FORUM I – Alcune (ancora validissime) riflessioni sul tema dello statuto

di Sergio Lattes

Su gentile concessione del M° Sergio Lattes, docente di Pianoforte presso il Conservatorio di Genova e già vice-direttore del Conservatorio di Milano, pubblichiamo un articolo sulla Riforma comparso sul sito www.aasp.it, dell’Associazione per l’abolizione del solfeggio parlato, a proposito dell’oramai superato dibattito circa la predisposizione degli Statuti di autonomia delle istituzioni Afam.

In esso venivano anticipati alcuni temi ancora all’ordine del giorno e mai approfonditamente posti fin’ora in primo piano nella maniera che meriterebbero: il principio della centralità e dell’autonomia della funzione docente; la ridefinizione del ruolo della direzione come quello innanzitutto di un organo di iniziativa, di attuazione e di coordinamento; la massima diffusione, ampia ed articolata, di una collegialità decisionale ad elettività democratica di  supporto all’attività direttiva, e ciò anche in merito alla competenza disciplinare, di necessità collegata alla  creazione di appositi organi di garanzia.

Ci sembra doveroso pertanto ringraziare l’Autore per queste sue coraggiose anticipazioni, esposte con altrettanto apprezzabile chiarezza espositiva: coraggio e consapevolezza non comuni nel desolante panorama nazionale dell’intellighenzia musicale accademica dell’Afam.

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Alcune riflessioni sul tema dello Statuto

1) La legge 508, la riforma, è una legge-cornice che demanda l’applicazione dei suoi contenuti a successivi regolamenti emanati per decreto, tranne per quanto riguarda lo stato del personale attualmente in servizio, collocato ipso facto in apposito ruolo “ad esaurimento”. La materia dei regolamenti è elencata nel comma 7 art. 2 della legge ed è articolata in 9 punti, passibili di essere ciascuno un regolamento.
Andiamo quindi – sia detto per inciso – verso un sistema di norme molto farraginoso, in linea con quell'”eccesso di normativa” che caratterizza la cultura giuridica del nostro Paese.
2) Il primo decreto attuativo della legge 508 –  l’unico  emanato finora – regola tra l’altro gli organi di gestione. Dà di conseguenza luogo all’elaborazione, da parte delle nostre istituzioni, dello Statuto, del regolamento di amministrazione e contabilità e del regolamento didattico.
A quest’ultimo però si potrà mettere mano solo dopo l’entrata in vigore del regolamento sull’autonomia didattica, che è in gestazione insieme agli altri 8 punti della materia regolamentare. Questo vuol dire che noi dovremo fare uno Statuto comprendente gli organi di gestione prima che si possa ragionare e decidere sull’ordinamento didattico. E’ ben chiaro che le due cose sono logicamente collegate. La redazione dello Statuto va fatta avendo bene in mente quello che verrà dopo, cioè avendo una visione unitaria di quello che dovrà essere l’istituzione.
3) Col precedente ordinamento il Conservatorio era – e ancora è  – regolato in modo assai simile a una scuola secondaria. Questo vale in primo luogo per la didattica: la definizione e la programmazione dei contenuti dell’insegnamento e delle modalità degli esami avviene fuori dalla portata del singolo docente. Vale poi in generale per le relazioni fra l’istituto e il Ministero, e per i rapporti interni: fra docente e direzione, fra docente e organismi collegiali, fra questi ultimi e la direzione. Il sistema delle decisioni è fortemente accentrato. Il Collegio dei professori svolge per lo più un’attività di ratifica. Le decisioni di spesa – che sono quelle che contano – sono prese dal Consiglio di Amministrazione. Il Consiglio accademico, peraltro puramente sperimentale, ha – almeno a Milano – una composizione per aree “organologiche”, che risponde a mio avviso a una visione gerarchica e centralistica. Vale forse qui la pena di ricordare sommariamente alcune attuali attribuzioni della direzione, così come appaiono nella prassi nel caso concreto di Milano, anche se alcune di esse sono oggi (parzialmente) condivise con altri organismi:

– presidenza delle commissioni degli esami di conferma e di diploma
– formazione delle commissioni esaminatrici
– nomina dei commissari esterni
– formazione delle commissioni per graduatorie interne per supplenze
– azione disciplinare verso docenti e studenti
– formazione delle classi; autorizzazioni a ripetere l’anno
– ordini di servizio, permessi, spostamenti di orario
– designazione e presidenza delle commissioni di ascolto e di valutazione delle composizioni
– rapporti internazionali, Erasmus ecc.
– direzione artistica dell’orchestra Filarmonica (a Milano)
– attribuzione delle collaborazioni alla direzione (figura caratteristica della scuola secondaria)
– attribuzione degli incarichi temporanei, masterclass e simili

Risulta evidente dalla sola lettura di questo elenco come sia sottesa all’ordinamento una concezione della direzione come garante dell’istituto rispetto ai docenti, quasi una controparte. E quanto all’ordinamento sia estraneo il principio di autonomia della funzione docente, tanto nella sua dimensione individuale quanto in quella collettiva, funzionale e progettuale.

