DDL 1693 e valorizzazione dell’Afam: il punto sulla riforma

di Mario Musumeci

Il disegno di legge approvato

In data 30 novembre 2011 il DDL n. 1693 di “Valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale” è stato approvato dall’aula del Senato e trasmesso alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva. Esso contribuirebbe certo in modo rilevante alla compiuta attuazione della legge n. 508 del 21 dicembre 1999 di riforma delle Accademie di belle arti, dell’Accademia nazionale di danza, dell’Accademia nazionale di arte drammatica, degli Istituti superiori per le industrie artistiche, dei Conservatori di musica e degli Istituti musicali pareggiati.

E ciò, nonostante che qualche disposizione, almeno al modo qui prevista, trovi sicuramente seri problemi nella propria stessa compiuta attuazione.

ddl 1693 – testo approvato dal senato

Se si dispone infatti l’ormai da tempo attesa equipollenza dei diplomi accademici di I e II livello alle lauree universitarie umanistiche (classi di laurea L3 e L4 per le lauree e LM 4, LM 89, LM 45 e LM 12 per le lauree magistrali), “ai fini dell’ammissione ai pubblici concorsi per l’accesso alle qualifiche funzionali del pubblico impiego per le quali ne è prescritto il possesso”, si prevede anche l’incongrua ed erratissima equipollenza dei diplomi di vecchio ordinamento ai diplomi accademici di II livello (a loro volta equiparati alle lauree magistrali). Incongruente quanto meno nell’ancora attuale permanere ad esaurimento di diplomi tradizionali accanto ai diplomi accademici triennali di nuovo ordinamento neo-stabilizzati, ma funzionanti nelle istituzioni accademiche musicali da circa un decennio. E certamente ben configurati, per impianto pluridisciplinare, come effettive lauree di primo livello a fronte dell’atipicità dei vecchi e superati diplomi conservatoriali, da quinquennali a decennali per durata e per di più con ridottissimi impianti pluridisciplinari di sostegno. Gli studenti laureati nel triennio si troverebbero così ad essere superati dai loro colleghi rimasti, per la comodità del minore carico di studio, nel tradizionale: il quale da equiparato – e già non del tutto giustamente – al triennio stesso addirittura lo scavalcherebbe, includendo nel detto diploma accademico tradizionale anche le competenze specialistiche del biennio magistrale. Un’ingiustizia che, per la sua enormità, provocherebbe con ogni probabilità un contenzioso infinito e soprattutto di livello costituzionale.

Altre sviste o miopie di una pur moderna visione culturale? 

La previsione dell’istituzione, certo opportuna, di un Consiglio Nazionale degli Studenti di Accademie e Conservatori (CNSAC), analogo al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU), non è supportata da alcun finanziamento. Insomma si prevede che le relative attività, comportanti quanto meno trasferimenti a lunghe percorrenze per le riunioni dell’organo istituzionale, debbano avvenire ad esclusivo carico economico degli studenti interessati! E qualche dubbio andrebbe pure posto rispetto la drastica e incomprensibile riformulazione delle norme riguardanti la composizione del Cnam, il consiglio nazionale di rappresentanza dell’Afam. Che, per la prevista eccessiva presenza di plurime componenti minoritarie, sembrerebbe sospinto verso una delegittimazione della propria funzione istituzionale, a favore di una qualità rappresentativa più politico-sindacale.

Altri provvedimenti risulterebbero utili, seppur già fossero previsti dalla legge 508 del lontano 1999 ma mai portati ad attuazione, vuoi per l’inerzia delle singole istituzioni, vuoi per il mancato supporto e l’incentivazione adeguata da parte degli organi ministeriali preposti. E si va dalla possibilità di ammettere alla frequenza del Conservatorio i talenti precoci iscritti presso le scuole medie ad indirizzo musicale o presso i licei musicali; la quale era già implicita nella possibilità poco o per niente considerata delle convenzioni inter-istituzionali “verticali” – previste tra Conservatori e scuole secondarie ad indirizzo musicale. E ancora dalla già prevista – sempre dalla legge 508/1999 – messa ad ordinamento dei corsi accademici biennali di II livello. Tuttora considerati come sperimentali e forse mai realmente decollati sul piano qualitativo data l’eccessiva disparità di ordinamento tra le diverse sedi, seppure più diffusi sul territorio nazionale degli stessi trienni accademici.

