di quella casata reputata in estinzione con il cugino del padre, Gaspare (1833-1908) figlio di Francesco (1803-1880) figlio di Raimondo (?-1842): gli ultimi principi San Martino Pardo araldicamente riconosciuti (Vittoria è in effetti iscritta nel Libro d’oro della Nob. Ital. col titolo di nobile dei principi di Pardo, titolo appunto riservato ai rami cadetti). Tra l’altro Gaspare aveva due sorelle, Filomena e Gaetana, e – come testimoniato dalla diretta tradizione familiare dello scrivente, relative carte anagrafiche nonchè altri documenti d’archivio – ebbe pure una figlia naturale e adottiva, Concetta (1884-1918) San Martino in Musumeci (1908), che alla sua morte lasciò unica erede. Cfr. per le suddette genealogie: Francesco San Martino De Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia – dalla loro origine ai nostri giorni (1925). Lavoro compilato su documenti ed atti ufficiali e legali, 10 volumi, Tip. Boccone del povero, Palermo 1924-1941 (aggiornamento a cura di Carmelo Arnone), alle voci: Principe del Pardo, Duca di Santo Stefano, Principe di Galati.
  4. Villabianca Francesco Maria Emanuele, Della Sicilia Nobile, 1754/1759, vol. II, p. 178. e p. 245.
  5. Galluppi Giuseppe, Nobiliario di Messina, 1877, p. 166.
  6. Spreti Vittorio, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. IV, Milano 1931, pp. 439-440.
  7. Ibidem, p. 440.
  8. Fonte più recente: Spreti Vittorio, op. cit., pp. 439-444 (V. Spreti – Enciclopedia storico-nobiliare. San Martino Pardo).
  9. AA. VV., Enciclopedia di Catania, 1987, vol. II, p. 651.
  10. Abate Antonino, Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo raccolte e narrate da Antonino Abate, Galatola, Catania 1861, p. 39.
  11. Cfr. pure Vincenzo Finocchiaro, Dieci anni di cospirazioni a Catania – 1850-1860, C. N. Giannotta, Catania 1907, Collection Harvard University; disponibile privo di copyright sul web, in  https://archive.org/details/undecenniodicos00finogoog. Da questo libro è tratta l’immagine raffigurante Francesco Sammartino, nel foglio fotografico ivi inserita tra le pp. 16 e 17. E nello stesso testo si testimonia: “(…) Per consiglio del Filangieri si tentarono alcune riforme; e, a rassicurare gli animi sulle buone intenzioni del Re [N.d.E.: il sopravvenuto al padre Ferdinando II di Borbone, inesperienze e troppo giovane, Francesco II], si promulgava una amnistia per i condannati politici, e si accordava il rimpatrio a centocinquanta fuoriusciti indicati in apposito elenco. Ma furono tardi ed inefficaci provvedimenti, veri pannicelli caldi, vecchi unguenti che non potevano arrestare la dissoluzione dello Stato, il cui organismo andava in isfacelo; e a tal proposito è bene riprodurre la sdegnosa protesta che Francesco Sammartino, Principe del Pardo, cittadino catanese, esule a Smirne, pubblicava sui giornali del tempo, rifiutando la grazia sovrana: “Francesco Sammartino principe di Pardo, siciliano, ufficiale superiore delle truppe napoletane, in Aprile 1848, partì col 7° di linea di avanguardia per ordine del Governo a cacciar l’Austriaco dal suolo italico. Ritornate le truppe in Napoli sullo scorcio del mese di Maggio, egli tenne a vergogna e disdoro voltar le spalle all’Italia e saldo ai principi della causa italiana proseguì la sua nobile missione marciando alla testa di tremila volontari italiani, e sotto gli ordini del generale Pepe fu a sostener la lotta in Venezia ove fu elevato, per azioni, al grado di colonnello; sopravvenuto poscia l’infortunio all’eroica città fu obbligato abbandonarla. Da quel tempo esulò e fissò la sua dimora a Smirne, ove tuttora vive. Nel decreto del 18 Giugno p. p.  vedesi fra gli aggraziati il nome di Francesco Sammartino principe di Pardo. Sappia il Pubblico ch’egli rifiuta la grazia, e l’esprime con la più aperta e franca parola. – Smirne 12 luglio 1859”. (pp. 50-51). In nota (1) (p. 51) si riportano le fonti: “Da una stampa del tempo esistente nell’Archivio Ursino. Fu pubblicata dalla Gazzetta Piemontese.”
  12. Dall’archivio di famiglia di Giuseppe Natoli Rivas di San Leone si ricavano approfondimenti preziosi sul piano della storica interpretazione dei fatti risorgimentali qui rievocati e con particolare riferimento alla cd. “impresa dei mille”. Il Natoli Rivas, appassionato collezionista nonché acuto studioso di storia postale, svolge alcune considerazioni di importanza storica proprio a partire dallo studio formale e contenutistico di parte dell’epistolario intercorrente tra Francesco San Martino (o Sammartino, come preferiva farsi chiamare), principe del Pardo, e il di lui fratello Antonino San Martino De Spucches, duca di Santo Stefano di Briga. Questi, residente a Messina, al momento dell’esilio a Smirne del fratello era rimasto curatore anche di tutti i suoi interessi familiari ed economico-finanziari, ivi compresa l’attenzione alla cura e all’educazione dei figli suoi nipoti (in contrasto alle informazioni di provenienza araldica si ha notizia, anche dall’archivio storico di Catania, almeno di una se non di due figlie femmine di Francesco: Filomena San Martino Pastore …). Nel più recente suo articolo (del 2000: In viaggio verso il … ’48. Quattro passi nel Risorgimento, Sicil Post Magazine, Anno I, n. 2, Vaccari, Modena 2000) Natoli Rivas incentra il suo interesse proprio sulla figura di Francesco Sammartino, nelle diverse fasi del suo esilio, in definitiva confermando ed arricchendo di particolari l’importanza di questa figura storica. Personalità attualmente poco nota in ambito messinese (la perdita della memoria storica è frutto di tanti fattori, incluso il terribile terremoto del 1908, che decimò la stessa famiglia in questione) – dove pure il Francesco San Martino/Sammartino nacque nel 1803 (?) e al quale venne con ogni probabilità (la questione è controversa) dedicata la sua strada centrale più nota, appunto il viale San Martino; più anticamente difatti riferito anche come viale Sammartino. Personalità viceversa citata e celebrata in ambito catanese, tanto che un’Enciclopedia di Catania lo riporta come un suo importante cittadino ed eroe risorgimentale, in quanto nato a Catania (?) nel 1800; e sono numerosi d’altronde in questa città i riferimenti storico-architettonici alla famiglia San Martino Pardo. Ma l’interesse storico del Natoli Rivas si era concentrato già – in un altro suo articolo: La vendemmia di Milazzo. Appunti storici sul Risorgimento siciliano del 1860, in Bollettino Prefilatelico e Storico Postale, n. 96, Padova 1997, pp. 26-29 – sulla figura dell’amministratore pro tempore dei beni comuni dei due fratelli del momento: Girolamo Pancaldo. E in effetti l’attaccamento tra i due fratelli – oltre che dal tenore delle lettere citate dal Natoli Rivas – è testimoniato anche da documenti depositati nell’archivio storico catanese che attestano la volontà di Francesco di dividere esattamente in due con il fratello l’eredità del padre Raimondo; il quale aveva invece lasciato erede universale Francesco ed in legato ad Antonino solo il ducato di Santo Stefano e i beni ad esso riferibili. Orbene – secondo gli approfondimenti effettuati dal Natoli Rivas – tale Girolamo era fratello di Emanuele Pancaldo (S. Lucia di Messina, 1800 – Messina 1890), di professione medico ma per vocazione intima soprattutto un patriota e difatti storicamente noto come un partecipante da protagonista ai moti del 1848 e di conseguenza imprigionato per motivi politici e confinato ad Alcamo e solo molto appresso, dopo Calatafimi nel 1860, divenuto il punto di riferimento del gruppo di insorti fedele a Garibaldi e da questi stesso nominato Governatore di Messina (e fors’anche di Siracusa), al momento dell’instaurazione del suo governo provvisorio in Sicilia; mazziniano, fu anche deputato al Parlamento italiano nell’Italia unitaria. Dunque, ritornando ai fatti del 1860, non poteva essere certo un caso la posizione ambivalente del duca Antonino San Martino, al momento rimasto ufficialmente “fedele” al sovrano borbonico, ma anche in qualche modo a suo tempo tutelante tanto la causa del proprio fratello esule a Smirne quanto quella del fratello del proprio amministratore di fiducia; il quale, dopo i gravi fatti che lo coinvolgevano pesantemente, deve aver certamente usufruito di una qualche protezione per avere alleggerita la propria posizione. Ora Natoli Rivas fa riferimento ad una importante lettera in suo possesso di Girolamo ad Emanuele Pancaldo, nella quale descrive la situazione drammatica dell’assedio di Milazzo da parte delle truppe garibaldine. E del suo incerto esito fino alla fine, che comunque portò alla sconfitta quasi fortuita delle truppe borboniche. Più precisamente Il Girolamo Pancaldo usa un’espressione inequivocabilmente riferita al Francesco Sammartino, assente in quanto esule a Smirne: “… sarebbe stato per me meglio che il principe fosse stato a Messina…”; frase che, da sola, implicherebbe lo stretto e perdurante collegamento tra le vicende personali delle due personalità coinvolte, ma anche – in un raggio interpretativo storicamente ben più ampio – la continuità tra le vicende inerenti le due fasi del Risorgimento, quella che dai primi moti liberali del 1820 portò alle rivoluzioni unitarie del 1848 e quella successiva che portò all’unità d’Italia. Testimoniando l’estrema vitalità di quelle élites aristocratico-borghesi meridionali a cavallo delle due dette fasi storiche, in quanto assieme coinvolte dall’ideale patriottico. Seppure (amarum in fundo), appresso purtroppo tradite dal colonialismo savoiardo.
  13. Va almeno accennato e chiarito – al fine di non incorrere ancora negli  equivoci, ahimè frequenti, di attribuzione – circa la compresenza di diverse indicazioni tanto di nome quanto araldiche riferite al secondo cognome della casata: Ramondetto oppure Ramondetta o, addirittura, Ramandetta. Il cognome nobiliare Ramondetta è derivato storicamente da Ramondetto ma forse, per tradizione, più nel connotare il ramo palermitano dei duchi di San Martino Montalbo. Ramondetto, a sua volta, costituisce una variante abbreviativa di Raimondetto (o Raymondetto); che è proprio ricavato come un cognome dal nome Raimondetto di uno dei primi discendenti siciliani (1440 circa) del capostipite medioevale catalano-guascone della stirpe siciliana, Raimondo (1230 circa). Insomma come dire: Raimondetto in quanto figlio oppure nipote oppure discendente di Raimondo. E poiché è proprio un Francesco San Martino Montalbo a sposare (nel 1708) la principessa Angelica San Martino Pardo (principessa comunque a tutti gli effetti, in quanto senza fratelli maschi, secondo diritto siciliano) e dunque, per così dire, a “rinvigorire” la stirpe, mantenendola all’interno dell’unico nome familiare, appare probabile che presso questo ramo palermitano si siano attribuiti per abitudine questi riferimenti postumi all’intera casata (magari in assenza di rappresentanti, discendenti diretti del ramo Pardo). E, d’altra parte, da quel momento, nell’albero genealogico il nome Francesco sarà il più ricorrente, alternato assieme al nome Raimondo. Sta di fatto che il cognome Ramondetta, tanto nei documenti araldici quanto in quelli storico-cronachistici, spesso si alterna a quello più antico di Ramondetto e certamente entrambi sono da riferirsi ai San Martino. E “San Martino Ramondetto principi del Pardo” risulta nelle carte araldiche in mio possesso del riconoscimento sabaudo definitivo del 1906, come si può immediatamente riscontrare sopra. A chiarimento di ciò, nel testo latino di una settecentesca attestazione senatoria catanese sulla discendenza familiare, si indica chiaramente e per ben sei volte “Sancto Martino Ramondetto” o “Ramondettus” e perfino con riferimento al Francesco San Martino di provenienza Montalbo, divenuto principe in quanto andato in sposo alla principessa Angelica (di tale provenienza anzi non si fa neppure cenno); il nome Ramondetto è usato – si badi bene – sempre con riferimento al singolo personaggio della genealogia di volta in volta rappresentato. Mentre solo due volte, proprio nel titolo (“Fides nobilitatis familiae nuncupatae de Sancto Martino alias Ramondetta”) e all’inizio della dichiarazione (“… familiam vocatam de Sencto [sic!] Martino alias Ramondetta …” – N.d.E.: corsivo nostro) viene usato il nome Ramondetta, ma in quanto sempre riferito al’intera casata: la latinizzata (in latino post-medioevale s’intende) … casata Ramondetta, appunto . Evidentemente il zelante funzionario dell’Archivio di Stato, addetto all’inventario, avrà compreso l’ovvio errore di scrittura riferito a Sencto che, storpiato, sta ovviamente per Sancto (in nota conclusiva lo stesso correttamente riferisce un “Si è lasciata nella trascrizione la forma originale”), ma ha titolato tutto il suo lavoro d’inventario usando il nome latinizzato (e … collettivizzato) al femminile: Ramondetta. E in qualche modo, se riportato in italiano, storpiato da tale latinizzazione fatta con riferimento alla famiglia: “Ramondetta” invece del più ovvio, ad singulos, “Ramondetto”. Insomma: la casata/famiglia nobiliare come la romana gens, per cui se indico “gens Iulia/Giulia” in quanto unifico i discendenti da un importante “Iulius/Giulio” indico anche la “casata/gens Ramondetta” in quanto collettivizzo i discendenti genealogicamente provenienti da un importante “Raimondo”. Da tale equivoco può forse ritenersi derivato tale sdoppiamento ricorrente di cognomi e, davanti alla ricorrenza di casi consimili, non ci sarebbe da stupirsene.

