A proposito di catene di sant’Antonio

Dal sito-blog Il Disinformatico , di Paolo Attivissimo, giornalista informatico e cacciatore di bufale, riportiamo di seguito un caso esemplare di catena di sant’Antonio, tra le tante circolanti sul web e che troppo spesso trovano tanto diffusissima quanto inopportuna disponibilità da parte di naviganti esperti e non.

Antibufala Classic: l’appello di George Arlington 27.11.07

La bimba di George Arlington sta morendo, salvatela con un e-mail

Indagine iniziale: febbraio 2002. Ultimo aggiornamento: 14/11/2010.

English abstract (il resto è in italiano): An e-mail appeals for help on behalf of a child named Rachel or Rachele, who is said to be dying of leukemia. Her father, George Arlington, claims that AOL and ZDNet have teamed up to save her: they will track the forwarding of this appeal and will donate 32 cents for every time it is forwarded to at least three people. This is a hoax. There is no Rachele and most certainly AOL and ZDNet have no such e-mail tracking system. ZDNet Italy has denied its involvement in any “if you get enough sympathy we’ll let you live, else drop dead” kind of scheme. Links with further information (mostly in Italian) are provided below.

Il testo dell’appello

Con le solite varianti tipiche delle catene di sant’Antonio, il testo è grosso modo questo (ho evidenziato i concetti salienti in grassetto):

Oggetto: Leucemia – Per favore leggete di seguitoPer favore aiutateci

Se la cestinerete davvero non avete cuore.

Salve, sono un padre di 29 anni. Io e mia moglie abbiamo avuto una vita meravigliosa. Dio ci ha voluto benedire con una bellissima bambina. Il nome di nostra figlia è Rachele. Ed ha 10 anni.

Poco tempo fa i dottori hanno rilevato un cancro al cervello e nel suo piccolo corpo. C’è una sola via per salvarla è operare. Purtroppo, noi non abbiamo denaro sufficiente per far fronte al costo. AOL e ZDNET hanno acconsentito per aiutarci.

L’uinico modo con il quale loro possono aiutarci è questo: Io invio questa email a voi e voi inviatela ad altre persone. AOL rileverà la traccia di questa e-mail e calcolerà quante persone la riceveranno.

Ogni persona che aprirà questa e-mail e la invierà ad altre 3 persone ci donerà 32 centesimi .

Versione inglese

 Subject: Leukaemia – Please read then forward

If you delete this … you seriously don’t have a heart.

Hi, I am a 29-year-old father. My wife and me have had a wonderful life together. God blessed us with a child too. Our daughter’s name is Rachel, and she is 10 years old.

Not long ago the doctors detected brain cancer and in her little body.

There is only one way to save her…an operation. Sadly, we don’t have enough money to pay the price.

AOL and ZDNET have agreed to help us. The only way they can help us is this way, I send this email to you and you send it to other people. AOL will track this email and count how many people get it.

Every person who opens this email and sends it to at least 3 people will give us 32 cents. Please help us.

Sincerely
George Arlington

Versione tedesca

Betreff: WG: Sehr wichtig!!!!!!!!!!!!!!! Bitte mitmachen!!!!!!!!! Nichtloeschen!!!!!!!!!!!!!!!Danke vielmals!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Wenn Sie diese Mail loeschen, haben Sie ernsthaft kein Gefuehl, kein Herz.

Hallo, ich bin ein 29jaehriger Vater. Ich und meine Frau haben zusammen ein wundervolles Leben gehabt. Gott segnete uns auch mit einem Kind. Der Name unserer Tochter ist Rachel, und sie ist 10 Monate alt.

Nicht vor langer Zeit ermittelten die Doktoren Gehirnkrebs in ihrem kleinen Koerper. Es gibt nur Einen Weg, sie zu sichern… eine Operation. Traurig, dass wir nicht genuegend Geld zum zahlen fuer die Operation haben.

