La musica jazz e la musica antica nei curricoli rinnovati dell’accademia? Un crimine pedagogico-formativo cui assolutamente rimediare

di Mario Musumeci

Francesco Vitari scrive:

Salve Maestro,
Volevo prima di tutto complimentarmi con lei per la chiarezza, la preparazione e profondità di analisi riguardo i temi AFAM trattati.
Ho letto la sua approfondita analisi riguardo il tema “sperimentazione ed equipollenza” in quanto attualmente mi riguarda in modo particolare. Dopo il diploma in ragioneria, ho conseguito nell’anno accademico 2009/2010 il diploma accademico di primo livello in jazz (chitarra) presso il conservatorio di Cosenza Stanislao Giacomantonio all’età di 23 anni. Dopo una pausa accademica di 2 anni, dovuta essenzialmente all’incertezza circa l’effettiva validità del titolo conseguito, in questi giorni ho valutato la possibilità di conseguire il suddetto Biennio.
Già in fase preventiva mi si presentano diversi e incerti scenari:

1) Sperimentale/Ordinamentale?!?
2) Deve essere necessariamente collegato al percorso triennale? (come afferma Cosenza, ossia che io potrei iscrivermi soltanto ad un diploma accademico di 2 livello in jazz, e non di chitarra).
3) È possibile insegnare strumento musicale con il percorso JAZZ?
4) È forse consigliabile considerare una laurea magistrale in DAMS ai fini del valore giuridico del Titolo di studio?

In aggiunta mi piacerebbe conoscere il suo pensiero riguardo le possibili evoluzioni circa la validità del diploma accademico di primo livello da me conseguito. Se non sarà ritenuto di eguale valore, rispetto ai trienni già definiti, chi mi restituirà i miei anni/denari? Nella mia esperienza accademica non trovo particolari differenze formative rispetto ai programmi degli altri diplomi già resi equipollenti, che giustifichino tale discriminazione.

Sperando di non aver abusato troppo della sua disponibilità, cordialmente la saluto.

****

Risposta:

Buongiorno a lei Francesco e grazie per i graditi apprezzamenti.
Riguardo la mia disponibilità le premetto che ne abuserebbero solo coloro che pretendano da me risposte personali: scrivo infatti per tutti gli interessati di problemi che riguardano, anche nel senso più lato, la mia professione e non troverei il tempo per impiantare epistolari privati con persone; che peraltro spesso neppure conosco.

Veniamo al dunque.

Già a partire dalla messa ad ordinamento del triennio accademico (2009) segnalai il grave errore della parcellizzazione degli insegnamenti e proprio con particolare riferimento alle scuole di strumento jazz e di musica antica.

https://musicaemusicologia.wordpress.com/2010/08/20/la-messa-ad-ordinamento-dei-trienni-accademici-afam/

E ancora sono criticamente intervenuto al proposito, più recentemente, per l’ampliamento di tali – per me erronee – precoci specializzazioni, con ulteriori analoghe previsioni di indirizzi di diploma accademico.

https://musicaemusicologia.wordpress.com/2013/02/24/nuovi-corsi-accademici-musicali-di-i-livello-e-ulteriore-parcellizzazione-degli-apprendimenti-pre-specialistici/

Rifacendosi a questi miei articoli lei potrà meglio capire il senso più profondo dell’importanza di meglio riflettere prima, e non dopo, circa le scelte di studio che si fanno.

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Se lei vuole insegnare chitarra il mio consiglio sarebbe di cominciare a chiedere la valutazione di tutti i crediti formativi possibili e di portare a compimento un compiuto corso di chitarra (e ci ha già perso tempo). Tra l’altro avendo lei stesso letto attentamente le tabelle di equipollenza allegate proprio a questo soprastante articolo, e ovviamente l’articolo stesso, si è accorto di qualcosa di grave che la riguarda, circa l’effettivo valore attuale dello specifico diploma accademico da lei acquisito; che, appunto, al momento diploma accademico non è! Pertando i suoi legittimi interrogativi al proposito non costituiscono che un’eco a quelli miei. Vedremo le ulteriori mosse del ministero. 