Bibliografia

  • AA. VV., Enciclopedia di Catania, Tringale, Catania 1987, p. 651
  • AA. VV., Enciclopedia della Sicilia, Ricci Editore, Parma, 2006, pp. 857-858
  • Autore ignoto, Cenno genealogico della Famiglia San Martino Ramondetto di Sicilia, Estratto dal Calendario d’oro (direttore: L. Perelli), Anno IV, Stabilimento Tipografico Italiano, Roma 1892
  • Antonino Abate, Gesta di Francesco Sammartino Principe del Pardo raccolte e narrate da Antonino Abate, Galatola, Catania 1861
  • Vincenzo Finocchiaro, Dieci anni di cospirazioni a Catania – 1850-1860, C. N. Giannotta, Catania 1907, Collection Harvard University
  • Filadelfo Mugnos, Teatro genealogico delle famiglie nobili, titolate, feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia viventi ed estinte, Palermo 1647-1670
  • Francesco Guardione, Il dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 1861. In relazione alle vicende nazionali con documenti inediti, volume II, Società tipografico-editrice nazionale, Torino, 1907
  • Pierre Goubert, L’ancien règime, Volume 1, Editoriale Jaca Book, 1999
  • Antonino MangoNobiliario di Sicilia. Notizie e stemmi relativi alle famiglie nobili siciliane, 2 volumi, A. Reber,  Palermo 1912
  • Filadelfo Mugnos, Teatro genealogico delle famiglie nobili, titolate, feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia viventi ed estinte, Palermo, 1647-1670
  • Giuseppe Natoli Rivas, La vendemmia di Milazzo. Appunti storico-postali sul Risorgimento siciliano del 1860, in Bollettino Prefilatelico e Storico Postale, n. 96, Elzeviro, Padova 1997, pp. 26-29. Dello stesso autore: In viaggio verso il ’48. Quattro passi nel Risorgimento, Sicil Post Magazine, Anno I, n. 2, Vaccari, Modena 2000
  • Vincenzo Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia ossia Raccolta araldica, Visconti & Huber Editori, Palermo, 1871-1875; ristampa: Brancato Editore, Catania, 2000
  • Francesco San Martino de Spucches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia – dalla loro origine ai nostri giorni (1925). Lavoro compilato su documenti ed atti ufficiali e legali, 10 volumi, Tip. Boccone del povero, Palermo, 1924-1941 (aggiornamento a cura di Carmelo Arnone)
  • Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1931
  • Francesco AlliataVita da Gattopardo nel palazzo-labirinto, in La Repubblica (La Domenica di Repubblica),  pp. 42-43, 1 aprile, 2007

Voci correlate

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APPENDICE

Il Gattopardo e il Pardo

Una storia familiare con dedica

di Mario Musumeci (San Martino dei Ramondetto Pardo)

Il principe Gaspare San Martino Pardo è comunemente noto come l’ultimo erede diretto della dinastia e peraltro ne possediamo, per discendenza familiare, il riconoscimento formale definitivo della monarchia sabauda, nelle regie patenti pervenutegli nel 1906: a 45 anni dall’avvenuta Unità d’Italia – per il cui ideale patriottico aveva speso da militare un’intera vita, assieme al padre Francesco – e a ventisei anni dalla morte del padre e a ben 73 anni compiuti e due anni prima della sua stessa morte, avvenuta nel 1908.

