Bibliografia e didattica: un concreto approccio disciplinare

by Mario Musumeci

Un approccio impegnato a qualunque attività didattica, anche a distanza, pone in via preliminare il problema dei testi per lo studio di base e della bibliografia di riferimento per gli approfondimenti.

In un campo specifico come quello teorico-analitico e compositivo di base la situazione potrebbe apparire drammaticamente insufficiente al proposito, se non per la sussistenza di testi aggiornati quanto meno per una sufficiente attenzione alle motivazioni pedagogiche sottese a ciascun singolo insegnamento. E alla concreta volontà di impartirlo evitando esclusivamente di ricorrere a oramai stanche “liturgie” didattiche; leggi: bassi e canti dati, elaborazioni tematiche di generi d’antan o comunque modelli di esercitazione per di più stilisticamente avulse da concreti reperti della letteratura musicale d’ogni epoca.

Va, allora, aperto un minimo di dibattito. E cominciamo impostando proprio la questione bibliografica, avviata sulla scorta di precedenti interventi di altri colleghi del citato settore disciplinare; interventi già comparsi sul sito www.sidam.org.

 

Bibliografia musicologica e didattica teorico-analitico-compositiva

di Mario Musumeci

Vorrei meglio inquadrare, dopo una più ampia riflessione, la questione bibliografica – già efficacemente  posta all’ordine del giorno da vari colleghi dello stesso settore disciplinare teorico-analitico-compositivo – all’interno dell’alveo che meglio, io credo, le si addice: quello della progettazione didattica, magari connessa in un produttivo scambio creativo – date le implicazioni accademiche del contesto – con connesse, e via via meglio definite, attività di ricerca: attività altrettanto proprie dell’istituzione accademica e dunque dell’Istituto Superiore degli Studi Musicali, ormai realtà consolidata in Italia seppure ancora in corso di unitaria rifondazione riguardo la qualità contenutistica degli impianti disciplinari.

Se la didattica – che tutti ci riguarda – si occupa criticamente di allestire, consolidare e valutare specifici “ambienti di apprendimento”, contesti in cui, al fine di favorire processi conoscitivi, si integrano azioni umane con artefatti culturali, normativi e tecnologici (elaboro a mio modo le definizione che più comunemente ne danno gli esperti pedagogisti), le questioni a cui devo dare delle preliminari risposte sono:

1. Azioni umane di chi, di quali docenti e di quali studenti? Ciò richiede netta, anche se non necessariamente definitiva, una risposta precisa, per non creare successive confusioni: il riferimento, al momento, non può essere che ai docenti e agli studenti dell’Afam, dell’accademia musicale, ben distinti per finalità formative da quelli di Liceo musicale e di Corsi di formazione di base. Per i quali ultimi gli interventi formativi saranno altri, sicuramente da confrontare con i livelli precedenti, ma evitando da un lato e una volta per tutte appiattimenti contenutistici e dall’altro approcci che astraggano eccessivamente dalla complessiva programmazione pluridisciplinare di contesto, per lo più protesa alla formazione, sul e tramite il repertorio, di musicisti strumentisti e compositori, dotati di una buona cultura musicale/musicologica.

2. L’eventuale attività di ricerca va dunque riferita ai corsi più avanzati:

  • ultimo anno di triennio, all’interno di discipline come Analisi del repertorio (ex Analisi della letteratura musicale di repertorio);
  • corsi biennali, di studio metodologico (Metodologia dell’analisi) finalizzato alla specializzazione pluridisciplinare: la mia Metodologia dell’analisi e fenomenologia dell’interpretazione, ad esempio, è riferita facoltativamente agli strumentisti (e cantanti)
  • mentre è obbligatoria per i compositori (a diversi indirizzi, anche di magistero direttoriale per coro e per orchestra sinfonica a fiati) l’Analisi delle forme compositive, da me personalmente formulata in una Teoria (I annualità) e Analisi (II annualità) dello Stile.
  • Il mio collega d’istituzione è invece più coinvolto nell’ambito tecnologico, in particolare con la disciplina Storia e analisi del repertorio contemporaneo (comunque facoltativa negli altri ambiti). Ciascuno dei colleghi potrà porre in primo piano le proprie specificità sia per farne tesoro comune sia per confrontare le diverse conseguenti esperienze. E magari per riuscire a capirci meglio, al fine di comuni progettualità anche di rilievo associativo.

3. Quali artefatti culturali? I libri d’uso, tra cui innanzitutto metterei partiture e spartiti, magari collazionati in apposite antologie, funzionali agli scopi didattici. A questi vanno associati manuali d’uso – e qui capisco che le note per molti si fanno dolenti, ma io devo dire che da tempo ho cominciato a provvedere oltre che con testi innovativi, pubblicati in Italia nell’ultimo ventennio circa, anche con mie dispense e con testi miei [1].