Appresso eccole una pratica disamina della sua attuale problematica circa la continuità e l’approfondimento degli studi fin’ora svolti.

Se lei vuole studiare perché rimane convinto che questa è l’unica strada per trovare un dignitoso lavoro di musicista dovrebbe rendersi conto prima o poi che il problema non è la scelta di un qualsivoglia percorso di studi, ma l’attenta verifica delle proprie potenzialità ed aspirazioni. E solo a questo fare riferimento per le scelte successive che non possono essere che di ulteriore arricchimento.

Se lei vuole poter aspirare ad un posto di lavoro qualsivoglia, dovrebbe darsi da fare fin d’ora in tutte le direzioni possibili, reputandosi fortunato se, nell’attuale congiuntura, riesce a trovare qualcosa che le garantisca una dignitosa autosufficienza: le nostre correnti esperienze dimostrano che le scelte di ben posizionarsi nel mercato del lavoro o sono tanto realistiche quanto, per spirito d’iniziativa personale, dotate di una notevole dose di ottimismo e di buona volontà o sono pessimistiche e perdenti.

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Che dirle di altro? Perchè in effetti c’è dell’altro.

Ho già pesantemente criticato, a suo tempo, la miopia – a non dire la “stupidità” didattico-professionale – dei colleghi di musica jazz e di musica antica che, chiudendosi nel guscio delle proprie specializzazioni, le rendevano fruibili in pieno solo ed eclusivamente ai loro “iniziati”.
Ed è un dato di fatto che proprio nell’ambito del jazz spesso coloro che si diplomano svolgono un percorso di studi che tiene fin troppo conto del già fatto all’esterno dell’istituzione: sapendo che molti bravi musicisti che improvvisano secondo i modelli jazzistici hanno già svolto nella pratica autodidattica un lungo tirocinio di apprendimento per affinare le relative doti, non ci vuole allora molto a capire che:

1. il docente di musica jazz, anzi i docenti di musica jazz (precari a vita per la natura del loro stesso contratto), nell’affermare che “si diventa jazzisti prima di diventare musicisti” affermano la loro peculiarità nel senso di una (addirittura) vantabile ignoranza del plurisecolare e multi-epocale repertorio musicale precedente, concomitante e successivo a quello loro che data, nella sua pur ricca e varia evoluzione, solo poco più di un secolo;

2. i suoi studenti così precocemente votati alla specializzazione, in questo “regressivo” impianto di triennio, nel sistema precedente dovevano invece avere propedeuticamente acquisito un diploma strumentale completo della relativa scuola strumentale e questo ne garantiva un’adeguata formazione musicale di base generale necessariamente svolta sul più vasto repertorio e una concomitante conoscenza approfondita nelle più diverse prospettive (Teoria, Storia, Analisi) di tutto il ben più vasto repertorio della musica occidentale.

3. Certamente questo non garantiva la presenza di studenti già abituati alla performance orale. E proprio qui sta il punto. Proprio lo scrivente – che, da musicista prima e da musicologo dopo, sempre ha utilizzato l’estemporaneità improvvisativa, e quasi prima ancora di imparare la lettura per la performance strumentale e la successiva (appunto: di poco) pratica compositiva, come metodo per arricchire il proprio personale rapporto (stia bene attento) “tanto con lo strumento quanto con la diversità del repertorio” – ebbene proprio il sottoscritto suggeriva, ai fini di ovviare ad una abbreviata specializzazione di biennio (rispetto il quadriennio v.o., successivo al diploma strumentale v.o.), l’impianto di un triennio per un verso con l’obbligo per tutti gli studenti delle pratiche estemporanee tipicamente jazzistiche; per altro verso perfino con l’istituzione – all’interno della Scuola di riferimento – di un indirizzo jazzistico che non risultasse per nulla esclusivizzante nel repertorio, semmai additivo dello specifico repertorio jazzistico nel repertorio generale.