AOL und ZDNET sind damit einverstanden, uns zu helfen. Die einzige Art und Weise, auf die sie uns helfen konnen, ist auf diese Weise, indem ich Ihnen diese Email schicke. Bitte schicken Sie dieses Mail an moeglichst viele Leute weiter. AOL sammelt diese Mails auf und zaehlt, wieviele Leute es erhalten.

Jede Person, die dieses Mail offnet und es mindestens 3 Leuten schickt, gibt uns 32 Cents. Helfen Sie uns bitte.

Sie konnen mit Ihrem versenden Leben retten.

George Arlington

Varianti e garanti

Spesso il messaggio viaggia sotto forma di allegato contenente un’immagine di una neonata e con l’intestazione “FALLA GIRARE PER AIUTARE UNA BAMBINA!”. Altre volte, il messaggio di Rachel è preceduto da una straziante quanto melensa storiella che inizia con “Sono andata ad una festa, mamma, e mi sono ricordata di quello che mi avevi detto. Mi avevi detto di non bere, mamma, e io non ho bevuto. Non ho bevuto prima di guidare, mamma, anche se gli altri mi hanno incitata…”. Vi lascio indovinare come va a finire. Talvolta i genitori di Rachel cambiano nome, diventando “Kevine e Melanie”.

Questo appello circola anche con la “conferma” di un’infinità di “garanti”. C’è la Rizzotti Lorena che dice “Conosco personalmente il medico che sta facendo girare il messaggio”; c’è una dipendente dell’Istituto Superiore di Sanità; la direttrice dell’Istituto di Endocrinologia dell’Università di Milano; c’è chi dice “mio figlio è un medico e conosce la vera situazione di chi scrive” (come farà, visto che Rachel non esiste?), e ci sono anche un ricercatore del CNR e un maresciallo della Guardia di Finanza. Tutte “conferme” assolutamente false.

Datazione e origini

Le prime tracce di questo appello risalgono ad agosto 2000.

Perché è una bufala

  • Primo indizio: pensateci un attimo. Credete davvero che aziende come AOL (America Online) e ZDNet siano così crudeli da organizzare questa sottospecie di lotteria? “Caro George, mi spiace, ma non ci hanno risposto in numero sufficiente, per cui non ti paghiamo l’operazione e lasciamo morire tua figlia…” Suvvia, siamo seri.
  • Secondo: Se AOL e ZDNet sono davvero lanciate in quest’impresa, ne parleranno sicuramente nei loro siti: è una ghiotta occasione per mostrare la propria generosità e guadagnarci in fatto di immagine. Ma nei loro siti non c’è traccia di questo appello. Il 16 febbraio 2002, Alberto d’Ottavi, di ZDNet Italia, ha partecipato alla trasmissione Beha a colori di Radiouno e ha smentito categoricamente che ZDNet faccia una cosa di questo genere. D’altronde, pensate seriamente che un’azienda faccia queste cose segretamente, rinunciando a pubblicizzare quant’è brava e bella?
  • Terzo: non esistono programmi di tracciamento della posta che possano seguire un messaggio ritrasmesso più volte come quello di questa catena.
  • Quarto: basta immettere “AOL” e “George Arlington” in Google per trovare questa pagina antibufala di Snopes.com che spiega per filo e per segno perché questa è una bufala e la fa risalire ad agosto 2000.

 La “conferma” dell’Istituto Superiore di Sanità

Intorno ai primi di aprile 2002 questa bufala ha preso a circolare con una variante. In fondo al messaggio c’era il seguente indirizzo, che sembrava dare un tono di ufficialità all’appello:

[nome del mittente]
Laboratorio di [omesso]
Istituto Superiore di Sanità
V.le Regina Elena 299
00161 Roma, Italy
Tel 39-06-4990 [omesso]
Fax 39-06-4938 [omesso]

Alcuni dettagli sono stati omessi su esplicita richiesta della persona interessata.

