La colomba di Kant ossia il dono della felicità e la connessa ineluttabilità del dolore

Il breve saggio, pubblicato qui per gentile concessione dell’Autrice, costituisce la Prefazione al volume di recentissima pubblicazione Vite dopo la tempesta, scritto da Francesca Catalano e Pina Travagliante, Giuseppe Maimone Editore, Catania 2013.

 di Maria Martello 

In qualche momento tutti siamo come la colomba di Kant, convinta che, in mancanza della resistenza dell’aria avrebbe potuto volare molto meglio. Di fatto è proprio la resistenza dell’aria che consente che si trasformi in volo il battere delle ali. Analogamente per noi, ci sono eventi che ci fanno credere pensare che, d’improvviso, la felicità sia perduta.

Appena prima, ieri forse, non ci eravamo neanche accorti di averla. Forse non si tratta nemmeno di averla avuta o no quanto della percezione che se ne ha, o meglio, che spesso non si ha. Infatti, nel normale quotidiano, quanto siamo consapevoli della qualità della nostra vita, del livello di soddisfazione e di felicità? Quale valore diamo alle cose, al senso del vivere, al privilegio di amare più che di essere amati? Spesso sono proprio quegli eventi di cui prima parlavamo che ci “aprono” a queste risposte facendoci diventare sensibili a ciò che conta, per noi, per gli altri, per ogni uomo!

Il battere delle ali si trasforma in volo! La ricerca di senso di quello che accade e il comprenderne il significato dà fiducia nella vita e, quindi, speranza che quello che avviene non accade per caso. Non si è affidati al baratro del nulla e del non senso! Questo riconcilia con la vita. Apre al futuro: di qualità! Per fortuna, perché noi siamo nati per essere felici: la felicità coincide con la vita che risorge dopo ogni dolore. L’essere umano vive per essere felice, e lo è nell’armonia. Armonia con la vita, con quello che la vita mostra, in tutti i suoi aspetti, sapendo apprendere da essa, sperimentando una fiducia non ingenua. Avendo apertura verso l’inatteso, sapendo guardare con meraviglia il mondo, superando la presunzione dell’ovvio.

La felicità è apertura al cambiamento ed assunzione di un atteggiamento flessibile di fronte alle cose. Chi è felice sa lasciar essere le cose, sa lasciarsi penetrare dalle cose, senza resistenze preventive, perché la rigidità è di chi ha paura, o si lascia condizionare dal pregiudizio. Sa accogliere le possibilità che la vita offre. Sa ascoltare per essere pronto ad accogliere il dono che viene dall’inatteso. Sa cogliere il senso della propria vita facendo, per così dire, il calibro di questi momenti di felicità inconfrontabili e discontinui, ma disseminati nel continuum della vita. Sono punte di felicità che siamo in grado di riconoscere se siamo davvero in ascolto di quello che accade.

La misurazione scientifica della felicità, a lungo ritenuta impossibile in quanto elemento soggettivo riposto su valori e stati d’animo individuali, è divenuta un tema della psicologia sociale, che ha iniziato a studiarla interrogandosi su cosa renda ‘buona’ e ‘di qualità’ la vita. I risultati cui sono pervenuti gli studi sulle relazioni fra reddito e felicità nei Paesi occidentali si devono alla convergenza delle indagini delle neuroscienze e dell’analisi economica: così come si riscontra che la felicità non aumenta con l’aumentare del reddito, risulta plausibile affermare che le fonti della felicità destinate a consolidarsi nel tempo siano correlate alla qualità delle relazioni umane.