In effetti alla sua privilegiata provenienza sociale, a fronte della notevole quantità di nobili del regime borbonico riconosciuti dalla monarchia sabauda “a cose fatte” (e magari per il tipico opportunismo del momento di coloro che “salgono sul carro del vincitore”) si contrapposero fattori che almeno in parte lo trovavano in una posizione scomoda verso l’instaurato nuovo regime monarchico; posizione riferita dall’Abate (op. cit.) per il padre Francesco, combattente di primo piano nella fase iniziale del Risorgimento italiano che si chiude con la repressione dei moti del ’48. Ma che in realtà oggi la più moderna storiografia inquadra come direttamente propulsiva per la successiva liberazione dalla dinastia borbonica; oramai divenuta, nella sua fase di decadenza morale e statuale, il principale ostacolo all’unificazione della penisola.

Se il padre Francesco, che gli fu maestro d’armi e probabilmente (nel bene e nel male) di vita, era un affiliato alla carboneria e addirittura visto con sospetto anche nel nuovo instaurato ordine politico per le simpatie riscosse a suo tempo negli ambiti risorgimentali repubblicani, Gaspare divenne poi a tutti gli effetti un garibaldino, inserito come capitano nei ranghi dell’armata meridionale; come si denominò l’esercito guidato dal cd. “eroe dei due mondi”, ben più consistente rispetto la leggendaria iconografia garibaldina dei “mille”. Personaggi dunque tutt’altro che inquadrabili nei ranghi più ufficiali che la Storia potrebbe loro concedere: per appartenenza sociale, identitaria e dunque ideologico-politica; nel senso più ampio che questa definizione potrebbe avere nel “secolo lungo”, nell’ottocento. Al quale appartengono senz’altro, nella loro specificità, proprio nel loro romantico e creativo “essere al di fuori degli schemi”. Forse allora incomprensibili ai più, ma non certo ai loro stretti sodali per valori e ideali di vita. Ma oggi? Certo andrebbero meglio chiariti ancora tanti aspetti di questa (veramente minuscola) “microstoria” che raccontiamo, riguardante i due San Martino; magari cercando di connetterla, nel più ampio raggio d’azione possibile, alla più epocale vicenda risorgimentale.

Sul piano della cronaca personale una cosa per noi importante – e di stimolo ad ulteriori approfondimenti specifici – è però certa e bene risulta, oltre che dalle testimonianze dei familiari anche e con maggior precisione, dall’attenta ed integrata lettura dei documenti d’archivio: il principe Gaspare San Martino Pardo era celibe, ma aveva una figlia naturale nata da una importante relazione amorosa; relazione per i tempi innominabile e del resto mai nominata: la madre era infelicemente sposata con un altro uomo (pare con un, assente, capitano di lungo corso) e, non esistendo né l’istituto del divorzio né la possibilità del riconoscimento dei figli nati al di fuori del matrimonio (anzi, per delle leggi che oggi non esiteremmo a definire inique, la donna poteva rischiare in quanto “adultera” la carcerazione e sicuramente avrebbe dovuto farsi carico di una gravissima emarginazione sociale e familiare), si ricorse al sistema allora diffusissimo della falsa attribuzione genitoriale presso l’anagrafe; anche ad evitare che il nascituro fosse “attribuito alla ruota”, ossia ricoverato in un orfanotrofio come figlio di genitori ignoti.

E difatti il principe educò questa sua figlia, Concetta (detta Concettina) Sammartino (7/2/1884-11/7/1917), in casa sua da subito e fino al di lei matrimonio. E appresso, adottandola (unico sistema a quei tempi consentito in casi del genere per sostituire il riconoscimento materno e paterno di uno degli effettivi genitori senza incorrere nelle dette gravi conseguenze sociali), la lasciò unica erede del suo nome e di tutte le sue sostanze. Tenendola pertanto del tutto distante dai falsi genitori (appunto: i Catania) – prestanome di fatto, ma genitori “ufficiali” per l’epoca – di umilissima provenienza (ad evitare ogni sorta di complicazioni): solo dichiaratisi tali all’anagrafe tramite una levatrice intervenuta assieme a dei “testimoni” e in assenza di entrambi (procedura allora corrente ad evitare per quanto possibile rischi penali per tutti coloro che, in cambio di adeguati compensi, venivano coinvolti nell'”imbroglio” legale); e anche dichiarati come genitori nell’atto di morte, ma (e anche qui si rende rivelatorio il pastrocchio burocratico) solo nel nome completo della madre (la falsa madre “dichiaratasi” all’anagrafe) e con quello incompleto, senza cognome, del padre (il falso padre “dichiaratosi” all’anagrafe) a fronte dell’unico cognome attribuita alla defunta: Sammartino (quello appunto del padre adottivo e naturale: Gaspare Sammartino), piuttosto che Catania Sammartino.

Così essa fu educata secondo i costumi aristocratici del tempo e dunque lasciata degna erede di titoli e beni, anche al fine di un matrimonio confacente al suo status sociale. Concetta era mia nonna. Ella andò in sposa a Mariano Musumeci (22/7/1884-19/1/1966), proveniente da un ramo cadetto degli omonimi baroni (2). Concetta San Martino Pardo e Mariano Musumeci furono genitori di due figli, Antonino e Alfredo Gaspare; figli che lasciò prematuramente nella terribile moria della influenza “spagnola” perché impegnata ad occuparsi dei suoi famigli piuttosto che a mettersi in fuga in località lontane dai rischi del contagio, com’era abitudine dell’epoca per le famiglie aristocratiche e possidenti.(1)

Concetta San Martino Pardo neomamma

Concetta San Martino neo-mamma con il marito Mariano Musumeci

(foto di proprietà prof. Mario Musumeci)

Questo ci raccontava il figlio più giovane di lei, che pure avendola perduta giovanissimo ha vissuto un’intera vita nel suo venerante ricordo. E si trattava di mio padre, Alfredo Musumeci: un nobiluomo d’altri tempi, colonnello r.o. (ruolo onore) e grande invalido di guerra, nonché dottore commercialista e stimatissimo funzionario della pubblica amministrazione. Ma anche un amante della musica e del bel canto e dotato di un fascinoso timbro tenorile, un po’ alla Beniamino Gigli. Una passione e, assieme, un sistema di valori che mi ha certamente trasmesso.

Alfredo Gaspare Musumeci, figlio di Concetta San Martino Pardo

col. r.o. dott. Alfredo Gaspare Musumeci, gentiluomo “d’altri tempi”

(foto di proprietà prof. Mario Musumeci)

Orbene questo mio lavoro di ricostruzione, ancora completabile ma che già in questi ultimi anni si è arricchito di notizie probabilmente ignote al mio amatissimo genitore, è anche un omaggio offerto alla sua memoria. Da giovane vivevo infatti da estraneo il profondo e sedimentato sentimento patriottico di mio padre: lo confondevo con una nostalgia per il trascorso ventennio fascista. Ma lui non aveva mai avuto in tasca una tessera di partito, nè di quel trascorso regime monarchico-fascista nè di quello repubblicano. Eppure, pur avendo maturato un’avversione per la guerra in genere e per i suoi esiti comunque disastrosi, papà Alfredo individuava unitariamente nell’ideale patriottico e nei connessi valori di giustizia e di onestà da cittadino modello, quale era, un movente ineliminabile e connaturato a quello religioso – era un fervente credente e perfino studioso delle Sacre Scritture (ma per nulla indulgente verso i vizi del clero). Però restava – almeno per quelli della mia generazione – una persona irrimediabilmente “d’altri tempi”.

In epoche più vicine alla nostra povere di ideali alti, e venuto meno mio padre, il suo ricordo mi ha sempre stimolato una risposta più convincente alla domanda: da cosa nasceva questo carattere così forte e adatto al comando e, assieme, così solidaristicamente indirizzato al bene comune? Oggi mi piace credere – data l’estrema diversità con il di lui padre Mariano – che vi sia espressa una qualche continuità ereditaria con i di lui nonno e bisnonno materni i principi Francesco e Gaspare, che furono pronti a sacrificare i loro privilegi e la loro posizione per sostenere innanzitutto e ad ogni costo gli ideali risorgimentali.