Fino all’istituzione dei Politecnici delle Arti che era già anch’essa contemplata nella possibilità, poco o per niente attuata, delle convenzioni interistituzionali “orizzontali” tra le diverse istituzioni dell’Afam, e anche con facoltà universitarie. Adesso i Politecnici delle arti sono riferiti esplicitamente solo a istituzioni dell’Afam e costituiscono innanzitutto effettivi accorpamenti inter-istituzionali: enti che “subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi alle istituzioni in essi confluite, che mantengono la loro denominazione configurandosi in un massimo di cinque facoltà: arti visive, arte musicale, arte drammatica, arte coreutica, design.” Con la previsione di comuni figure di gestione:  rettore, senato accademico, consiglio di amministrazione, direttore amministrativo, etc… Se dunque paiono interessanti tali previsioni che ancor più accomunerebbero le istituzioni dell’Afam alle istituzioni universitarie è però lecito domandarsi come, quando e perchè tali accorpamenti debbano attuarsi, soprattutto con quali incentivi a fronte dei palesi disincentivi già prefigurati attraverso l’unificazione delle figure di gestione amministrativa: i restanti direttori amministrativi, ad esempio, andrebbero in esubero, pure a fronte della mole di lavoro attuale che già in più casi ne comporta due e non uno per alcune singole amministrazioni? E, ancora, perchè (peraltro giustamente) prevedere possibilità di unificazione delle dette facoltà dell’Afam e non includervi anche la facoltà di Lettere, atteso che proprio il Dipartimento di arti, musica e spettacolo (Dams) ivi inserito, è quanto di culturalmente e formativamente più interagente possa immaginarsi rispetto gli studi conservatoriali riformati? E forse che, in una visione interdisciplinare più attuale e conforme ai nostri tempi, gli statuti di performativa creatività, tipici dell’Afam, non siano bene esprimibili in analogia con quelli degli studi umanistici, in quanto riferiti anch’essi ad attività creative e performative di primario risalto intellettuale, dunque dotate di artistica intrinsecità? E non è proprio in tale direzione che si è implicitamente espressa la sopra richiamata equipollenza dei titoli?

Un’autonomia priva di adeguati supporti finanziari e organizzativi

Peraltro sempre a fronte della tanto auspicata definitiva equiparazione delle istituzioni Afam alle Università, per quanto riguarda strutture e personale oltre che titoli rilasciati, è stato solo accolto come ordine del giorno un importante emendamento sulla definitiva equiparazione dei docenti dell’Afam ai professori universitari; impegnando pertanto il Governo ad affrontare e risolvere la questione. Certo fastidiosa in tempi di rigido contenimento della spesa, ma conditio sine qua non per il compiuto decollo del sistema formativo accademico: come si può pretendere spontaneamente e a costo zero un incremento della qualificazione professionale e un notevole carico di maggior impegno lavorativo? E in effetti traspare non poco dalle ormai solite, e diffuse nel DDL, previsioni di interventi normativi “senza oneri economici da parte dell’Amministrazione” la precisa volontà di un reale disimpegno. Certamente biasimevole a fronte delle tante belle parole che si continuano a spendere nelle più diverse sedi istituzionali e politiche a favore delle arti e rivolte ad una nazione, l’italiana, che nelle arti tutte ha da secoli elaborato il meglio del suo dna. Analogamente è stata blandamente accolta la raccomandazione di provvedere in qualche modo alla stabilizzazione del personale precario di cui alla legge 143. E ciò a fronte di una gran quantità di personale docente in servizio da un decennio e oltre, e mai stabilizzato seppure assunto di anno in anno su cattedra disponibile. Mentre sono stati giustamente bocciati alcuni emendamenti ritenuti dilatori della definitiva stabilizzazione dei nuovi ordinamenti, quali una norma che avrebbe permesso ai privatisti di concludere gli studi da esterni entro il 2017/2018 e una disposizione che avrebbe consentito ai direttori in servizio di rimanere tali fino al trattamento di quiescenza, a fronte di una carica elettiva provvisoria statuita da oltre un decennio, a durata rigorosamente limitata per numero di mandati. Infine non si comprende sia lo spirito che il senso letterale di una specifica e oscura disposizione – forse riferita alle simultaneità di frequenza di più corsi conservatoriali? – che prevede che agli studenti dei Conservatori venga consentita la frequenza di “non più di due corsi nell’ambito dei corsi di vario livello afferenti alle scuole”. Nè sembra utile ad alcunché nella sua ovvietà la specifica e sporadica indicazione che “Tra i titoli validi per accedere all’insegnamento del canto nei Conservatori di musica può esservi anche una comprovata esperienza in una delle fondazioni lirico-sinfoniche italiane.”