Questa e tutte le altre “firme” in calce all’appello non sono in alcun modo una conferma di autenticità dell’appello. Semplicemente è un fenomeno già visto in molte altre catene di sant’Antonio: una persona ha ricevuto l’appello sul posto di lavoro e l’ha rispedito. Il suo programma di posta ha aggiunto automaticamente in fondo al messaggio la sua signature (la coda standard nella quale molti utenti mettono il proprio nome e cognome e magari una frase spiritosa), generando l’equivoco. Tutto qui.

Poiché in questo caso la signature conteneva il nome dell’Istituto Superiore di Sanità e l’appello riguardava un caso medico, gli utenti che non hanno familiarità con il funzionamento di Internet hanno avuto l’impressione che l’appello fosse una dichiarazione ufficiale dell’Istituto stesso, quasi come se fosse scritto sulla sua carta intestata. Invece era una semplice iniziativa personale di un suo dipendente.

Le conseguenze di quest’iniziativa sono state tutt’altro che piacevoli. Infatti nel 2002 ho contattato la persona in questione presso l’Istituto, e l’ho trovata in pieno dramma: l’Istituto Superiore di Sanità era subissato di chiamate a proposito di questo appello (appena ho detto al centralinista chi cercavo, mi ha detto “è per l”e-mail?” col tono esasperato di chi ripete la stessa frase per la centomillesima volta). La persona ha dovuto cambiare numero di telefono in ufficio: quello citato nell’appello è stato disattivato perché squillava in continuazione, rendendo impossibile il lavoro anche ai suoi colleghi.

Ho potuto parlarle telefonicamente, e mi ha confermato che assolutamente non intendeva confermare l’appello a nome dell’Istituto Superiore di Sanità. Ha semplicemente ricevuto l’appello e l’ha rispedito dal computer in ufficio. La direzione dell’Istituto, però, non aveva gradito affatto che il nome dell’ISS fosse associato a questa bufala: “io mi trovo in un bel guaio”, mi ha detto, “non ce la faccio più…”. Una situazione imbarazzante, soprattutto considerato che si trattava di una persona neoassunta. Una gaffe iniziale come questa può compromettere a lungo la serenità dei rapporti con i colleghi.

La persona ha tentato in tutti i modi di fermare la catena di sant’Antonio che circolava con la sua “firma”, ma come già visto in altri casi simili, c’è poco da fare, a parte pubblicare il più diffusamente possibile smentite come questa, sperando che chi riceve la catena si prenda la briga di fare una rapida verifica prima di rispedirla. Da parte sua, la persona rispondeva a chi la contattava con questa smentita:

Da: [omesso]@libero.it

Sono B****** V*****, mando questa e-mail per avvertire che nella rete gira una versione della catena che ha come subject “FALLA GIRARE PER AIUTARE UNA BAMBINA” e come firmatario originale George Arlington, che, per errore, riporta alla fine del messaggio originale la mia firma completa e l’indirizzo completo del mio posto di lavoro.

Questo può portare (ed ha portato) erroneamente a pensare che in qualche modo l’Istituto Superiore di Sanità sia coinvolto in questo messaggio, ma non è assolutamente così.

L’e-mail originale, in realtà non è stata scritta da me. Anch’io come voi, l’ho ricevuta da un altro mittente e, per scrupolo personale, ho pensato di continuare la catena. Purtroppo, non ho considerato che il mio programma di posta elettronica appone automaticamente il mio indirizzo lavorativo. Ribadisco che il contenuto e la forma di questo messaggio non possono e non devono essere attribuiti a me e soprattutto ancor meno si deve pensare che scrivo a nome dell’Istituto Superiore di Sanità essendo soltanto una contrattista che lavora in questo istituto.

Mi scuso per l’accaduto, e prego tutti quelli che ricevono la catena con la mia firma, di interromperla, o se ritengono opportuno continuarla, di cancellare la mia firma e indirizzo. Vi prego anche di inoltrare questo messaggio a coloro dai quali eventualmente ricevete la catena con la mia firma.

La morale di questa storia è una sola. Se proprio dovete diffondere le catene di sant’Antonio, perlomeno non fatelo dal posto di lavoro. Qui sotto trovate altri “falsi garanti” che sono incappati in questa bufala e ne hanno patito le conseguenze.