Le gesta del principe Francesco San Martino Pardo, noto eroe del risorgimento italiano, e del suo meno noto figlio Gaspare sono rappresentative della parte migliore della nostra Italia, prima e dopo l’unità nazionale. Oggi costoro sembrerebbero rappresentare i perdenti della storia per aver combattuto in nome di un ideale che ci appare troppo opaco, nascosto com’è dalle miserie e dalle meschinità della politica nazionale parlamentare, ieri monarchica  e oggi repubblicana, ma mai partecipativamente attuata in un compiuto senso democratico-costituzionale. Tali valori andrebbero recuperati in una rinnovata prospettiva storicistica, che si ponga bene al di là dei fuorvianti miti imposti dalla più tradizionale storiografia ufficiale; storiografia politicamente schierata ed elaborata ieri nell’ottica della colonizzazione del meridione lucidamente perpetrata a suo tempo dai Savoia, oggi nella prospettiva capovolta di certi revisionismi, forse storicamente motivabili ma altrettanto ideologicamente orientati verso l’alibi “meridionalista”, e soprattutto sminuenti le stesse patriottiche fondamenta del glorioso seppur complesso risorgimento italiano.

Anche mio padre era certamente un romantico e la sua (nostra) biblioteca era piena di autori della letteratura ottocentesca europea: dodici-tredicenne leggevo Hugo, Balzac, Dostoevskij, Tolstoj … Ma già prima lui mi aveva coinvolto nell’amare i classici della letteratura a partire dai racconti di Emilio Salgari e dalla saga dei Quattro moschettieri di Alexandre Dumas (padre), dove l’eroe principale in cui immedesimarsi senz’altro era il guascone D’Artagnan. Al quale per altri versi era assimilabile il Cyrano di Bergerac di Edmond Rostand. Curiose certe coincidenze: il capostipite medioevale Raimondo Sancto Martino era un catalano ma di guascona provenienza. E nel testo di A. Abate, più volte citato, dove al tono encomiastico ed entusiasticamente fin troppo coinvolto dello scritto fa da costante contrappunto la ragguardevole mole della documentazione prodotta, il principe Francesco non è descritto solo come un abile e coraggioso militare, provvisto di un’audace e … guascone inventiva, ma anche come un personaggio tanto di rango superiore quanto dotato di rara sensibilità: un dilettante musicista “che esegue sul pianoforte le più soavi melodie” (p. 28). E così continuando, nell’incredibile connubio romantico di arte guerriera e sensibilità ispirata: “Il Principe con mirabile destrezza dirigendo i suoi artiglieri aveva inutilizzata una batteria nemica. E poscia sovra un cannone scriveva un componimento musicale che conserva ancora col titolo Marcia funebre destinata a suonarsi nei miei funerali. Tanto è vero che l’aspetto della morte ispirava invece di atterrire quel vero campione della libertà italiana.” (p. 29)

Concludo allora in un più pertinente tono risorgimentale – ieri a me estraneo, oggi con convinzione storicistica (consapevole dei tradimenti perpetrati nelle alterne vicende dello stesso Risorgimento) rielaborato nella commossa memoria paterna – parafrasando la più ricorrente vulgata del Gattopardo principe di Salina, tratta dall’omonimo romanzo di Tomasi di Lampedusa, del “tutto s’ha da cambiare affinché nulla cambi”. Ma anche in più diretto contrasto etico con le figure dei principi Uzeda di Francalanza (3), nel romanzo I Viceré (4) del grande Federico De Roberto: psicologicamente descrittivo della decadenza morale, politica e perfino fisica di un’aristocrazia cinica ed opportunistica fino alla maniacalità, tutta avidamente concentrata sui propri interessi materiali. Al Gattopardo e a tutti costoro va contrapposto oggi proprio il … Pardo, principe di San Martino, del “tutto s’ha da cambiare ad ogni costo in meglio, perfino nel sacrificio dei propri interessi materiali e fin’anche della propria vita”. Ecco perché non sono stato, né ieri né oggi, mai veramente interessato a titoli nobiliari. Anzi disprezzo profondamente quella mentalità (diffusa) che reputa importante il valore di posizioni sociali al di fuori del merito necessario per conseguirle. E d’altronde mi pare che proprio oggi in Italia un titolo nobiliare non abbia alcunché di valore, almeno di per sé; semmai comporterebbe delle precise ed importanti responsabilità per chi intende vantarlo.

Così seguendo con crescente convinzione tale indirizzo di pensiero sono riuscito a comprendere definitivamente il valore morale ma anche storico di quello che mio padre mi ha insegnato con il suo esempio e di cui vado estremamente orgoglioso: l’onore, la dignità, l’amore per sé stessi come riflesso del rispetto portato agli altri , meritevoli e non.

Note

(1) Esiste una Storia non ufficiale che cammina parallelamente ai documenti ufficializzati che hanno contribuito a creare la Storia stessa. Essa si fonda su documenti e testimonianze che spesso contraddicono quella stessa Storia ufficiale, ma che non di rado sono, talora colpevolmente, ignorati dagli stessi storici. Una microstoria, insomma, scritta dagli stessi testimoni che quella Storia hanno percorso nel loro vissuto personale e familiare; una Storia di cui costoro possono con la loro testimonianza chiarire particolari poco noti oppure controversi. A corroborare quanto qui si sta “riscrivendo”, rispetto alcune fonti tanto ufficiali quanto incomplete se non contraddittorie, si rimanda al recente romanzo-diario storico di Raimonda Lanza di Trabia e Ottavia Casagrande, Mi toccherà ballare. L’ultimo principe di Trabia, Feltrinelli, Milano 2014. Dove, in adattabilissima coincidenza con quanto qui asserito si scrive: a) della nascita di Raimondo Lanza (1915-1954) ultimo dei Principi di Trabia registrato all’anagrafe con il cognome fittizio di Ginestra “da padre ignoto e da madre che non consente di essere nominata” e della situazione socio-culturale e giuridico-normativa del tempo che tale paradossale ed ingiusta situazione avevano provocata (p. 42 e p. 70); b) del nuovo codice civile approvato durante il fascismo dal guardasigilli Grandi che sanava tali iniquità nel 1939, cancellando la distinzione tra figli legittimi e figli naturali (p. 198). Una postilla. Tale giusta ed attesa innovazione del codice civile avrebbe dovuto comportare nelle dette due fattispecie (tanto del Lanza quanto della San Martino …) tanto un successivo riconoscimento di paternità, per l’attribuzione del cognome, quanto l’ufficializzazione di un’investitura reale, per l’attribuzione del titolo nobiliare; investitura del tutto improbabile con il coincidente avvento di una terribile guerra e per la conseguente catastrofe nazionale. Solo che il principe Giuseppe Lanza Branciforte era già morto nel 1927 e Raimondo Lanza (figlio non adottato) morirà nel 1954 in un regime repubblicano che quei titoli aveva abolito; mentre il principe Gaspare San Martino Pardo e Concetta San Martino (figlia adottata dal padre) erano venuti meno entrambi in epoca anteriore, rispettivamente  nel 1908 e nel 1918. Figli naturali e legittimi dei rispettivi padri in ogni caso, ma senza le … magagne relative all’attribuzione di un censo aristocratico. E, d’altra parte, si è veramente “nobili” per sola posizione sociale o, soprattutto, per etica e comportamento civili?

(2) Dell’ultimo di costoro, il barone Sergio Musumeci un lontano cugino, avemmo notizia a suo tempo, da parenti comuni, solo in quanto residente a Verona ed esercitante lì la professione medica.

(3) La storia della famiglia Uzeda agli albori dell’Italia unitaria è in parte ispirata allo storico casato nobiliare dei Paternò Castello e in particolare alla figura di Antonino marchese di San Giuliano; questi fu sindaco di Catania nonché ambasciatore e ministro degli Esteri. Nel romanzo è identificato con il giovane Consalvo Uzeda.

(4) E nella, meno nota, sua continuazione nell’opera incompiuta di De Roberto e pubblicata postuma: L’Imperio.

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Visualizza il testo su Wikipedia, parzialmente ridotto per le prevalenti finalità enciclopediche:

 https://it.wikipedia.org/wiki/San_Martino_Pardo

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Approfondisci la tematica:

Viale San Martino. Il nome della più importante strada cittadina di Messina

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il 5 dicembre 2017

(l’articolo/saggio potrebbe avere ancora aggiornamenti e approfondimenti; è dunque possibile che circolino sul web delle versioni in PDF già notevolmente superate dalla presente)

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Il testo e le foto sono disponibili secondo la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo  CC BY-SA che permette di distribuire, modificare, creare opere derivate dall’originale, anche a scopi commerciali, a condizione che venga riconosciuta la paternità dell’opera all’autore e che alla nuova opera vengano attribuite le stesse licenze dell’originale.

