Dialoghi improbabili tra un compositore ed un musicologo teorico-analista

Gioco (senza premi) soprattutto per musicisti “colti”, teorico-analisti e compositori

Alcuni anni fa un amico musicista e impegnato compositore avviò una discussione, che non ebbe molto seguito, circa il ruolo creativo dell’analisi musicale. Apertamente criticando chi sostiene una certa, relativa, incompatibilità tra l’attività creativa, impegnata fondamentalmente nella poiesi, nell’invenzione compositiva e quella riflessivo-argomentativa, impegnata nella ricognizione delle molteplicità storico-evolutive degli stili e delle tecniche e fattuale delle “poetiche” compositive. Insomma si trattava di affrontare il delicatissimo problema, di estrema attualità ma fin’ora considerato solo in superficie, dell’approccio epistemologico alla ben determinata conoscenza del pensiero musicale, attraverso due ben diverse strade: quella del “ben motivare” (…) innanzitutto la propria azione creativa e quella della ricostruzione “imparziale” (…) dell’estrema molteplicità delle motivazioni creative.  (i puntini tra parentesi, ovviamente esprimono anche dei dubbi sui relativi assunti).

Dato che, argomentando al proposito, si rischierebbe di fare a “cazzotti” (magari … “intellettuali”, ma non per questo meno dolorosi), preferiamo spostare la questione su un regostro molto più leggero. E, volendo, pure creativo. Con un pò di humour chissà che non si riesca meglio a risolvere una questione; che altrimenti sembrerebbe solo “di lana caprina”.

Avvio del gioco: un avvio per una storia da raccontare

“Buongiorno”, disse sorridendo l’Analista all’ingresso della sua abitazione.

“Buonasera”, rispose scuro in volto il Compositore appena arrivato.

“Si accomodi pure”, aggiunse noncurante il primo indicando lo Studio.

E si sedettero l’uno di fronte all’altro squadrandosi alla ricerca entrambi di una vaga impassibilità, in realtà già resa vana dal contrastante atteggiamento iniziale.

 

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Ruoli e regole del gioco

L’Analista:

a) fa domande

b) sceglie l’impostazione del dialogo (seria, semiseria, ironica, autoironica, scoperta, ipnotica, inconscia, ambivalente, ambigua etc.)

Il Compositore:

c) risponde ad a) secondo b)

d) interagisce variamente a b), ma solo dopo aver dato una prima risposta fedele alla richiesta

e) solo dopo aver esaurito c) e d) con almeno una ventina di domande può eccezionalmente invertire il ruolo

 “Ma insomma!”, sbottò il Compositore, “Lei chi si crede di essere?”.

 

Ipotesi di sviluppo della storia

“Non dovrei darle alcuna risposta”, rispose tranquillo l’altro, “è stato lei a cercarmi.” E continuò freddamente: “Diciamo pure, – ma parlo a titolo strettamente personale, lei mi capirà: è un fatto di deontologia personale… di rispetto verso i miei colleghi – dunque io credo che l’analista sia uno che insegna innanzitutto a sé stesso, e poi ad altri, ad andare in profondità nelle cose…”.

“Perché secondo lei io così sarei un superficiale?!”, lo interruppe inviperito l’interlocutore.

“Non lo credo proprio, altrimenti non riscuoterebbe il mio interesse in maniera così impegnata”, rispose tranquillo l’altro togliendosi le lenti e guardandolo fisso negli occhi, “Ma credo, e me ne darà atto, che si tratta di una fatica improba, per il sottoscritto, occuparsi di lei in tal modo.” E aggiunse pensieroso quasi tra sé e sé, forse un tantino sornione: “Certamente sarebbe ancor più faticoso per chi, godendo della purezza assoluta nell’atto del far musica – ma anche letteratura, pittura, poesia… –  preferisce meno approfondire le proprie motivazioni creative…”.

“Vuole allora insinuare…”, ribatté l’altro, continuando ad interromperlo con una strana aggressività forse minata da lieve inquietudine, “vuole dire insomma che mi nascondo dietro i miei principi estetici, che poco innanzi le ho dichiarato e che lei con un tono che mi è sembrato impudente e sottovalutativo, ha definito la mia poetica?”. E calcò fortemente l’accento su “mia”, quasi a proteggersi dall’intrusione dell’altro. “Questo è affar suo…”, interloquì timidamente lo studioso e continuò con maggior sicurezza, “Certo è che ogni suo atto creativo tutto mi pare fuorchè privo di intenzionalità interne o esterne al prodotto artistico; quello stesso che poi  mi trovo tra le mani, anzi nelle orecchie…”. E tacque come a dire “e potrei continuare, ma mi fermo qui”. Però, davanti al frastornamento dell’altro aggiunse con un tono improvvisamente raddolcito, o mellifluo?, “Sa, ho imparato qualcosa dall’espressione che quell’attore napoletano, uno che ho veramente amato nel suo ultimo film prima che morisse: Massimo Troisi, quando nei panni di un umilissimo postino – con un’ingenuità inversamente proporzionale all’acme espressiva raggiunta – esclama al Poeta per eccellenza di quella storia, Pablo Neruda: “La poesia è di chi la usa”. E riguardandolo negli occhi: “Lei cosa ne pensa al proposito?”.

 

Ipotesi di conclusione della storia

“Buonasera, anzi arrisentirci carissimo Y”. Salutò sorridendo l’Analista”.

“Buongiorno, anzi addio, carissimo X”. Concluse visibilmente rincuorato  il Compositore avviandosi verso casa e ben sapendo che non avrebbe mai più messo piede, almeno di persona, in quel posto.

 

Ovviamente ciascuno, a partire dall’inizio – solo uno spunto – può reinventarsi la storia come meglio crede.

E qui starebbe il bello …

Buona … creatività … E … buona riflessione …

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