Viale San Martino. Il nome della più importante strada cittadina di Messina

di Mario Musumeci

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PREMESSA

Credo di avere pubblicato il mio principale articolo-saggio intramezzato di memoria storica, familiare e personale su I Principi Francesco e Gaspare San Martino Pardo

Francesco e Gaspare San Martino Ramondetto principi del Pardo e il Risorgimento italiano

nella segreta speranza di incontrare persone con accomunabili interessi storico-documentari sull’argomento. E del resto devo proprio a più incontri casuali ma rivelatisi di straordinaria importanza, sviluppati in un modo o nell’altro proprio grazie al web, l’inizio circa sette anni fa di quest’avventura conoscitiva; fondata poi sul mio personale e ininterrotto impegno – compatibilmente con la mia ben altra attività lavorativa – per una più oggettiva ricostruzione storica e fattuale, al fine di dare risposte più convincenti alle domande che questi incontri mi ponevano. Per questa produttività e per le conseguenti consapevolezze acquisite mi sono deciso di interrompere una volta per tutte il riserbo su fatti legati all’intimità più profonda che mi lega alla mia famiglia di provenienza.

Questo secondo saggio l’ho scritto, seppure inizialmente di getto davanti all’accumularsi di contatti ed informative, con lo stesso spirito documentario in progress. Stavolta per trattare un argomento solo in apparenza più frivolo: la questione relativa alle origini del nome di una centrale strada messinese. Al contrario questo impegno dovrebbe, nelle mie intenzioni, fare risaltare l’importanza che ha la toponomastica storica ai fini della memoria di ciò che lega un popolo al suo proprio territorio e alla sua specifica identità sociale, culturale e politica in un dato momento storico-epocale. Una memoria da sorvegliare costantemente e da preservare come un irrinunciabile bene collettivo.

Il consistente progredire delle mie conoscenze sulla questione anche in tal caso mi costringe periodicamente a sovrapporre sull’ordine delle acquisizioni informative un più armonioso ordine logico, di sintesi e di contenuto, anche al fine di evitare contraddizioni tra testi scritti in momenti diversi e dunque con punti vista anteriormente più limitati.

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INTRODUZIONE

Ormai da tempo ho avuto più di “qualche sentore” circa la questione dell’intitolazione della principale strada di Messina; città che peraltro mi onora di una sorta di “cittadinanza affettiva” acquisita, in quanto mio luogo professionale da ben oltre una trentina d’anni e in cui ho potuto dare probabilmente, in un modo o nell’altro, il meglio di me stesso. E ne ho parlato con qualche conoscente  – condomino nella residenza estiva che possiedo sullo stretto a Torre Faro – e pure con qualche collega di lavoro messinese – tutte persone non certo di specifica qualificazione storica. Ma senza alcunché di produttivo; anzi mi è sembrata proprio strana, in questo come in altri casi, la perdita della memoria storica e dello stesso personale interesse su cose che pure appartengono alla quotidianità, che riscontro in tanti amici messinesi. Anche quando culturalmente dotati. Addirittura in un passato più remoto, distante ed estraneo per me a queste attuali problematiche, ricordo che mi è successo proprio di pormi il problema se il nome della strada  si scrivesse San Martino o Sammartino. Ma per motivazioni inconsce che al momento non saprei esattamente dare: avrò letto qualcosa da qualche parte? Di certo so che questa denominazione non la collegavo, né avevo alcuna motivazione di collegarla allora, al nome di questi miei avi. Sicuramente non comprendevo  come una città così importante per storia e tradizioni – certo in qualche modo interrotte dal tragico evento del terremoto del 1908 e delle sue disastrose conseguenze sulla stessa memoria storica dei sopravvissuti e dei loro aventi causa – potesse dedicare la sua strada più centrale, più elegante e più commercialmente attiva ad un santo estraneo alla sua storia e neppure suo patrono. E neppure mi risolveva la questione la più recente conoscenza della presenza in prossimità alla strada, in epoca vicina al terremoto, di una caserma intitolata al santo,  considerato in Italia patrono dell’arma di fanteria dell’esercito.

Il riferimento alla caserma semmai mi sembrò una spiegazione territorialmente plausibile: all’epoca di un terremoto così terribile l’importanza di dare un nome poteva forse essere riferibile ad una immediata riconoscibilità dei luoghi. E comunque adesso mi sembra più conseguente, sul piano di quel momento storico, di quella riferita ad una delle battaglie più decisive della nostra guerra di indipendenza. In tal senso non sarebbe stato più appropriata la denominazione di Viale o Corso dell’Indipendenza, per una strada così centrale e vissuta: un nome del resto più coerente con la nostra tradizionale toponomastica? Che senso poteva avere una denominazione implicante solo lo specifico fatto risorgimentale, così particolare se riferita alla via principale della città?

Ma dovrei aggiungere tante altre cose, che aiuterebbero in questa ricerca. Ci provo, a rischio di apparire pesante e prolisso (l’alternativa sarebbe una più comoda evasività; storiograficamente, a modesto parer mio, non accettabile).

Stemma con aquila bicefala e stemmi gerosolimitani  artigliati.jpg

Stemma tradizionale (stilizzazione ottocentesca) con l’aquila bicefala artigliante gli stendardi gerosolimitani secondo l’originario privilegio accordato dall’imperatore Federico II al suo consanguineo Raimondo Sancto Martino per meriti di guerra

(in: Cenno genealogico della Famiglia San Martino Ramondetto di Sicilia, Estratto dal Calendario d’oro, Anno IV, Stabilimento Tipografico Italiano, Roma 1892)

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I SAN MARTINO PARDO A CATANIA (CENNI)

Nella città di Catania, mio amato luogo d’origine e di residenza, esistono ad importante testimonianza della lunga storia della famiglia San Martino Pardo molteplici luoghi di interesse artistico-documentario e probabilmente ve ne sono degli altri da scoprire:

  • il Palazzo Pardo, antica dimora sei-settecentesca e ottocentesca della famiglia e oggi monumento storico, seppure abitato, alquanto degradato rispetto l’importanza e la posizione cittadine: è affacciato prospetticamente sulla piazza Duomo assieme a Palazzo dei Chierici e alla Cattedrale e al Palazzo di Città, accanto alla famosa Fontana dell’Amenano (fiume sotterraneo della città) e frontalmente, seppur di sbieco, posto dinnanzi alla famosa statua dell’Elefante, simbolo della città. Cfr. in: http://urbanfilecatania.blogspot.it/2012/10/langolo-di-piazza-duomo-palazzo.html;
  • la retrostante piazzetta Pardo, sede assieme a piazza Alonzo di Benedetto e alla Galleria scavata sotto le mura di Carlo V, della nota e popolarissima “piscarìa”;
  • la via Pardo allo stesso palazzo adiacente che collega la via Garibaldi all’ultimo dei cosiddetti Archi della Marina, già costeggianti la città antica posta davanti al mare;
  • la via San Martino che collega in stretta prossimità via Garibaldi e la parallela via Vittorio Emanuele, le due grandi arterie che partendo da piazza Duomo conducono verso i quartieri storici ad ovest della città (Fortino, via del Plebiscito, etc.);
  • la rigogliosa Villa Cerami, posta a chiusura della ben nota via Crociferi e attuale sede della prestigiosa facoltà di giurisprudenza, che prende il nome dagli ultimi proprietari principi di Cerami risulta dono di nozze portata in dote da Maddalena Ramondetta di Sammartino allo sposo Domenico Rosso di Cerami (le due famiglie erano in quel periodo alleate) e infatti vi sovrasta lo stemma dei principi di San Martino in un’altra stilizzazione settecentesca (Fonte: Roberto Costanzo, Araldica secolare a Catania, pp. 82-83 e 80, disponibile in:  Araldica secolare a Catania) Cerami San Martino.png;
  • sussistono pure un busto nel viale degli uomini celebri catanesi nella villa Bellini e una scuola media statale Sammartino Pardo, dedicati entrambi al matematico, fratello secondogenito del settimo principe Raimondo, padre di Francesco, l’eroe risorgimentale, nonno di Gaspare, nono ed ultimo rappresentante della dinastia.

Ora occorre una certa disponibilità all’attenzione, perché qui entriamo nell’ordine dei “complessi ragionamenti interdisciplinari” che dovrebbero sul piano ermeneutico interessare – quando deontologicamente coinvolti – lo storiografo  e lo storico ricercatore.

  • La via San Martino è anche connessa con un’adiacente Chiesa di San Martino, posta in via V. Emanuele e tutt’ora sede di una antichissima  Arciconfraternita dei Bianchi, riferita alla nobiltà cittadina. E forse potrebbe risultare utile, per un approfondimento della relativa questione, una tesi storica pubblicata sul web:

http://www.tesionline.it/consult/indice.jsp?pag=1&idt=24773).

Nella ricca documentazione storica disponibile presso la suddetta arciconfraternita abbondano come governatori della stessa i rappresentanti della famiglia San Martino

IMG_20171111_123201.jpg

e vi è riconoscibile pure il ritratto di uno dei suoi rappresentanti:

Ritratto Antonio San Martino Governatore dei Bianchi.jpg

E allora le questioni che mi sembra possano offrire migliori risposte a queste duplici connessioni di nobili (San Martino Pardo) e di santi. A proposito di San Martino, il santo descritto come un militare, uomo abbiente e forse potente (nella simbolica iconografia antica, ritratto a cavallo) e che, nell’immaginario collettivo e simbolico dell’occidente cristiano, regala il suo mantello al povero, dunque simbolo di misericordiosa pietas; ma anche, per altre tradizioni, santo protettore dai terremoti: quali sono nell’occidente, dal medioevo (almeno) in avanti, le tradizioni che in ambito nobiliare possono giustificare, motivare e sostenere tali, eventuali, reciproci riconoscimenti di autorità, di censo e sacrale assieme? Come si sono mantenute fino al settecento e all’ottocento, particolarmente in Sicilia? Esistono nessi con la storia delle famiglie nobili in questione?

Ma, soprattutto, perché su tali questioni di sicuro interesse storico tanto cittadino (catanese) quanto regionale (siciliano) e, in certe prospettive storiche, pure nazionale (italiano) ed europeo (paesi latino mediterranei), si registrano tante difficoltà talora insormontabili davanti al ricercatore di informazioni. Pure se investito addirittura  della documentazione e della connessa autorevolezza storiografica dell’appartenenza familiare? Perché tanti (troppi) rappresentanti del pubblico interesse preposti ad istituzioni pubbliche e private d’interesse pubblico non si offrono alla collaborazione in tal senso: solo una questione di malcostume e mancanza di professionalità?

Fortunatamente c’è pure dell’altro.

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I SAN MARTINO PARDO DE SPUCCHES A MESSINA (CENNI)

La questione messinese è legata anche ad un altro Francesco San Martino Pardo (l’omonimia in questione ha provocato dei problemi, con cui mi sono dovuto confrontare e che ho dovuto risolvere; ad esempio a partire da un paio di refusi nel fondamentale testo del Vittorio Spreti). Si tratta di un cugino del mio bisnonno Gaspare: figlio di Antonino, che era il secondogenito dei due figli del principe Raimondo, il settecentesco capostipite comune. L’importanza storica, soprattutto in ambito messinese dello stesso è fondamentale. Ma il problema riconoscitivo è che il suo nome è utilizzato nelle forme più diverse: Francesco San Martino Pardo (più raramente e che ovviamente lo confonde con lo zio, l’eroe risorgimentale, bisnonno materno di mio padre), Francesco San Martino De Spucches,  Francesco De Spucches. Ma anche con le due ulteriori forme varianti di San Martino: Sammartino e Sanmartino! Insomma si tratta niente poco di meno che di uno storico di fondamentale importanza nella storia della Sicilia dal medioevo all’ottocento. Eppure ignoto a buona parte degli stessi messinesi delle generazioni post-terremoto 1908; che appunto distrusse gran parte della memoria storica di quell’importante città.

Da una recente ristampa, la promozione sul web della sua opera in dieci volumi: “opera rarissima e monumentale (solo 250 copie stampate) sullo studio dei feudi e della famiglie nobiliari della Sicilia di Francesco San Martino De Spucches. Per comporre questa opera, considerata la più completa per la storia della nobiltà siciliana dalle origini fino al 1923, San Martino de Spucches ha consultato pagina per pagina i cedolari dell’Archivio di Stato di Palermo, le fonti della Regia Cancelleria, i Registri del Protonotari del Regno, la Regia Conservatoria di Registro, la Camera Regimale, i volumi del Cedolario, i Capibrevi di Giovan Luca Barberi, l’elenco dei feudatari segnato con gli anni 1296 e 1408 e riportato dal Muscia, la Sicilia Nobile del Marchese di Villabianca, il volume sulle Famiglie Nobili di Mango Marchese di Casalgerardo. In questo primo volume originalmente stampato nel 1924 a Palermo dalla Scuola Tipografica “Boccone del povero” ci sono due pagine in parte troncate dall’editore per la scarsa qualità di stampa.”

La questione familiare del Francesco San Martino storico è questione di recente scoperta. Del tutto ignota a mio padre come agli altri attori della stessa – assieme alla faccenda del bisnonno Gaspare, capitano dell’armata meridionale dei garibaldini (qui dovrei parlare delle vicende relative all’archivio storico di Torino, ma mi sembrano per adesso sufficientemente descritte e documentate nel succitato mio altro articolo). Ecco i passi in parte casuali di questa scoperta: scopro sul web agli inizi del 2012 un sito pubblicitario relativo ad un complesso immobiliare di villette residenziali “Le ville del Principe”, nei pressi di Giardini – Taormina (Trappitello) gestite da un signore dal nome e dalla qualifica storicamente altisonante: principe dott. Gabriele Alliata. Il quale nel descrivere i luoghi – e qui sta il punto – fa tanto precisi quanto affettuosi riferimenti alla nonna, l’antica proprietaria, qualificandola Principessa Vittoria San Martino Pardo.

