Definizione e qualificazione degli odierni generi musicali (riflessioni attorno a due spunti di Marcello Sorce Keller)

Riceviamo in proposta unitaria i due seguenti articoli dall’amico e prezioso collaboratore Prof. Marcello Sorce Keller e volentieri li pubblichiamo, avvertendone l’urgenza problematica e offrendo preliminarmente un contributo personale tutt’altro che risolutivo.

In effetti la vexata quaestio della definizione dei generi rimane un dato irrisolto in ambito musicologico, al di là delle varie proposte terminologiche che vorrebbero rinnovare l’imprecisione talora eccessiva sullo stesso piano concettuale che implica a tutt’oggi definizioni come quelle di “musica classica”, “musica leggera” etc.

In definitiva questo “volersi innanzitutto chiamare con un nome” in un’epoca di multilinguismo storico-geografico che tutto attualizza (perfino … il museo – di cui come docenti dell’accademia musicale saremmo in parte dei ragionanti operatori/conservatori/classificatori/utilizzatori etc. etc.) è il primo grave limite delle pratiche definitorie più comuni, che appunto innanzitutto contrappongono musica popular o leggera (poco … seria?) a musica classica o “seria”  (pesante?! …).

Io nella mia esperienza personale di lavoro mi occupo per vocazione e per esigenze sistematiche possibilmente di tutte le musiche con cui riesco a relazionarmi, utilizzando meglio il concetto di musica “storica”, piuttosto che “classica”, ripartita rigorosamente nelle ben diverse qualificazioni epocali che ne marcano anche i generi di appartenenza. Altra questione si pone se poi nei nostri conservatori si esegue un repertorio che occupa mediamente un paio di secoli di vita – Sette e Ottocento – con un terzo di appendice facoltativa – il Novecento … E lasciando altre tre/quattro secoli – Rinascimento e Primo Barocco – alla buona volontà e alle specificità dei singoli interessati come docenti o studenti. Una ragione ci sarà. E a me pare concentrata proprio sulle ragioni del mercato (reputato) “colto” di ieri, tutto proiettato sulla musica lirica e sinfonica e sul recital virtuosistico solistico o di gruppo, ma anche su incomunicanti appartenenze di nicchia: musica antica con le varie eventuali sottospecie (medioevale, rinascimentale, barocca …), musica etnica, musica sacra, musica elettronica; e anche musica d’uso e world-music, musica audio-tattile (più recenti eufemismi per definire i repertori novecenteschi più o meno estranei alla tradizione “colta”) etc. etc.

Certamente il vizio dell’argomento è innanzitutto la sua sottesa matrice ideologica, che punta ad esprimere mediante le definizioni anche delle qualificazioni di natura estetica. Mentre un’interpretazione puramente fenomenologica renderebbe il compito più facile e più interessante sul piano scientifico. Certo al momento, data l’estrema incertezza e contraddittorietà del lessico utilizzato ciascuno può adottare il metodo che crede: se non piacciono le definizioni correnti se ne spieghino tanto le motivazioni che ne stanno a monte quanto i limiti più o meno ideologizzanti …

Così, ad esempio, trattando di un Astor Piazzolla se ne può spiegare la sua qualificazione “classica”, cioè di rilievo primario (in tal caso) nell’ambito culturale specifico: il tango argentino e la musica contemporanea di quel paese. Mentre potrebbe diventare stimolo per la discussione critica il fatto che tale qualificazione ad esempio non fosse altrettanto accettata nel nostro paese. Dove lo stesso Piazzolla negli anni cinquanta-sessanta trovava i suoi riferimenti culturali proprio negli ambiti della musica … “non colta” e ad esempio presso musicisti (… d’eccezione) come Domenico Modugno.