4. Esiste il manuale perfetto per lo studio teorico-analitico, da tradurre in italiano? Credo proprio di no, proprio perché il manuale reale lo scrive giorno per giorno il docente appassionato durante la sua molteplice attività. E i materiali didattici di inevitabile riferimento costituiscono sussidi in corso continuo di trasformazione concettuale.

5. Gli approcci normativi – le regole, le nozioni da apprendere – costituiscono piuttosto dei concetti operativi, da porre in costante azione esplicativa e creativamente produttiva sia testuale che comparativamente e/o integratamente intertestuale: i testi musicali ovviamente sono spartiti e partiture più o meno assimilate alle corrispondenti rese esecutive, meglio se svolte almeno in parte dal docente, coinvolgendo gli stessi studenti nel canto individuale o di gruppo o nell’esecuzione strumentale estemporanea. [2] In definitiva la regola dovrà costituirsi come un’opportunità per il raggiungimento di uno specifico scopo. Allo stesso modo in cui un buon padre spiega il giusto comportamento ai propri figli non tramite il costante ricorso al babau o alla “tremenda” punizione, bensì – alla amorevole ma ferma – comprensione del significato, generale e relativo, della stessa regola.

6. L’approccio tecnologico è quello che ci permette di arrivare al dunque. Si tratta non solo dei sussidi: le mie presentazioni didattiche multimediali in Pwp (riferite a ben otto insegnamenti e costantemente aggiornate), la mia costante disponibilità all’E-learning privato (e-mail) e pubblico (siti istituzionali) potrebbero dimostrare quanto meno una discreta attenzione ai correnti mezzi tecnologici (pc, web, etc.). Ma non servirebbero a nulla se non costantemente sorretti, in costante divenire, da una tecnologia intellettuale di cui pure costituiscono potente supporto ma non certo possibile sostituto: se le mie slide multimediali, di cui pure sono gelosissimo, potessero validamente sostituirmi sarei didatticamente “morto”: basterebbe allora pubblicarle sul web a mò di epitaffio funebre; e una volta per tutte, evitando ben altre fatiche per me … 

7. Cos’è allora questa tecnologia intellettuale di cui parlo? Si tratta intanto della consapevolezza di essere cittadino di questo mondo, con tutti i propri limiti e i limiti del mondo stesso (che si riflettono su di me). E dunque di esprimermi nel modo più curioso possibile nei confronti del mondo stesso.

Note

[3]. Certamente sono affascinato dall’ipotesi di produrre, all’nterno di un team efficiente e ben affiatato, delle traduzioni sia di testi di carattere storico nel modo suggerito da alcuni colleghi – e corredati da inquadramento storico, commento e percorso didattico – sia parti significative di articoli, pubblicati di recente su importanti riviste, da rendere anch’essi oggetto di un particolare percorso didattico, di una esemplificazione didattica dei contenuti.

8. Tale raccolta di articoli – presumibilmente omogenea, tematica o ripartita per categorie tematiche – dovrebbe dunque costituire, secondo questo modo di procedere funzionale alla didattica, un ampio materiale da mettere in comune ai fini della (almeno in parte) altrettanto comune elaborazione della programmazione didattica – poniamo – del prossimo anno. Mi sembra corretto che ciò avvenga in una prima fase a cura di chi ha delle precise idee in proposito; ovviamente da mettere a reciprocamente generosa disposizione del team, su file PDF (è il modo meno costoso e più facile) e distribuire agli interessati via mail. Una volta chiariti gli ambiti di interesse comune (non è detto che gli altri lavorino nella stessa direzione e sugli stessi argomenti …) si procede: ognuno attribuisce ad un proprio ambito di lavoro (corso di studi o altro) gli articoli di propria spettanza e li traduce da sé o, ancor meglio, assieme alla classe (nei limiti del possibile), traendone spunti di impegno didattico.

9. Vorrei osservare, en passant, che si tratta del modo di procedere grosso modo con cui lavoriamo per predisporre le nostre tesi di laurea, ma anche le tesine disciplinari impostate con gli studenti meglio dotati. Al proposito è proprio di Carlo Fiore, un mio oramai ex-, allievo (ed affettuosissimo collega, docente a Palermo),  l’utilissimo Preparare e scrivere la tesi in musica, edito nel 2000 dalla Sansoni – che insegna pure l’arte di orientarsi per la ricerca bibliografica sul web. Dunque tali materiali in traduzione potrebbero senz’altro connettersi anche con attività didattiche del genere.