Ora, mio padre mi aveva solo accennato di lontani parenti risiedenti nel palermitano – e credo, con l’odierna mia consapevolezza, si riferisse all’antico ramo dei San Martino Montalbo: in effetti una parentela lontana secondo gli schemi familiari odierni, ma un po’ meno se intesa in senso araldico-nobiliare, nella visione dei regimi politici monarchico-aristocratici antecedenti al nostro e peraltro datati per genealogie almeno fino al medioevo! Però qui siamo a Messina, da tre decenni e oltre mia città di professionale acquisizione: di chi può mai trattarsi? Mi domandavo quasi al modo emotivo in cui succede nei (non certo frequenti e spesso fin troppo romanzati) processi di agnizione, che talora possono sconvolgere la vita di una persona. Da allora fu tutta un’attività di ricerca, in diverse tappe che non conviene qui citare almeno al momento e di cui qui sto enunciando solo le risposte definitive, chiare e oggettivamente verificabili – seppure non descritte unitariamente in un’unica fonte (per cui la necessità di una voce enciclopedica sintetica di supporto, almeno in Wikipedia, sui San Martino Pardo).

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I SAN MARTINO PARDO IN ALLIATA A PALERMO E A MESSINA

Insomma è cosa nota da poco la lontana parentela con gli Alliata, seppure da chiunque adesso verificabile – grazie a questo impegno di collazione delle fonti svolta del sottoscritto; che ho potuto addirittura verificare di persona con l’ultimo discendente e capo della famiglia di allora, l’ultranovantenne principe dott. Francesco Alliata. E nella sua ultima residenza: la villa Valguarnera a Bagheria (1), descritta tra l’altro anche dalla nipote dello stesso, la scrittrice Dacia Maraini nel romanzo Bagheria. Il suddetto, persona indubbiamente affabile e cortese, da me contattato tramite una lunga e documentata lettera dove raccontavo il risultato delle mie ricerche condotte su tali comuni questioni familiari, mi aveva subito appresso e, devo dire, perfino insistentemente cercato per via telefonica, manifestandomi il piacere e la curiosità di conoscermi. Per cui non appena possibile, accogliendo con entusiasmo tale invito, ci recammo, io e mia moglie Sara, a Bagheria dove lui stesso (sua figlia e sua nipote, ci disse, erano in viaggio fuori dal Paese) ci tenne un intero pomeriggio a discutere piacevolmente di sua madre Vittoria e della sua famiglia, di sé stesso in quanto storico inventore della cinematografia subacquea e a suo tempo attivo imprenditore cinematografico nonché di tante sue varie vicissitudini per lo più connesse a quella sua attuale residenza a Bagheria. Tutto ciò con un’affettuosità più che amicale, se non proprio parentale: tante fotografie di ricordo scattavamo insieme durante questo nostro colloquio … Tra l’altro facendomi scorrere tra le mani il manoscritto, da lui stesso compilato ai fini della successiva stampa da giovanissimo, di uno dei volumi dell’imponente Storia dei feudi e dei titoli nobiliari in Sicilia del suo nonno materno Francesco San Martino Pardo De Spucches (poco sopra ho accennato della recentissima ristampa; ma l’opera risulta comunque disponibile a Messina presso l’Archivio di Stato, nonché parzialmente sul web). E proprio alle voci riguardanti suoi e miei comuni riferimenti parentali; per lui stesso, come del resto per mio padre buonanima, del tutto ignoti: in definitiva lui risultava pro-pronipote per via materna di Antonino San Martino duca di Santo Stefano di Briga e, in quanto tale, pro-pro-cugino di mio padre, a sua volta pro-pronipote sempre per via materna di Francesco San Martino Ramondetto principe del Pardo, fratello maggiore del duca. La questione ai miei occhi risaltava anche perché per oltre un paio di decenni don Francesco Alliata aveva abitato in affitto con la seconda moglie, dopo la perdita dell’importante palazzo di famiglia palermitano a piazza Bologni, in un appartamento di Palazzo Biscari a Catania, ospite dei proprietari, suoi amici: i Moncada. Proprio ad un tiro di schioppo dalla nostra casa di residenza (oggi mia e ieri, in parte, dei miei genitori), sita centralmente al piano cd. nobile del palazzo Ferro, tra le centrali piazza Trento e via Umberto!

Insomma da tutto questo ricavavo i seguenti preziosissimi dati storico-familiari:

Francesco San Martino lo storico.png

  1. a conferma dell’importanza notevole del nonno del principe nostro ospitante e della sua imponente opera storica (che successivamente avrei avidamente molto consultato al proposito); lo storico Francesco San Martino De Spucches duca di Santo Stefano di Briga, che era anche un nobile San Martino Pardo (figlio di secondogenito) ma divenuto erede, tramite il padre Antonino, di un’importante casata nel messinese, il ducato De Spucches di Santo Stefano: da qui la preferenza attribuita al cognome araldicamente prevalente anche nei diffusissimi riferimenti bibliografici alla sua fondamentale opera storica;
  2. che la principessa Vittoria San Martino in Alliata, madre di Francesco Alliata, aveva ottenuto nel 1933 con un’apposita autorizzazione regia un titolo ad personam di Principessa San Martino Pardo (ad personam, proprio perchè ella era proveniente dal ramo cadetto di Antonino San Martino De Spucches: -> Francesco San Martino De Spucches -> Vittoria in Alliata). E questo ai tempi del regime monarchico-fascista. Si trattava di una donna fuori dal comune almeno per i suoi tempi: laureata in giurisprudenza, finemente acculturata ed educata all’operosità dal padre, si era imposta alla precoce morte del marito e nell’attesa della maturità del primogenito come il capo della famiglia Alliata, esponendosi nella vita cittadina palermitana come un personaggio stimato e di primo piano: il maestoso palazzo Alliata era allora un salotto culturale dove si potevano ascoltare, in un aperto clima familiare, le performances musicali di artisti di livello internazionale, presenti in città (Nota 2) e dove la stessa principessa aveva inserito, tra gli altri, lo stemma dei San Martino Ramondetto Pardo in una grande vetrata posta all’ingresso dei grandi saloni di rappresentanza, orgogliosa delle sue origini (dopo il nome di Francesco al secondogenito anche quello di Raimondo attribuito al suo amato terzogenito, prematuramente scomparso, sono scelte riferibili alla casata San Martino):