Appare ideologica perfino la definizione di musica commerciale – però ben motivabile e visibile sul piano degli interessi di case discografiche e di mass media ad adottare come target perfino un (preteso e presunto) gusto di massa, anche se “becero” (democrazia o populismo?): negli scorsi decenni – ma anche oggi in ambiti culturali più attardati – si tacciavano di “commercialità” i generi più diffusi anche per difendere il proprio genere preferito, magari di nicchia. E spesso quello delle cd. “avanguardie della musica seriale e post-seriale”, che manteneva e mantiene ancor oggi – e spesso più nel centro-Europa che altrove – un pubblico limitatissimo, però pretendendo  sovvenzioni pubbliche più onerose e corrispondenti posizioni accademiche. Ma oggi si può liquidare sbrigativamente così la questione attualissima della Nuova musica, senza meritarsi parallele accuse di ideologismo? Sempre sulla stessa questione, a secondo dei casi e a seconda del punto di vista ma su un più meditato piano di riflessione storica, si può dimostrare di avere ragione o torto sullo stesso problema: Strawinsky meno commerciale (e se ne doleva …) di Gershwin o Bach meno di Hasse (e tanto i suoi sostenitori quanto i suoi denigratori a farne guerra di religione; però la Storia ha detto la sua in questo caso …) o Mozart meno di Salieri (idem, ma lì la questione è differente …). Ciò dal punto di vista storicistico delle rispettive epoche, ma non necessariamente nella nostra epoca in cui riflettiamo altrimenti sulle diversità, meglio qualificandole sul piano estetico oppure rivolgendo altrimenti i nostri interessi e le nostre passioni del momento …

Insomma: sia benedetta l’estetica storicistica di Carl Dahlhaus (Analisi musicale e giudizio estetico) che quanto meno ci permette di capire il guazzabuglio di diversità estetiche in cui tutti ci muoviamo intrinsecamente, in quanto rappresentanti di quel caos di motivazioni che è il genere umano. Però tentiamo anche di mettere ordine se possiamo (tra l’altro farebbe parte del nostro mestiere musicologico, teorico/teoretico o storico/storiografico che sia) …

Il guaio semmai, sul piano formativo, a me sembra piuttosto la confusione tra le estreme specializzazioni e dunque la mancanza di visioni culturali più ampie se non più globali. Ma credo sia solo questione di tempo, perchè in un modo o nell’altro tale visione “provincialistica”, rispetto le implicazioni globali dell’odierna cultura musicale, verrà scardinata, quanto meno da una prassi d’ascolto che va staccandosi inesorabilmente dalla musica del repertorio più consueto; che, ricordiamolo, nel novecento era quello del secolo precedente appena storicizzato.

Speriamo che questo accada con un buon equilibrio tra istanze giacobine e riformistiche o altrimenti restauratrici (penso, in tale ultimo caso, ai fenomeni commerciali di contaminazione tra cantanti lirici e pop, ad esempio) … E sempre che la cultura musicale non ritorni ad essere solo appannaggio dei mass media, nel senso volgarizzante che ci tocca spesso subire: chiamarlo in senso negativo “commerciale” non è che mi disturbi molto …: l’importante sul piano pratico sarebbe il tono, con annesso significato, che attribuirei alla parola.

Un esempio estremamente concreto ed attuale, circa i problemi delle appartenenze corporative che ideologizza inevitabilmente la questione in ballo. Per i miei interessi lavorativi avrei preferito che i miei cari colleghi conservatoriali di musica jazz, una volta inseriti nelle nostre istituzioni stabilmente e solo grazie a gente aperta e appassionata come me (che auspicava con la loro presenza l’ingresso scambievole di esperienze performative e soprattutto formative, con riguardo all’oralità e più marcata corporeità implicata nel loro stesso repertorio), non si trasformassero – come quelli di musica antica e di musica “tecnologica” e in strettissima analogia con i performer “classici” – in nuove … isole: tenutarie di un sapere che non sa aprirsi al confronto dell’unica verità per me che conta: la conoscenza – anche applicativa e non certo “erudita”- delle diversità.

Sono le “isole” della performance “specialisticamente” orientata, a mio parere, i veri nemici della cultura musicale; laddove in altri ambiti di conoscenza ci si specializza solo dopo avere appreso in profondità la conoscenza dei più compiuti ambiti del conoscere: espressioni di un potere individuale che costituisce il proprio carisma grazie innanzitutto nell’annullamento dell’Altro … La vecchia storia del potere insomma, ricostituita però nell’ambito dei valori artistici, che servirebbe a “logorare chi non ce l’ha”; ma una volta acquisito serve per conservare sé stesso e dunque ricostituisce i meccanismi di esclusione: “questo è jazz! questo non è jazz!” è la frase dal vago sapore intimidatorio che ho sentito pronunziare da parte di colleghi performer pur stimabili nel loro mestiere, ma del tutto privi di cultura musicale storica e teorica se non limitata al proprio repertorio, soprattutto inteso molto nel fare e poco nel capire. Una volta riconosciuta la loro posizione accademica si sono asserragliati e per loro continua ad esistere solo la loro musica!

