Maestri ed Allievi

Talora un’occasione che il caso, o il destino, predispone per noi ci aiuta ad entrare meglio nel gioco complesso di quelle consapevolezze che aiutano a meglio comprendere il senso della vita.

Mia moglie è una docente stimata in una Scuola Media della città comune di residenza: tra le tante cose ha fatto parte per diversi anni del Consiglio d’Istituto e sempre gestito in prima persona l’organizzazione di attività musicali all’interno e all’esterno della scuola, con grande consenso e partecipazione di studenti e delle famiglie …

Soprattutto esiste in quella scuola una sorta di … collante affettivo, che unisce parte delle insegnanti più attente ed impegnate anche al di fuori della vita scolastica. E poi una cosa sorprendente: una dirigente scolastica che coinvolge da sempre nelle più varie attività il preside che l’ha preceduta, dimostrando peraltro un non comune rispetto umano nei vari rapporti interpersonali.

Quindi nell’occasione del cinquantenario della scuola stessa si scopre che lo scrivente, genericamente noto come un docente stimato nel rispettivo ambito lavorativo, era anche stato studente di quella scuola una quarantina e più di anni prima. E lo si invita a partecipare: cosa cui chiunque non potrebbe esimersi nelle suddette condizioni.

Ma cosa dire, che non rientri nel novero delle comuni banalità che si sprecano in tali occasioni – cosa di cui proprio non si è capaci? Esprimersi da ex-allievo oramai alquanto “stagionato”? Oppure da insegnante, correndo il rischio di “far lezione”?

L’idea non poteva che essere l’unione di entrambe le ipotesi: filtrare dall’allievo di ieri l’esperienza dell’uomo maturo, che al suo posto riesce adesso ad esprimersi con ben altra consapevolezza; e da insegnante “a tempo pieno” – quale si dà il caso mi vengo a trovare – rinsaldare a quelle maturate consapevolezze la qualificazione che loro compete sul piano pedagogico e didattico-metodologico.

Il tutto nello spazio non superiore ad una quindicina di minuti …

Ecco il risultato dal significativo titolo.

DISCORSO AUGURALE SMS CARDUCCI

MAESTRI ED ALLIEVI

di Mario Musumeci

DISCORSO AUGURALE PER IL CINQUANTENARIO DELLA SMS CARDUCCI

(Premessa … a braccio)

Sono trascorsi oltre quarant’anni da quando mi recavo, studente, nei precedenti locali della scuola in viale XX Settembre. I ricordi si affollano e occorre farne una cernita utile per l’occasione.

La persona adulta, specie se si occupa di insegnamento a tempo pieno e dunque si trovi ad essere cultore delle occorrenze pedagogiche necessarie a questa nobile arte, probabilmente ritrova meglio nei meandri della memoria quegli elementi di sintesi che comunque il fanciullo in altro modo dall’adulto percepisce: nelle difficoltà della crescita e nella complessità avvolgente del suo vissuto contemporaneo, o in corso di svolgimento o anche produttivo dei primi effetti stabilizzanti del ricordo personale.

Così questo tempo vissuto si stratifica, codificandosi in simboli che rappresentano poi le immagini sintetiche ed essenziali del ricordo personale: figure di luoghi e di situazioni, figure più o meno sbiadite di compagni, con cui in vario modo si condivideva la vita di classe. E figure di insegnanti più o meno dotati, oggi meglio individuabili come “i protagonisti di quei luoghi”.

Un inciso: a quali tempi dovremmo ancora rimandare una cultura civile che ci obblighi a considerare la qualità dell’insegnamento non come un’opzione bensì come una preacquisita vocazione e una conditio sine qua non per lo stesso accesso al mestiere?