Stemma.png

Insomma per quanto riguarda la stessa principessa San Martino ciò che mi impressionò molto è che dal racconto del figlio traspariva come proprio al momento della sua effettiva messa in disparte, da energica capofamiglia qual’era stata (provvisoriamente in quanto precoce vedova del principe Gabriele e dunque in attesa del raggiungimento della maggiore età del primogenito), la famiglia Alliata di Villafranca conobbe un rapido ed irreversibile processo di decadenza: divenuto principe il primogenito maggiorenne e poi precocemente morto senza figli, i beni passarono alla moglie di lui che morendo a sua volta, in spregio alla sua stessa famiglia di acquisizione, lasciò tutto il patrimonio familiare alla Chiesa (Nota 3); contraddicendo sia la volontà espressale dal marito sia le regole di conservazione economica della discendenza nobiliare – sebbene regole di tradizione e oramai superate dal repubblicano nuovo diritto di famiglia. (Nota 4)

Nel frattempo donna Vittoria si era risposata con un borghese, continuando ad occuparsi fino alla sua morte dell’amministrazione dei propri beni personali nel messinese …

Vittoria era detta la “principessona” – come mi raccontava il figlio – anche per delle altre virtù descrittemi (Nota 2): la stessa, come il padre di lei, era innanzitutto una San Martino De Spucches, degli omonimi duchi di Santo Stefano di Briga, con importanti feudi nella Sicilia orientale. Si cerchi il nome San Martino De Spucches o (De Spuches) collegandolo con luoghi della città di Messina. Ad esempio in un documento amministrativo – che purtroppo al momento non trovo più disponibile (ne ho perduto i riferimenti sul web) – lei stessa è descritta anche come una benefattrice dagli abitanti di Santo Stefano di Briga; oggi frazione collinare di Messina ma comune autonomo fino agli inizi del novecento e dove la San Martino amministrava oculatamente ampi territori di sua personale proprietà come duchessa De Spucches di Santo Stefano. Gli abitanti del luogo, nell’attendere una sua visita, preparavano l’evento quasi al modo di una festa patronale. E il prof. Placido Andriolo, lo storico più  accreditato di quei territori che l’aveva personalmente conosciuta, da me contattato su suggerimento di miei studenti provenienti proprio da Santo Stefano, mi diede piena conferma di tali fatti e di tale energica eppur generosa caratterialità, raccontandomi vari aneddoti sul personaggio. Insomma, senza certamente voler mancare di rispetto alla centralità degli Alliata nella storia siciliana, emergeva ai miei occhi la conferma del “buon sangue che non mente” proprio a lei riferibile, così come ai di lei padre Francesco, nonno Antonino, e bisnonno Raimondo; e, con riferimento ai miei avi, ai suoi zio Gaspare e prozio Francesco (rispettivamente miei bisnonno e trisnonno per parte di mia nonna paterna).

Va aggiunto che l’alleanza familiare tra gli Alliata e i San Martino De Spuches aveva già un precedente: i duchi di Santo Stefano Antonino San Martino e Vittoria De Spuches avevano avuto una prole numerosa, quattro maschi e tre femmine e di queste una, Vittoria (dunque omonima sia della madre, sia della nipote figlia dell’altro fratello Francesco) era andata maritata a Domenico Alliata di Saponara, marchese del Ferraro e principe di Saponara. Di quest’altra principessa Vittoria Alliata San Martino De Spuches (zia della più nota principessa Alliata di Villafranca), morta assieme alle due figlie e ad una congiunta del marito nel disastroso terremoto di Messina del 1908, troviamo una compiuta testimonianza dell’epoca in un santino funebre di preghiere e di indulgenze.

Santino Funebre Vittoria San Martino-a.jpg

Santino Funebre Vittoria San Martino -b.jpg

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CONCLUSIONI (PROVVISORIE)

Dunque ho mostrato alcuni buoni risultati della ricerca spiegata in epigrafe e in premessa, ma pur sempre di una ricerca da completare si tratta e non dei risultati definitivi di una ricerca compiuta. Pure qualsivoglia altra attribuzione toponomastica a questo punto sembrerebbe dubbia ed altrettanto – o forse: ancor più – onerosa da dimostrare. E comunque  la questione definitiva – per come mi starei convincendo – è se il nome della più importante via messinese sia riferibile ad uno dei due Francesco San Martino Pardo (Francesco Sammartino) o ad un altro parente a loro omonimo:

  1. il militare e patriota Francesco San Martino (Sammartino) Ramondetto e De Spuches (ex madre Paola De Spuches), ottavo Principe del Pardo che è celebrato a Catania come eroe risorgimentale;
  2. lo storico, che ha dato lustro non solo a Messina città di appartenenza ma alla Sicilia tutta, Francesco San Martino (Sammartino) Ramondetto e De Spuches (ex madre duchessa Vittoria De Spuches), duca di Santo Stefano e dei Nobili del Pardo – figlio di Antonino fratello secondogenito del precedente, ma ancora confuso a causa dello stesso cognome nobiliare materno con il precedente omonimo  Francesco;
  3. uno dei loro due avi vissuti nel settecento, gli unici titolati di nome Francesco San Martino (Sammartino) Ramondetto, rispettivamente Principe del Pardo sesto (nonno dell’eroe risorgimentale) e quarto (nonno del precedente e proveniente dal ramo palermitano dei duchi di San Martino, andato a nozze con la principessa Angelica, già investita nel 1708 del titolo di Principe di San Martino Pardo secondo diritto siciliano – che difatti trasmetteva il titolo per via femminile in assenza di eredi maschi secondo l’illuminata politica federiciana). Ciò solamente nel caso ci si debba rifare ad una toponomastica anteriore ai due omonimi prima citati;
  4. uno o più dei precedenti che assieme in vario modo hanno illustrato la storia politica della Sicilia, tanto nelle ascendenze “spagnole” e nella successiva autonomia quanto nella rivendicazione di appartenenza patriottica alla costituenda unità nazionale e tanto “messinesi” che “catanesi” che “palermitani”: all’epoca l’appartenenza nobiliare era riferita alla dotazione feudale, dunque non circoscritta ad una specifica città. Certo una soluzione più generica questa, inquadrabile tutt’al più come un riadattamento attualizzante (sorta di aggiornamento…) nel passaggio da un’epoca all’altra. E sempre tenendo conto dell’originaria scritta testimoniata da tanti cittadini messinesi in targhette viarie e di numero civico di palazzi della strada, riferita ad un Francesco San Martino Pardo, anzi più precisamente ad un Francesco Sammartino. Qualificazione ancor più inequivoca nel riferimento a questi personaggi. Che si alterneranno ininterrottamente ai vari Raimondo, a partire dal primo settecento e dunque dal matrimonio di Angelica la detta unica donna della stirpe. Questa appresso sposò un Francesco pro-cugino proveniente dal ramo dei duchi di Palermo; egli divenne principe di San Martino Pardo. La loro progenie: un Raimondo Domenico, che ebbe erede un Francesco capitano di giustizia e senatore, che ebbe erede ancora un Raimondo personaggio di primissimo piano nella Catania del primo ottocento, che ebbe erede il Francesco eroe risorgimentale che conosciamo. Ma va detto che di costoro non c’è traccia nei dizionari post-terremoto degli uomini illustri messinesi. Ma perchè poi dovrebbe esserci, o trattandosi di personaggi viventi e principalmente affermatisi a Catania o avendone il terremoto stesso distrutto a Messina la memoria locale?
  5. Infine è ipotizzabile in maniera ancor più verosimile un riadattamento di epoca in epoca sia al personaggio al momento più noto e reputato più degno della famiglia, sia ad altri eventi isolani o nazionali in quanto comunque relazionati direttamente alla città di Messina. Insomma ricercare l’esatta provenienza della qualificazione toponomastica potrebbe essere legata di volta in volta a scelte politiche e politico-culturali reputate più idonee al momento. Riferibili perfino al nome di un santo protettore non solo dei poveri ma anche dei terremoti e anche della fanteria (prossimità di una Caserma San Martino) assieme all’ampiamente descritta denominazione familiare o ancora più recentemente attribuita “storicamente” alla battaglia risorgimentale. Nei primi due casi combinati tra loro  potemmo leggervi – ma solo attraverso apposite adeguate ricerche – una duplice rappresentazione unitaria di potere terreno e potere simbolico-sacrale. E una domanda da porsi al proposito, potrebbe anche essere allora: quale legame tra i Sancto Martino, guasconi-catalani, progenitori della stirpe siciliana dei San Martino e il culto del santo in questione?  Proprio sulla figura di San Martino “protettore dai terremoti” ho trovato, tutta però da chiarire ai qui prevalenti fini di ricostruzione storica, un’interessante lettura antropologica; i cui connotati simbolici potrebbero convergere nella direzione appena descritta. Allego il PDF, liberamente circolante sul web e – ripeto – comunque tutto da verificare quanto a scientificità e pertinenza:

