Il nuovo contratto Afam e la nuova regolamentazione dell’orario di docenza: novità e problemi di attuazione

di Mario Musumeci

Pare opportuno informare i colleghi delle istituzioni Afam e in particolare degli ISSM (Conservatori e Istituti Musicali pareggiati) di un’epocale novità che si prospetta nell’immediato futuro. Si tratta della nuova e più omogenea statuizione riguardante gli obblighi di servizio, a partire dal monte orario dedicato alla didattica (Art. 12 del Contratto).

Saranno difatti notevoli sin d’ora le ricadute sul piano sia organizzativo delle istituzioni, sia contenutistico dei piani di studio, sia metodologico-didattico per ciascun insegnamento. Anche perchè l’applicazione potrà variare da un Istituto all’altro, a seconda delle diverse esigenze e pure dei diversi – e fors’anche diversissimi – punti di vista dei vari direttori e consigli accademici. Ma – si spera bene – con la piena consapevolezza di tutti gli operatori, i docenti delle istituzioni innanzitutto, e sin d’ora (data la diretta connessione con la stabilizzazione in corso dei piani di studio del triennio), sulle diverse e perfino contrastanti possibilità del “da farsi”.

Per visionare i testi contrattuali (già in vigore e in corso di applicazione sul piano economico):

CCNL_AFAM_quadriennio_normativo_2006-2009_I_biennio_economico_2006-2007

Ipotesi_CCNL_AFAM_II_Biennio_economico_2008-2009

Pubblichiamo per ulteriori approfondimenti, data ancora l’estrema attualità, un recente articolo (di Mario Musumeci) proprio su questo nuovo contratto dell’Alta Formazione Artistica e Musicale, tanto atteso ma per vari versi non ancora all’altezza delle aspettative del comparto lavorativo. L’articolo è apparso sul n. 23 della Tecnica della Scuola del trascorso luglio 2010

Siglato il contratto Afam – Novità e problemi di attuazione

Pochi, sicuri, maledetti e subito” è la chiosa più adatta, sotto il profilo economico, alla chiusura della trattativa che al 21 giugno ha visto siglati i CCNL dell’Afam, relativi ai trascorsi bienni 2006-07 e 2008-09 e dopo un’incredibile partita di “tira e molla” tra ministero (Aran) e sindacati, condotta al limite della decenza istituzionale. Come se ciò non bastasse a rilevare il degrado del rapporto fiduciario tra le stesse ramificazioni dello Stato (le istituzioni formative sono rappresentate dall’attuale politica come un referente di privato interesse in contraddizione con gli stessi fini, economicisticamente inquadrati, della gestione statuale) ecco porsi i primi problemi di concreta attuazione.

Va dato atto della previsione di “un’apposita sequenza contrattuale per affrontare e dare risposte concrete alle riforme strutturali; e ciò al fine di supportare il processo riformatore”. E a tal fine è pure messa in previsione (Art. 18) un’”opportunità di sviluppo economico, con procedure selettive interne, in relazione allo sviluppo delle competenze artistico-disciplinari, metodologiche-didattiche e di ricerca artistico-scientifica, derubricando le attuali due posizioni giuridiche in posizioni economiche (base e di sviluppo)”. Ma, proprio perchè il merito poco a tutt’oggi è stato considerato fattore di promozione individuale negli ambiti lavorativi pubblici, pare legittimo chiedersi come ciò si possa realizzare, assieme ad un “mantenimento dell’equilibrio complessivo nel riconoscimento dei benefici economici (…) mediante la previsione di specifici benefici economici, con effetto una tantum, per i docenti di prima fascia.”