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9 risposte a Una famiglia italiana di nobili meridionali e risorgimentali

  1. Fabio Pino ha detto:

    Sono uno studioso della storia della città di Messina, la quale tra le sue strade principali annovera l’ottocentesco viale San Martino. Proprio ieri discutevo della possibilità (di cui sto scrivendo) che tale viale non fosse stato così intitolato con riferimento alla battaglia di San Martino del 1859, come molti studiosi ritengono, ma che il toponimo fosse riferito a Francesco San Martino principe del Pardo. L’idea mi è venuta proprio avendo rinvenuto nella locale biblioteca regionale il pamphlet dell’Abate sull’eroe risorgimentale. Altro indizio sarebbero le testimonianze di alcuni anziani che dicono si trovasse ancora qualche decennio fa, nella parte più antica del viale, una targa con la dicitura “viale Sammartino”. Essendo perduta in terremoti, incendi ecc. l’originale delibera di intitolazione, vorrei sapere se lei ne avesse un qualche sentore.
    Grazie. Fabio Pino

  2. Fabio Pino ha detto:

    Spett.le prof. Musumeci,
    Le scrivo per ringraziarLa per la cortese e dettagliata risposta che leggo solo ora e che senz’altro mi sarà utile avendomi evidenziato l’esistenza del ramo messinese De Spucches.
    Per quanto mi riguarda, (omissis) sono un insegnante che conduce queste ricerche per semplice passione personale pur avendo in corso di elaborazione una guida storico-architettonica della città di Messina che spero vedrà la luce tra qualche mese.
    Nel ringraziarLa ulteriormente, Le porgo Cordiali Saluti.
    FP

    • Mario Musumeci ha detto:

      Buon lavoro a lei, prof. Pino,
      riflettevo nel frattempo che forse posso averla letta pure io la scritta Sammartino nella parte della via dove aveva sede il vecchio provveditorato e mi recavo abbastanza di frequente una trentina di anni fa circa (ventisette-ventottenne non avevo ancora alcun motivo di interessarmi alla questione) .
      Se questa vecchia targa è cosa documentabile allora non ci sarebbero dubbi: l’alternativa San Martino/Sammartino è proprio riferibile – e documentatamente – alla famiglia in questione.
      Le sarò grato se mi farà sapere altre novità circa questa ricerca.
      Cordiali Saluti a lei.

  3. musicaemusicologia ha detto:

    Alcune considerazioni a margine.

    Con la pubblicazione presso l’Archivio di Stato di Torino – http://archiviodistatotorino.beniculturali.it/Site/index.php/it/progetti/schedatura/garibaldini – degli elenchi e degli stati di servizio dei componenti l’esercito delle “camicie rosse” in una quantità che raggiunge al momento le circa 35.000 unità (sic! Altro che mille …) si dà oggi finalmente conto di una falsificata verità storica. Quella di un effettivo e variamente precostituito esercito “garibaldino”, rispetto la mitica e puramente oleografica impresa dei mille, ossia la cd. Armata dell’Italia meridionale: un corpo militare volontario ma in parte “precostituito” e non improvvisato, in quanto composto da personaggi sicuramente già partecipi del primo risorgimento.

    Una prima conseguenza, che rivela quanto possa influire sulla storia la cd. microstoria: quella sia delle singole individualità di non primissimo piano, sia dei gruppi più o meno associati di coloro “che danno l’esempio”; e che poi la storia ufficiale “dimentica” o subordina a posizioni molto distanti dalla “verità” da celebrare come “storica”, ma normalmente per mera opportunità politica più che per amor di effettiva verità.
    Un esempio: la personalità discussa del generale Giuseppe Garibaldi, oggi considerata in una ottica revisionista, lo è a mio modesto parere in maniera altrettanto ideologica quanto quella precedente, più o meno oleografica e politicizzata del fascismo e della neonata repubblica (ad esempio nell’ottica socialisteggiante del Fronte nazionale delle sinistre). Fosse il personaggio anche umanamente mediocre (ma non è che il re Vittorio Emanuele II fosse propriamente una “meraviglia delle genti” …) è cosa, la stessa (io credo), ben diversa dall’impresa che l’esercito da lui guidato riuscì a compiere. E anche delle alte idealità che nella gran parte dei casi indirizzavano, in quel momento storico, altre figure di rilievo secondario, ma particolarmente utili al raggiungimento dello storico scopo.

    Eppure nella stessa direzione argomentativa pochi storici oggi contraddirebbero le pessime qualificazioni di un inetto generale in capo dell’esercito italiano come Raffaele Cadorna per valutare la ben diversa e sacrificale condotta dell’intero esercito italiano durante la prima guerra mondiale oppure la figura già più controversa di un Rodolfo Graziani, responsabile di crimini di guerra nelle guerre coloniali, o la miserrima figura di un Pietro Badoglio per valutare le sorti dell’Italia prima e dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale. Insomma in casi come questi è già data come evidente la discrasia tra colui che rappresenterebbe in sintesi lo specifico momento storico e tutti coloro che con ben altre diverse condotte l’hanno altrimenti sostenuto. Lo stesso metro andrebbe utilizzato per il momento più alto del risorgimento italiano; che innanzitutto si trova nelle alte idealità che lo guidarono e non nella qualità individuale, più o meno imperfetta se non miseranda, di coloro che avevano avuto più il privilegio che il merito di trovarsi disposti in primo piano.

    Insomma non mi sembra il personalistico posizionamento in primo piano di singoli individui che dovrebbe spiegare le motivazioni storiche di così epocali rivolgimenti. Semmai metterei in primo piano i valori ai quali si dedica motivatamente la propria esistenza e che rimangono pur sempre dei valori, se poi come tali comunque si affermano grazie al loro potere di smuovere masse di uomini che li affermano. Anche se poi gli eventi e l’esempio negativo di altre individualità, o di altre masse magari più “brutalmente” in movimento, quei valori opacizzano con la loro non meritoria attività … E sappiamo bene come – sempre nella storia umana – il potere corrompa e spesso, fin troppo spesso, strumentalizzi il perseguimento dei valori a proprio uso e consumo …

    MM.

  4. musicaemusicologia ha detto:

    RILETTURE STORICHE O REVISIONIMI IDEOLOGICI DEL RISORGIMENTO ITALIANO?
    ________________________________________________________
    Al precedente stimolo ha corrisposto un mio conoscente di particolare levatura culturale, il Prof. Nicola Bruni. Sito: http://www.webalice.it/nbruni1Con il seguente intervento, al quale segue la mia risposta.

    “Caro Musumeci,
    ti ringrazio (…) per il tuo interessante contributo alla ricerca della verità storica. Le fonti da me consultate (Alfonso Scirocco) e riportate nel mio articolo parlavano di circa 20mila “volontari” mandati in Sicilia su navi sabaude da Cavour per arruolarsi tra i “Mille” di Garibaldi. Non mi stupisco che il numero delle camicie rosse accertato dall’Archivio di Stato di Torino sia lievitato fino a 35mila, poiché una lievitazione molto maggiore si è verificata nel secondo dopoguerra con il numero ufficiale dei partigiani. Ho letto la storia del tuo antenato garibaldino e non metto in dubbio la buona fede patriottica di tanti che hanno combattuto, e anche sacrificato la vita, per gli ideali risorgimentali. Sta di fatto (è un dato oggettivo) che la Spedizione dei Mille è stata concepita ed attuata non come una guerra di liberazione del Sud per la sua “unificazione” al resto d’Italia, ma come una guerra di conquista, spoliazione e colonizzazione del regno del Sud da parte del regno sabaudo (che costrinse poi milioni di meridionali ad emigrare per una condizione estrema di miseria che prima non c’era). Il principale responsabile della rovina del regno del Sud e dei suoi abitanti (con conseguenze dannose fino ai nostri giorni) è stato Garibaldi, che usando il suo potere di dittatore “in nome del re Vittorio Emanuele II” impose finti plebisciti per l’annessione incondizionata al regno dei Savoia. L’unità d’Italia si poteva fare diversamente, su basi paritarie come chiedevano i patrioti del Sud, ma Garibaldi non volle. Perciò, in questo caso, ritengo che la personalizzazione della storia in negativo sulla figura di Garibaldi sia pertinente.
    Un cordiale saluto
    Nicola Bruni”

    ______________________________
    RILETTURE STORICHE O REVISIONIMI IDEOLOGICI DEL RISORGIMENTO ITALIANO?
    di Mario Musumeci

    Ok caro Bruni:
    “come chiedevano i patrioti del Sud”. Appunto bisognerà intendersi sul significato profondo e non meramente puntuale di questa espressione.
    Anche se patrioti poi storicamente inquadrati di necessità (per riconoscibilità unitaria d’intenti, strategia politica e tattica militare …) con l’etichetta onnicomprensiva di “garibaldini”: nel senso che mi pare implicitamente suggerisci come storicamente compromissoria, ma che non potrei mai e poi mai condividere.

