L’amore e l’eros vissuto nella coppia e spiegato ai figli: l’elaborazione di un decalogo

di Mario Musumeci

Spesso i matrimoni falliscono e non si sa bene perchè. Oppure si sa fin troppo bene. O, più spesso, si crede di saperlo fin troppo bene.

Allo stesso modo in cui si pensa di conoscere bene l’altro, mentre può capitare che non si conosce bene neanche sè stessi; poco attenti, come siamo, al nostro essere plurale, spesso contraddittorio rispetto l’unicità della nostra realtà di individui.

Davanti alla durezza di questo dato di fatto non resta che l’accettazione, magari non passiva bensì critica del fallimento: quanto meno per non incorrervi nuovamente durante la ricerca di nuovi duraturi legami affettivi.

E allora ci si può legittimamente domandare se davanti alla patologia dell’amore sofferto e fallito non esista oltre che una possibile cura anche un’efficace prevenzione. Sembrerebbe anzi che il segreto di tale prevenzione sia da ritrovare nei modelli positivi di una solida educazione affettiva nella famiglia, e per la coppia nelle famiglie, d’origine.

Ecco perchè uno dei banchi di prova più aspri della coppia in crisi è costituito dal modello di educazione da impartire ai figli. E anche perchè nelle famiglie dove i genitori mantengono una reciproca armonia affettiva tra loro è più consequenziale la trasmissione della stessa ai figli, al modo di un DNA collettivo che si può trasmettere anche alle nuove famiglie che si formeranno da questi ultimi.

Proviamo allora ad individuare i fondamenti di questa armonia affettiva sulla quale reggere le sorti della famiglia con maggior fiducia rispetto le difficoltà e gli ostacoli che le contingenze della vita potranno inevitabilmente porre.

Sarebbe bello che sull’argomento ci si esprimesse in tanti, ponendo le proprie esperienze come indicatori positivi per una casistica costruttiva rispetto il modello di decalogo qui appresso prospettato. Ma certamente da ampliare e da chiarire in ogni possibile particolare.

Faccio precedere allo stesso un breve testo poetico, improvvisato la sera del 5 c.m. al ritorno in auto da una lunga ma proficua giornata di lavoro; un testo che nelle intenzioni iniziali doveva servire come esempio di adattamento poetico a musiche composte dai miei studenti su un tema da me appositamente creato. Per cercare l’ispirazione ho rivolto il mio animo verso la sofferenza di quei coniugi che soffrono la vita coniugale, come una maledizione di cui liberarsi al più presto piuttosto che come un dono da preservare ad ogni costo. E nell’unità delle proprie forze.

Se tu canti

Le basi di un decalogo per l’educazione affettiva della famiglia

La coppia di genitori deve sempre decidere in maniera equilibrata e vissuta partecipativamente da entrambi quale modello di educazione da adottare per i propri figli senza alcuna rigidità ma con la giusta fermezza del rispetto reciproco e ogni divergenza andrebbe intesa come una possibilità di arricchimento di tale modello, al modo di estremi da verificare costantemente a favore di più equilibrate mediazioni. L’eventuale errore di rotta va corretto senza recriminazioni, sempre partecipandone i figli anche nel massimo grado possibile di loro consapevolezza.

La migliore educazione sessuale è l’equilibrata educazione affettiva, sempre fondata sul diretto e positivo esempio della coppia dei genitori davanti ai figli. Le spiegazioni “anatomiche” possono e devono essere più precoci possibili, impedendo così che prevalgano visioni distorte esterne all’educazione familiare, ma sempre ben adattate all’età. Trascorrendo gradualmente dalla fase della favola e del mito a quella del pieno coinvolgimento emotivo ed affettivo che sdrammatizzi la fase dei primi turbamenti adolescenziali. Fino alla razionalizzazione dell’eros in nome di una corretta disciplina socializzante dell’amore pre-coniugale; mai da confondere con quello coniugale, semmai da porre in relazione evolutiva di una crescita di responsabilità.