San Martino e il Dragone

Mi avvio ad una chiusura, per quanto provvisoria. Consultando presso l’archivio di stato messinese tutti i progetti di piano regolatore, o affini, dall’unità d’Italia in avanti:

  1. nel primo si fa riferimento ad uno stradone ideale che doveva già da allora essere il primario asse viario di ampliamento a sud della preesistente via ex-Ferdinando II/Garibaldi e risulta chiaro che al momento via Tommaso Cannizzaro è solo il torrente Portalegna, oggi sotterraneo;
  2. nel successivo compare il nome dello stradone San Martino, indicato da quel momento in poi sempre sia con la S. che con il San;
  3. la piazza Cairoli all’origine aveva nome attribuito oppure di stretto riferimento ad una piazza San Martino;
  4. nella città vecchia esisteva un rione San Martino, vicino alla stazione ferroviaria (quella precedente al terremoto, se la collocazione è cambiata);
  5. esisteva pure nella stessa zona, come già osservato,  una caserma San Martino, santo protettore dell’arma della fanteria.

E così ho trovato un’altra risposta, più confacente forse alla natura … volubile del territorio e della popolazione della città dello stretto. E sempre riferendomi di necessità e con una pur critica fiducia all’indelebilità dei ricordi di più personaggi messinesi circa la targhetta antica del nome del viale, riferita al nome esemplificato Sammartino, sia addirittura ad un Francesco Sammartino (l’esemplificazione è forse connessa alle esigenze della comunicazione a distanza, ad esempio all’alfabeto Morse?). In una toponomastica cittadina presso l’archivio di stato (ma conto di leggerne quante più possibili) l’autrice confessava proprio questa … volubilità! Affermando a chiare lettere che “la stessa via troppo spesso nella storia di Messina ha trovato una diversa denominazione senza motivazioni sempre spiegabili e chiaramente documentabili”. Quindi la memoria storico-politica riferibile alla toponomastica si confonde dal basso (il popolo) verso l’alto (i rappresentanti del potere) e viceversa. Il nome di San Martino potrebbe avere avuto diverse connotazioni, tra cui magari furono incluse, in un passato oramai trascorso e forse non più ricostruibile, quella del nostro Francesco o – addirittura in seguito – dello storico suo nipote figlio del fratello, se reputata al momento importante in relazione al momento storico-politico che la città stava e sta attraversando. Nel riferimento alla battaglia risorgimentale  si può allora riconoscere una scelta politica più attualizzante e consona ai tempi di una sensibilità democratico-repubblicana? D’altronde si può scindere la cronaca dalla politica e riferirla ex se alla Storia? Questo, diventa il più generale e rifondativo dilemma dell’odierna storiografia, reso drammatico da quei filosofi che discettano al proposito addirittura di una “morte della storia”!

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TOPONIMI E LUOGHI OMONIMI D’INTERESSE STORICO-DOCUMENTARIO

Ho già citato, a Catania, Palazzo (San Martino) Pardo, l’annessa ad esso via (San Martino) Pardo e la via San Martino; immediatamente prossima alla via Pardo e parallela alla stessa e che costeggia la Chiesa di San Martino, da secoli sede della nobile Confraternita San Martino ai Bianchi. E questa strettissima connessione di luoghi non dovrebbe apparire un caso per una esatta ricostruzione dei nessi tra luoghi del potere nobiliare e luoghi della connessa rappresentazione sacrale, nell’immaginario collettivo (più o meno imposto o adattato) dei sudditi. Troviamo poi riferita a Taormina l’esistenza di un castello feudale dei San Martino (in quanto eredi De Spucches), prossimo alla stazione ferroviaria di Giardini-Naxos, a cui si ispirò la stessa architettura del più attuale moderno edificio. (5) I toponimi San Martino e Sammartino anche in Sicilia (territorio di elezione per la nostra ricerca) si sprecano, appunto per la qualità della denominazione, tutta da disambiguare di volta in volta: il Santo, la battaglia risorgimentale, il nome della famiglia in questione, i rami della famiglia in questione, le relazioni tra la possibile duplice funzione politica e sacrale … Circa la denominazione De Spucches, in quanto riferita in esclusiva allo storico Francesco San Martino De Spucches (e presumibilmente anche ai suoi familiari, il padre Antonino e la figlia Vittoria) – ed erroneamente se da sola, data l’estinzione della famiglia De Spucches, proprio in corrispondenza al subentro della famiglia San Martino – la ricerca può farsi più semplice ma forse non altrettanto fruttuosa. Seguono un terremoto epocale, quello messinese (a cui Francesco sopravvive) e – appresso – un “terremoto” politico-culturale, tra seconda guerra mondiale e avvento della Repubblica. Dunque staremmo cercando anche tra le sopraggiunte macerie della memoria storica?

