I docenti di Pratica e lettura pianistica, ex-Pianoforte complementare: quali competenze specifiche esprimono?

di Mario Musumeci

La seguente lettera rivolta genericamente “ad un docente di Pratica e lettura pianistica (ex-Pianoforte complementare)” affronta un argomento spesso trattato tanto informalmente e sbrigativamente quanto inutilmente nelle discussioni in corridoio o nelle mail amichevoli tra colleghi che si confidano l’un l’altro in reciproca stima.

Si tratta della corrente e diffusa pratica didattica esplicata da buona parte di docenti di questo delicatissimo settore disciplinare, troppo spesso poco inteso nelle sue specificità e possibilità di articolazione interna. Come invece dimostrato dalle specifiche declaratorie del relativo settore disciplinare COTP/03 – riformulato con chiarezza d’intenti come settore disciplinare di tipo teorico-pratico – e dagli specifici campi disciplinari lì enucleati. Ed è quello che qui si vuole dimostrare in maniera costruttiva, con tono informativo e propositivo e non certo professorale. Dato che ci si rivolge pur sempre a colleghi, e per di più detentori di altri autonomi spazi di autonomia decisionale.

Caro collega,

per quanto riguarda la nostra pregressa discussione, preliminarmente:

  1. di seguito trovi il link con l’elenco delle declaratorie, inclusive delle competenze traducibili in discipline d’insegnamento        https://musicaemusicologia.wordpress.com/2010/11/26/declaratorie-queste-sconosciute/
  1. e ad ogni buon conto ti allego in un file immagine la declaratoria della tua disciplina

Ora seguimi bene, nel ragionamento che più volte ho tentato di avviare ma con scarso risultato, perché su certe delicate questioni non è assolutamente possibile ben comunicare estemporaneamente senza le dovute cognizioni di causa.

Se io leggo la mia declaratoria di Teoria dell’armonia e analisi mi ritrovo perfettamente nei contenuti tutti lì elencati e, credimi, senza alcuna riserva. Proprio come se li avessi elencati e scritti io. E dunque nelle competenze traducibili in discipline trovo spazio per variamente articolare quei contenuti in graduale progressione di difficoltà. Sta di fatto che cinque sono le competenze/discipline lì indicate e cinque sono le materie che insegno, ognuna con un programma diverso dall’altra e in costante crescita di approfondimento, dacché ci lavoro.

Ora se leggo invece la tua declaratoria – e ben diversamente ad esempio da quella della Teoria, ritmica e percezione musicale o della Storia della musica – trovo delle difficoltà.

In quanto pianista – anche se pianista-compositore – cioè mi rendo conto che le competenze lì indicate andrebbero meglio spiegate tanto a me stesso quanto ai colleghi del settore.

Ti risulta infatti che queste indicazioni siano del tutto pacifiche se spiegate ad un docente medio della disciplina?

Ad esempio si parla di “repertori e delle relative prassi esecutive”: cosa significa? Che addirittura l’insegnamento sulla e tramite la tastiera debba comprendere una visione a tutto raggio storico-evolutivo del repertorio pianistico; quale si svolge, o si dovrebbe svolgere, nella maniera più esaustiva possibile, nelle 3+2 Prassi esecutive del Pianoforte?

Oppure, forse, che l’espressione “repertori” si debba riferire alle musiche in generale, cioè dei vari strumenti: per come traducibili in una visione unitaria sulla tastiera intesa come “strumento del compositore”? E che le “prassi esecutive” vadano dunque applicate non secondo un concetto generico di specializzazione strumentale (in tal caso, appunto, di specializzazione pianistica), ma semmai di utilizzo in vario modo della tastiera per la migliore conoscenza stilistica del repertorio di elezione di ciascun discente.

Repertori…, appunto, tramite la …tastiera. Che pertanto sarebbe un mezzo e non un fine, per la specifica tipologia del settore disciplinare.

D’altra parte le successive previsioni di applicazione nella “lettura a prima vista”, nelle “tecniche  fondamentali di pratica dell’accompagnamento” e “di identificazione dei percorsi tonali” e di “realizzazione di trasposizioni tonali” a chi e a cosa dovrebbero servire, se non proprio a quegli studenti di strumento melodico a polifonia e ad armonia ridotte (archi) o del tutto monodici (a fiato), che – peraltro anche suonando su strumenti traspositori – vivono nella prassi orchestrale e da camera una realtà pratica a concreto rischio di sganciamento dalla complessiva realtà musicale (di intelligenza musicale) della partitura?

