L’Italia delle corporazioni e la categoria degli insegnanti

di Mario Musumeci

Resta ancora qualcosa da dire in merito alla vicenda giudiziaria della professoressa della scuola media di Palermo che punì uno studente bullo, obbligandolo a scrivere sul proprio quaderno “sono un deficiente”, per avere commesso una violenza morale e fisica nei confronti di un proprio compagno, impedendogli di entrare nel bagno dei maschi e apostrofandolo davanti ai compagni con insulti quali “sei un gay” o una “femminuccia”.

Pressoché in simultanea, in ben altre situazioni, la scuola in generale continua ad essere messa sotto accusa proprio per la mancanza di adeguati interventi da parte del personale educativo nei confronti di situazioni di prevaricazioni diffuse da parte di studenti, che in vario modo dimostrano di essere “deficitarii” – dunque carenti – di qualcosa che va dalla buona educazione in su.

Il quesito si pone allora conseguentemente, e forse giustamente accentuato anche da una discreta enfasi drammatica per coloro che più si sentono coinvolti: è giusto che produca danni all’insegnante il coinvolgimento responsabile, anche se più o meno appropriato? Ma, in assenza di specifiche ed efficaci norme regolamentari scritte in proposito, chi deve decidere dell’appropriatezza se non la stessa figura professionale che valuta i comportamenti disciplinari? Oppure, all’inverso, è giusto che produca danni anche la deresponsabilizzazione nel momento in cui i comportamenti indisciplinati producono danni alle persone coinvolte o a terzi, data l’incertezza sul da farsi?

E dunque, dato che ognuna delle due ipotesi esclude l’altra ma entrambe risultano problematicamente irrisolte sul piano delle concrete responsabilità degli addetti ai lavori, occorre riflettere pacatamente e senza pregiudizi di sorta (culturali, ideologici, politici etc.) sulla natura del problema, sicuramente collegandosi a ragionamenti fattuali e a fattispecie giuridiche concrete ma anche sulla scorta di una discreta dose di buon senso e di una grande moderazione.

Il fatto. Un soggetto giuridico minorenne commette nella qualità di studente un atto di indisciplina sconfinante nella violenza morale: e sembrerebbe evidente che apostrofare un ragazzo con insulti che tendono a discriminarlo nella sede del proprio impegno scolastico costituisce ben più che “un’abitudine non commendevole, quanto largamente diffusa e si può dire anche largamente tollerata dalla società”, come sostenuto dalla pubblica accusa nella vicenda giudiziaria in questione. E il risultato di tale – a parer nostro – scorretta e abnorme valutazione è che il pubblico ministero in questione, seppure ampiamente contraddetto dalla sentenza del giudice di primo grado, ha reiterato le sue, a dir poco, discutibili valutazioni presentando appello, seppur sapendo, perché ampiamente riportato sui mass media, che in altre situazioni tale “abitudine” ha prodotto danni irreversibili alle vittime, suicidi inclusi.

Ma tale comportamento indisciplinato dello studente-bullo potrebbe addirittura configurare anche gli estremi di una violenza fisica – tale potrebbe valutarsi la produzione di un reale impedimento fisico ad entrare nel bagno di propria pertinenza: un reato punito dal nostro codice in maniera ben superiore a quanto richiesto dal pm Ambrogio Cartosio a carico dell’insegnante, da lui accusata senza mezzi termini di usare “un metodo da rivoluzione culturale cinese del ‘66”. Dimenticando che non sta a lui valutare (non ne ha certo la competenza professionale) la qualità dei metodi pedagogici o didattici utilizzati da un qualsivoglia docente nella sua funzione di pubblico ufficiale; mentre tocca proprio a lui, magistrato inquirente, il compito di valutare i fatti e le conseguenze sul piano sanzionatorio circa la produzione di qualsivoglia abuso di natura penale; e consequenzialmente al giudice civile la competenza circa l’eventuale richiesta di risarcimenti per l’effettivo danno subito. E chi ha subito il danno iniziale se non lo studente vittima del comportamento da bullo del proprio prepotente compagno? E chi i responsabili, data la non punibilità del minore, se non i genitori, che non hanno saputo educare il figlio ad agire secondo comportamenti civili e rispettosi; proprio quei genitori che, in tale specifico caso, da produttori (indiretti) del danno comunque commesso sono stati trasformati dai meccanismi distorti della nostra giurisdizione in vittime accusatrici.