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POSTILLA

Siamo ancora erroneamente abituati a trattare le questioni di antica nobiltà come faccende da gossip oppure da spicciola socio-cultura, cui aderire o meno ideologicamente o addirittura per convenienze od opportunismi del momento; dimenticando che la nobiltà costituiva – in un modo o nell’altro – la classe dirigente in Sicilia in quasi  sette secoli di storia. A fronte di uno scarso secolo di democrazia repubblicana, di cui attendiamo tutti – oramai inevitabilmente lontani da quel sistema giuridico – ancora migliori frutti. Ebbene in una enciclopedia di Sicilia ho trovato una voce su Francesco San Martino Pardo De Spucches che, pur con dei notevoli errori di individuazione (la ricorrente confusione tra i due Francesco …), citava una saggia frase dello stesso. Costui, in pieno regime monarchico, affermava con lungimiranza:

(…) il popolo è sovrano e si sceglie quella forma di governo che più gli conviene.

Aggiungo io a distanza di quasi un secolo, ma molto ben motivato in tale opinione:

“… dimenticando poi, al momento del giudizio sulla stessa, che sua è stata la scelta”.

Prof. M° Mario Musumeci

discendente della famiglia San Martino Ramondetto Pardo

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NOTE

(1) Circa l’importanza della dimora estiva degli Alliata: rivista Dimore storiche 56_57

(2) Circa l’importanza del palazzo Alliata e della principessa Vittoria San Martino: Palazzo Alliata e la Principessona. Nello stesso articolo così si esprime Francesco Alliata nei confronti della madre Vittoria San Martino: «La nobiltà siciliana ha ereditato dai suoi antenati uno spagnolismo in cui l’apparenza, il fare bella figura, il parere molto più che l’essere avevano un’importanza suprema… Erano e si sentivano todos caballeros e in questa veste non si volevano occupare né della buona amministrazione né più semplicemente dell’amministrazione, dicevano di non voler maneggiare quel denaro che poi andavano reclamando quando si trattava di spenderlo. E preferivano vivere di vendita piuttosto che di rendita. Come la Spagna secoli prima aveva rinunciato a dare stabilità ai suoi successi militari cacciando gli ebrei e i musulmani, le uniche teste economiche e commerciali del Paese, così gran parte della nobiltà siciliana viveva in città lasciando le terre agli amministratori e preparando con le sue mani la rovina». «Naturalmente c’erano delle eccezioni come la nostra famiglia. Mia madre non volle mai uniformarsi a questo andazzo di sprechi e di lussi. Il motto della famiglia era “mavult principem esse quam videri”, bisogna essere principi piuttosto che sembrarlo. Mio nonno materno aveva addestrato la prima delle sue figlie a gestire il patrimonio costituito da immobili e terre, e quando morì mio padre fu lei come vedova del primogenito a prendere le redini degli affari, sollevando innumerevoli proteste da parte delle cognate e da parte dei cognati che la vedevano come l’ultima arrivata». «Fin da ragazzi ci venne chiarito che il privilegio non stava nel comportarsi in maniera stravagante e dispendiosa, ma nella possibilità che avevamo tutti noi di coltivare le belle arti, l’archeologia, la musica, la pittura. Il peccato maggiore era non far nulla, la terribile neghittosità di certi siciliani, e tutti eravamo sospinti verso quella che veniva chiamata un’operosità illuminata. Può sembrare paternalistico oggi, ma noi imparammo il dialetto siciliano perché nostra madre diceva: “Se non dialogate con i vostri contadini nella loro lingua essi vi considereranno estranei e non vi capiranno”. Mia madre lavorava anche di notte, dopo avere compiuto i doveri di padrona di casa, rinchiudendosi nel suo minuscolo studio, l’unica stanza ad avere il telefono che portava il numero 579. La chiamavano “la principessona” ma era un soprannome che stava ad indicare delle qualità morali. Era nobile in un senso che oggi si è perduto e non solo per il blasone, a cui certamente teneva, e che portava con sé oltre qualche privilegio anche molti ferrei obblighi. Come quello di essere generosa nei confronti degli altri, e spartana in famiglia».

Il grafico seguente schematizza, a partire dal più compiuto albero genealogico della famiglia San Martino Pardo (cfr. il mio: I principi Francesco e Gaspare San Martino Pardo) le relazioni di alleanza e parentela intercorrenti, dal settecento al novecento, tra le due famiglie dei San Martino De Spu(c)ches e dei San Martino Pardo. Pervenendo ai rami di successione, oramai tra loro del tutto estranei, discendenti da Vittoria figlia di Francesco San Martino De Spuches duca di Santo Stefano – quarto ed ultimo dei duchi San Martino De Spuches, il cui titolo alla sua morte in mancanza di discendenti maschi ritornò come dall’originaria disposizione di donazione maritale al casato dei De Spuches principi di Galati e duchi di Caccamo – e i Musumeci discendenti da Concetta San Martino figlia adottiva e naturale ed unica erede di Gaspare Ramondetto, nono ed ultimo, riconosciuto in araldica, principe del Pardo – dai quali il titolo non venne mai rivendicato sia per la prematura scomparsa di Concetta stessa, sia per gli eventi familiari e storici connessi alla sua storia personale, nonché al successivo avvicendarsi di un regime democratico-repubblicano:

 Estinzione della famiglia San Martino Pardo in Musumeci e in Alliata

  • Si evidenzia innanzitutto lo stretto rapporto dei San Martino con la famiglia De Spucches: sia Raimondo, sia il suo secondogenito Antonino erano sposati con una De Spuches, il che ha comportato importanti equivoci nella stessa qualificazione delle persone. Ad esempio data la ricorrenza del nome Francesco – per cui vanno ben distinti Francesco San Martino principe del Pardo, l’eroe risorgimentale, da Francesco San Martino De Spuches, lo storico della Sicilia: tale confusione fa il Vittorio Spreti, nel suo fondamentale testo (in: Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. IV, Milano, 1931, pp. 442 e 444), quando aggiunge al primo la qualifica “De Spucches” (in effetti la madre era Francesca Paola De Spucches – figlia unica di Antonino, duca di Santo Stefano di Briga, ma è Francesco stesso come primogenito ad essere investito del poi prevalente titolo di principe del Pardo; il titolo di duca di Santo Stefano con i relativi possedimenti feudali relativo ai De Spucches verrà invece donato dal padre di Vittoria Antonino De Spucches, divenuto nel frattempo per diritti successori anche principe di Galati, al marito della stessa Antonino San Martino fratello secondogenito di Francesco – cui era stato difatti già attribuito il nome del suocero, secondo la prassi dei matrimoni combinati tra famiglie nobili e dotate di censo); insomma  Antonino San Martino – in quanto già cadetto nel ramo della famiglia d’origine dei principi del Pardo – ebbe tramite questa donazione alla di lui moglie il titolo di duca di Santo Stefano di Briga e dunque la prevalenza di assunzione del cognome De Spucches; tale omonimia tra il suo fratello primogenito Francesco, militare patriota ed eroe risorgimentale,  e il suo figlio quartogenito Francesco, storico e giurista (zio l’uno e nipote l’altro ma entrambi con una madre De Spucches) ha generato successivi errori di attribuzione: perfino  in un’enciclopedia della Sicilia, in cui si confonde lo storico, duca San Martino De Spucches Pardo (recte: “della famiglia dei principi del Pardo”) oramai “naturalizzato” messinese, con lo zio, il risorgimentale principe del Pardo che trova i più notevoli riferimenti a Catania. Cui seguono e si assommano perfino nell’oggi conseguenti gravi errori di attribuzione dovuti anche a tale scambio di persona.
  • Fino alle attuali generazioni,  indicate solo al fine del reperimento delle fonti. Non sono considerati, ai nostri fini, gli altri fratelli di Francesco San Martino De Spucches – celibi e senza prole, nonché di altri parenti più o meno stretti di cui non si hanno notizie certe perché periti nel disastroso terremoto di Messina del 1908, come lo stesso duca Raimondo, fratello maggiore di Francesco San Martino De Spucches, più volte stimato primo cittadino dell’allora comune di Santo Stefano di Briga; nonché le altre due sorelle di Vittoria San Martino in Alliata e tutti i vari altri riferimenti aggiuntivi alla famiglia Alliata, in tal caso perché parzialmente estranei alla problematica e peraltro reperibili facilmente in araldica in quanto collateralmente collegabili come “nobili dei principi San Martino”.

