Chiamami ancora e sempre, ma … altrimenti, amore

di Mario Musumeci

Amare, parola facile nell’uso e difficile nell’incontro, giacché tutto ciò che ci pervade e che diciamo Amore segue rivoli diversificati di senso verso un mare che accomuna e distingue …” ( *)

Il luogo – Festival di Sanremo – e gli accorgimenti nazional-popolar-consumistici – ventidue volte ripetuto il sostantivo “amore” nel refrain motivico – sembravano fatti apposta per decretare il successo della popularsong di Roberto Vecchioni. Ma scopriamo subito di quale “amore” si tratti, se ne ascoltiamo i versi tanto delicati quanto energicamente ed appassionatamente resi nella performance canora: non certo l’edulcorato e patinato amore cui prevalentemente siamo abituati dalla tradizione sanremese. Al di là – a scanso di inutili polemiche – dell’almeno presunta semplicità e genuinità di tante canzonette orecchiabili e magari ben presentate sul palco dai rispettivi interpreti.

Il cantautore ce lo rivela subito anche tramite l’intonazione stentorea della melodia; a specifici tratti, nelle strofe, più declamata che cantata: proprio al modo di un cantastorie che recita sequele di eventi effettivamente accaduti, ma oramai resi mitici nella memoria collettiva. E ne prende pure parte, ora a favore ora contro, quale portatore (almeno presunto) di una verità tanto semplice quanto di immediato riconoscimento popolare.

Lo stile del ritornello pare invece rispondere più ai canoni estetici di melodicità ed orecchiabilità della popular-song sanremese. Ma, incastonato com’è tra le tre strofe e variato armonicamente e, meno vistosamente, anche nella melodia, pare corrispondere ad una preghiera,  nelle sue quasi ossessive ripetizioni dell’intitolazione; una preghiera sempre energicamente intonata, come sorretta da un’autentica fede. Ma una preghiera laica certo. Che non rende generico il rapporto tra pensiero celebrante e spirito celebrato; che definisce bene e male indirettamente ma efficacemente, attraverso rapide descrizioni o lapidarie definizioni. In cui appare difficile non riconoscere o non riconoscersi.

E lo fa attraverso mezzi poetici. Attraverso la citazione: l’impossibilità da parte dei poeti di esprimersi risale al salmo biblico 137 e si avvicina storicamente alla nostra era attraverso la ricollocazione risorgimentale verdiana del Nabucco e il novecentesco rifiuto della guerra davanti al dilatarsi planetario dei suoi orrori, celebrato da un Quasimodo. Attraverso la risorsa retorica: primeggia perorativamente l’anafora: “… e per la barca”, “… per il poeta”, “… per l’operaio”, “… e per chi ha vent’anni”, “… e per tutti i ragazzi e le ragazze”, “… per la nostra memoria”. E perfino “… per il bastardo” e “… per il vigliacco”, resi simbolicamente provvisori e marginali, al modo orante e accomunante di un giudizio universale biblicamente evocato dalla parabola mariana del Magnificat: “… deposuit potentes et exaltavit humiles”.

Mentre nelle reiterazioni testuali del ritornello – che com’è prevedibile, per una canzone sanremese, prevale cantabilmente sulla strofa per le sue più ampie e più pronunziate arcate melodiche – domina il climax melodico, la progressione del motivo in crescendo (scalare) di insistenza: nell’avvio è ascendente e dunque emozionalmente perorativo anche per l’armonia cadenzale (Dominante –> Tonica); poi a metà ritornello diventa discendente (anticlimax) e ad armonia invertita (Tonica –> Dominante), assumendo complessivo tono interlocutorio; infine recupera un tono radicatamente  assertivo nelle tre conclusive reiterazioni progressionali discendenti (notare l’anticadenza di ascendenza popolare: Dominante –> Sottodominante –> Tonica), addirittura portate a quattro in epilogo, nella chiusura della song. E’ proprio questo gioco, generosamente reiterativo ma arricchito nelle sue tre diverse formulazioni melo-armoniche, che rende orecchiabile il motivetto di refrain in una maniera non banale e di conseguenza facilmente equivocabile nei primi approcci di canto per imitazione.