Ammettiamo pure che la vicenda si concluda positivamente per la professoressa in questione, cui andrebbe quanto meno immediatamente indirizzata tutta la solidarietà della categoria docente. Ma sia la stessa che altri suoi colleghi come si comporteranno in futuro alla luce di quanto accaduto? Sembra dubbio che allo stato delle cose possano reagire in una maniera altrettanto misurata: l’espressione “deficiente” deriva, com’è noto, dal latino deficere, che indica situazioni di carenza (“mancare di …”), in tal caso di “carenze comportamentali”: di sensibilità, di buona educazione, di senso civico. Dunque è un’espressione senz’altro pertinente e fors’anche blandamente punitiva, se non nei termini di un meccanismo psicologico di rieducazione, proprio nei termini sostenuti a difesa dalla professoressa e ampiamente accolti in primo grado.

Ora non va dimenticato che in ambito giuridico una sanzione è associata ad una norma di interesse generale proprio per tutelarne l’osservanza. E che la mancanza di un apparato sanzionatorio costituisce proprio la causa, accertabile ed accertata, della sua disapplicazione. E se la norma dev’essere anche quella del mantenimento di una condotta tollerabile da parte dei discenti, a quali altri metodi educativi, non puramente teorici, dovrebbero affidarsi gli insegnanti? Che non si tratti sbrigativamente delle propedeutiche “sensibilizzazioni” affidate a lezioni, corsi, seminari o conferenze sulla legalità, tanto sbandierati da intellettuali o politici chiacchieroni, spesso proprio per evitare demagogicamente di affrontare il problema davanti al proprio eterogeneo uditorio/elettorato. Dato che proprio la mancanza di validi comportamenti sanzionatori  posti a cura dalle agenzie formative (la scuola, ma anche e innanzitutto, ahimè, la famiglia) è proprio la principale causa della devianza minorile. E se punire con l’obbligo di scrivere più volte una frase auto-censoria sul quaderno arriva ad essere una misura coercitiva insostenibile, tanto da configurare un possibile reato – signori miei – a che punto siamo arrivati?

Senza valutare il danno già prodotto da tutori della legge quale il pubblico ministero in questione che, trasformandosi in persecutori implacabili di coloro che per quanto possono si preoccupano di salvare il salvabile in termini di deontologia professionale e di responsabilizzazione socio-culturale, favoriscono indirettamente i comportamenti assenteistici e deresponsabilizzanti; comportamenti peraltro (e qui sta la più grossolana contraddizione in termini di incertezza del diritto) anch’essi perseguibili e perseguiti in ben altre situazioni, rese note da giornali e televisione, relativi ad episodi di bullismo del tutto incontrastati dal personale educativo coinvolto.

Ovviamente nessuno vuole qui mettere in discussione  la funzione della magistratura e la sua necessaria posizione di assoluta indipendenza dagli altri poteri. Resta il fatto che assistiamo impotenti ad una grave giustapposizione e conseguente contrapposizione di funzioni, quella formativa ed educativa della Scuola e quella sanzionatoria e comunque inquisitoria della Magistratura penale. E l’indirizzo ricorrente di quest’ultima sembra oramai assumere, a conseguenza di tali eclatanti casi, una funzione oggettivamente dissuasoria per qualsivoglia coinvolgimento: insomma oramai si è prodotta la regola del “si salvi chi può” dal possibile intervento del magistrato di turno su comportamenti responsabilmente autonomi da parte di docenti  e dirigenti scolastici. Questi ultimi poi, e non di rado, sono ancora meno inclini ad intervenire energicamente in situazioni di disagio, proprio in quanto più avvertiti della componente inevitabilmente “politica” della loro attività amministrativa, e dunque della forte ambivalenza di ogni scelta compiuta su temi così delicati e dei rischi conseguenti.

Dunque in tali casi il singolo docente viene letteralmente lasciato solo. Lasciato solo da quelle famiglie che hanno rinunziato al loro apporto educativo, per i motivi più disparati ma certo non di per sé giustificabili, semmai sostenuti proprio dalla vocazione degli educatori più sensibili. E si ricordi la posizione professionale dei docenti in termini di retribuzione e di conseguente considerazione sociale. Lasciato solo dai comportamenti a dir poco pilateschi di non pochi dirigenti scolastici, indirizzati in tali frangenti piuttosto a scaricare le responsabilità sul proprio personale oppure, e nel migliore dei casi, a sostenerne genericamente la buona condotta ma senza alcuna impronta decisionale realmente autonoma. Alla faccia di questa espressione (l’autonomia) tanto sbandierata negli ultimi tempi in ambito scolastico. Lasciato solo dalle associazioni professionali e sindacali di categoria, spesso troppo ideologizzate su tali questioni, e dunque più propense a dibattere di principi generali, di inutili “se …” e “ma …”; mentre il docente così coinvolto vive sulla propria pelle il dramma della persecuzione, e proprio per avere cercato di svolgere al meglio il proprio dovere.