Non poche dunque le “sviste” nel testo normativo in corso di approvazione definitiva (ma senza le opportune correzioni?). Così il relativo compimento di percorso rischia, a sua volta, di rimanere l’ennesima incompiuta e insufficiente attuazione. Niente di nuovo: se, a distanza di undici anni dalla emanazione della legge 21 dicembre 1999 n. 508, la riforma in senso universitario delle Accademie e dei Conservatori non è stata ancora pienamente attuata, neppure ad essa si è accompagnata l’indispensabile e compiuta riforma dell’istruzione musicale e coreutica di base. Rimangono vaghi e non definiti i programmi musicali delle scuole medie ad indirizzo musicale, con specifico riguardo alle esigenze di verticalizzazione degli studi musicali professionali e del loro precoce impianto. Anzi proprio al proposito non è previsto un indirizzo musicale o coreutico nella scuola primaria e non è previsto l’indirizzo coreutico nella scuola secondaria di I grado. E ancora pochissimi e del tutto insufficienti al fabbisogno sono i licei musicali e coreutici istituiti dalla recente riforma della scuola secondaria superiore. In tali condizioni non si comprende come e dove si debbano preparare i giovani musicisti o danzatori per accedere, dopo gli istituti secondari, ad un’alta formazione musicale o coreutica di livello universitario; effettivamente corrispondente alle previsioni sia del nostro ordinamento costituzionale, sia del contesto europeo in cui lo stesso si colloca oramai da oltre un decennio. Rischiamo di mantenere un gap sempre più insostenibile rispetto i paesi europei meglio posizionati.

(L’articolo è stato pubblicato nel n. 8 del 20 dicembre 2011 de La Tecnica della Scuola, con il titolo “Afam, il riordino atteso”)

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4 risposte a DDL 1693 e valorizzazione dell’Afam: il punto sulla riforma

  1. Bruno Bertone, docente, concertista, membro del CNAM ha detto:

    Non posso che dissentire su quasi tutto, per non dire tutto.
    E lo dico da musicista che da molti anni vive sia le ragioni dell’insegnamento sia quelle della professione.
    Il primo punto che credo irrinunciabile è il riconoscimento del vecchio titolo come massimo livello del vecchio sistema e di conseguenza come laurea di II Livello.
    Potrei parlare ed esemplificare sotto tutti gli aspetti, di contenuto, di logica, di legittimità nazionale ed internazionale, ed altro, ma evito di farlo in questo momento.
    Mi limito a dire che il collega Prof. Musumeci ha decisamente torto nella sua affermazione.
    STOP

    • musicaemusicologia ha detto:

      La ringrazio, gentile Prof. Bertone, per il suo intervento, che reputo senz’altro autorevole per la funzione da lei rappresentata presso il Cnam.

