Forum II – Teoria della musica e Teoria dell’armonia: tra nominalismi e rifondazioni meta-disciplinari e disciplinari in corso

di Mario Musumeci

Ad immediato ridosso delle problematiche specificamente riferibili al settore disciplinare di Teoria dell’armonia e analisi si pongono in maniera altrettanto pressante quelle riferite a settori allo stesso più prossimi. La stessa definizione di campo disciplinare e di specifica o specifiche discipline riferite all’espressione “teoria” soffre di ambiguità sempre più insostenibili sul piano contenutistico, dato il riferirsi alla stessa non certo di sole competenze grammaticali, di ordine formativo “basso”, seppur necessario ai livelli propedeutici all’accademia musicale, bensì anche a competenze “alte”, riferite a formazioni accademiche più tipiche – almeno nella tradizione dei nostrani studi conservatoriali – del magistero compositivo e direttoriale.

Ecco perchè preferiremmo utilizzare ad ogni piè sospinto nuove espressioni al modo di effettive parole d’ordine, a ridosso della espressione “analisi”: adesso finalmente nobilitata e stabilizzata nell’uso e nella definizione di un vasto campo di opzioni disciplinari (o, addirittura, entrata di moda ed inflazionata, a prescindere da reali consapevolezze culturali e qualità contenutistiche: destino delle umane cose …).

Eccone alcune, di queste nostre “nuove” parole d’ordine: al modo di nuovi obiettivi strategici di confine e per molti addetti ai lavori sicuramente di un ancora inesplorato, sconosciuto e dunque “selvaggio”, “far west”.

  • Teoria generale della musica

Mi rifarei proprio al nobile auspicio, fatto “extra moenia”, dal filosofo Giovanni Piana, proprio nella sua “Filosofia della musica“: a me è risultato comodo raccoglierlo perchè a suo tempo, tanti anni fa, questa espressione l’ho approfondita con impegno in altri settori di studio – non pertinenti l’arte, trattandosi di Teoria generale e di Filosofia del diritto (sic!), ma neppure concettualmente tanto lontani, in termini di una umanisticamente mirata logica “sistematico-formale” …

Vorrei aggiungere che mi pare abbastanza significativo che, a fronte di direttori di conservatorio che risultano culturalmente e concettualmente incapaci di capire la profondità di tali tematiche (ma ho trovato anche dell’altro …), mi è capitato di amabilmente confrontarmi con un matematico (sic!) direttore di SSIS e anche con un medievista-rinascimentalista preside di facoltà a proposito, addirittura, di Teoria generale ed epistemologia della musica, con ampi inserti critici sulla considerazione di una Teoria considerata invece esiguamente alla stregua di una grammatichetta di base …  Potrei parlare ancora di amici ordinari di chimica e di pedagogisti cattedratici … che mi hanno dimostrato consapevolezze generaliste, al proposito, addirittura superiori a quelle di illustri colleghi dell’Afam.

  • Teoria e analisi dello stile

Qui il discorso ci porterebbe lontano e neppure lo affronto. Ma se lo facessi, una volta tanto, non per forza procederei facendo leva su esperienze e testi metodologici tutti provenienti dall’estero: traduciamo si, ma per favore guardiamoci anche attorno per non cadere in un provincialismo all’incontrario, qual’è in ultima analisi l’esterofilia ad ogni costo …

Vorrei osservare ancora che l’espressione “analisi” è presente ben quattro volte tra le nostre competenze secondo declaratoria (… trasformate, a torto o ragione, in discipline) e che nei licei musicali la disciplina unitaria Teoria, analisi e composizione guarda sicuramente al futuro … per chi ovviamente non parte già da orbo.

Ruspondendo a colleghi, come me, pionieri nel campo dell’analisi musicale in Italia, a partire da quella mutazione epocale che negli anni ottanta trasformò irreversibilmente in Teoria dell’analisi (con la sottolineatura dell’espressione “analisi”) l’ottocentesca disciplina dell’Armonia tradizionale, affermo che anche a me sarebbe sembrata più corretta la continuità definitoria con la precedente “Teoria e analisi musicale“. Ma ha tutti i torti, sul piano pratico (consapevolezze culturali a parte, e qui i ricambi generazionali ci riguardano comunque tutti), il direttore che richiama le competenze da attribuire almeno nominalmente ai docenti di solfeggio; i quali comunque sono tenuti a nobilitarle e a nobilitarsi, come noi …? E tra di loro non mancano certo i pionieri, con riguardo specifico al cosiddetto ear training, che comunque necessita ai livelli accademici più alti di solide competenze teorico-analitiche.