10. E considerando il fatto che un discreto numero di tali lavori, appositamente redatti, viene poi pubblicato quanto meno nei “Quaderni del Conservatorio” (che non penso certo sia una tipologia di pubblicazione esistente solo a Messina) o in altra apposita pubblicazione anche monografica, ecco trovato il più naturale sbocco editoriale delle nostre (ancora al di là da venire) fatiche comuni. Ma ecco anche perché l’idea del consorziare più Istituzioni (Conservatori o altri Centri di Ricerca) in relazione al rapporto con le case editrici potenzialmente interessate al progetto, non la capisco proprio. Dato che agli Editori (musicali: ma ne sono rimasti in Italia di validi?) non interessa certamente granché di tali progetti se non in funzione del “battere cassa”. Ecco anche perché mi risulta difficile dovermi porre il problema, come suggerisce un altro collega, di tradurre interi testi per poi adottarli, e così garantire all’editore un margine di guadagno (che già e molto magro se si pensa alla quantità di studenti che frequentano le nostre classi). Mentre mi piacerebbe attribuire proprio a questo sito una funzione di piccolo punto di riferimento per l’orientamento bibliografico per gli studenti.

11.  Però il guadagno in altro modo lo trovano gli editori, perché una parte almeno del nostro budget – finchè dura, ovviamente – ci ha sempre consentito di produrre pubblicazioni scientifiche a scadenza quanto meno biennale. Pertanto se sommiamo le disponibilità specifiche, quelle che annualmente sono finalizzate alla produzione scientifica, problemi economico-finanziari non dovrebbero essercene. Anzi: l’unione farebbe la forza! Dunque il Consorzio – da più parti suggerito al proposito – a parer mio, potrebbe nascere solo nel momento pratico in cui si realizza, o è in corso di realizzazione definitiva, il prodotto da pubblicare: poniamo un volume (o Quaderno) tematico co-prodotto e stampato a cura di più istituti. Credo che l’unico problema si porrebbe appunto nelle relazioni interistituzionali. Leggi: caratterialità specifica dei Direttori coinvolti e situazioni relazionali pregresse o in corso tra gli stessi; lo stesso peraltro potrebbe riguardare i docenti più o meno impegnati al progetto e perfino il personale amministrativo addetto. E soprattutto, se un impegno viene preso chi ne garantirà il corretto e solidale assolvimento? Meglio allora che l’aspetto cooperativo dell’impegno, trattandosi di un interesse generalizzato, sia spendibile poi anche autonomamente da chi crede. Questo – io ne sono convinto – è il senso più produttivo dell’autentico volontariato. E non mi pare ci sia altra strada al proposito.

Note

[1] Ben lontani dai, per me preistorici, manualetti di regole armoniche; di cui pure conservo in soffitta una nutrita collezione, ampiamente sfruttata nei primi anni di docenza ma subito appresso pesantemente riconsiderata: oggi la reputo per lo più carta straccia dopo la pubblicazione in Italia, dei Piston, dei De la Motte, degli Schachter, dei Ratner … E, dulcis in fundo (ma per me è stato fortunatamente un gran buon inizio!), dei de Natale: qui però la questione si complica, data l’inserzione analitica da molti creduta non ben bilanciata con l’applicazione scritturale o minicompositiva, che dir si voglia, mi ha spesso costretto sulle difensive in oltre vent’anni di adozione! Ma io credo a torto, e solo perché didatticamente non ben capita né ben ulteriormente esplicata (ma mi piacerebbe discuterne perché non sono un dogmatico). Tra l’altro quanti colleghi sanno da dove proviene l’ampio e generoso ventaglio di competenze teorico-analitiche a noi attribuito per declaratoria? Così come quanti docenti solfeggisti sanno cos’è l’Ear training, che pure costituirebbe la base per la loro dignitosa collocazione accademica, rispetto l’approccio formativo di base in cui sempre hanno inerzialmente operato, e spesso con gli esclusivi modelli del solfeggio parlato? Sento talvolta parlare di dequalificazione della classe docente operata dalla riforma (!), ma molto spesso i primi a lamentarsene sono proprio coloro che la qualificazione accademica non la meritano o che ne hanno semplicemente paura. Perché hanno paura di confrontarsi, dovendo uscire giocoforza dai facili schemini pseudo-didattici di riferimento cui si sono auto-costretti.

[2] Un approccio che mi risulta validissimo anche nelle lezioni universitarie a prevalente impianto umanistico, dove l’apprendimento esclusivamente parlato sulla e della musica serve a ben poco, se non a svolgere una funzione diseducativa e  autoreferenziale per lo stesso docente; che in tal modo si rende da sé “insignificante” e marginale nella coscienza dei propri stessi discenti.

[3] Sulla mia scrivania – ed è solo un piccolo esempio tra i tanti – tra le cose che uso di tanto in tanto e poi rimando per la pressione di altre più impellenti, “giace” un testo tradotto dal russo sull’Evoluzione del pensiero chimico, prestatomi e assicuratomi come paradigmatico nel suo genere da affettuosi amici docenti universitari di chimica. Sta lì, di tanto in tanto lo leggo ma dovrei restituirlo anche se fin’ora non mi è stato richiesto, però non mi decido perchè lo sento come una possibile chiave, tra le tante, utile ad aprirmi mondi lontani eppure estremamente vicini per comprendere meglio quello mio di musicista-musicologo.

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