    Sta difatti proprio qui il punto. Non c’era nulla di compromissorio nell’ideale unitario di quei “garibaldini” e non potrà mai funzionare storicamente l’equazione: garibaldini = militi seguaci di Garibaldi = Garibaldi, personaggio storicamente compromesso … = fallimento storico-politico dell’Unità.
    Come se la storia si facesse solo con il senno del dopo!

    Valutiamo forse come un perdente della storia il Goffredo Mameli, patriota morto ancor giovane nei falliti moti della Repubblica Romana, quando oggi le parole del suo inno rappresentano la nostra stessa comune patria? E non è discriminante la conseguente distinzione tra patrioti del nord – “patrioti” e basta – e del sud – patrioti e, nel secondo Risorgimento, “garibaldini” di necessità, eppure in quanto tali almeno … storicamente vincenti nell’impresa meridionale, nel senso del perseguimento dell’ideale unitario degli stessi Mameli, “patrioti del (centro-)nord”?!

    E ancora, in tal senso: Garibaldi sarebbe forse “del sud e non del nord”? Ma da dove venne mandato, tanto con lungimiranza patriottica quanto con abile strategia politica come strumento della monarchia sabauda, però utile anche ai propri fini espansionistici?!
    Che senso ha scaricare tutto su un Garibaldi, “meridionalista” abusivo, e dietro di lui porre i Carlo Alberto e i Vittorio Emanuele?
    Vogliamo correre il rischio di entrare nelle miserande retoriche … leghiste, di ogni tempo e di ogni luogo?

    Ma proprio il mio lavoro si riferisce ai documentati riferimenti di una presenza militare e non solo genericamente (= dilettantisticamente su un piano tanto politico quanto militare) patriottica già precostituita del sud. Che poi, in un modo o nell’altro, confluì nell’armata meridionale, detta anche “garibaldina”. Qualcosa che viceversa univa in profondità intellettuale e di intenti culturali e politici il settentrione e il meridione.
    Che poi quella storia le abbiano culturalmente fatte innanzitutto le élites intellettuali è storia di sempre. E anche che con queste arrivino poi anche ad esprimersi in contraddizioni violente le esigenze più primarie del cd. “popolino” è cosa di sempre. E gli arretrati regimi feudali di tanto profondo sud non sono cosa da sottovalutare nella questione delle contraddizioni sociali dell’epoca per valutarne le diversità d’impatto del fenomeno unitario.

    Quanto ai “garibaldini” siciliani (ma come altrimenti chiamarli se la qualifica diventa adesso per loro compromissoria, in quanto “seguaci di un farabutto”?): in realtà si trattava, al momento, di patrioti e di militari più o meno volontari ma già attivi in guerre del primo risorgimento (perfino in eserciti regolari!) e che vedevano in un certo momento storico nel re sabaudo e nelle sue sbandierate promesse di monarchica costituzionalizzazione anche per il meridione d’Italia (cfr. l’impatto, oggi diremmo “mediatico”, del cd. “grido di dolore”) un ottimo motivo per aderire all’unico progetto politicamente sostenibile in quel dato momento storico.

    Fu il re sabaudo e l’intera sua progenie semmai a tradire il mandato che gli venne poi affidato. E la storia ha continuato in quella direzione iniziale: un re Umberto I assassinato, io direi meglio “giustiziato” dal prevalente sentimento anche per i suoi crimini contro la popolazione; un re Vittorio Emanuele III, figura storicamente ridicola, ben più che compromessa, della nostra storia politica nazionale.
    Ma per questo motivo dovremmo forse affermare oggi che i suoi sudditi piemontesi, in quanto patrioti, erano tutti traditori degli ideali dell’unità nazionale etc. etc.?!

    Una parentesi: se quel progetto determinò da allora il fallimento di una vera e propria unità nazionale, a questo punto si potrebbe tranquillamente affermare che proprio il fascismo abbia avuto poi lo storico scopo di consolidare meglio l’unità nazionale per via politica; pertanto il fenomeno delle dittature del primo novecento forse andrebbe meglio studiato anche come fenomeno di transizione tra i regimi politici di estrazione più o meno monarchico-assolutista e le cd. moderne democrazie. Eppure il fascismo l’abbiamo liquidato e la nostra attuale Costituzione Repubblicana nasce su fondamenta antifasciste: cioè anti-dittatoriali e alla lontana anche contrapposte ai fondamenti giuridicamente superati della monarchia assoluta.

    Ma insomma chi sono questi benedetti italiani, la cui storia sembra sistematicamente contraddire le migliori idealità da loro espresse?
    A me sembra datata, di comodo e – oramai – anche fin troppo ideologica (cioè strumentalizzabile facilmente in politica per gli scopi più diversi e perfino opposti …) la ripartizione netta tra un nord e un sud, l’uno ricco e socio-culturalmente avanzato e l’altro povero e arretrato.
    I fattori specifici (e non generalizzabili) di arretratezza sono certamente riferibili a fattori storici e socioculturali. Ma il fatto che proprio oggi la peggiore politica nazionale attecchisca al nord con il leghismo ladrone e sporcaccione dovrebbe farci vedere altri luoghi nazionali di arretratezza culturale e morale, fin’ora molto poco considerati – alle presupponibili origini – nella storia patria risorgimentale. E non certo per contrapporre strumentalmente nord e sud, ma per rilevare al contrario affinità e contraddizioni analoghe in un processo unitario oramai avvenuto ed irreversibile nei suoi fattori di coesione sociale, tanto in termini positivi che negativi.

    Altra la questione della permanente pesante arretratezza di alcune specifiche aree del meridione.
    Qui forse il problema reale è che i poteri forti di sempre (economici, ma non solo) hanno sempre avuto tentazioni autoritarie per meglio esprimersi. Ieri come oggi. E ne paghiamo adesso ancora pesantemente le conseguenze.

    Dunque: altro che Garibaldi come “personalizzazione della storia in negativo” (e se fosse vero bisognerebbe cambiare tanti nomi rifacentesi al toponimo e abbattere molte statue del generale … 🙂 ). Nonchè esclusivo strumento privilegiato dei piemontesi (della monarchia sabauda): ma non dovremmo scordare la fine che fece, grazie a loro stessi …
    Semmai un Garibaldi strumento della Storia (e qui sta il mio punto definitivo), utile a raggiungere lo scopo politico di allora: una unità comunque attuata, ma purtroppo intesa anche come colonizzatrice del meridione d’Italia.

    E qui gli approfondimenti non mancherebbero, soprattutto con una visione a tutto campo della politica parlamentare nel primo periodo unitario: suggerirei al proposito la lettura de L’imperio di De Roberto (ideale continuazione de I Vicerè) per inquadrare, anche se cronachisticamente romanzati, passaggi della vita parlamentare straordinariamente analoghi a quelli della nostra cd. prima repubblica …

    Ma della monarchia sabauda ci siamo fortunatamente sbarazzati.
    Se ci sbarazziamo anche dei “garibaldini” chi e cosa rimane nella storia del secondo risorgimento – quello che rappresenta innanzitutto sul piano politico-militare il riscatto del sud – a farci sentire l’orgoglio della nostra italianità?!

    Cordialmente.
    Mario Musumeci

    P.S.: Dato l’interesse della questione la pubblico sul mio sito, nella forma di interventi sull’argomento del Post che hai letto. Per adesso rispettando la tua privacy e dunque omettendo nome e riferimenti personali. Salvo tua diversa opinione …

  5. musicaemusicologia ha detto:

    GIUDIZI STORICI E GIUDIZI POLITICI: UNA DISCRIMINANTE CHE PORTA LONTANO
    Continua la discussione sulla questione di quali valori risorgimentali, da celebrare o meno.
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    Caro Musumeci,
    vedo che la questione ti appassiona. Ma appassiona anche me, sia pure con sentimenti diversi. Per spiegarli premetto una citazione. Scrisse Don Lorenzo Milani nel 1965 in una lettera ai giudici del tribunale di Roma che lo processavano per apologia di reato, e poi lo avrebbero assolto (era imputato per aver difeso il diritto all’obiezione di coscienza dei militari contro ordini criminali): “Quando andavamo a scuola noi, i nostri maestri, Dio li perdoni, ci avevano così bassamente ingannati. Alcuni, poverini, ci credevano davvero: ci ingannavano perché erano stati a loro volta ingannati […]. A sentir loro tutte le guerre erano ‘per la Patria’… I nostri maestri si dimenticavano di farci notare […] che gli eserciti marciano agli ordini della classe dominante. In Italia fino al 1880 aveva diritto di voto solo il 2 per cento della popolazione. Fino al 1909 il 7 per cento. Nel 1913 ebbe diritto di voto il 23 per cento, ma solo metà lo seppe o lo volle usare. Dal ’22 al ’45 il certificato elettorale non arrivò più a nessuno, ma arrivarono a tutti le cartoline di chiamata per tre guerre spaventose”.
    Ebbene, ad un certo punto anche io, come insegnante di storia nelle scuole secondarie, mi sono riconosciuto tra quei maestri ingannatori additati da Don Milani, poiché per alcuni anni – prima di scoprire certe verità occultate della storia d’Italia – avevo in buona fede ingannato i miei studenti propinandogli quella falsa storia del Risorgimento che mi era stata insegnata negli anni dalla scuola elementare all’università. Non posso sopportare di essere stato “bassamente ingannato” non solo dai miei insegnanti, ma anche dai miei libri di testo, dagli organi di informazione e dalla propaganda ufficiale – fatta di monumenti, nomi di strade, ponti, scuole, navi da guerra… – con un falso Garibaldi, una falsa Spedizione dei Mille, un falso Re Galantuomo, un falso Cavour, una falsa repressione del brigantaggio…, con l’occultamento dei massacri di italiani innocenti compiuti dall’esercito del nuovo Regno d’Italia (come quelli di Gaeta, Pontelandolfo, Casalduni), e della sistematica opera di spoliazione delle risorse del Meridione perpetrata dalla classe dirigente del nuovo stato unitario. Perciò, se dipendesse da me, farei rimuovere dalle pubbliche piazze i monumenti di quei falsi (e cattivi) eroi, perché fossero collocati in una specie di cimitero della storia, come hanno fatto saggiamente a Budapest con le statue degli ex “dei” del pantheon comunista (Marx, Lenin, Stalin, Rákosi…).
    Per quanto riguarda l’espressione “patrioti del Sud”, ammetto di essere stato impreciso. Mi riferivo a protagonisti del Risorgimento (del Nord e del Sud) cosiddetti “democratici” come Mazzini, Cattaneo, Crispi, Bertani, Aurelio Saffi, Giuseppe Ferrari che – secondo lo storico filogaribaldino Alfonso Scirocco nel libro “Giuseppe Garibaldi”, Rcs 2005 (p. 258 e 264) – accorsero a Napoli nel settembre del 1860 per cercare di convincere il “Dittatore” a indire in tutto il regno del Sud l’elezione di un’assemblea costituente che avrebbe dovuto negoziare l’unificazione con il regno sabaudo. Il Dittatore eseguì invece l’ordine di Cavour che chiedeva un plebiscito immediato per l’annessione incondizionata (senza aspettare che fosse completata la conquista del regno borbonico). Con quella decisione Garibaldi dette il via alla colonizzazione del Sud, che ovviamente non fu attuata da lui ma dalla classe dirigente “nordista” del nuovo Stato unitario, composta anche da politici opportunisti e trasformisti del Sud come il citato Crispi, e guidata prima da quel “Re Galantuomo” che non badava a spese (dello Stato) per godersi la vita (amanti, cavalli, palazzi, ville, riserve di caccia), incurante delle condizioni di miseria in cui versava gran parte del popolo italiano, poi da quel “Re Buono” che faceva sparare sugli affamati e costruire un dispendiosissimo Altare della Patria, mentre milioni di sudditi ridotti alla fame erano costretti dalla stessa “Patria” ad emigrare dalla Patria per sopravvivere, e infine dal quel “Re Soldato” guerrafondaio che per opportunismo consegnò l’Italia alla dittatura di Mussolini.
    Io non mi pongo il problema di quale mito del Risorgimento conservare. Si deve conservare la verità, per quanto sia possibile conoscerla. L’Italia ha nella sua storia del XIX secolo molte grandi personalità di cui può essere orgogliosa: da Alessandro Manzoni a Giovanni Verga, da Vincenzo Bellini a Gaetano Donizetti, da Gioachino Rossini a Giuseppe Verdi, da San Giovanni Bosco a Leone XIII (il papa della “Rerum Novarum”), da Santa Francesca Cabrini (patrona dei migranti) a San Luigi Guanella (protettore dei disabili). Questi, e tanti altri connazionali che hanno fatto molto del bene nel nostro Paese, sono a mio giudizio i veri eroi del Risorgimento d’Italia.
    Un cordiale saluto
    Nicola Bruni

    P.S.: Puoi mettere la mia firma, a questo e al precedente intervento, se ritieni opportuno pubblicarli nel tuo sito.

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    GIUDIZI STORICI E GIUDIZI POLITICI: UNA DISCRIMINANTE CHE PORTA LONTANO
    di Mario Musumeci

    Caro Bruni,

    è difficile non essere d’accordo con quanto mi scrivi, innovando tra l’altro la questione sul piano della legittimità morale della guerra, anzi delle guerre di ogni tempo.
    E perché allora non anche delle guerre civili (o rivoluzioni) d’ogni tempo? Le quali sempre si esprimono nel sangue.
    E il risorgimento italiano, al di là delle retoriche patriottiche, è un misto talora inestricabile di guerre tra stati e di guerre civili.
    Ma vorrei farti notare che così mi tiri anche un “colpo basso” nel “ring” della nostra appassionata discussione. 🙂 Che però continuo proprio su questi nuovi “binari” da te inaugurati. Anche perché sicuramente foriera di verità più profonde, cui attingere per meglio spiegarsi – a sé stessi – e meglio spiegare agli altri. Proprio per meglio farsi capire.

    Innanzitutto vorrei osservare, e non per un mero espediente dialettico, che se da un canto fai tua, attraverso le parole dall’amatissimo – anche da me, certamente! – Don Milani, la teoria marxiana che attribuisce alle classi dominanti l’evoluzione principale delle società; appresso invece affermi “se dipendesse da me, farei rimuovere dalle pubbliche piazze i monumenti di quei falsi (e cattivi) eroi, perché fossero collocati in una specie di cimitero della storia, come hanno fatto saggiamente a Budapest con le statue degli ex “dei” del pantheon comunista (Marx …”, etc..
    Senza renderti conto di una palese contraddizione – che peraltro io credo sia all’origine dei nostri diversi punti di vista; ma – mi sto rendendo conto – in una certa consistente parte solo in apparenza; dato che mi trovi viceversa molto interessato alla questione di una critica analisi storica circa l’intervento pro negoziazione con la monarchia sabauda, tentato a vuoto da patrioti e intellettuali risorgimentali sullo stesso Garibaldi.

    Nel senso che la nostra mi sembra si tratti più di una differenza di cognizioni e dunque di posizioni più culturali che etiche. Vediamo un po’.
    Anche qui la storia non si fa con il senno di poi. Karl Marx teorizzava in un’epoca di profonde – a non dir violente – ingiustizie sociali (e di gran lunga superiori a quelle con cui si confrontava Don Milani). Ora quella tua affermazione sulle statue da abbattere (quella di Marx inclusa) è certamente condivisibile nello specifico giudizio storico sugli esiti imperialistici del comunismo sovietico nei cd. paesi-satellite.
    Ma trarne le motivazioni di una condanna definitiva per le teorie marxiane sarebbe come condannare definitivamente … la figura di Gesù Cristo (storica, simbolica, sacrale, o che altro dir si voglia) in relazione ai crimini perpetrati dalla santa inquisizione o ai vari pogrom degli ebrei compiuti da cristiani etc. etc.. Includendovi le figure dei santi e dei papi, che tu stai citando come degne espressioni addirittura del Risorgimento italiano. Ma, al proposito, le repressioni clericali nei confronti dei sudditi dello stato pontificio preunitario sono forse da tacere, a fronte di quelle borboniche o di quelle sabaude?!

    Un famoso storico “conservatore” inglese (morto proprio lo scorso anno), Eric J. Hobsbawm, affermava che non si può essere storici senza essere anche un pò marxisti … E difatti la teoria dello scontro di classe è innanzitutto una teoria storica e di rilievo socio-culturale. Poi diventa, o può diventare e si è pure affermata come una teoria politica. Come anche è successo e succede per il cattolicesimo morale/spirituale dei nostri giorni, quando si indirizza non solo verso le coscienze ma anche con ogni pressione possibile verso l’intervento politico-statuale ed economico-finanziario … D’altra parte il cattolicesimo temporale o statuale che ci ha consegnato la storia non si discostava molto, in più casi, dalle coeve logiche del potere; fondato, se reputato necessario dal potente di turno, su quello che oggi definiamo tout court le logiche della tirannide.