Mostruose mutazioni

Nel 2003 e nel 2004, L’appello per la povera Rachel ha subito una serie di terrificanti mutazioni e ha ripreso a circolare soprattutto nella Rete italiana.

Il motivo della rinnovata diffusione è che le mutazioni sembrano ancora una volta garantirne l’autenticità: per esempio, ora l’appello è accompagnato da varie precisazioni:

  • “Prego far girare, è una cosa seria e non la solita cazzata. Grazie. Fabio Bottiglioni”
  • “Conosco personalmente il medico che sta facendo girare il messaggio. Grazie.[Rizzotti Lorena (UPA)]”
  • “mio figlio è un medico e conosce la vera situazione di chi scrive”, con in in calce, oltre al riferimento a una persona dell’Istituto Superiore di Sanità, l’indicazione “Dr Fabrizio Bianchi – 1° Ricercatore CNR – Sezione Epidemiologia – Istituto di Fisiologia Clinica – Consiglio Nazionale delle Ricerche – Area di Ricerca di San Cataldo – Via Moruzzi,1 – 56127 PISA (Italy)”.

Ripeto, ribadisco e riconfermo, con il supporto di ZDNet e dell’Istituto Superiore di Sanità: l’appello è una bufala. Non esiste alcuna Rachel, né esiste una lotteria della vita in cui AOL e ZDNet lascerebbero schiattare la povera Rachel se per caso non si raggiunge la cifra sufficiente per l’operazione, né esiste alcun programma in grado di seguire il percorso di un e-mail inoltrato da una persona all’altra infinite volte. I nomi in calce all’appello, come sempre in questi casi, non ne garantiscono in alcun modo l’autenticità: sono semplicemente le “firme” automatiche (signature) che molti programmi appongono automaticamente in calce ai messaggi spediti.

Se volete un’idea del danno che causa l’inoltro sconsiderato di questi messaggi, a febbraio 2004 ho ricevuto un e-mail da una collega di una delle persone sopra citate, in cui racconta che sul posto di lavoro non ne possono più di questa storia perché a distanza di tre anni e mezzo “continuano a telefonarci per chiedere conferma, qualcuno addirittura vorrebbe spedirci soldi, uno lo ha fatto veramente (e glieli abbiamo restituiti)”. Quel gesto imprudente sta insomma intralciando il lavoro dei colleghi, costituendo una scocciatura perenne di cui è impossibile liberarsi.

Altre mostruose mutazioni: Kevine e Melanie
In un’ottima dimostrazione di come le catene di sant’Antonio soffrono di “deriva digitale” e si evolvono man mano che passano di persona in persona, intorno a marzo 2003 l’appello ha preso a circolare anche in una variante arricchita (si fa per dire) da un prologo straziante, che fra l’altro non c’entra assolutamente nulla con l’appello per la malattia di Rachel.

“Sono andata ad una festa, mamma, e mi sono ricordata di quello che mi avevi detto. Mi avevi detto di non bere, mamma, e io non ho bevuto. Non ho bevuto prima di guidare, mamma, anche se gli altri mi hanno incitata. So che ho fatto la cosa giusta, mamma. So che hai sempre ragione. Ora, la festa è quasi terminata e tutti vanno via. Quando sono entrata nella mia macchina, mamma, sapevo che sarei rientrata a casa grazie a come tu mi hai allevata.”
Seguiva il solito appello:

“Ho cominciato a guidare, mamma, e come sono uscita per prendere la strada l’altra auto non mi ha vista, mamma, e mi ha investita. Ho sentito il poliziotto dire che l’altro ragazzo era solo, mamma, e ora, io sono quella che paga! Sono sdraiata qui, sto morendo mamma, spero che arriverai presto. Perchè questo doveva capitare a me, mamma? La mia vita sta volando via come un palloncino. Mi sto bagnando nel mio sangue, mamma.”