Riemergono così, preziose anche nell’analisi e nella comparazione che il vissuto meglio permette, alcune delle immagini più riferibili al presente. E quasi al modo di personali paradigmi esistenziali:

il prof. Randazzo di Italiano, che con il sorriso bonario, paterno e materno assieme, mi indirizzava positivamente al riequilibrio, nel miglior controllo assieme logico e creativo della scrittura, delle mie preacquisite doti di studente, già accanito lettore – dunque non uno “sgobbone”, come veniva da creder comodo ai “lavativi” – semmai un avvantaggiato dalla passione e dal dono della lettura e della connessa capacità di auto-rappresentazione empatica degli altrui vissuti: un grande arricchimento che non tutti comprendono nelle sue interne ed enormi potenzialità;

il prof. Sorbello di Francese che, con una sua probabile infallibilità metodologica, mi garantiva l’acquisizione del piacere di parlare, leggere e pensare in una lingua differente da quella di nascita e con una dotazione complessiva che mi avrebbe permesso di “vivere di rendita” anche in seguito; come mi avrebbe sostenuto, pur criticamente, una successiva insegnante di ginnasio non analogamente dotata;

un professore di Tecnica, di cui ricordo il viso ma non il nome, che mi orientava alle prime acquisizioni progettuali con il disegno tecnico-elaborativo di manufatti da realizzare poi in laboratorio …

Non parlerò certo degli insegnanti meno buoni, o forse cattivi per la mia esperienza di allora, se non per ricordarne il complessivo effetto che talora positivamente hanno a distanza prodotto a mò di speciale rivalsa, anche da insegnante e formatore di insegnanti: la spinta a saper rispondere da me agli interrogativi irrisolti tanto in classe quanto in aula, assecondando una passione ed una volontà autodidattiche che considero oggi fondamentali per una moderna pedagogia generale: che sappia valorizzare al meglio le espressioni creative connesse al cd. pensiero divergente

E in effetti  se, con Joy Paul Guilford (La natura dell’intelligenza umana, 1967), affermiamo che “il pensiero divergente è la capacità di produrre una gamma di possibili soluzioni per un dato problema, e in particolare per un problema che non preveda un’unica risposta corretta”, è possibile rendersi conto come una simile capacità abbia certamente un ruolo primario nell’atto creativo. Non si tratta di sostenere che il pensiero divergente sia comunque superiore a quello convergente: modalità secondo cui appunto “gli individui convergono, invece che discostarsene, sull’unica risposta accettabile a un problema e ne producono efficacemente la soluzione”. Semmai dovremmo considerare il pensiero divergente come complementare a quello convergente, invece di istituire fra i due tipi di pensiero una sorta di impropria competizione. E pertanto di occuparci maggiormente, nell’insegnamento e nella pratica didattica, dello sviluppo della creatività.

Entrambi i tipi di pensiero hanno un loro ruolo fondamentale, ma dovrebbero essere utilizzati per completarsi e sostenersi a vicenda e non venire in un certo senso considerati come reciprocamente incompatibili. E in definitiva non dovremmo mai dimenticare la scoperta di altri illustri psicologi e pedagogisti secondo cui “coloro che hanno un alto grado di divergenza sarebbero meno benvoluti dagli insegnanti rispetto a quelli con un alto grado di convergenza. Proprio perchè le scuole hanno le loro regole e regolamenti, i loro modelli di procedura e di condotta spesso l’educando conformista riesce a convivervi in maniera più serena di quello non conformista e però molto fantasioso.” (Jacob W. Getzels & Philip  W. Jackson, Creatività e intelligenza, 1962)

Al proposito potrei citare direttamente casi di miei studenti appunto valorizzati al massimo nell’armonizzazione di tali opposte processualità cognitive: spesso considerati da altri colleghi come allievi poco più che mediocri proprio per la loro estrema riluttanza ad assumere condotte di tipo conformista, dopo tale tirocinio e messi a contatto con stimoli intellettuali di ben altro spessore hanno trovato le loro strade. Penso ad esempio ad uno di loro, Carlo Fiore, uno dei casi per me paradigmatici al pari di quei citati docenti della Scuola Media Carducci: oggi mio valido collega presso il Conservatorio palermitano, critico musicale di rilievo nazionale e consulente di case editrici e di enti lirici …

Da studente, ieri – non saprei dire quanto conformista o meno … – certamente ben adattato al contesto ed evidentemente considerato un modello, sono stato premiato due volte con il dono di altrettanti libri, che ancora conservo e che ho portato per l’occasione. In particolare la seconda volta, in terza media, con il premio attribuito al primo della classe – e ricordo con orgoglio di essere stato quell’anno l’unico ad ottenere l’ottimo anche nell’esame di latino: allora disciplina facoltativa ma, per chi la sceglieva, obbligatoria all’esame finale. Non si tratta tanto di una vanitosa auto-citazione quanto di un abbrivo per meglio affermare l’opinione personale che l’oramai trascorsa e stabilizzata messa in secondo piano dell’insegnamento del latino è stato un errore di politica culturale, neppure attenta ai valori di identità nazionale: ne dovrebbero sapere qualcosa oggi gli studenti, iscritti ad un liceo di indirizzo umanistico e alle prese con il latino e magari anche con il greco, senza un’adeguata e precoce preparazione di base.