E allora, cari colleghi insegnanti, come comportarsi all’interno di questa tenaglia che demotiva un’autentica vocazione professionale, come salvarsi dai vari pm-cacciatori di teste, pronti all’angolo a gravemente e pesantemente sanzionare sia ogni comportamento educativo che si esprima in termini attivi e di autonoma responsabilità; e sia, all’inverso, a sanzionare ogni atteggiamento di distacco dalle proprie responsabilità, non di rado motivato proprio dalla consapevolezza dei rischi che si corrono altrimenti?

Va preliminarmente ribadito e concretamente affermato che un magistrato non ha competenze in maniera educativa e, così come succede per tante altre competenze professionali in cui la giurisdizione è vincolata alla perizia abilitata ad esprimere pareri tecnici nello e sullo specifico, il suo sconfessare autonomamente pratiche educative costituisce inevitabilmente una invasione di campo e dunque un’attività ideologica, fondata su opinioni personali; attività che nulla a che fare con l’oggettività della pratica giurisdizionale fondata sulla competenza dei soggetti coinvolti, appunto costituendo una vera e propria attribuzione di altrui competenze e funzioni professionali. Dato che anche in ambito educativo possono esprimersi diversi indirizzi, e l’incertezza sugli stessi – in mancanza di specifiche norme di legge – può essere risolta decisionalmente solo dagli specialisti del settore, gli insegnanti: gli unici preposti all’attività formativa ed educativa all’interno delle aule scolastiche e dunque gli unici abilitati alla scelta degli strumenti idonei a svolgere adeguatamente il proprio lavoro. Non pare che al proposito sia corretto sostenere che l’ipotesi di un generico abuso, quale quello della blanda punizione in discussione, possa di per sé modificare il dato di base. Sarebbe come sostenere che le sopra richiamate espressioni irriguardose utilizzate dal magistrato per esprimere le sue personalissime e singolarissime opinioni (“un metodo da rivoluzione culturale cinese del ‘66”) debbano diventare il movente per un processo per diffamazione a suo proprio carico da parte di un altro pm; ammesso che ciò possa realmente accadere all’interno di un corpo separato dello Stato, come la Magistratura, ad inevitabile e per altri versi giustificabile vocazione corporativa.

Alcune ipotesi, tutte certamente da saggiare sul piano della praticabilità. Una denuncia in sede penale, e successivamente anche civile per il risarcimento dei danni morali e materiali, contro i genitori dello studente autore di atti di bullismo. Una richiesta di intervento al Capo dello Stato, anche in quanto presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ai fini di una energica reprimenda nei confronti dell’attività persecutoria di magistrati, come parrebbe evidente nel caso in questione. E non sarebbe da tralasciare l’ipotesi di una denuncia penale nei confronti di costoro sia per reati contro l’ordine pubblico: in quanto tali attività risultano, almeno nella media e lunga scadenza, produttive di disfunzioni di pubblici uffici e di gravi atteggiamenti di irresponsabilità (mancanza di assunzione di qualsivoglia onere a rischio da parte di operatori scolastici); sia per impedimento delle funzioni di pubblico ufficiale, quali possono considerarsi quelle svolte dalla professoressa incriminata durante la sua attività educativa nonché moderatamente “punitiva”, nel comminare una sanzione lieve – tutto sommato – a confronto del grave comportamento dello studente-bullo.

Ma sarebbe certamente di gran lunga meglio che al proposito si producessero degli interventi collettivi o collegiali: una vera e propria sollevazione della categoria che, in un’Italia oramai socio-culturalmente e politicamente espressione delle corporazioni, faccia una volta tanto sentire il proprio peso professionale. Rivendicando l’autonomia delle proprie funzioni e scelte educative. Non assoggettabili, come parrebbe al momento, al capriccio del politico o del magistrato di turno.

Questa voce è stata pubblicata in Politica, etica e cultura. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.