Dunque se da un canto sul piano estetico sarebbe bene relativizzare il significato e il valore della nostra tradizione europea scritta che non è necessariamente la musica migliore del pianeta dall’altro il corroborante apprendimento a raggi ben più ampi dei repertori musicali sia sul piano storico che geografico non potrà avvenire se non verranno meno i vincoli (presunti o reali) di appartenenza delle varie “corporazioni” musicali. Detto con linguaggio socio-politico: gli Stati Uniti offrono ammirevolmente da tempo più di altre nazioni il valore  della condivisione multiculturale e dell’accettazione della diversità di razza e di appartenenza culturale: il reale futuro dell’uomo insomma, in un contesto di reale democrazia planetaria; ma questo ha prima dovuto attraversare epoche di genocidio delle popolazioni indigene, di schiavismo, di razzismo, di criminalità anche legata alle lobby (mafie) di appartenenza etnica … E mi pare che ci siamo tutt’ora dentro a tali problematiche …

Insomma: gli odierni macrogeneri (classico, pop, rock, jazz …) sono certamente solo incongruenti e contraddittorie finzioni concettuali, ma in quanto esistenti e utilizzate negli stessi ambiti delle opposte appartenenze costituiscono anche delle realtà tangibili nelle pratiche d’uso. E se la conseguenza è confrontare cose che non possono (facilmente) confrontarsi è perché nel farlo avvertiamo solo l’esigenza di produrre classifiche o di criticare le altrui appartenenze: umano, fin troppo umano ma non per questo giusto.

Ecco gli appassionati articoli del Prof. Sorce Keller.

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Ascoltare la musica che non ci piace per comprendere altri mondi

di Marcello SORCE KELLER


Spesso mi è capitato di chiedere a dei teenager, che tipo di musica ascoltassero. La risposta era, invariabilmente, la stessa: «di tutto». Purtroppo non era mai vero. In quel «tutto» non era infatti compreso il 99% delle musiche di questo pianeta. In quel «tutto» non c’era né Bach, né Mozart, né Brahms, nemmeno Duke Ellington, Miles Davis o Charlie Parker, nemmeno Winton Marsalis o Philip Glass e – naturalmente – nemmeno la musica di altri continenti (Gamelan di Giava e Bali, Kroncong e Jaipongan dal resto dell’Indonesia, il Gagaku giapponese, il Radif persiano, la popular music dell’America latina, dei Paesi Scandinavi, di Cina e sud-est asiatico, Oceania ecc., ecc.).

È curioso davvero che sia tanto facile considerarsi musicalmente onnivori (e non lo pensano poi solo i giovani) quando nella realtà ci si nutre solo di piccoli scampoli estratti dai macrogeneri più facilmente accessibili: classico, jazz, poprock, world-music. E quando si arriva a questo è spesso già tanto. I più limitati, quanto a latitudine di ascolto, bisogna pur dirlo, sono proprio i musicisti. Più che essere veramente appassionati «di musica» i musicisti di mestiere sono molto spesso appassionati solamente del tipo di musica che loro stessi praticano, ad esclusione di quasi tutti il resto.
Chi musicista invece non è si limita in genere, con poche eccezioni, ad ascoltare quei due o tre generi che maggiormente gradisce. È raro, invece, incontrare persone che si prendono la briga di assaggiare musica che a loro non piace.

Non intendo, dicendo così, riprendere l’idea puritana che «tutto è lecito, a meno che non dia piacere». Vorrei piuttosto suggerire che, se non si cerca nella musica solo un piacevole solleticar di orecchie o emozioni da montagne russe, se vogliamo riconoscerla come cimento conoscitivo, come processo attraverso cui guadagnare conoscenza sugli esseri umani che la producono e usano (e attraverso gli altri, in definitiva, conosciamo poi meglio noi stessi), allora ascoltare la musica che piace vuol dire chiuderci in un piccolo intorno e dimenticare il mondo. La musica a noi gradita è quella che ci localizza in un tempo e ambito della società (occidente, nazione, classe sociale, gruppo minoritario, ecc.). È in ragione della sua collocazione sociale che nessuna musica piace mai a tutti e mai lo potrebbe.