(3) Da una testimonianza del 24 febbraio 1988,(Attilio Bolzoni, in Repubblica, Giallo per l’ eredità Alliata. I palazzi vanno all’Opus Dei, p. 18): “Un testamento contro quattro secoli di storia, le ultime volontà della vedova del XV principe di Villafranca che cancellano dall’ eredità tutti i discendenti di una famiglia. L’ Opus Dei e la Curia hanno messo le mani su uno dei più consistenti patrimoni dell’ aristocrazia siciliana, la monumentale Villa Valguarnera e lo splendido palazzo Villafranca. (…) Un testamento di due paginette che preannuncia una battaglia giudiziaria intorno all’ eredità dei due edifici monumento nazionale. Gli Alliata, proprietari da 400 anni di Villa Valguarnera e del palazzo Villafranca, hanno già presentato un esposto al Consiglio di Stato. (…) Le sue volontà: la consegna del palazzo Villafranca di piazza Bologni con tutti i suoi arredi al seminario arcivescovile di Palermo e la donazione della settecentesca Villa Valguarnera di Bagheria con il suo parco all’ Opus Dei.  E quel che è più grave, che sottrae alla vita culturale della città quelli che avrebbero potuto essere gli strumenti di una rinascita del centro storico e del barocco siciliano. (…) Una guerra che è appena iniziata. Spiega oggi il principe Francesco Alliata: Il capostipite, don Giuseppe di Villafranca, mio fratello maggiore, aveva lasciato nel testamento a favore della consorte, la raccomandazione viva di non alienare ad estranei il patrimonio di famiglia. (…) Il palazzo Villafranca fu costruito nel 1670 su precedenti fabbricati che appartenevano già agli Alliata, una famiglia che alla fine del XIII secolo arrivò da Pisa in Sicilia. Il palazzo fu riedificato dopo il terremoto del 1751 per le nozze tra Letterio Alliata e Felicia Colonna, figlia del Gran Conestabile del Regno di Napoli. Il progetto architettonico del Vaccarini è contenuto in sette volumi custoditi nell’ archivio di famiglia, dove sono conservati anche autografi di Carlo V, la documentazione di tre secoli di Poste siciliane, gli atti della Giunta Rivoluzionaria del 1820. Dai saloni di piazza Bologni sono passati 400 anni di Sicilia. Con Alessandro Dumas che raccontò l’ impresa dei Mille, con Giuseppe Garibaldi che a lungo dimorò nel palazzo Villafranca. E tanti sono stati gli illustri ospiti delle serate di beneficienza della principessa Vittoria Alliata di San Martino: cantanti lirici come Maria Caniglia e Beniamino Gigli, famosi concertisti, uomini di cultura di mezza Europa. [corsivo nostro] (…)

(4) All’Opus Dei la vedova di Giuseppe Alliata aveva lasciato la villa Valguarnera di Bagheria. Un’importante dimora storica che i familiari, Francesco Alliata e la figlia Vittoria in primis, tuttavia riuscirono fortunosamente a recuperare.

(5) Cfr., in parte riportato, da Giuseppe Mercurio, Giardini-Naxos. Le cartoline raccontano, Ed. Sfamemi, Messina, 2008; così citato in: C’era una volta a Taormina il Castello dei San Martino, nel blog: www.etnastyle.it/taormina-stazione-castello-sanmartino. Da cui: “Nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria di Taormina Giardini, proprio in riva al mare sorgeva un Palazzo che era stato fatto costruire in epoca feudale dai Marchesi de Spuches ed era poi passato di proprietà ai discendenti della nobile famiglia San Martino Ramondetto, Principi del Pardo, duchi di Montalbo  [N,d,R.: il titolo di duchi di Montalbo appartiene in realtà ad un altro ramo dell’originaria medioevale famiglia San Martino Pardo (Ramondetto), separatosi nel XVII secolo dal ramo principale stabilizzatosi a Catania, proprio al momento dell’investitura nel titolo di principi del Pardo, avvenuta nel 1684] e di Santo Stefano di Briga. Insieme al Castello di Capo Schisò l’edificio controllava la baia e le strade d’accesso a Taormina. Nel 1913 il Palazzo e la chiesetta attigua dedicata alla Madonna di Porto Salvo furono espropriati e demoliti. Il dipinto ad olio datato 1573 raffigurante la Madonna con la baia di Villagonia fu donato alla Chiesa Santa Maria Raccomandata di Giardini Naxos. La raccolta di reperti archeologici appartenuta alla famiglia San Martino andò ai Principi Alliata di Villafranca, che la custodirono nella loro Villa di Pietraperciata a Trappitello e poi nel Palazzo Villafranca a Palermo. Una statua appartenuta alla collezione, ritrovata nel ‘700 dai De Spuches durante gli scavi effettuati nel Teatro greco-romano di Taormina è stata acquistata dalla Regione Siciliana. La linea ferroviaria Messina-Catania fu inaugurata nel 1867. La stazione ferroviaria, costruita in posizione elevata rispetto alla spiaggia e al mare, prese il nome di Giardini Taormina pur ricadendo nel territorio di quest’ultimo comune. Nel 1899 transitavano giornalmente 12 treni passeggeri e venivano spediti principalmente agrumi, vino e materiali da costruzione. Lo sviluppo turistico ed economico della zona, che si andò incrementando fin dai primi anni del ‘900, rese necessario l’ampliamento della stazione e la conseguente demolizione nel 1913 del Palazzo dei San Martino: il numero dei binari fu aumentato, fu costruita una rimessa per le locomotive, un magazzino merci, un edificio per il personale viaggiante, uno per i viaggiatori, che era molto simile agli altri presenti lungo la linea Messina-Catania, largo 4 e lungo 28 metri con il tetto a due spioventi che sporgendo creavano una pensilina. Nel 1925 fu approvato dal Ministero delle Comunicazioni il progetto per la costruzione del nuovo Fabbricato Viaggiatori. Con lo sviluppo turistico la stazione divenne la porta d’ingresso attraverso cui viaggiatori provenienti da tutta l’Europa scoprivano le meraviglie di Taormina e dintorni. Il progetto è attribuito all’architetto Roberto Narducci, mentre il pittore palermitano Salvatore Gregoretti decorò i soffitti e le pareti e diede le indicazioni per i cancelli in ferro battuto e le vetrate, che furono realizzate dai locali maestri artigiani. Annesso al nuovo Fabbricato Viaggiatori, inaugurato nel maggio del 1928, fu creato un elegante buffet in cui la raffinata clientela mitteleuropea riceveva il benvenuto. Dopo una serie di contrasti campanilistici che avevano animato le due cittadine, lo scalo ferroviario fu definitivamente denominato Taormina Giardini. Le due alte torri che racchiudono il corpo centrale a due piani, le ali degradanti ad un piano, i merli, le finestre ad arco ribassato e a sesto acuto riprendono in qualche modo i tratti del Vecchio Castello dei San Martino. Il fascino delle architetture della stazione ferroviaria è entrato nell’immaginario cinematografico grazie ad alcune scene del Piccolo Diavolo (1988) di Roberto Benigni e del Padrino III (1990) di Francis Ford Coppola.” (testo di Maria La Spina)