Ma la felicità non comporta assenza di dolore. Solo gli spot pubblicitari mostrano persone davvero soddisfatte perché hanno le ascelle profumate, individui letteralmente in estasi perché, avendo stipulato una polizza assicurativa sulla vita, finalmente possono morire tranquilli. Il dolore è esperienza ineluttabile per tutti gli uomini, è la cifra della nostra finitezza come condizione umana. Ci dà il senso della precarietà del nostro stare al mondo. In effetti il dolore fisico o morale limita e separa: ci sentiamo limitati dal fatto di non poter agire liberamente, ma ci sentiamo anche separati dagli altri. Nel dolore sperimentiamo una condizione di isolamento. Non è esperienza trasmissibile o condivisibile con l’altro. L’altro può starci accanto, ma non può sostituirsi in nessun caso a noi, al nostro sentire. Ognuno è solo col suo dolore, fisico o morale che sia, lo deve fronteggiare da solo. Potrà esserci, forse, della com-passione (dal latino cum-pàti), ma nulla più. Ognuno deve trovare in sé la forza per reagire alla sua sofferenza. Questa forza è in ogni uomo. E’ data dalla sua vitalità. L’uomo nasce orientato alla felicità della vita, è nato per vivere e per essere felice, nonostante la realtà del dolore. Nascere è soprattutto un venire al mondo, quindi con un’apertura di fondo alla vita, considerando la stessa come zoè (ζωη), piuttosto che come bìos (βίος). Gli esseri viventi, uomini, animali, piante, in quanto individui (bìos) sono mortali, ma la Vita, vale a dire la Natura (zoè) si rigenera in continuazione. La Vita ha in sé il carattere dell’immortalità.

La nostra epoca ha il terrore della sofferenza ma queste donne, fantastiche autrici delle storie raccolte in questo volume, ci ricordano, parola dopo parola, che si può affrontarla da protagoniste e trasformarla in nuova consapevolezza della vita. A partire dalla scrittura di sé. Imparare a chiedersi ” perché mi succede questa o quella cosa?” diviene segno di ricerca per migliorare il buon governo della propria vita a vantaggio nostro ed altrui. Un’impresa ardua ma preziosa. Ecco che scatta un momento nel corso della vita, magari provvidenzialmente sollecitato e promosso, in cui si sente il bisogno di raccontarsi in modo diverso dal solito: si apre così la via elettiva per mettersi all’opera per capire e trasformare. Questo libro è la coraggiosa testimonianza che ciò è possibile.

Leggere queste storie per me è stato come guardarmi allo specchio e riconoscermi, mi sono identificata in un pezzo di ognuna e ciò è stato catartico. La scrittura autobiografica riveste una grande importanza, non solo come genere letterario, ma soprattutto come strumento di ricerca all’interno di noi stessi, alla rivisitazione del nostro passato. Parlare di sé implica la ricerca di ciò che di noi è rimasto nascosto. La scrittura è, infatti, un atto creativo che plasma la realtà per farne ‘altro’, qualcosa da leggere dall’esterno. La scrittura di sé ha, quale caratteristica specifica, la stessa persona come mittente e destinatario. Costituisce allora un atto che presuppone il recupero di una memoria senza più riferimenti cronologici e che diventa spazio da scavare.

Recuperare la nostra memoria ci spinge a trovare il tempo della scrittura: occorre porsi fuori dal ritmo frenetico del vivere quotidiano per ascoltare se stessi. La stessa parola ricordare (dal latino re-cordo) contiene in sé questo percorso a ritroso: un ritorno alla propria interiorità, alla scoperta della storia di sé, in una nuova dimensione spazio-tempo. Trovare il tempo della scrittura è un atto antieconomico, è una pausa che isola l’essere umano dal mondo per restituirlo allo stesso con uno sguardo nuovo e nuove risorse. Così le tante dimensioni del nostro essere, anche quelle nascoste, hanno la possibilità di riemergere e noi possiamo riappropriarci del nostro patrimonio interiore.

Nelle società antiche l’atto di raccontare e ascoltare consolidava i rapporti all’interno del gruppo, perché recuperava la memoria. Infatti, il tempo del racconto è sempre stato uno spazio che ricomponeva il singolo nel gruppo. Il racconto di sé, come momento di espressione di individualità e identità singole, sembra in particolare essere stato proprio della comunicazione femminile: anche per questo il volume rappresenta un monito forte che dalle donne arriva alla società tutta.

