FORUM I – Rinnovamento e continuità? Ma con quali obiettivi e strumenti? E soprattutto: con quali regole?

di Pinco Pallino (pseudonimo firmato)

Partecipo volentieri all’interessantissimo dibattito in corso. Ma in quanto candidato alle elezioni a direttore vi chiedo almeno al momento di intervenire senza firmarmi, data la natura di principio delle questioni trattate. Che dovrebbero, a parer mio, diventare semmai propedeutiche ad ogni discorso politico-culturale mio e dei miei colleghi aspiranti alla carica. Insomma si tratta di principi di civile convivenza e di reciproco rispetto, sui quali dovremmo convenire tutti, prima ancora di personalizzare ed esprimere la nostra proposta politica.

Sono innanzitutto d’accordo che, allo stato dei fatti, la tendenza alla continuità dei “vecchi” direttori –che praticamente hanno in diversi casi raggiunto, e anche superato, la decina di anni di mandato – ha letteralmente prodotto un notevole distacco da parte della gran massa dei docenti dalla pratica partecipativa della gestione dell’istituto. “Tanto fa tutto lui”, si sente spesso dire; e pure da parte di coloro che svolgono funzioni condirettive, di coordinamento e di responsabilità gestionale.

Certamente non sono pochi i direttori illuminati. Ne ricordo uno in particolare, e mi riferisco al Conservatorio di (omissis), illustre musicista e musicologo italiano, e intellettuale di rare doti di umanità e cultura, il quale eletto a capo di uno dei più grandi istituti italiani non esitò al momento a nominare accanto a sé quale direttore vicario il collega che pure lo aveva contrastato in sede elettiva: rarissimo esempio di mentalità illuminata e coraggiosa di un uomo che in pubblico non aveva timore di denunciare le malefatte del dirigente ministeriale del momento, protese solo ad atti di nepotismo e di interesse personale. Ma anche, io credo, merito di un contesto territoriale particolare; dove la maturità dei partecipanti alla gestione dell’istituzione, i docenti tutti – nonchè della cosa pubblica, in genere – permettevano questo ed altro…

“Uomini e non caporali”: direbbe l’indimenticabile Totò.  “Uomini e non mezzi uomini, ominicchi o quaquaraquà”, aggiungerebbe il grande Leonardo Sciascia, vostro conterraneo – mi par di capire che ho da fare per lo più con gente di Sicilia … Perché, proprio su un altro versante contrapposto di mentalità, l’abitudine è invece di allevare dei burattini, degli yesmen, dei collaboratori gregari. Insomma: individui capaci solo di eseguire ordini e di assecondare la volontà accentratrice di chi li nomina, e senza alcuna vergogna, proprio allo scopo.

E talvolta con gradi perfino di dipendenza affettiva che lascerebbe sconcertati noi del centro-nord. Non mi pare infatti un caso che il sanfedismo – il consolidato legame tra gli ultimi della società meridionale, la classe contadina e proletaria dell’ottocento, e i nobili ancora feudatari, tutti uniti contro l'”invasore” borghese e mazziniano del nord – costituisca un caso storico abbastanza ben studiato di questo fenomeno sociale, in certi suoi aspetti ancora vivo, sebbene oramai di ascendenza plurisecolare. Dunque dovrete anche convenire che questo è purtroppo legato proprio a territori come il vostro: quello meridionale. Dove la relazione di dipendenza tra politici amministratori e cittadini amministrati è spesso avvertita come di sudditanza, addirittura per abitudini ancestrali.

Dove paternalismo, clientelismo, nepotismo e provincialismo camminano di pari passo. Certo di queste cattive abitudini devono essere stati molto contagiati, nello stato unitario, anche tanti “nordisti”, se osserviamo i modi in cui hanno fatto carriera tanti nuovi rappresentanti del nuovo ceto politico della cosiddetta seconda repubblica. E gli esempi di coraggio civile rifulgono indifferentemente tanto al nord quanto al sud. Dunque lungi da me la volontà di attribuire patenti di maggior civiltà ad un territorio piuttosto che ad un altro: ognuno ha le sue magagne. E parlarne apertamente permetterebbe almeno di affrontarle con giudizio.

E allora? Allora bisogna rimboccarsi le maniche e mai smettere di credere – perché così sempre è stato – che il dovere di cercare il meglio ci coinvolge tutti. E soprattutto coinvolge di più coloro che si espongono in tal senso: non eroi o marziani in terra, ma “uomini e donne” che hanno deciso fino in fondo di combattere la propria battaglia di civiltà. Dunque lasciamo ai politicanti l’uso dei luoghi comuni, utili solo a prendere per (omissis) la gente. Pretendiamo che i nostri futuri direttori, al momento in cui chiedono la nostra fiducia, espongano in maniera chiara quali sono i valori, i modelli, le finalità etiche e professionali, le regole a cui si ispirano. E se tacciono al proposito chiediamo loro maggior chiarezza, o altrimenti mandiamoli a (omissis). E perdonatemi, una tantum, la reiterata ma coerente volgarità!

Leggo appena adesso il terzo intervento pubblicato. I decaloghi mi sembrano abbastanza compiuti, ma aggiungerei dell’altro dopo un’accurata riflessione. Complimenti per il vostro coraggio!

Per adesso mi firmo, anche per una più facile riconoscibilità nel caso intervenissi ancora, con uno pseudonimo: Guido Bellini (anche in onore al vostro maggior musicista, peraltro da me amatissimo).

Auguroni!

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