Innanzitutto una poesia, dunque. Che evoca e celebra un amore cosmico, forse inusuale se non per chi l’età indirizza verso la saggezza e la riflessione sulla finitudine: “perché noi siamo amore”. Ed anche un inno politico, soprattutto nella terza ed ultima strofa (le prime due sono consequenziali e successive); anch’essa rinvigorita dall’anafora su “… perché le idee sono …”. Ma la scelta di fondo del poeta cantante – anzi: cantautore e come tale coinvolto fino al midollo nella performance interpretativa – è leggibile sin dall’inizio come scelta politica: sul dramma degli immigrati – adulti e bambini nelle barche, che affondando “volano in cielo”; sull'”operaio che ha perso il suo lavoro” – il cui solo riferimento verbale, in epoche fintamente de-ideologizzate come l’attuale, evoca immediatamente, come reazione impropria e strumentale, anatemi circa “comunisti” coinvolgimenti nella tremenda parabola storica dello stalinismo. Insomma: guai ad essere operai, alle soglie del duemila! O si è figli di nessuno, oppure ci si infila negli ottundenti percorsi logici della “classe operaia” marxianamente protesa verso “il sol dell’avvenir” prima e “il gulag” dopo.

E la canzone politica sa assumere anche toni epici: l’incondizionata empatia nei confronti delle nuove generazioni, studenti ragazzi e studentesse ragazze “che difendono un libro vero”, simbolo di una cultura non irreggimentata e di un autonomo pensare non vilipeso, espone compiutamente la vocazione partecipativa e autenticamente democratica dell’insegnante (qual è ed è stato l’autore). In un contesto storico e geografico – l’Italia odierna – che sembrerebbe aver in buona parte dimenticato che la cultura democratico-partecipativa costituisce un fondamento istituzionale, un irrinunciabile contratto sociale da tutelare e non diminutivamente la tesi faziosa di una parte politica.

Ed allora le figure stesse del “bastardo che sta sempre al sole” e del “vigliacco che nasconde il cuore” sono assieme denotative di personaggi del nostro tempo e paradigmatiche in quanto identificative di specifiche e sempre esistite tipologie umane. Non c’è bisogno di enunziare tali persone: i connotati caratteristici parlano, prima che dei loro nomi, delle loro nature. Non c’è bisogno né politicamente di incitare l’odio della gente comune contro i “signori del dolore” né di chiederne anzitempo, cristianamente (oppure cattolicamente e/o ipocritamente), il perdono. Provvederanno madre Natura, con la sua indefettibile – e pur connessa alla vita – esizialità di ogni singolo essere vivente; e matrigna Storia con i suoi rivolgimenti epocali, che rendono ogni male umano sempre connesso con il bene che prima o poi lo supererà; sempre rimettendosi in discussione entrambi, proprio per l’imperfezione delle umane cose.

Così ogni possibile enigma esistenziale è risolto: “perché noi siamo amore”.

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Di seguito, in file PDF immediatamente stampabile, ecco il testo: trascritto anche in ripartizione formale per un immediato orientamento sintetico e con gli accordi sottostanti: per chi, imparando per imitazione la canzone, vuole accompagnarsi alla chitarra ritmica (le connesse indicazioni funzionali, per chi le conosce e le sa utilizzare, servono al trasporto immediato in qualunque tono).

Chiamami ancora amore

Buona recitazione e/o buona cantata!

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Amare l’Amore (*)

Amare

parola facile nell’uso

e difficile nell’incontro,

giacché tutto ciò che ci pervade

e che diciamo Amore

segue rivoli diversificati di senso

verso un mare che accomuna e distingue.

Certo è un privilegio

vivere nell’amore

e quelle distinzioni

vanno comunque operate

e con la gioia dell’accumulo

interiore

e con il dolore dello scontro

esteriore,

giacché solo nell’Avventura della vita

gli opposti possono saldarsi

in una sintesi superiore

e i simili dissociarsi

nella ricchezza che li accomunerà.

E questa forse è l’unica possibile

accezione universalistica,

l’Esperienza

che ci fa Amare l’Amore.

(*) da: Mario Musumeci, Poesia nell’amore, SGB Edizioni, Messina 2010.

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