In altre parole, quando una musica ci piace allora il suo significato sociale diventa trasparente, non lo vediamo proprio. A quel punto ascoltarla è, dal punto di vista di un guadagno conoscitivo, praticamente tempo perso. Se poi analizziamo le ragioni per cui una musica ci attira troviamo sempre, non dico qualcosa di ignobile, ma almeno qualcosa di un poco meno che nobile (il desiderio di fare parte di un gruppo e, come dice Pierre Bourdieu, separarci dagli altri sulla base del «gusto»). Il solo comportamento veramente nobile allora, quello che ci riscatta, è di ascoltare la musica che non ci piace – la musica degli altri. Perché questo vuol dire uscire dal guscio, dal nostro habitat, dall’ambiente di coloro che sono simili a noi, e incontrare gli altri proprio dove l’incontro richiede più sforzo – in quel loro mondo simbolico che si traduce in forme di suono.

La mia può sembrare a tutta prima una proposta, come dicevo all’inizio, quasi puritana o al limite del masochismo. Ma in realtà è il contrario. La vera autoflagellazione consiste invece nel privare noi stessi dello strumento più utile a comprendere gli umani che sono diversi da noi, quelli che vedono il mondo differentemente, perché collocati culturalmente altrove. Si ha un bel negare, e lo facciamo spesso, di essere xenofobi o razzisti. Potremo dire di non esserlo davvero, solo quando saremo disposti, tramite la musica, ad entrare nel modo di pensare di gruppi umani culturalmente distanti, nel loro modo di vedere il mondo, proprio con quella loro musica che a noi non piace. Per questa ragione ho il sospetto che a me, e a tutti coloro che con me finiranno all’inferno, verrà inflitto il perpetuo ascolto di musica a noi graditissima; quella che ci riflette senza problemi, quella che corrisponde a quanto il nostro piccolo ambiente di riferimento ci ha consentito di essere. Ogni divenire sarà così negato – definitivamente. Saremo costretti, in eterno, ad essere solo quel poco che siamo riusciti ad essere, senza la speranza che una qualche musica sgradita ci tiri fuori dalla nicchia e ci guidi verso la comprensione dei tanti altri modi possibili di essere umani.

 

… E la chiamiamo «musica classica»!

di Marcello SORCE KELLER

Quando ero giovane, con tanto di barba e capelli lunghi, un doganiere lesse sui miei documenti che ero musicista. Allora, con aria inquisitiva, chiese quale tipo di musica praticassi. Prontamente risposi: «Musica classica, naturalmente!» e sembrò rassicurato. Nella successiva, breve conversazione mi resi poi conto che, pur se trovava la dizione «musica classica» rassicurante, in realtà nulla sapeva di Bach, Mozart o Brahms; ma, evidentemente, riteneva che una persona dedita al «classico» fosse – per definizione – più affidabile di chi pratica punk rock.

Diciamolo pure che l’idea di aristocrazia, messa fuori corso dagli Stati moderni, sopravvive caparbiamente in ambito musicale nella gerarchia dei «generi»: alcuni nobili, altri meno, altri addirittura plebei. I «nobili», si sa, anche se non frequentati, vanno pur sempre riveriti – e il doganiere osservava la norma.

Ma cosa è poi mai questa tanto nobile «musica classica»? Vorrebbe essere una tradizione che collega con continuità un modo pretenziosamente serio di concepire l’uso del suono, che inizia con Hildegard von Bingen per arrivare fino a Luciano Berio, John Adams e oltre. Ma questa è solo fiction! Mettiamo così nello stesso cesto forme sonore prodotte con ricette diverse e per usi e scopi differenti, raramente compatibili tra loro. Solo poche di queste «musiche» furono prodotte con «intenzione artistica» e spesso non sono poi quelle che apprezziamo maggiormente. Tanta della musica riverita come «classica», per esempio, fu concepita come intrattenimento, con intento commerciale e niente affatto per essere «ascoltata» (avec la tête dans les mains, come diceva Cocteau); ma piuttosto per essere «sentita» come sottofondo.
Quando mettiamo tutti questi differenti prodotti nello stesso cesto offendiamo in realtà la specificità dell’intento che li ha generati. Tra l’altro noi stessi siamo ben consapevoli del fatto che nel cesto ci sono cose belle, meno belle e altre che sono, secondo il gusto di oggi (che ne ignora la funzione originaria), bruttarelle assai. Eppure ci ostiniamo a parlare ancora di musica «classica» e trascuriamo le differenze. Insomma, abbiamo creato un repertorio simile al mostro del Dr. Frankenstein, lo abbiamo messo sull’altare e lo ostentiamo come «cultura». Così, in quanto suoi adepti, possiamo autocertificarci persone colte.