      Credo però anche che l’autorevolezza di un discorso si misuri dalle argomentazioni poste in essere; ed anche dal contraddittorio serrato e convincente rispetto tutte quelle che si sottopongono a critica.

      Ma lei queste argomentazioni, in entrambe le direzioni, non le offre o, forse, le rimanda. Oppure dovrei/dovremmo pensare che di buone argomentazioni lei, al proposito, non ne abbia alcuna?

      Premesso che sarei, anzi che saremmo contentissimi di poterci sbagliare, dato che qui nessuno ha certo la pretesa acritica di un possesso di verità assolute, sarebbe più piacevole però argomentare “ad armi pari”.
      E magari con il più nobile scopo di un “disarmo reciproco”, alla fine. Insomma solo una “battaglia argomentativa”, ovviamente priva del sottinteso “lei non sa chi sono io” e chiudiamola qui …

      Il che farebbe male ad entrambi, facendo comunque parte entrambi della stessa “barca”: l’Afam-Conservatori.

      Dunque rimango – anzi, credo proprio che, rimaniamo – in attesa paziente dei suoi graditissimi chiarimenti. Al proposito, dato che nel frattempo mi sono accorto che il suo intervento è riferito al primo articolo apparso sul sito sull’argomento, mi preme avvertirla che nel frattempo è stato aperto un Forum (cfr. apposita rubrica) dove la discussione è stata portata un tantino più avanti, a partire dalla stessa lettera pubblicata sull’argomento dalla Prof.ssa Dora Liguori.

    • Luciano ha detto:

      Condivido con Bertone. Si continua ad ignorare il parere della Corte Europea dei Diritti che ha già sancito l’equipollenza del vecchio ordinamento al II livello così come avvenuto per le Lauree (quelle vere) universitarie.
      In bocca al lupo e Ad Maiora

      • musicaemusicologia ha detto:

        Beh, almeno lei lo fa senza la presupponenza di chi dichiara di saperla lunga e poi evita del tutto il confronto sulle effettive, gravissime e serissime, argomentazioni e problematiche poste in ballo.
        Però noto che lei è rimasto indietro perchè della questione se ne discute già da un pò di tempo sul Forum avviato sul sito (al seguente link, oppure portandosi sulla rubrica Forum):

        https://musicaemusicologia.wordpress.com/2012/01/21/forum-iii-lequiparazione-del-diploma-tradizionale-allintero-corso-di-studi-32-disposizione-sacrosanta-o-nefasta-per-le-sorti-dellafam-conservatori/

        e abbastanza più avanzatamente sul piano qualitativo delle delle argomentazioni: a meno che non si voglia ribattere più o meno esplicitamente – e non sarà certo il suo caso – che “i musicisti non amano leggere e neppure ne hanno bisogno, impegnati come sarebbero ad occuparsi più nobilmente d’altro”. A costoro altro che laurea, personalmente attribuirei solo il “cappello degli asini”; che una volta, almeno nei libri per ragazzi e sul piano pedagogico un tantino arbitrariamente, si affibbiava agli studenti … somari!

        L’argomentazione da lei richiamata – unica e sola basterebbe per la sua autorevolezza – era però rivolta all’Afam nella sua interezza e doveva semmai servire una dozzina (quasi) di anni fa, all’avvio della riforma; come aprioristica considerazione sul da farsi per migliorare lo stato delle cose della formazione e dell’alta cultura musicale in Italia: cfr. l’operato della Commissione Salvetti, a suo tempo aspramente combattuta proprio da chi adesso lamenta ciò che allora si poteva disporre in maniera seria e non con l’ennesima “buffonata” all’italiana, come si vorrebbe fare adesso.