Da docente, oggi, di ultratrentennale attività a tutto campo – dai corsi di laurea dell’Istituto Superiore degli Studi Musicali di Messina ai vari corsi di formazione didattica per docenti di ogni ordine e grado e già a suo tempo professore a contratto nella SSIS siciliana nonché alla Facoltà di Lettere dell’Ateneo messinese, nel Dipartimento Arte, Musica e Spettacolo – vorrei oggi contraccambiare donando alla Scuola Carducci, assieme a quei libri ricevuti un tempo come premio, un paio di miei libri: saggi di studio e di ricerca scientifica rivolti ai grandi amori della mia vita – subito appresso alla mia impareggiabile consorte, s’intende: la didattica musicale e la ricerca scientifica e metodologica che di necessità le fanno da supporto.

Si tratta:

  1. nel primo caso – “Le strutture espressive del pensiero musicale” – di un mini-trattato di Didattica della teoria della musica, che ha dato il meglio di sé nei corsi di specializzazione universitaria per la formazione degli insegnanti di scuola secondaria; dove traccio i fondamenti cognitivi di una Teoria generale del linguaggio musicale, intimamente connessa con gli inquadramenti delle relative evoluzioni storiche, necessari ad appropriate e diversificate prassi di analisi dello stile musicale;
  2. nel secondo caso di un ampio saggio di didattica teorico-analitica, incentrato sulla retorica musicale barocca – la cd. Affektenlehre o Teoria degli Affetti, nel gergo proprio della musicologia tedesca – inserito  all’interno di un Festschrift dal titolo sibillino, “Una Tebe dalle molte porte”. Si tratta di una miscellanea di scritti tutti di studiosi di rango, accademici universitari o dell’Alta Formazione Musicale (da un Enrico Fubini ad un Carlo Delfrati, trovando tra gli altri un Andrea Estero, un mio ex-allievo oggi direttore a Milano della rivista specialistica di musica Classic Voice …), e tutti d’interesse sia pedagogico-musicale sia musicologico-analitico. Un libro preparato appositamente per celebrare la veneranda età di un grande studioso ed accademico italiano, tra i miei più importanti maestri: il Prof. Marco de Natale, un capo-scuola di rilievo internazionale grazie al quale io, proveniente dal più profondo meridione, posso annoverarmi tra i pionieri in Italia dell’Analisi musicale.

Dunque il destino dei Maestri e degli Allievi – che entrambi idealizzo nei modelli indicati come fondativi paradigmi esistenziali – s’intreccia continuamente e dovremmo sempre ricordarcene, per un migliore uso e per la miglior cura delle nostre Scuole.

Per chiudere desidero ringraziare coloro che mi hanno chiesto questa partecipazione. Ma anche il Buon Dio e la Provvidenza che mi hanno consentito l’occasione di questo utile e gradevolissimo – citando gli studi danteschi – “contrappasso in analogia”.

Grazie soprattutto a tutti voi, che mi avete ascoltato con pazienza.

A margine – altrimenti detto …:

Maestri

Maestri

 I miei Maestri

           avevano la passione della vita

                              e in essa si consumavano

e consumavano il ricco banchetto

della loro esistenza

  

Noi liberi convitati

        non dovevamo altro che riempirci

pancia e cuore

rimandando l’intelletto

alla moviola di un domani

  

Ma quella libertà

così facile e così sofferta

non era patrimonio comune,

perché altri maestri d’altoparlante-dotati

                                         tanti di noi han reso sordi

 

Quale maestro sarò

             se liberi e sordi produrrò?

Ma che la libertà illumini uno

anche uno solo di loro

e sarà miglior maestro di me.

Marzo 1992

da Poesia nell’amore, SGB Edizioni, Messina 2010

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