    Mi pare che siamo al punto. Si tratta della distinzione tra i giudizi storici e quelli politici. Gli uni valgono per comprendere meglio il mondo mentre gli altri valgono per inserirci (magari dopo averlo meglio capito secondo le nostre attuali possibilità) in una posizione di parte, una posizione che ci permetta di effettuare delle scelte. Gli uni (giudizi storici) tendono ad essere scientifici, gli altri (giudizi politici) pretendono di essere scientifici ma sono inevitabilmente ideologici, anche quando la storia attribuisce loro ragione (le ragioni dei vincitori) oppure ne recupera le motivazioni in un’ottica nuova rispetto quelle che storicamente li aveva visti perdenti nella storia stessa (le ragioni dei vinti).
    Certamente si deve aggiungere che anche la storiografia ha i suoi diversi indirizzi di prospettiva culturale. Nel senso che, pur procedendo con metodi scientifici, essa è svolta da uomini che hanno una loro specifica cultura ed un loro particolare vissuto nell’esperienza storica stessa.
    Per tali differenze la storiografia più recente, non solo di collocazione repubblicano-democratica, ha coniato la qualificazione a lei più congeniale di pluralismo storiografico: esisterebbe dunque un indirizzo storiografico marxista, un indirizzo liberale, un indirizzo cattolico, un indirizzo … revisionista (che generalmente vuole innovare “pretendendo” di occuparsi dei vinti; e dunque magari sommovendo i tranquilli assetti ideologizzati della storiografia più ufficiale) etc..
    Personalmente io credo che questa pluralità di indirizzi esista, che è bene che esista e che sia oramai inevitabile che esista; ma che debba divenire innanzitutto un dato anche metodologico: il buon storico cita tutti gli indirizzi possibili e cerca una verità storica superiore agli stessi. E non ha scelta, se non vuole cadere nell’accusa di ideologismo o, peggio ancora, di relativismo.

    Poi certamente si potrebbe anche aggiungere che proprio la storia ci insegna che la sua natura originaria è quella della “storia del principe”; la storia del potere, insomma: che vuol tramandare solo sé stesso e le sue proprie motivazioni di legittimità e dunque di “verità”.
    Oggi sappiamo che in democrazia esiste fortunatamente come antidoto una continua tensione tra questa storia intesa come visione celebrativa dei vincenti e la storia intesa come costante ricerca della verità dei fatti e delle idee che i fatti sostenevano. Proprio grazie al pluralismo democratico, quando non diventa relativismo storico e dunque puro esercizio dialettico, e dunque politico del potere (oggi diremmo: consociativistico).

    Insomma io, sul controverso Garibaldi e sul risorgimento inteso nel modo simbolico-rappresentativo delle idealità dell’unità nazionale che ho voluto spiegare in quanto riferito innanzitutto agli uomini migliori che si sono mossi nel risorgimento “anche” (ma non solo) sotto le sue bandiere, ho inteso dare un giudizio storico innanzitutto.
    Mentre quello attualizzante, che reputo anche ideologico e politico – seppure … foriero di nuova storia … – mi allineerebbe in buona parte al tuo.
    In sostanza ai miei studenti tratterei innanzitutto delle diverse figure risorgimentali e delle speranze che il risorgimento stesso aveva prodotto come idealità vincente del momento. Poi avrei trattato della figura controversa di Garibaldi e di altre figure del risorgimento stesso, per problematizzare al massimo la questione storico-politica – e allora largo spazio alla critica revisionista della figura storica e rappresentativa e anche individuale di Garibaldi.
    Poi – ma in una ben successiva fase di maturazione – avrei connesso il tutto con le odierne problematiche del pacifismo, dell’unità nazionale e di quant’altro noi avvertiamo oggi come più prossimo all’attualità.
    Con lo scopo di far nascere innanzitutto in ciascuno di loro studenti una mentalità critica e non certo indottrinata nell’uno o nell’altro senso. Dato che sono convinto che l’insegnante non “insegni delle cose”, bensì che attraverso lo “studio delle cose” spinga le intelligenze dei propri allievi a “guardare in profondità nelle cose stesse” (“l’insegnamento di un metodo di conoscenza”, semmai, non “la conoscenza”, intesa come fissa e immutabile) …

    Quanto ad allineare moralmente le statue del “povero” Garibaldi a quello degli “Stalin” e dei veri tiranni di ogni epoca … Insomma credo che la passione dialettica ti spinga un po’ troppo oltre! 🙂
    I drammi della storia vanno certamente spiegati (il che non significa: giustificati) e a coloro che “diabolicamente” li hanno impersonati va certamente attribuita una qualche damnatio memoriae. Ma questo è compito della politica, di una buona politica magari – dato che la damnatio in questione i vincitori la applicano sempre, più o meno, sui vinti.
    Ed è di questo che staremmo anche parlando, a proposito della mia prima richiamata microstoria … Allora non sono forse i re sabaudi che meriterebbero quella damnatio memoriae; e ben più di uno dei principali loro strumenti politici di allora? E, di conseguenza, dove stava allora, come adesso, il vero potere? Difficile al momento per me valutare le scelte compiute a suo tempo da questo grande personaggio della nostra storia (sic! Mi spiace …), se per realismo politico-militare o per … opportunismo (… nei confronti di un re che poi lo combatterà, esilierà etc. etc.!?)

    E, del resto – al di là della polemica sulle vecchie statue celebrative di Tizio o di Caio – rendiamo onore innanzitutto a quegli uomini e (nel mio caso) a quei nostri avi che, invece di stare più o meno distrattamente a guardare agli avvenimenti del tempo (gli … indifferenti della storia – non è considerata l’ignavia un “peccato” nella dottrina cattolica secolare?) e magari in una posizione socialmente privilegiata quale quella aristocratico-nobiliare, si sono spesi a favore di idealità che per noi avranno oggi magari scarso valore sul piano dell’attuale dibattito politico-ideologico, ma che sono pur serviti a costruire il mondo in cui viviamo.
    Un mondo odierno che – mi pare – abbia drammaticamente bisogno di idealità attive e di protagonismi individuali, nella indifferenza, nell’opportunismo e nel relativismo imperanti.

    Detto poi volgarmente “non si sputa nel piatto in cui si mangia”. E il “piatto” è quello della democrazia repubblicana, che abbiamo raggiunto in maniera sofferta attraverso guerre tra stati e guerre civili di diverse, successive epoche storiche.
    Poi mettiamoci soprattutto nei loro panni, se vogliamo giudicarli individualmente anche con il senno di poi: così ho fatto e sto facendo io nello sforzo (pluridecennale) di comprendere da pacifista antimilitarista e marxiano convinto (non marxista, attenzione!) le ragioni di una persona speciale come mio padre. E pensa un po’: da giovane affermavo, in aperto conflitto con lo stesso, più o meno proprio una parte dei tuoi più importanti concetti e ragionamenti etici e politici, a suo tempo posti all’origine della mia stessa formazione storico-politica! Convinto, con soli questi, di poter così spiegare la storia (peccati forse inevitabili di gioventù?).

    Oggi lo studio pluralistico-metodologico dei punti di vista storici (e non solo storici) mi ha aperto la mente.
    E, pur mantenendo posizioni politiche più o meno convenienti e adattabili al momento storico in cui vivo, so perfettamente che la storia è tanto intrisa di progresso civile quanto di sangue versato che scorre innanzitutto a memoria dei vinti.
    Sia che avessero “torto o ragione”: questo però lo studia innanzitutto la storia e non certo la politica che della storia si serve per i suoi altri scopi.

    Grazie per gli importanti stimoli.
    Mario Musumeci

  6. Arturo Pagnano ha detto:

    Egr.
    Prof. Musumeci
    Ho avuto l’onore di conoscere Suo Papà e di essergli amico.
    Ho conosciuto anche il Prof. Antonino Musumeci e sono stato anche suo amico.
    Suo Papà ed io abbiamo a lungo parlato della storia dei Principi Pardo.
    Sono peraltro in possesso copia di documenti che Lei ha pubblicato.
    Se Lei vive a Catania mi sarebbe gradito incontrarLa per raccontarLe una storia.
    Mi è gradito l’incontro per porgerLe
    Cordiali Saluti
    Arturo Pagnano

    • musicaemusicologia ha detto:

      Egr.
      Sig. Pagnano

      incontrare una persona che è stato amico del mio amatissimo padre non può essere che un motivo di piacere. Può contattarmi al cell. 333 6567396 o (se mi trova) allo 095 538583 e comunque sappia che sono residente a Catania nello stesso palazzo dove abitavo con i miei, seppure in un altro appartamento.

      Attendo suoi analoghi riferimenti.
      Cordiali saluti.
      Mario Musumeci

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