Peraltro proprio la sopra richiamata, e “neonata”,  disciplina liceale Teoria, analisi e composizione non si indirizza forse evolutivamente verso una qualificazione unitaria delle duplici competenze del teorico di base e del teorico “generale” – per come occorrerebbe definirlo per ovvia necessità di distinguo?

Insomma dovremmo a parer mio e fin d’ora immaginarci un futuro in cui siano unificate, nonchè ampiamente articolate sul piano intradisciplinare, le competenze:

  1. del grammatico, rivolto per lo più alla formazione di base [1]
  2. e del teorico-analista, impegnato anche nell’esercitazione minicompositiva: possibilmente da non sclerotizzare in “modelli unici”, seppur storicisticamente validi … quali il Corale, il Basso continuo, la Canzone etc.; anzi facendo giocoforza esperienza integrata con le pratiche minicompositive (analiticamente integrate) che toccherà proprio a noi approfondire nei corsi accademici preposti (vedi appresso).

Questa figura di docenza probabilmente con il tempo – e se ben sorretta da un adeguato processo di maturazione – tenderà a sopravanzare  le attuali competenze metodologiche dei docenti di exArmonia e di exSolfeggio. Ma non di necessità anche quelle professionali: sarebbe offensivo anche il semplicistico presupporlo, se non caso per caso …

Ecco perchè nel riformulare gli attuali programmi di triennio bisognerà guardare con un occhio privilegiato anche questa realtà in progress, magari commensurandola alla relativa attuazione dei corsi di formazione di base. Corsi di base che qualche buontempone [2] vorrebbe sbrigativamente appiattire nelle vecchie, “preistoriche competenze” dell’Armonia (complementare), disciplina non più esistente se non ad esaurimento in quei corsi tradizionali che non hanno a suo tempo attuato la sperimentazione di Teoria e analisi musicale.

Ma veniamo al dunque del nostro mestiere, riformulato (?) da nuovi (ma anche antichi) nomi di discipline.

1. Teoria e tecniche dell’armonia sembrerebbe un passo all’indietro solo se dimentichiamo che la parte più strutturata dell’apprendimento tecnico della musica, dopo la lettura melodica e polifonica è proprio quello indicato dal titolo; e non necessariamente impiantato in termini grammaticalistici, pur necessitando di un solido e ben praticato apparato di nozioni. Sta a noi integrarlo con i cooperanti fattori melodici e polifonici, ritmici e formali – architetturali, di genere, processuali, retorico-ordinativi e programmatici, di tonalform (per rifarmi alle osservazioni di Ra.Mo. sulle Guidelines di La Rue) , e anche sonoriali e timbrico-articolatori. Basta indicarlo nei programmi che, e qui sta il bello, sono demandati solo alla nostra responsabile autonomia accademica, e peraltro sintetizzabili nella formula di prove d’esame: dunque contenutisticamente modificabili di anno in anno …

2. Fondamenti di composizione è una novità, anche se da sempre implicata nel nostro lavoro. La riferirei innanzitutto a quella prassi minicompositiva, che sul piano pratico non dovrebbe essere mai disgiunta dall’analisi: l’eccesso di verbalizzazione in quest’ultima può essere devastante per certe tipologie d’intelligenza più versate (… credo giustamente) sul versante cinestetico-performativo dei nostri discenti. Ricordo che l’intelligenza logico-formale – che mi pare ovvio intersechi a sufficienza quella dell’apprendimento tecnico-compositivo, pur sempre fondata su ordini insiemistici e organizzativi di specifico campo – è troppo spesso confinata nelle classi di composizione. Dunque i Fondamenti di composizione per gli strumentisti possono costituire un’occasione preziosa, se ben giocata sul piano di un insegnamento laboratoriale.