4. E nell’interesse di tutti e non in quello – oramai generalizzato , … all’italiana – degli interessi intesi oramai come corporativi da parte delle categorie dei docenti interessati: insomma lo studente di strumento che voleva indirizzarsi già dal triennio per un percorso jazzistico avrebbe a mio parere dovuto scegliere delle discipline specifiche – non di base, ma caratterizzanti – al posto di altre; inquadrando aggiuntivamente nelle attività integrative e anche accomunando, nei crediti formativi e nel complessivo monte-orario, quelle discipline e quelle parti di discipline non specificamente prevedibili tra le già previste nel normale curricolo di studi.
Invece si è scelto il criterio dell’”ognuno fa quello che gli pare, all’interno della propria specificità” ed è prevalsa nei jazzisti la scelta onnivora di impiantare tutte discipline specialistiche – che invece sarebbero da studiare dopo quelle del triennio di base, in appositi master o in bienni, appunto, specialistici – al posto di quelle stesse di base. Insomma: tu, studente, non c’è bisogno che conosci ad un livello accettabile la storia e l’analisi, la teoria e le tecniche compositive, i repertori della musica rinascimentale, barocca, classico-romantica e modernistico-contemporanea! Ma ti studierai la storia (di un secolo) della musica jazz e l’analisi, la teoria e la composizione della musica jazz, lo strumento solo in quanto indirizzato al repertorio jazz …

Mentre – ben sappiamo, o dovremmo sapere, che – un qualsiasi strumento musicale di tradizione ha una storia ben più ampia da dover idiomaticamente “descrivere” nel suo più appropriato uso. E non comprendere questo – mi spiace doverlo dire – è proprio di una gretta mentalità da musicanti, magari provetti in un “certo” uso del loro strumento musicale ma sprovveduti al di fuori di quella specificità di repertorio; e non da colti musicisti che del repertorio dovrebbero avere la più vasta e consapevole considerazione possibile: nel senso linguistico-idiomatico, stilistico ed epocale.

5. Quali obbrobri didattico-formativi e pedagogici si arrivano a produrre nelle specifiche intelligenze musicali quando non si conosce bene il senso dell’esistenza degli specifici settori disciplinari, nella loro generalità e nella loro particolarità di apporto specifico alla formazione del musicista!
E dunque perchè mai un diplomato in jazz dovrebbe insegnare quello che non ha mai appreso? Non sarebbe puro e semplice malcostume l’inverso?
La gravissima responsabilità dei docenti di musica jazz italiani è proprio questa: una volta raggiunta l’accademia si sono chiusi nella loro torre d’avorio e adesso non possono che constatarne la precarietà: insegnano tutto loro, e in teoria ciò potrebbe meglio produrre un team pluridisciplinare specifico in una stessa istituzione ma in realtà adesso la maggior parte di loro risulta invece a contratto e con un esiguo numero di ore; e non hanno più alcuna relazione pluridisciplinare con gli altri docenti di strumento e con i docenti delle effettive discipline di base. Loro affermerebbero presuntuosamente di non averne bisogno perchè se le sono ricreate a loro immagine e somiglianza; ma in realtà hanno “semplicemente” lobotomizzato la formazione dell’intelligenza musicale dei loro studenti di qualcosa come sei, sette secoli di storia musicale; per privilegiarne uno e per di più in maniera incompleta.
Un “crimine” pedagogico che difficilmente gli si potrà mai perdonare.

6. Una triste constatazione personale. Proprio io fui tra i primi, in un oramai lontano e trascorso passato (allora, come oggi, non compreso da chi di dovere), a segnalare l’urgenza della presenza, nel normale curricolo di studi strumentale, di docenti che “insegnassero con l’esempio l’estemporaneità performativa”. E con specifico riferimento a quella più formalizzata e contemporanea, quale appunto è il jazz: specie se storicizzato e studiato nella diversità storica e ri-attuativa dei diversi stili. La presenza del musicista jazz doveva essere sentita dunque come una ricchezza da valorizzare per la formazione musicale a tutti i livelli. E non certo da assolutizzare in chiusa autonomia, com’è accaduto con l’attuazione della riforma.