Ammesso che qualcuno queste attività formative le svolga, certamente. Ma mi piacerebbe molto, a me che non insegno la vostra disciplina, conoscere e dialogare a lungo con chi su queste attività didattiche la sa lunga e si sente a proprio agio con questa declaratoria delle sue proprie competenze; almeno quanto io mi sento a mio proprio agio con l’intera mia declaratoria, senza mai essere stato chiamato da chicchessia ad esprimermi al momento della sua compilazione (dunque non sarò l’unico …). E difatti tali attività formative le svolgeranno bene almeno coloro che hanno scritto o suggerito la scrittura di queste quattro righe, legittimando così l’autonoma esistenza di un docente che al pianoforte pare che “non debba propriamente insegnare il pianoforte“, bensì utilizzarlo per dell’altro …

Altrimenti se si deve insegnare un repertorio dimezzato di pianoforte perchè non farlo fare al docente specifico di pianoforte? Ammesso che ciò sia utile ad uno studente di tromba, di violino, di flauto, di canto …

Forse così sono riuscito a spiegarti meglio la mia difficoltà di comunicare con te sulla base della sola questione del monte orario da dedicare alla lezione individuale, intesa a mio modesto parere erroneamente come unico mezzo di relazione con gli studenti. E con la conseguente cattiva economicità degli spazi e dei tempi didattici disponibili.

Un insegnamento, così interpretato, che per forza di cose, intendendo cioè il pianoforte come repertorio specifico finalizzato a se stesso, non pare che interessi a chi pianista non è e non vuole esserlo. Ugualmente sarebbe se fosse costretto a fare il … compositore e non vuole esserlo ma è esclusivamente impegnato dai docenti di Armonia (di una volta) a compilare bassi e canti dati, con una metodologia didattica fine a sè stessa e recuperabile solo se in effetti quello studente poi decide di fare anche la Composizione … Dovresti dunque solo sperare che i tuoi studenti decidano prima o poi di studiare anche il pianoforte, nell’accezione esclusiva che ti sto indicando come discutibile, che pare non sussista neppure nella vostra stessa declaratoria ?

Inoltre, a mò di evidente seppure indiretta conferma, darei uno sguardo sulla declaratoria, che nell’ordine precede la vostra, di Lettura della partitura: “Il settore concerne l’uso del pianoforte come strumento conoscitivo dell’intera letteratura musicale. In particolare viene sviluppata la capacità della lettura della partitura, dai piccoli complessi cameristici alla grande orchestra. Comprende inoltre le tecniche di trasporto e di riduzione pianistica da qualunque organico.”

Pertanto non mi sembrano poche e poco significative le quattro competenze, trasformabili in discipline, che vengono attribuite al vostro settore disciplinare. Dato che, proprio grazie a queste, esso esprime un unicum, una qualità specifica per nulla assimilabile agli insegnamenti impartiti dal Pianoforte – che ostinatamente continuate a chiamare “principale”, senza accorgervi del connesso istinto di sudditanza che esprimete rispetto il vostro insegnamento ancora reputato “complementare”: appunto al modo di un (erroneo) adattamento delle stesse competenze a livelli quantitativi e qualitativi inferiori: un qualsivoglia insegnamento o è di qualità o non serve a niente. Ed allora qualcuno (un avvertito amministratore certamente, non un collega docente, che per sensibilità ed empatia non se la sentirebbe certo di mandare sul lastrico i bilanci familiari di qualche centinaio di famiglie) un giorno potrebbe arrivare a pensare che sarebbe meglio cassarlo, se impartito da tutti non a buon fine. Vediamo di evitare per tempo che questo possa accadere, proprio in una fase in cui al contrario queste competenze da acquisire sono state estese anche a studenti (di strumento a fiato), prima ad esse reputate estranei.

Con la riserva che esprime ogni autonomia docente, sicuramente innanzitutto a voi spettante, mi permetto di formulare alcune idee circa la ripartizione in discipline dei suddetti quattro campi disciplinari.

Innanzitutto andrebbero bene distinti i contenuti della Pratica pianistica e della Lettura del repertorio. Che mi sembrano costituire la chiave di volta per la comprensione della tanto spesso richiamata specificità.