“Ho sentito gli infermieri parlare, mamma, e in poco tempo morirò. Volevo semplicemente dirti, mamma: ti giuro che non ho bevuto! Erano gli altri, mamma… Gli altri non hanno riflettuto. Quel ragazzo probabilmente era alla mia stessa
festa. La sola differenza è che lui ha bevuto e sono io che sto morendo… Sento molto dolore ora. Il ragazzo che mi ha investita cammina e io non credo che sia giusto. Sono stesa qui morendo e lui mi guarda fissandomi… Dì a mio fratello di non piangere, mamma.” Dì a papà di essere bravo e quando sarò in paradiso, mamma, tu scriverai ‘La figlia al papà’ sulla mia pietra tombale.”

“Qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, mamma, di non guidare se aveva bevuto. Se solamente qualcuno gliel’avesse detto io sarei ancora viva. Il mio respiro se ne va sempre di più mamma, e io ho paura. Per favore, non piangere, mamma. Quando avevo bisogno di te tu eri sempre lì. Ho una sola ultima domanda prima di dirti addio: io non ho bevuto prima di guidare, allora perchè sono io quella che muore?”

“sono un giovane papà di 29 anni….Dio ci ha benedetto con una splendida bambina di nome Rachel”
Eccetera eccetera. L’unica differenza importante è che i nomi dei genitori erano improvvisamente cambiati: ora sono “Kevine & Melanie”. Non importa: l’appello continua a essere una bufala e non va diffuso.

Altri garanti assortiti: la Guardia di Finanza
A fine febbraio 2005, l’appello per Rachel Arlington ha iniziato a circolare con un nuovo “garante”: un maresciallo della GdF. L’intestazione dell’appello infatti era questa (ho omesso il nome, il numero di telefono e l’indirizzo di e-mail per rispetto della privacy e per non causare ulteriori guai al maresciallo, già assillato da richieste di informazioni):

Mar. A. M***** B*****
Comando Generale della Guardia di Finanza
IV Reparto – Ufficio Infrastrutture
Viale XXI Aprile, 51 = 00162 ROMA =
Telefono: 06/4422****

Ho contattato la GdF in proposito: la loro risposta è descritta in un mio articolo su Zeus News. L’indirizzo di e-mail citato nell’appello è stato disattivato: è dunque inutile telefonare o mandare e-mail al maresciallo chiedendo conferme.

e-mail: B****.M****@gdf.it

Aggiornamento (2007/11/27): ulteriori garanti apparenti
Ecco l’ultima infornata di “garanti”, che pubblico per facilitarne il reperimento a chi ha il buon senso di cercare informazioni su Internet prima di inoltrare gli appelli che riceve:

  • Massimiliano Giangaré cell. 328 9583457 begin_of_the_skype_highlighting              328 9583457      end_of_the_skype_highlighting
  • Prof. Ettore Cardarelli Università degli studi di Roma ‘La Sapienza’ Via Eudossiana 18 00184 Roma

A volte l’appello ha in coda tutti i garanti precedenti oltre a queste due new entry, ed è una dimostrazione molto chiara del fatto che gli appelli-bufala mietono vittime a prescindere dalla competenza e qualifica dell’utente e che il funzionamento di Internet è per molti ancora un vero mistero.

Inoltre l’appello ora gira con la precisazione “FATE GIRARE PER AIUTARE IL COLLEGA: E’ UN PICCOLO GESTO CHE POTREBBE RISOLVERE UN GROSSO PROBLEMA”. Collega di chi, di preciso, non si sa. Ma fa niente: inoltrare non costa nulla e fa sentir bene. E allora si va avanti a intasare le caselle di posta. Da ormai sette anni.

2010/11/14

A marzo 2010 è comparsa una nuova variante, accompagnata da fotografie scioccanti di una neonata e da un referto medico: l’analisi è qui. A novembre 2010 l’appello è ricomparso con le sole foto e con un testo ulteriormente modificato e pubblicato in varie lingue: l’indagine è qui su Wired.it.

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