4) Un’organizzazione corrispondente al nuovo status di “alta formazione” non può che fondarsi sul principio della centralità e dell’autonomia della funzione docente. Questo comporta un processo di decentramento di poteri decisionali dagli organi centrali a quelli propri della docenza (singoli, consigli di corso, consigli di area, dipartimenti). Questo può valere anche per decisioni di spesa, una volta che sia definito il budget e il quadro complessivo della distribuzione delle risorse. Ma certamente gli ambiti decisionali specifici della docenza – definizione dei curricula, contenuti e programmazione della didattica, contenuti e modalità di svolgimento degli esami – andranno iscritti a statuto fra le prerogative degli organi della docenza, in primis i consigli di corso. Ed è logico pensare che tutta una serie di decisioni correlate, anche di spesa, e quelle concernenti per esempio la nomina di supplenti, di commissari esterni, di esperti (masterclass),  la formazione delle commissioni esaminatrici e delle classi, possano essere trasferite alle istanze didattiche di pertinenza.

5) Questo significa  anche ridefinire a statuto il ruolo della direzione come quello di un organo di iniziativa, di attuazione e di coordinamento. E d’altra parte una redistribuzione dei compiti fra organi centrali (Consiglio accademico, Consiglio di amministrazione) e organismi propri della didattica, che saranno costituiti successivamente col regolamento didattico, presuppone che lo statuto ne preveda l’esistenza, le tipologie e le funzioni.

La ridefinizione del ruolo della direzione, per inciso, non è in contrasto col decreto ora approvato, laddove per esempio assegna al direttore la titolarità dell’azione disciplinare e la rappresentanza legale in ordine alle collaborazioni e alle attività per conto terzi che riguardano la didattica, la ricerca le sperimentazioni e la produzione. Tali titolarità e rappresentanza non escludono un momento di decisione collegiale. Lo Statuto può ben prevedere, ad esempio, una commissione di disciplina, elettiva, con il compito di istruire l’azione disciplinare. L’azione disciplinare verrebbe in questo caso avviata dal direttore sulle risultanze dell’istruttoria.
Analogamente, si può prevedere che le scelte sulle collaborazioni (…) e la produzione (vedi sopra) siano compiute da organismi collegiali, e al direttore ne spetti appunto la rappresentanza legale verso i terzi.
6) In conclusione, l’approccio alla redazione dello Statuto richiede una visione unitaria di quanto verrà definito coi regolamenti successivi. Lo Statuto dovrebbe essere uno strumento per quanto possibile duttile e aperto, capace di creare i presupposti di una reale autonomia della funzione docente e di una sostanziale democratizzazione dei rapporti interni: a partire dall’elettività di tutte le cariche.
7) Fuori sacco, una riflessione. A sostegno della rigidità dei nostri ordinamenti didattici sta un sentire, certamente ragionevole e diffuso, che il nostro compito sia innanzitutto quello di salvaguardare e trasmettere un patrimonio storico di competenze e di abilità del quale siamo depositari; e compito dell’istituzione verificare l’efficacia di questa trasmissione da parte di ciascuno di noi. Su questo presupposto implicito poggia un sistema di contenuti e di verifiche definito sopra la competenza dei docenti.
Vale forse la pena di ricordare che non siamo i soli ad avere una simile responsabilità. Ne sia esempio, fra i tanti possibili, il caso dei medici, o quello degli ingegneri. Certamente la società ha interesse a che gli ingegneri sappiano costruire palazzi e ponti che non crollino, e che i medici non facciano morire i malati, per quanto possibile. Questo interesse, detto per inciso, è sentito come molto più essenziale rispetto a quello che i violinisti non stonino.
Non per questo però si è pensato di condizionare l’autonomia didattica dei docenti, poniamo, di Scienza delle costruzioni, o di Anatomia patologica; nè di postulare un sistema di regole, programmi e verifiche più alto dei Consigli di Corso per garantire che gli ingegneri o i medici imparino correttamente quello che devono sapere, o saper fare. Semplicemente – con l’avallo dell’attività scientifica, delle relazioni intraprofessionali, della partecipazione alla comunità del sapere – si ritiene  che siano garanti verso la società appunto i docenti nella loro responsabilità professionale, e il sistema della docenza nelle sue varie articolazioni.
Riusciranno i nostri Statuti ad aprire prospettive di questo genere?

(Sergio Lattes)

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