Quale “repertorio”? Non certo quello specifico del pianoforte, se non in quanto subordinato come acquisizione di competenze al repertorio di elezione dei vostri studenti. Insomma si potrebbero scegliere brani del repertorio pianistico di varia epoca di relativa facilità di lettura, ma questi andrebbero subito connessi ad opere significative del repertorio di ciascun singolo strumento, con riguardo soprattutto a brani – polistrumentali o di particolare impegno di lettura – che esigono a monte l’acquisizione di abilità connesse all’intelligenza armonica e polifonica. Connessa a sua volta allo strumento “pianoforte”, inteso come “strumento del compositore”: dall’Ottocento – è vero – ma converrebbe ricordare che nell’epoca precedente era il Maestro al cembalo la figura professionale evolutivamente propedeutica ad una considerazione della tastiera non esclusivamente esecutivo-interpretativa.

E allora:

  1. la Pratica pianistica riguarderebbe l’impostazione del rapporto con lo strumento, individuale ma con approcci preparatori generalizzabili anche a livello comparativo per più studenti dello stesso corso in lezioni collettive.
  2. Mentre nella Lettura del repertorio si darebbe più convenientemente spazio a lezioni che impiegano nelle quattro mani due o – perché no? – anche più studenti. Non disdegnando raggruppamenti tanto per anno di corso quanto per analogia di strumento. Anzi venendosi incontro tra colleghi nel ripartire a monte, all’inizio dell’anno, gli studenti all’interno di ciascuna classe per omogeneità di provenienze strumentali, di anni di corso e di qualsiasi altra cosa convenga per facilitarsi vicendevolmente il proprio lavoro. Inoltre, in sede di lezione, uno studente di corso più avanzato potrebbe sostenere la parte più impegnativa, che richiede una precedente maturazione, rispetto l’altro a cui si affiderebbe la parte meno impegnativa. E sarebbe solo uno dei tanti esempi possibili, che la maturazione dell’esperienza didattica e gli scambi informativi tra docenti permetterebbe di attuare.

Dunque immaginerei di conseguenza una prima annualità al triennio di Pratica pianistica e una, propedeuticamente successiva, seconda annualità di Lettura del repertorio. Oppure realizzerei in ciascuno dei due anni, per moduli, entrambe le due discipline.

Poi bisognerebbe indirizzare le Tecniche fondamentali di accompagnamento pianistico, che introdurrei nel biennio accanto alle Tecniche fondamentali di lettura estemporanea e di trasposizione tonale, con orari ridotti rispetto le precedenti discipline, ma condensandovi con precisione finalità ed obiettivi specifici e abilità concrete da conseguire in tali preziosi spazi di tempo. Del resto tutti ci siamo dovuti attrezzare nel biennio per condensare al massimo, nello spazio per lo più di appena 15 ore collettive, insegnamenti che avrebbero richiesto ben altro respiro …

Tali insegnamenti, collocati tra le attività formative affini, potrebbero intendersi come opzionali – salvo a mio parere una più seria reimpostazione a livello nazionale dei bienni stessi, secondo criteri vincolanti di omogeneizzazione simili a quelli del triennio messo ad ordinamento. In tal caso altro che solo 15 ore per qualsivoglia insegnamento e altro che opzionalità tra insegnamenti tutti da reputare, se bene impartiti, come obbligatori! Difatti è cosa oramai risaputa che un male interpretato meccanismo di concorrenzialità economica tra le istituzioni ha tirato al ribasso gli oneri di frequenza oppure li ha altrimenti banalizzati. E qui pare – ma è un sentito dire tutto da verificare – che le magagne di qualche istituzione rasentino l’inimmaginabile per la scarsa serietà organizzativa e realizzativa dimostrata.

In una prima fase immaginerei un’eventuale ripartizione degli oneri di impianto delle due discipline, attualmente inesistenti, tra i quattro docenti: due si occuperebbero dell’una, due dell’altra. Poi, effettuato un buon rodaggio e accomunate le esperienze, si potrebbe procedere altrimenti.

Certamente però se si rimane ancorati al vecchio trasandato modello del Pianoforte complementare inteso formativamente al ribasso, al modo di un “Pianoforte facilitato”, le mie considerazioni sembreranno “lunari”. Però in tal caso sarà inutile poi lamentarsi della scarsa considerazione e stima che spesso si attribuisce al vostro insegnamento, specialmente da parte dei colleghi di Pianoforte.

Ci sarebbe ancora da approfondire, ma mi fermo qui per non appesantire troppo.

Un caro saluto.

Piano

Questa voce è stata pubblicata in E-learning, Istituzioni accademiche, Lettere al/dal sito. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.