L’attaccamento affettivo ai figli è cosa giustissima ma se vissuto in alternativa a quello coniugale troppo spesso diventa una malattia che, distruggendo la coppia, distruggerà prima o poi anche la famiglia e, in ultima analisi, lo stesso rapporto con i figli, a cui erroneamente si guardava in maniera esclusiva come ad una forma di autodifesa. Invece va sempre preservata l’intimità più profonda dei coniugi, anche dagli stessi figli, ai quali non andrebbe mai permessa ogni sorta di invasione o prevaricazione nei confronti dei genitori. Ugualmente quando i figli diventeranno genitori pretenderanno giustamente che il loro ruolo non vada prevaricato da quello dei nonni.

Non bisognerebbe mai lesinare a chi si ama la costante partecipazione del proprio corpo all’affettività coniugale, con gesti di tenerezza e di coinvolgimento emotivo: costituiscono il condimento della vita affettiva e senza di esso la pietanza – del legame amoroso di coppia – risulterebbe via via più scipita e insapore. Il mito dell’uomo forte solo in quanto meno coinvolto nell’affettività è solo una balla buona per gli amanti in esclusiva dei film d’azione e delle più aggressive competizioni sportive. Ogni persona – uomo o donna che sia – in realtà possiede sempre in preziosa dote personale una qualità femminile di più avvolgente affettività e una maschile di maggior aggressività, da intendere meglio come una più marcata e autonoma decisionalità nei comportamenti interrelazionali. Tali componenti del carattere andrebbero sempre armonizzate tra loro e mai frustrate l’una a favore dell’altra. Se poi nella coppia di coniugi a tale armonizzazione corrisponde anche una ripartizione dei ruoli, utilissima nei confronti dell’educazione dei figli, sarebbe bene che questa non sia mai troppo irrigidita nel suo, ma semmai scambievole quando le contingenze della vita lo esigano.

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4 risposte a L’amore e l’eros vissuto nella coppia e spiegato ai figli: l’elaborazione di un decalogo

  1. Tony ha detto:

    Ho letto l’articolo che mi ha suscitato molto interesse e in poche semplici parole esprimo un mio pensiero: l’amore, l’affetto e qualsiasi forma di gesto che rechi una sensazione inspiegabile verso un’altra persona dipende dal proprio carattere e dall’ambiente familiare e sociale in cui si nasce. Anche per eredità genetica molto probabilmente ma sicuramente in base all’esempio che danno i propri genitori ed alle regole della vita si può scegliere una strada migliore o una peggiore. Bisogna essere sempre attenti ed avere molta pazienza quando si tratta di dover condividere una vita con un’altra persona perchè se no ci si prende in giro da soli.

    • musicaemusicologia ha detto:

      Si Tony, sono d’accordo con te.
      Anche se l’esperienza della vita mi insegna che talvolta davanti a realtà affettive per noi nuove e tutte da esplorare possiamo adottare anche criteri di correttezza nei nostri comportamenti e tuttavia fallire.
      Per difetto di reciprocità per lo più, ma anche per la difficoltà reciproca o univoca di riconoscere in noi stessi l’altro.
      Insomma: l’amore reciproco – il vero amore – è un privilegio che bisogna sapersi conquistare giorno per giorno.
      Con gioia e con piacere perfino quando si affrontano momenti dolorosi, consapevoli che in esso risiede l’unica vera felicità durevole che la vita ci offre.

  2. Francesca ha detto:

    Ho letto dei bellissimi e profondi pensieri sull’amore di coppia in una rubrica giornalistica del filosofo Umberto Galimberti.

    Per lui “l’amore non è qualcosa di passivo, ma una continua creazione dell’altro, che si trasforma e libera tanti aspetti, spesso a lui ignoti, della sua personalità, proprio perchè investito da quell’idealizzazione che amore promuove. Infatti non ci si può innamorare se non si idealizza la persona amata.”
    E d’altra parte “non solo nelle cose d’amore, l’uomo non avrebbe creato storia, progresso e civiltà (…) senza idealizzare, fantasticare e sognare utopie e mondi migliori.”
    Dunque “l’amore non è godimento passivo dell’altro, che cessiamo di amare quando l’idealizzazione che di lui abbiamo fatto si esaurisce. Il ragionamento va capovolto: l’idealizzazione finisce quando cessiamo di amare. Quando rinunciamo a trasformare una realtà, che per se può essere insignificante, in una fascinazione che non accetta quello che per molti è il ‘sano realismo’, perchè vuole continuare a creare.”
    In definitiva “l’amore, che sembra alla portata di tutti, in realtà è prerogativa esclusiva dei creatori, che non accettano la realtà per come è data, perchè la vogliono sognare più bella. E in questo sogno insistono, non trascinati ‘passivamente’ dalla ‘passione’, ma animati di continuo dalla voglia di godere della vicendevole trasformazione che accade a chiunque di noi sia investito dall’amore.”