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Il testo è disponibile secondo la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo  CC BY-SA che permette di distribuire, modificare, creare opere derivate dall’originale, anche a scopi commerciali, a condizione che venga riconosciuta la paternità dell’opera all’autore e che alla nuova opera vengano attribuite le stesse licenze dell’originale.

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Ultima modifica: 8/gennaio/2019

L’articolo/saggio è in costante correzione, aggiornamento e approfondimento; è dunque possibile che circolino sul web delle versioni in PDF già superate dalla presente.

Eccone, di questo e dell’altro saggio, una versione in PDF anch’essa aggiornata:

i san martino principi del pardo (versione 8 gennaio 2019)

 

 

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Una risposta a Viale San Martino. Il nome della più importante strada cittadina di Messina

  1. Mario Musumeci ha detto:

    Aggiornamenti informativi
    n. 1 del 23-10-2013

    In un sito-blog messinese – http://zancleweb.wordpress.com/2011/02/05/messina-comera-il-viale-san-martino/ – trovo addirittura una testimonianza che, se documentata, risolverebbe definitivamente la questione dell’attribuzione; a prescindere dalla gran quantità di informazioni storico-documentarie da me riportate, che la approfondirebbero e la rivaluterebbero.

    Soprattutto in tal caso l’aspetto storico-documentario servirebbe più propriamente a chiarire di chi si tratta dei San Martino.
    E va subito ricordato che è novecentesca l’opera encomiabile – ancora ai giorni nostri – dello storico Francesco.
    Dunque bisognerebbe risalire più indietro all’ottocento oppure al settecento: al Francesco risorgimentale oppure al nonno di lui Francesco (investitura nel 1783 quale sesto dei Principi del Pardo e sedicesimo nella compiuta genealogia da me compilata, a partire dallo fonti più accreditate …), padre di Raimondo (cfr. alberi genealogici da me riportati) …

    Ciò rispetto la datazione testimoniata nell’interessantissimo intervento del dott. Giuseppe Natoli Rivas di San Leone, un appassionato ed esperto di filatelia [collaboratore di riviste come Sicil Post Magazine, come ho potuto constatare da una rapida ricerca sul web, senza però trovarne un recapito certo, quanto meno a Messina (risiede forse a Vicenza?)] il cui competente intervento sarebbe qui molto gradito al fine della documentazione cui lo stesso fa appresso riferimento:

    “Ebbene la spiegazione è, a dir poco, errata! Che cosa significa ” in origine …. sia legata”? La strada (il viale) è stata intitolata con atti amministrativi precisi ed ufficiali. Ci sarà traccia negli annali storici della città o sui giornali dell’epoca, della intitolazione dell’ importante arteria all’illustre cittadino? Da rilevare che dopo il terremoto del 1908 alcuni palazzi del viale San Martino hanno avuto la fortuna di non crollare del tutto e sono stati recuperati alla residenza sino ai nostri giorni –come quello all’angolo di piazza Cairoli ed altri vicino Provinciale. Ebbene in diversi di questi fabbricati c’era la targa della via e si leggeva Viale Francesco Sammartino – me lo ricordo ancora: scritta blu su mattonella smaltata di bianco, sul fabbricato sede del caffè Barbera, oggi occupato da una grande insegna che forse copre ancora la vecchia indicazione.

    L’ignorante (ed errata grammaticalmente) spiegazione circa l’etimologia del toponimo [N.d.R.: quella che risale alla battaglia risorigimentale di San Martino], vuole confermare la propria tesi con “la vicinanza con altre vie che richiamano le grandi battaglie risorgimentali”. Ma via Legnago, via Solferino, via Curtatone e Montanara sono ben lontane da questa che si vuole attribuire alla battaglia omonima. Mentre sono vicine la via Giordano Bruno, via Garibaldi, via La Farina, via G. Natoli, via Manara, via Salandra, via Bixio, via Battisti ecc.

    Allora vogliamo dare spazio alla giusta etimologia del viale chiamandolo come merita: FRANCESCO SAMMARTINO? Per sapere chi era Francesco Sammartino basta leggere gli articoli di storia postale pubblicati su varie riviste e che posso riprendere per la pubblicazione, se richiesti.
    Cordialmente. Giuseppe Natoli (nome completo Giuseppe Natoli Rivas di San Leone)”

    E peraltro la stessa citazione nell’articolo che genera questo importante intervento fa riferimento al doppio nome, San Martino e Sammartino. E questa è implicitamente già la prova più autentica che della nobile famiglia si trattava, quanto meno in origine.
    Le successive attribuzioni – nel mutare profondo delle storiche motivazioni toponomastiche (Francesco Sammartino/San Martino? Chi era costui? 🙂 …) – sono ben spiegabili politicamente e sociologicamente – non certo storicamente – con l’esigenza di mantenere un nome plurisecolare della strada cui la memoria popolare non poteva non essere affezionata. E peraltro, anche in tal senso, si pensi alla qualità suggestiva del nome anche sul piano sacrale: il Santo che aiuta i poveri e salvaguarda dai terremoti …
    MM

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