        [Ma si sa: i sindacalisti, più dei politici, devono innanzitutto difendere lo status quo, perchè è demagogicamente più utile … e questo prima o poi sentenzia il loro fallimento, almeno umano]

        L’argomentazione richiamata dell’intervento della Corte europea funzionava a suo tempo con stretto riferimento ai diplomi accademici già quadriennali e post-maturità delle Accademie BBAA. Altra faccenda per i diplomi conservatoriali che diversi studenti nel vecchio sistema riuscivano ad acquisire a 18 e perfino a 16 anni: è una bufala che si trattasse sempre di talenti musicali, maturati professionalmente (e umanamente …) del tutto con l’acquisizione del titolo accademico. Più spesso si è trattato semmai di studenti meglio instradati, figli di colleghi o comunque particolarmente dotati certo, ma per lo più solo sul piano strumentale; e non di rado come potrebbero essere delle belle … scimmiette, che ripetono anche con notevole abilità i gesti appresi senza un’adeguata maturazione umana ed intellettuale: ne ho conosciuti tanti durante la mia carriera professionale trentennale che nulla di serio hanno concluso nella loro vita, senza prima riuscire a riformulare del tutto la propria fisionomia umana e musicale. E d’altra parte prima erano stati impiegati innanzitutto a fare i “salti mortali” per evitare gli apprendimenti ulteriori e necessari rispetto il puro studio strumentale del proprio (più o meno) ristretto repertorio.
        E vorrei aggiungere che, all’opposto, tanto “prima-donnismo” circolante nei nostrani ambiti artistici mi pare proprio oggi una necessitata compensazione psicologica di tale stato di non maturazione umana ed affettiva, al limite del patologico …

        Poi d’altra parte che ne faremmo dei pluridiplomati con 2, 3, 4 e più titoli di studio, peraltro in tempi di penuria di lavoro sempre più numerosi ed agguerriti, anche se talvolta più in termini di quantità di titoli che di solide esperienze professionali e lavorative? Qualche punteggio aggiuntivo, mi si dirà. Ma lo sanno anche i muri delle nostre istituzioni che un solo diploma, magari con il massimo dei voti, assieme ad un paio di anni di carriera didattica, può bastare a superare nelle graduatorie i professionisti che hanno fin lì trascorsi la loro vita sulle scene artistiche!
        Per non dire di tanti diplomati di corsi da quinquennali a settennali, che dovrebbero non si capisce bene perchè essere del tutto equiparati ai decennalisti e più (i diplomati in strumento e in discipline compositive).

        Insomma come non si riesce ancora a capire che l’unico scopo della riforma, in buona parte oramai tradito, doveva essere quello di approntare un unico corso di studi, ma ben compiuto per la formazione appunto del cd. “musicista completo”, oramai di ottocentesca memoria? E che l’odierna strampalata situazione diventa sempre più insostenibile per la credibilità dell’accademia musicale italiana: con pluridiplomati v.o. che conseguendo titoli strumentali e compositivi e musicologici intendevano completare con ottime ragioni la loro professionalità (talvolta riuscendoci, talvolta no …); con pluridiplomati odierni che continuano a studiare spesso nei bienni le stesse cose studiate in precedenza (ma almeno lo fanno …); con “mono”-diplomati più o meno bravi (ma con una “forbice” differenziativa di qualificazione professionale veramente eccessiva!); con diplomati che addirittura si accontentano perfino di un livello culturale approssimativo e poi si lamentano se non trovano spazio professionale in ambito musicale; con diplomandi che “pretendono” di conseguire anche una laurea non musicale perchè – “si sa:” – “due professionalità acquisite valgono certamente più d’una” (mah: roba da matti!) …

        A non voler richiamare il danno enorme che si produrrebbe all’istituzione conservatoriale favorendo i meno titolati – con diploma tradizionale – rispetto i più titolati – gli “effettivamente” laureati nel triennio (con programmi calibrati in senso universitario) e addirittura anche gli specializzati che comunque si sono accollati un biennio di studi aggiuntivo.
        Sugli argomenti in questione, con il quale la Corte Europea non è stata a suo tempo certamente in grado di confrontarsi, rimando all’ampia discussione sul detto Forum.

        Grazie comunque per la sua opinione e il suo interesse.
        MM

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