L’autobiografia è un atto dovuto verso noi stessi, che ci permette di ricucire i vari pezzi della nostra esistenza, storicizzandoli e prendendone le distanze per capirli fino in fondo. Essa ci porta a dare un senso a ciò che è stato, ma anche a ciò che poteva essere o che non sarà mai. Occorre anche essere buoni lettori di sé, saper rileggere ciò che tiriamo fuori, anche se ci costringe a guardarci allo specchio, facendoci riconoscere i confini reali e la profondità dell’evento. In questo modo troviamo il senso, il filo che unisce le diverse componenti di ciò che resta di un puzzle composito.

Significa prendersi cura di sé: costituisce, quindi, un’azione terapeutica. Infatti, porta alla luce la nostra ricchezza interiore, mettendo in movimento la dialettica fra ciò che in noi è implicito e ciò che diviene esplicito. Scrivendone lo riconosciamo nel momento in cui affiora, anche se ne prendiamo le distanze e nel leggerci elaboriamo una distanza dal nostro vissuto che consente il superamento dell’esperienza stessa, soprattutto se dolorosa. Nel raccontare noi cerchiamo un lettore ‘altro’, capace di ascoltare e di riconoscersi come interprete dello stesso dramma. In questo processo facciamo un’opera di selezione, di scavo vero e proprio nella nostra memoria.

La scrittura autobiografica non è un genere e non ha regole, gode di assoluta libertà di forma e struttura; bene lo vediamo in questo libro, storia dopo storia: fatti, nomi, stili, protagonisti diversi … ma sempre la stessa umanità che si confronta col mistero! Crea uno stile unico per ogni autore, ma nello stesso tempo simile per chi fa lo stesso tipo di esperienza; giacché il valore terapeutico della biografia richiede strade specifiche: dello scrivere di sé si ha bisogno, allo scopo di star bene con la propria storia. Si prova piacere nel ricordare; comunicare a un altro le proprie storie fa bene; collegare tra loro i contenuti emersi ci rende più creativi; da autori della propria storia ci si scopre artefici di se stessi; ci si stacca dalla propria storia quando riusciamo a entrare nelle storie altrui.

Stabilire un contatto più intimo con noi stessi per mezzo della scrittura, però, è un evento difficile, specie se si adoperano i canoni della razionalità e si censurano le emozioni. C’è sempre un tentativo di razionalizzare e controllare i sentimenti. Scrivere di getto emozioni, idee, sentimenti aiuta a far emergere ciò che abbiamo dentro, senza mediazioni e compromessi, mentre il momento della riflessione e dell’elaborazione è successivo, e porta alla consapevolezza di sé. Queste nostre autrici lo hanno fatto e a loro siamo grati. L’autobiografia è una scelta dell’anima: difficile e dolorosa, ma liberatoria. Spesso rileggendo a distanza di tempo pagine autobiografiche viene da pensare che si è disturbati non dalle cose in sé, ma dal modo che si ha di vederle, perché non è facile comprenderne la differenza, o forse riuscire a comprenderla. Leggere un’autobiografia diviene allora un momento di grande contatto con l’umanità sia se ci identifichiamo con la vita altrui, sia se ce ne estraniamo.

Maria Martello *

 

* Laureata in filosofia è formatrice e mediatrice dei conflitti in ambito civile, familiare, scolastico, sociale, penale, aziendale già dalla metà degli anni ’90. Ha insegnato “Psicologia dei rapporti interpersonali” all’Università Cà Foscari di Venezia. Giudice onorario presso la Corte d’Appello di Milano, sezione minori e famiglia.

E’ ideatrice del metodo “L’intelligenza emotiva: dalla relazione costruttiva alla gestione dei conflitti con la “mediazione filosofico-umanistica” che ha applicato in contesti di alta formazione professionale, aziendale e scolastica, ma anche in molteplici corsi in materia di mediazione, svolti per conto di varie organizzazioni del territorio nazionale.

Principali pubblicazioni: Intelligenza emotiva e mediazione (Giuffrè editore, Milano, 2004); Educare con SENSO senza disSENSO (Franco Angeli editore, Milano, 2008); Sanare conflitti. Le buone pratiche per diventare adulti (Guerini editore, Milano, 2010); Mediatore di successo. Cosa fare/Come essere (Giuffrè editore, Milano, 2011). 

 

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