Ma in realtà, proprio per la sua natura raccogliticcia, non sappiamo nemmeno definire questa cosiddetta «musica classica». Sembrerebbe a tutta prima che la nostra idea di «classico» musicale costituisca una categoria estetica, legata quindi ad artefatti qualitativamente superlativi, dotati di tale valore intrinseco da resistere e superare di slancio la «prova del tempo»… ma poi in realtà il loro livello qualitativo è quanto mai disomogeneo. Buona parte di questa musica, detta «classica», la «prova del tempo» non l’ha superata affatto e oggi non la si esegue proprio mai. Se con «classico» desideriamo indicare invece un periodo cronologico (come avviene in altre arti), ebbene la musica che sarebbe veramente «classica» è quella della Grecia antica, ma non la possediamo e non abbiamo la minima idea di cosa realmente fosse. Se invece decidiamo di definire «classica» una musica che sia, magari, anche moderna ma conforme a modelli di provata qualità, allora i modelli semplicemente non ci sono; in realtà tanta della musica che si dichiara «classica» non vuole comunque rifarsi ad alcun modello precedente – e quale classicità può dunque esistere senza modelli!

Sarebbe una buona idea il non dare una patente di aristocrazia a nessuno stile musicale, repertorio o genere e di non crearne artificialmente alcuno. Nessuna musica, nemmeno la migliore, ha bisogno di essere messa sull’altare a beneficio di adepti che la considerino bandiera del proprio status  elitario. La musica, ogni musica, ha bisogno di passione e non di venerazione. Non diamole etichette. Apprezziamola, quando è il caso, e indichiamola piuttosto solo attraverso i nomi dei musicisti che la producono.

Copyright © 29/02/2012 Corriere del Ticino

Per l’approfondimento bibliografico (suggeritomi dal Prof. Sorce Keller: “le idee nuove circa la classificazione dei generi odierni sono tante e provengono quasi solo dal mondo dei popular music studies”):

Fabbri FrancoIl suono in cui viviamo. Inventare, produrre e diffondere musica, Milano, Feltrinelli, 1996.

Gelbart MatthewThe Invention of ‘Folk Music’ and ‘Art Music’, Cambridge University Press, 2007.

Holt FabianGenre in Popular Music, Chicago and London, The University of Chicago Press, 2007.

Negus Keith.  Music Genres and Corporate Cultures. London and New York: Routledge, 1999.

Sorce KellerMarcello. What Makes Music European. Looking Beyond Sound. Latham, NJ: Scarecrow Press, 2011.

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4 risposte a Definizione e qualificazione degli odierni generi musicali (riflessioni attorno a due spunti di Marcello Sorce Keller)

    • musicaemusicologia ha detto:

      Ben trovato Carlo,
      spero che tutto ti vada bene e che, soprattutto, i tuoi studenti ti diano le soddisfazioni che il tuo qualificato e qualificante impegno didattico e professionale e di ricerca scientifica meritano.
      Io attendo l’occasione di poterti incontrare, mogli incluse, … sullo stretto messinese o nelle più abituali nostre residenze di Catania o Palermo.
      Un caro abbraccio dal tuo affezionato
      MM

      • Caro Mario,
        grazie dei complimenti, mi auguro almeno in parte meritati. Giovedì 19 sarò a Messina per la presentazione di una pubblicazione musicale (Galleria Provinciale di Arte Moderna, ore 17). Potremmo vederci intanto in quell’occasione, se tu fossi lì. Comunque a presto
        Carlo

        • musicaemusicologia ha detto:

          Ciao Carlo.
          Purtroppo proprio in quei giorni arriviamo addirittura a scambiarci: sono a Castelbuono dal 19 al 20 e con ogni probabilità proprio in quei giorni – forse il 21 o forse il 22 – dovrò recarmi per una visita anche a Bagheria a Villa Valguarnera-Alliata, alle porte di Palermo.
          Vedremo l’evoluzione di questi impegni, che per me presentano anche dei delicati ed importanti risvolti familiari.
          Mi farò sentire nell’eventualità di una mia qualche prossimità nei tuoi confronti.
          A presto.
          Mario

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