Lettere natalizie d’amor … didattico

di Mario Musumeci
 
Una lettera affettuosa è sempre una cosa intima tra chi scrive e chi riceve, poi rispondendo. Però può succedere che quello che lì vi si afferma, tra le righe del vissuto personale, sia meritevole o addirittura bisognevole di dominio pubblico.
Quanto meno perchè chi volesse comprendere e non equivocare alcuni dei suoi più profondi contenuti, per (anche scusabili) sconoscenza od ignoranza, per (meno accettabili) cattiveria e/o stupidità – abbia in tal caso un’occasione forse irripetibile di aprire orecchio ed intelletto (e assieme: cuore).
Insomma un’occasione da sfruttare per chi voglia capire.
Rispettando ovviamente la privacy di chi mi scrive.
 
—– Original Message —–
From: (omissis)
Sent: Wednesday, December 25, 2013 4:16 PM
Subject: Buone Feste!
 
Caro maestro,

colgo l’occasione delle feste per scrivere ciò che avrei voluto dirle da tempo.

La volevo ringraziare per tutto quello che mi ha insegnato, per l’impegno e l’entusiasmo che mi ha trasmesso per la sua materia e soprattutto per la fiducia che ha sempre riposto in me. La ringrazio dunque per il voto datomi alla licenza che mi ha tanto gratificato.
Tenevo a dirle che la stimo molto sia come insegnante che come persona e spero proprio di continuare a tenerci in comunicazione.
 
 
A questo punto non resta che rivolgere a lei e ai suoi cari un augurio di un sereno Natale e di buone feste da parte mia e di mia sorella (omissis), che la ricorda con tanto affetto e stima anche lei.
 
Auguri affettuosi
[Lettera firmata]
 
 
 
 
Cari (omissis), bentrovati innanzitutto.
 
Le vostre sentite ed affettuose parole, che ascolto in coerenza al nostro comune vissuto didattico, costituiscono per me un importante lievito di ulteriore impegno professionale.
E di questo innanzitutto vi ringrazio. E certamente sarò contento di trovarmi sempre a vostra disposizione, al momento del vostro bisogno.
 
Qualcuno scriveva che si rimane “insegnanti” per tutta la vita rispetto i propri “allievi”; cioè per quei discenti che hanno seguito te insegnante dandoti una qualche importante soddisfazione. Sicuramente almeno in buona parte questo è vero per me.
Ma io ho maturato, e assecondato, nel tempo un’altra convinzione: i miei migliori allievi sono anche i miei migliori collaboratori: traino per l’intera classe e potente stimolo di comune crescita; pur nella reciproca, ma non rigida, differenziazione dei ruoli.
 
Il fatto a monte è che la didassi – l’attività scambievole che unisce docente/i e discenti – nelle nostre istituzioni molto raramente si indirizza verso dirette e funzionali partecipazioni pluridisciplinari; mentre, al contrario, è proprio la consapevolezza dell’integrazione tra i vari momenti formativi – quello storico-culturale e quello performativo nei vari approcci: mono-strumentale, laboratoriale poli-strumentale e polifonico-vocale, compositivo di base, etc. – che ha costituito e costituisce il fine ultimo di una autentica formazione musicale specialistica.
 
In tal senso è stato sempre il singolo coinvolto allievo che, più o meno consapevolmente, ha istituito tale relazione con il suo impegno, sostituendo così il disimpegno in tal senso del suo docente di strumento o d’altro insegnamento.
“Si deve svolgere il proprio programma!” innanzitutto è l’espressione che funge da alibi per tale disimpegno. Ma la realtà è ben altra: siamo, didatticamente parlando, delle “isole”, maldisposte alla comunicazione reciproca se non occasionale.
E di questo i primi a pagare sono i nostri allievi, costretti solo a fare paragoni generici tra i nostri diversi operati di docenti. Piuttosto che a trarre vantaggi da una nostra collaborazione programmatica e non casuale, o addirittura “temuta” e accuratamente evitata (ahimè, ho conosciuto anche di questi mediocri casi!).
 
Riuscite a immaginare la diversa qualità produttiva possibile se mentre noi si analizzava sinfonie e anche componeva fughette e sonatine e madrigali nelle corrispondenti classi di strumento o di esercitazioni di coro, d’orchestra o di musica da camera, l’analogo repertorio di genere fosse stato messo a fuoco collaborativamente dagli altri docenti?
 
Qualcosa del genere è stato fatto con qualche volenteroso collega in anni lontani e oramai trascorsi, nella forma sporadica di brevi seminari e conferenze, gratuitamente offerte alla nostra comune istituzione. Ma, pur nella brillantezza del momento, senza alcun ritorno in termini di minima continuità. L’unica cosa che sembra avere un valore, nelle nostre istituzioni, è la spendibilità della performance musicale pubblica (saggi strumentali e concerti). Rimanendo ciechi di fronte al fatto che troppo spesso rimane evidente la loro qualità autoreferenziale: in tali casi ascoltano la musica gli stessi musicisti o, al meglio, i loro parenti ed amici e qualche appassionato.
A fronte delle masse di pubblico della musica pop.
 
Insomma – nonostante i miei sforzi personali di aprirvi al confronto tra di voi e tra di voi e … l’ intero mondo che si esprime tramite la musica – isole eravamo e isole restiamo. Ci sarà o no una scatenante causa (anche diversa o concomitante a quella, da me con difficoltà, indicata) da ben considerare, ponderare e provare una volta per tutte a risolvere al meglio … ?!
 
Io ci ho provato, e proprio con questa faccenda (suppletiva per i vostri docenti, miei disattenti colleghi) della vostra fidata “collaborazione”, impiantata ai fini di quanto più aperte possibili  integrazioni formative pluridisciplinari. E direi che proprio lo scorso anno di risultati più che lusinghieri se ne sono visti. Ma – proprio per l’osticità (e l’ostilità) del terreno con cui devo continuamente confrontarmi –  non è detto che la cosa riesca sempre nel modo più soddisfacente, purtroppo … Dovete perciò andare orgogliosi del complessivo risultato che, anche in quanto abbastanza bene affiatato gruppo-classe, siete riusciti a produrre.
 
Cari auguri di Natale e di sereno nuovo anno, ricco di prospettive per il vostro futuro.
Per il resto: sapete dove trovarmi.   🙂
 
Il vostro affezionato
(ma oramai -ex) prof
 
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