3. L’Analisi dei repertori – /ex-Analisi della letteratura musicale di specifico repertorio/ex-ex-terzo anno di perfezionamento di Teoria e analisi musicale -, terza annualità anche nei Trienni, costituisce un oramai (almeno per noi a Messina) collaudato coronamento degli studi; che – nella nostra esperienza – nei casi migliori non sfigurerebbe rispetto la media dei musicologici dottorati di ricerca. Certo è una fatica sostenerli, ma il piacere del buon risultato, magari collegato ad una approfondita, successiva, tesi di laurea e relativa pubblicazione in estratto è cosa impagabile. A scanso di equivoci, per tutti i colleghi che mi leggono, vorrei chiarire che “analisi” non significa tanto la verbalizzazione della comprensione di un testo musicale quanto la verificabile comprensione in profondità del testo stesso soprattutto in termini di consequenziale e arricchito approccio performativo e pure di preventivo studio mentale; a ridosso perfino dello studio strumentale, troppo spesso agito in esclusivo impegno manuale … E anche affrontata all’interno di modelli tipici della prassi compositiva: sono tante, ad esempio – e data la particolarità storica della relativa letteratura strumentale – le trascrizioni per quartetto di sassofoni di partiture polifoniche e fughistiche – da Bach a Shostakovich; oppure l’analisi svolta in forma di revisione in partitura analitica (alla maniera degli Alexanian o dei Mainardi, che i violoncellisti praticano ancora e ben conoscono …) riferita con maggior successo proprio a quegli studenti che alla propria manualità performativa fanno riferimento pressocchè esclusivo; oppure la revisione di musiche barocche con trascrizione del basso continuo in forma artistica (non di rado superiore a quelle esistenti in commercio – anche perchè svolta a ridosso delle stesse); oppure ancora la correzione ragionata – svolta a mò di pratica lezione di analisi tecnica – di errori e refusi vari ovunque riscontrabili e nelle più diverse partiture; nonchè la pratica compositiva di base mirata alla stessa comprensione dei concetti di teoria generale: ad esempio nel comporre melodie secondo classicistica quadratura fraseologica (allineamento tematico) o secondo baroccheggiante impianto motivico-tematico (trama continua) o secondo rinascimentale adattamento “prosastico” (cito il Besseler) della mensura, ad oscillante vocazione emiolica, alla madrigalisticamente efficace sezionatura del testo poetico; o, ancora, secondo romantico e modernistico risalto plastico-armonico del melos a strutturazioni periodiche e aperiodiche, o perfino secondo più recenti definizioni stilistiche di ordine testurale a materico ed oggettualizzato impianto anarmonico. E mi fermo qui.

Una proposta da ben elaborare e realizzare a livello nazionale – a cura di un superiore organo di monitoraggio di tutte le istituzioni – per capirci meglio e meglio far capire ai colleghi tutti, che comunque attualmente mi pare siano almeno in parte disorientati allo specifico proposito:

  1. Con quali discipline e con che impianto orario siamo presenti nei nuovi trienni?
  2. E nei bienni?
  3. Chi insegna discipline analitiche anche nel biennio tecnologico?
  4. E nei corsi compositivi di triennio o di biennio?
  5. E nei corsi di formazione di base? E. in tal caso, con quali impianti contenutistici: con specifica relazione alla disciplina liceale Teoria, analisi e composizione o con altri impianti programmatici (quali?)?
  6. E altrove?

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Note

[1]  Vorrei però ricordare che ancora in diverse facoltà universitarie sono in auge – con le più ovvie e comode motivazioni di ordine “elementaristico” – testi di base come la superatissima Grammatica della musica di Otto Karolyi – pure se colmi di errori, alla luce delle più aggiornate nozioni di Teoria generale: un testo tra gli altri che utilizzai – per come consigliato dal docente – una trentina di anni fa (sic!) proprio per superare al Dams bolognese di allora la corrispondente disciplina con il massimo dei voti, ma polemizzando con il docente esaminatore a causa della sua scarsa competenza metodologica!; proprio la materia che oggi insegno in ben altro modo al Dams messinese.

[2] Si tratta di direttori, ma anche di docenti disposti in sciocca competizione con il nostro settore disciplinare – ne ho avuto notizia da parte di docenti che mi chiedono in maniera riservata consigli al proposito – ispirati dalla conservazione ad ogni costo di una tradizione, anche se antiquata e scientificamente insostenibile, poggiata esclusivamente su pratiche grammaticalistiche pedagogicamente prive di senso.

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