Il risultato corrente potrei fornirlo con un esempio forse eclatante ma che fornisce la chiave, nel bene e nel male, di quello che almeno in generale tende adesso a prodursi nelle scuole di musica jazz:
il noto jazzista, di livello nazionale se non addirittura internazionale, si iscrive al biennio specialistico, fornito di un qualsivoglia titolo di studio che comunque gli consente l’accesso – e secondo correnti, miopi, parametri interpretativi: dunque anche con una (poniamo) laurea in economia e commercio …, “tanto lui suona” (come sostengono in commissione di ammissione).
E dopo due anni – più o meno frequentando e magari partecipando alle attività di saggio/marketing per “far constatare la qualità che l’accademia riesce a produrre …” – si laurea brillantemente, suonando più o meno allo stesso modo con cui sapeva già fare da performer autodidatta. E contornando il tutto con qualche lavoretto nel frattempo impiantato assieme al proprio docente: una tesi di laurea (quando è prevista) scritta compilativamente sulla base di altri testi – leggi: più o meno scopiazzata; appunto perchè non possiede doti speculative specificamente musicali; una composizione scritta – eventualmente assieme al docente se questa abilità di scrittura non ce l’aveva già come pre-acquisita, ma questo non andrebbe detto … – e per lo più sulla base di conoscenze da iscritto alla Siae, sezione compositori melodisti (“orecchianti”), però nel migliore dei casi dotati di un buon orecchio armonico (qualcosa in meno e qualcosa in più di un IV anno di composizione, insomma).

E una volta arrivato a questo “alto” gradino della carriera formativa – che ancora non è il suo caro Francesco, ma potrebbe ulteriormente esserlo – si porrà ancora il problema del “che farsene del titolo”?
Risposta realistica (né pessimistica, né ottimistica): “quello che già faceva o poteva fare prima di perder tempo per acquisirlo”. Cioè, continuare a suonare jazz, però adesso fregiandosi del titolo di studio nel proprio curriculum, se può servire. E magari – ma la cosa riguarderebbe pochissime eccellenze – per meglio accedere alla stessa accademia, riperpetuando all’infinito il circolo vizioso del finto apprendimento.

Il che forse non è certo male in assoluto, per carità. Ma non è che forse è anche pericolosamente un po’ troppo vicino al … niente?!

N.B.: l’estremizzazione di questa casistica va ben compresa nella sua – per mia personale vocazione alla responsabilità professionale – durezza polemica, nel senso proprio di possibilità che possano effettivamente attuarsi. Ma è proprio dall’emergere di queste possibilità, fin troppo constatabile nella realtà, che si misurano la qualità e l’efficacia dei percorsi formativi ed accademici. Altra cosa sono le volontà, le specificità e le fortune individuali.

Auguri sinceri, in definitiva, per lei.

MM

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2 risposte a La musica jazz e la musica antica nei curricoli rinnovati dell’accademia? Un crimine pedagogico-formativo cui assolutamente rimediare

  1. luino ha detto:

    gentile Maestro,
    leggendo la Sua risposta noto (o leggo affrettatamente?) che Lei non risponde direttamente al punto 4) È forse consigliabile considerare una laurea magistrale in DAMS ai fini del valore giuridico del Titolo di studio?”
    certo che una bella laurea, senza la fatica della pratica strumentale, è MOLTO comoda!

    Lei che ne pensa?

    saluti cordiali

    • Mario Musumeci ha detto:

      Beh dovrei scriverci un altro articolo sopra. O forse l’ho già scritto …

      Ma qui il problema è un altro:
      personalmente dubito che un diplomato in strumento sia di per sè ammesso o comunque bene adattabile ad una laurea musicologica specialistica; e questo a prescindere dal senso stesso della continuità degli studi prima intrapresi.

      Certo può dipendere da facoltà a facoltà e poi va tenuto conto che proprio in ambito musicale e musicologico si aprono facilmente le maglie se c’è bisogno di iscritti …

      Insomma la questione per me è un’altra: ieri mi sono deciso chitarrista, ancorchè jazzista. Ed oggi mi sveglio musicologo! Peraltro dopo studi in ragioneria, che non mi pare ci azzecchino molto, perfino in coerenza multidisciplinare …

      Oggi fare il musicista comporta ben diverse responsabilità rispetto quelle, pure apprezzabili e fondative, della amatorialità. E di concorrenza c’è ne fin troppa per potersi permettere formazioni approssimative.

      Ricambio i cordiali saluti.
      MM

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