Di primaria importanza è invece la ridefinizione dell’orario di lavoro per la docenza. È cosa abbastanza nota per gli addetti ai lavori, ma altrettanto ignota anche perchè scarsamente comprensibile all’esterno delle istituzioni di alta accademia musicale, la notevole differenza di impegno orario rivolto alla didattica frontale tra le diverse categorie di docenza: si va dalle otto ore settimanali di Letteratura poetica e drammatica alle nove di Storia ed estetica della musica e delle maggior parte degli insegnamenti di Strumento a fiato, praticamente scartando le Scuole di più recente istituzionalizzazione come il Sassofono: un esempio che confermerebbe la “strana” distrazione degli organi competenti – ministero e sindacati – che dura qualcosa come tre quarti di secolo (negli ordinamenti precedenti tali scelte furono altrimenti ben motivate!). Il monte orario degli insegnamenti anzidetti non raggiungeva pertanto le 250 ore, a fronte del più generalizzato monte orario di lezione di 324 ore corrispondente a 12 ore settimanali. Tale incongruenza, certamente risaltante a parità di funzioni e di posizioni stipendiali, è stata ovviamente da tempo rilevata, ma nessuno se ne è mai seriamente occupato, o per demagogia spicciola o per opportunismi, coinvolgimenti o convenienze personali.

Adesso all’Art. 12, per l’intera docenza dell’Afam l’impegno lavorativo “è ridefinito in modo uniforme, a parità di prestazioni lavorative complessivamente erogate, in 324 ore annue. Alla didattica frontale sono dedicate non meno di 250 ore complessive a cui si aggiungono, fino a concorrenza del debito orario le eventuali ore necessarie, sulla base dei previgenti ordinamenti didattici e della programmazione presso ciascuna Istituzione.” Ovviamente non sono considerate qui le attività obbligatorie aggiuntive, talvolta di impegno estremamente oneroso ma non economicamente riconosciute, comportanti esami per almeno tre sessioni, curatela di tesi di laurea, preparazione di saggi, coinvolgimenti in attività collegiali e in attività formative di supporto, etc.: dai Direttori (se di loro competenza) di rado equamente distribuite e men che mai attribuite per merito.

Pare comunque opportuno risaltare l’epocale novità che si prospetta nell’immediato futuro. Data la suddetta statuizione saranno notevoli le ricadute sul piano sia contenutistico dei piani di studio sia metodologico-didattico per ciascun insegnamento. Anche perchè l’applicazione potrà variare da un Istituto all’altro, a seconda delle diverse esigenze. Ma – parrebbe bene – con la piena consapevolezza e partecipazione degli operatori tutti, all’interno delle attività propositive dei collegi e dei dipartimenti e organizzative degli organi di gestione (consigli di amministrazione, consigli accademici). E ciò sin d’ora data la stretta connessione, per la stabilizzazione in corso dei piani di studio del triennio, con le diverse possibilità del “da farsi”.

Pertanto fin d’ora le 250 ore costituiranno, per tutte le docenze, la base minima di ore frontali di lezione. A cui sarà obbligatoria l’integrazione fino alle comuni 324 ore degli ulteriori impegni di servizio: il riferimento è sia allo stesso orario di insegnamento, se si renderà necessario, sia alle attività aggiuntive quali le esercitazioni, l’attività di laboratorio, la produzione e la ricerca.

Ed anche alle ulteriori ore di lezione frontale “necessarie sulla base dei previgenti ordinamenti”. Il che significherebbe l’attribuzione anche delle ore di lezione presso i corsi di formazione di base, da attivarsi in via transitoria (a compensazione della esigua quantità di licei musicali istituiti da quest’anno in ordine sparso nella penisola).

Va però rilevata la mancanza di apposite indicazioni ministeriali circa una loro omogenea istituzionalizzazione; e anche che, a detta di molti tra gli interessati e dello stesso sindacato maggioritario (l’Unams), quest’ultima farebbe correre il rischio della sovrapposizione di due incompatibili ordinamenti, quello accademico e quello secondario.

Potranno così essere problematiche le conseguenze sul piano lavorativo e professionale, tutte magari da ben valutare anche fin d’ora a livello previsionale delle diverse – anche notevolmente diverse – possibili scelte in autonomia da parte di ciascuna istituzione accademica.

Nel frattempo si ha anche notizia di una corsa al pensionamento di buona parte della dirigenza ministeriale, preoccupata da quanto si predispone di ulteriormente gravoso in termini di quiescenza e buonuscita. Con una conseguente dispersione di competenze, certo non utile alla delicatezza del momento: in attesa della definizione compiutamente attuativa della stessa riforma dell’Afam e del parallelo avvio dei licei riformati, la cui novità più dirompente sembrerebbe proprio quella del liceo musicale-coreutico.

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