    Mi pare una prospettiva molto interessante e comunque posizionata ben al di fuori da più banalizzanti luoghi comuni che relegano tanto l’amore quanto la passione amorosa nel mistero ‘insondabile’ dell’estrema varietà (e … volubilità) dei rapporti umani.
    Una prospettiva più matura specie se affrontata dal punto di vista di chi sa dell’importanza di dover sempre coniugare nel rapporto amoroso sia capacità di autonoma volontà, sia doti di personale creatività.

  3. musicaemusicologia ha detto:

    Stimo abbastanza la profondità dei punti di vista di chi lei ampiamente sta citando.
    E mi sta bene concepire come un frutto costantemente idealizzato di due volontà individuali, dunque ben sorretto da scambievoli energie creative, l’amore coniugale; o, ancor più precisamente, l’amore di coppia ‘duraturo’ e ‘durevole’, in quanto possibilmente – e pubblicamente – riconoscibile come uno stabilizzato progetto di vita.

    Vorrei aggiungere che però mi manca qualcosa alla visione d’insieme dell’intera faccenda.

    Da dove scaturiscono infatti le due volontà poste a sostegno del progetto d’amore di coppia: da un’attrazione fisica (e sessuale), da un’accomunante visione di vita, dalla voglia e dal piacere intimo di stare assieme, dal bisogno di comunicare e comunicarsi in un rapporto almeno parzialmente esclusivo …?

    Soprattutto: qual’è, potrebbe o dovrebbe essere la relazione dell’amore di coppia con l’amore universale, con l’agape, l’amore cosmico che unisce o dovrebbe unire l’umanità intera, secondo un modello di idealizzazione analogo a quello appunto prospettato per l’amore coniugale?

    Una umanità intesa concretamente sia nella nozione etica di ‘prossimità’ – di derivazione cristiana in quanto epocalmente coinvolgente, ma certamente non solo di credo cristiano … – sia nella nozione ‘valoriale’, tanto di formazione laica quanto di ispirazione spirituale, di principi comportamentali ispirati pur sempre ai richiamati fondamenti volontaristici e di idealizzazione creativa dell’esistenza personale.

    Forse che l’amore coniugale non debba trovare bilanciamenti e auspicabili qualità di interazione con l’affetto ed il rispetto per i genitori, per i figli, per i familiari, per gli amici, per i conoscenti e per gli sconosciuti che variamente possono concretamente interagire con la vita nostra e dei nostri cari?

    Credo che l’educazione – e l’auto-educazione – all’amore sia lo stesso fondamento della capacità concreta di amare. Che poi si esplichi o meno nel rapporto di coppia, secondo i modelli stessi acquisiti oppure innovati a partire da tale educazione.

    Insomma detto altrimenti, in antitesi. La coppia potrebbe anche diventare un ‘rifugio’ rispetto la difficoltà di comunicazione affettiva esterna alla coppia stessa. E allora la domanda consequenziale, che a me pare drammatica è: si può amare veramente dentro la coppia se si è incapaci di amare all’esterno di essa?

    Oppure dobbiamo accontentarci di definire l’amore, davanti a tale domanda, solo come un frutto di ‘natura’, legato ad ‘istinti primordiali’: sopravvivenza della specie, istinto materno all’educazione e alla difesa della prole etc.?
    Dato che in tali casi più o meno ‘spontanei’ di relazione affettiva, pure ispirandosi alla detta idealizzazione volontaria e creativa, chi ama può esprimere un modello positivo però costantemente contraddetto nelle relazioni esterne alla coppia.

    E, allora, perchè invece si arriva spesso ad affermare, come un luogo comune, che amare l’altro (il coniuge, il compagno di vita) aiuta a renderci migliori?

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